sabato 14 marzo 2026

La guerra e la brutalizzazione del linguaggio politico

 



Si può partire da un fatto recente. Negli ultimi giorni il capo del Pentagono, Pete Hegseth, commentando le operazioni militari contro l’Iran, ha usato immagini estremamente aggressive: ha parlato di un nemico ormai ridotto a nascondersi come un topo “sottoterra” e ha descritto la distruzione delle sue capacità militari come quasi totale. In parallelo, anche Donald Trump, in diversi interventi pubblici della sua carriera politica, ha spesso adottato una retorica fortemente personalizzata e polarizzante verso i nemici degli Stati Uniti (1).

Benjamin Netanyahu usa spesso un linguaggio molto duro, parlando dei nemici di Israele soprattutto come “terroristi” o come parte di organizzazioni da distruggere, in particolare Hamas. La sua retorica è fortemente securitaria e mobilitante, ma di solito resta sul piano politico-militare più che su quello apertamente animalesco. Sull'Iran ad esempio separa il popolo dal regime. Le immagini di disumanizzazione compaiono più spesso nella propaganda o nel dibattito pubblico circostante che nei suoi discorsi ufficiali (2).

Comunque sia. Non si tratta solo di durezza strategica. Colpisce soprattutto il tono: il linguaggio tende a trasformare l’avversario in un soggetto umiliato, ridicolizzato o quasi animalesco. È un registro retorico che rompe con una lunga tradizione del linguaggio politico occidentale.

 


Durante la Seconda guerra mondiale, quando la minaccia era infinitamente più grave di qualunque conflitto contemporaneo, i leader delle democrazie usarono parole durissime ma mantennero una distinzione chiara tra il regime nemico e la sua disumanizzazione.

Nel celebre discorso del 13 maggio 1940 alla Camera dei Comuni, Winston Churchill disse: «I have nothing to offer but blood, toil, tears and sweat» (3). Era un appello alla mobilitazione morale di una nazione sotto minaccia esistenziale. Allo stesso modo, il 29 dicembre 1940, Franklin D. Roosevelt definì gli Stati Uniti «the great arsenal of democracy» (4). Il nemico era da sconfiggere militarmente, ma non veniva rappresentato come un animale o un parassita. Questa distinzione non era solo stilistica. Faceva parte della cultura politica liberale: anche in guerra si cerca di non dissolvere completamente il linguaggio della civiltà.

Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di addio alla presidenza il 17 gennaio 1961, ricordò agli americani un pericolo diverso ma collegato: «In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence… by the military-industrial complex» (5). Il suo avvertimento non riguardava solo l’economia della difesa; riguardava il rischio che la logica militare penetrasse stabilmente nella vita politica. Quando accade, la guerra smette di essere un’eccezione tragica e diventa una possibilità sempre pronta.



Quando invece il linguaggio politico scivola nella disumanizzazione, il precedente storico più evidente non viene dal liberalismo ma dai totalitarismi del Novecento. Adolf Hitler parlava sistematicamente degli ebrei come di “parassiti” o “bacilli”: basta sfogliare il Mein Kampf. La propaganda fascista di Benito Mussolini ricorreva spesso all’idea di “schiacciare” o “spezzare le reni” al nemico. In questi casi la funzione retorica era chiarissima: trasformare l’avversario in qualcosa di biologicamente inferiore rende moralmente più accettabile la sua eliminazione. La guerra diventa così una forma di purificazione. È un passaggio simbolico pericoloso, perché sposta il conflitto dal piano politico a quello quasi biologico.

Se si guarda alla storia del comunismo sovietico, si trova effettivamente un linguaggio che, almeno nelle fasi rivoluzionarie, può essere altrettanto brutale.  Lenin, durante la guerra civile russa, scrisse nel celebre telegramma del 1918 ai dirigenti bolscevichi di Penza che bisognava «impiccare (e assicurarsi che il popolo lo veda) almeno cento kulaki» e reprimere senza pietà i nemici della rivoluzione (6). Era il linguaggio di una guerra civile rivoluzionaria, dove il nemico sociale veniva definito come una classe da eliminare.

Anche sotto Stalin la retorica politica parlava spesso di “nemici del popolo” (7), categoria che permetteva di giustificare repressioni e purghe. Tuttavia, nel periodo finale dell’Unione Sovietica il linguaggio cambiò radicalmente. Con Gorbachev la retorica ufficiale tornò a registri diplomatici e cooperativi: “glasnost” e “perestrojka” erano parole che indicavano apertura e riforma, non distruzione del nemico. Ma cadde.



La Russia contemporanea offre un altro caso interssante. Putin ha spesso utilizzato una retorica estremamente dura, soprattutto nella guerra contro l’Ucraina, , in termini di radicale reductio, il governo di Kiev come “nazista”  Anche qui il meccanismo è riconoscibile: definire l’avversario con categorie assolute permette di giustificare un conflitto che altrimenti apparirebbe più ambiguo. Di qui il tentativo di ridurre l’avversario a immagine animalesca.

