Nonostante il polverone mediatico (la “guerra mondiale”), tipico dei conflitti, che possono alternare ai silenzi il rumore delle false notizie, vanno sottolineati alcuni fatti.
Il primo: l’Iran non ha alcuna probabilità di vincere la guerra. Se resterà in vita il regime teocratico sarà solo perché gli Stati Uniti, e neppure Israele, vorranno che sia così. Una teocrazia depotenziata, addomesticata, obbediente e riverente agli Stati Uniti. Delle libertà interne, a Donald Trump, da buon autocrate, non importa nulla. Se la vedano gli iraniani, se possono o vogliono. Problema interno.
Il secondo: l’inconsistenza europea, divisa su tutto, priva di coraggio e onore, incapace di qualsiasi scelta netta tra guerra o pace. Per Trump, l’Iran è anche un test: se l’Europa cede sull’Iran, cederà su tutto: Ucraina, Groenlandia, tariffe e quant’altro. Non è solo Medio Oriente: è anche un test di subordinazione politica. Test, diciamo pure, già superato. I nazionalismi, vedi posizione della Spagna, o il servilismo, vedi posizione dell’Italia, non portano da nessuna parte.
Il terzo: Russia e Cina, al di là delle dichiarazioni ufficiali, hanno abbandonato l’Iran al suo destino. Il metodo Trump piace alle dittature. Le democrazie liberali sono giudicate corrotte e deboli. Potremmo parlare, in senso ideale, di un nuovo patto - non scritto ovviamente - sul modello del Molotov–Ribbentrop, tra dittatori (o aspiranti tali), che vede Trump da una parte e Vladimir Putin e Xi Jinping dall’altra. Con l’Europa, divisa come detto, prossimo boccone del re che risiede a Mosca o Pechino.
Il quarto: questa guerra può perderla solo Trump. In qualche misura è un test per il presidente. Riuscirà a imporre la guerra ai suoi oppositori? Riteniamo che sia sua intenzione, magari per abbassare il termometro delle sfide interne, non allungare troppo i tempi del conflitto. Il che significa: o un uso più intenso della forza militare, o un accomodamento con l’autocrazia iraniana dopo averla messa con le spalle al muro. Chi si aspetta un mea culpa di Trump è completamente fuori strada.
Il quinto: il pacifismo ha perso un’altra volta, mostrando tutta la sua inadeguatezza. Quando il nemico ti indica come tale, si può anche essere San Francesco, ma al nemico non importa, perché ha buone ragioni (ovviamente dal suo punto di vista) per distruggerti. Anzi, la tua bontà, o volontà di pace, viene vista o come un segno di debolezza, o come un cattivo esempio per tutti gli altri. E quanto più parli di pace, tanto più sei odiato.
In sintesi, questa guerra può perderla solo Trump. Il destino militare dell’Iran è segnato.
Invitiamo i lettori a concentrarsi su questa dinamica, segnata da questi cinque fatti, e non sulle conseguenze a breve - droni, Borsa, petrolio, stretto di Hormuz, terrorismo, smorfiette politiche - che passano e spariscono dinanzi a una vittoria totale (o quasi) di Trump in Iran.
Quanto agli imbecilli mondiali, tra i quali purtroppo alcuni liberali, che tifano Trump, perché, direttamente o indirettamente, starebbe riportando la libertà in Iran, rispondiamo con Tacito: “Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.
Carlo Gambescia




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