Uno dei limiti della politologia contemporanea, di cui Gianfranco Pasquino è un tipico rappresentante, è la tendenza a voler interpretare l’irrazionale esclusivamente con le categorie del razionale. Semplificando: la guerra è irrazionale, la pace razionale.
Ci spieghiamo meglio.
“Si continua a non capire quale sia l’obiettivo della guerra contro l’Iran, non il regime change, non la distruzione degli impianti nucleari e nemmeno la decapitazione della leadership degli ayatollah. E se il fine era la costruzione di un nuovo ordine mondiale, ora sembra piuttosto che siamo solo alla sua disarticolazione” (*) .
A parte che l’Iran potrebbe avere i giorni contati, data la sproporzione di forze — tale da lasciare a Teheran margini molto ridotti, come la Polonia nel 1939 — il vero punto è un altro: una certa politologia di impianto kantiano (e sia detto con il massimo rispetto per un grandissimo filosofo come Immanuel Kant) tende a leggere la guerra — cioè l’irruzione dell’irrazionale — attraverso le categorie della pace, cioè del razionale.
Ora, ammesso e non concesso che la guerra sia necessaria ( questa la tesi di Pasquino), essa dovrebbe comunque avere uno scopo — la costruzione di un ordine, se non pacifico, almeno stabilizzato. E, da come si comporta Donald Trump , non si individua alcun metodo, nel senso di uno schema mezzi-fini di razionalità rispetto allo scopo o al valore, per dirla con Max Weber.
Da qui l’implicita conclusione: rovesciando Shakespeare Trump sarebbe un folle senza metodo.
Ma è proprio questo il punto problematico.
In realtà, la razionalità analitica — comparativa, storica, concettuale — può descrivere e interpretare anche ciò che, nella sua origine, non è razionale. In altre parole: si può comprendere razionalmente l’irrazionale, senza per questo ridurlo a razionalità.
E qui la domanda è: davvero le grandi guerre della storia sono sempre state guidate da scopi chiari e coerenti? Cioè c’era sempre un metodo nella follia dei grandi della storia?
Napoleone Bonaparte, quando partì per l’Egitto, aveva un disegno strategico compiuto? E quando invase la Russia? Adolf Hitler, nel cancellare la Polonia o nel dichiarare guerra agli Stati Uniti dopo Pearl Harbor, seguiva una razionalità mezzi-fini coerente, oppure una dinamica che finiva per travolgere anche i suoi stessi calcoli? E che dire di Benito Mussolini che subito si accodò?
C’è una categoria che aiuta a leggere questi processi: la volontà di potenza.
Un concetto che rinvia, certo, a Friedrich Nietzsche, ma che qui può essere intesa in senso storico-politico: come impulso all’espansione, alla sopraffazione, alla distruzione degli ostacoli. Un impulso che, una volta dispiegato, non segue necessariamente un piano razionale, ma può produrre — ex post — effetti anche strutturati: imperi, equilibri, nuovi ordini.
Dall’Impero assiro a quello romano, fino al Reich hitleriano, la storia mostra come la potenza, una volta messa in moto, tenda a eccedere gli scopi iniziali ( ammesso e non concesso che sempre vi siano).
Si dirà che tra Assiri e Romani esistono differenze “culturali” enormi. Certo. Ma le guerre puniche mostrano come anche Roma — popolo non di marinai, costretto a costruire una flotta ex novo — sia entrata in una dinamica di escalation che ha portato alla distruzione totale di Cartagine. Un esito difficilmente riducibile a un semplice calcolo razionale iniziale.
In questo senso, la volontà di potenza non è caos puro, ma una logica propria: una logica espansiva, cumulativa, che può produrre ordine solo dopo aver generato distruzione. Qui la razionalità-volontà di potenza, diciamo così, che invece sfugge a Pasquino.
Metodologicamente, restiamo dentro la cornice schumpeteriana della “distruzione creatrice”. Solo che, in questo caso, la dinamica non passa per la concorrenza economica — versione civilizzata del conflitto — ma per la sua forma più nuda: la guerra. Si potrebbe chiamare in causa anche certo realismo politico in forma estrema, o, se si vuole, criminogeno.
Alla luce di ciò, le dichiarazioni brutali e periodiche di Trump possono apparire “folli” solo se giudicate esclusivamente con il metro di una razionalità kantiano-weberiana, basata, in particolare nel caso del grande filosofo, sulla distinzione guerra (irrazionale)/ pace (razionale).
Un metodo, in realtà, c’è. Ed è quello di rimuovere — progressivamente e senza troppi vincoli — gli ostacoli che si frappongono lungo il cammino.
“Fanno il deserto e lo chiamano pace”, per dirla con Tacito.
Come fermare un attore che non risponde pienamente alla logica della razionalità kantiano-weberiana, basata sull’di pace, ma che ha comunque una sua razionalità, esplicitata dalla guerra-volontà di potenza?
Le opzioni, storicamente, sono due: o si arresta da sé, per esaurimento o errore; oppure viene fermato da una forza superiore, altrettanto determinata.
Per ora, il mondo — e l’Europa in particolare — sembra confidare nella prima ipotesi.
Carlo Gambescia
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