Per inciso, anche Zelenskyy usa parole molto dure contro l’aggressione russa, parlando spesso di terrorismo e crimini di guerra. Tuttavia il suo linguaggio resta prevalentemente politico e morale, rivolto al regime e all’esercito di Putin. Raramente ricorre a metafore animalesche o alla disumanizzazione biologica del nemico  (8).

In sintesi: La differenza storica è questa:: a) retorica morale: “criminali”, “terroristi”, “assassini”; b) retorica disumanizzante: “parassiti”, “vermi”, “topi”, “infestazione”. La prima è comune anche nelle democrazie in guerra. La seconda è tipica delle propagande totalitarie o delle guerre etniche.

Da questo confronto emerge un punto interessante. Il linguaggio estremo non appartiene esclusivamente ai regimi fascisti o comunisti. Compare spesso in situazioni di guerra, rivoluzione o forte polarizzazione politica. 


Ma nelle democrazie liberali del secondo dopoguerra si era consolidata una sorta di autocontrollo retorico: si poteva minacciare, “giocare” sulla deterrenza, promettere la sconfitta dell’avversario, ma senza trasformarlo apertamente in un oggetto di disprezzo biologico. Questo limite implicito faceva parte dell’equilibrio morale delle democrazie occidentali durante la Guerra fredda.

Il vero cambiamento di oggi sta forse qui. La brutalizzazione del linguaggio politico sembra riemergere anche dentro le democrazie, non solo nei regimi autoritari. In parte ciò dipende dalla trasformazione tecnologica della guerra. I conflitti contemporanei, combattuti con missili di precisione e droni, riducono enormemente i costi umani per chi attacca. Quando il rischio diretto per la propria società diminuisce, diventa più facile accompagnare l’uso della forza con una retorica spettacolare e aggressiva. La guerra appare come un’operazione tecnica, mentre il linguaggio politico assume toni sempre più teatrali.

Il problema, allora, non è negare che le democrazie possano trovarsi costrette a combattere. La tradizione liberale non è mai stata pacifista in senso assoluto. Di qui, ribadiamo la necessità, per l’Occidente e  l’Europa, di tornare a pensare la guerra. Ma non in termini barbarici.

 


La Seconda guerra mondiale dimostra che esistono momenti in cui la difesa armata della libertà diventa inevitabile. Ma proprio per questo la qualità del linguaggio politico rimane cruciale. Se il discorso pubblico scivola nella disumanizzazione, la democrazia rischia di perdere il confine simbolico che la distingue dai regimi che combatte.

Combattere, ripetiamo, può essere necessario. Parlare come se la civiltà fosse già stata abbandonata, no.

Carlo Gambescia

(1) Notizie e dichiarazioni di Pete Hegseth sulla guerra contro l’Iran: https://www.dire.it/13-03-2026/1222618-guerra-in-iran-a-erbil-ucciso-un-soldato-francese-macron-inaccettabile/ .

(2)  Qui: https://www.timesofisrael.com/full-text-of-netanyahus-speech-we-wont-let-the-world-shove-a-terror-state-down-our-throat/?utm_source=chatgpt.com 

(3) Discorso di Winston Churchill alla House of Commons, 13 maggio 1940 (“blood, toil, tears and sweat”):
https://winstonchurchill.org/resources/speeches/1940-the-finest-hour/blood-toil-tears-sweat/ .

(4) Franklin D. Roosevelt, radio address “The Arsenal of Democracy”, 29 dicembre 1940:
https://www.americanrhetoric.com/speeches/fdrarsenalofdemocracy.html .

(5) Dwight D. Eisenhower, Farewell Address, 17 gennaio 1961 (“military-industrial complex”):
https://www.archives.gov/milestone-documents/president-dwight-d-eisenhowers-farewell-address .

(6) Telegramma di Lenin ai bolscevichi di Penza (11 agosto 1918):
https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1918/aug/11c.htm .

(7) Uso politico della categoria “enemy of the people” nelle purghe staliniane:
https://en.wikipedia.org/wiki/Enemy_of_the_people . Per una volta il lettore si accontenti di wiki. Ovviamemte il rinvio d’obbligo è agli autorevoli studi di Robert Conquest, e da ultimo all’ottimo libro di Nicholas Wert, da titolo omonimo (il Mulino).

(8) Retorica della guerra Russia-Ucraina (Putin e Zelensky):https://rcin.org.pl/Content/240384/276738.pdf ; https://www.perlaretorica.it/le-figure-retoriche-rendono-potenti-i-discorsi-di-volodymyr-zelensky/. 

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