Titolo forte? Come disse una volta Vittorio Feltri di Hitler: titolo, severo ma giusto.
Ora però argomentiamo.
Intanto, ecco cosa accade quando il nazionalismo antiliberale conquista il potere. Non un generico patriottismo, ma un nazionalismo parafascista: fascista come mentalità, nel senso di esprimere una volontà di potenza che non riconosce limiti esterni, né giuridici né politici.
L’imperialismo, in questa prospettiva, non è altro che la prosecuzione del nazionalismo con mezzi più radicali: quando la potenza non si accontenta più di affermarsi simbolicamente o per via indiretta, ma pretende di tradursi in dominio diretto.
Se Donald Trump si dice pronto a inviare truppe in Iran, non c’è da stupirsi. Altro che “cortile di casa”… Altro che “dottrina” Monroe… Si tratta di altro: a Trump di chi comandi in Iran non importa nulla. Ciò che conta è la docilità verso Washington. Tutto qui, altro che Trump difensore della libertà…
È logica interna del nazionalismo di potenza. Come lo scorpione della favola, Trump non può non pungere: non perché sia irrazionale, ma perché quella è la sua natura politica.
Affogherà? È possibile. Ma quando? Difficile dire. Il nazionalismo di potenza è storicamente autodistruttivo: tende ad allargare il conflitto oltre le proprie capacità di controllo. Perciò il punto, per ora, è la traiettoria. Sulla quale al momento non si scorgono grossi ostacoli.
Scrivere che è come se fosse andato per la seconda volta Adolf Hitler al potere, ma negli Stati Uniti, non significa equiparare contesti storici incomparabili. Significa individuare una struttura politica comune: l’idea che la legittimità derivi dalla forza, che il diritto internazionale sia un intralcio, che la guerra preventiva sia uno strumento normale di politica estera. È questo il tratto fascista come mentalità.
Una democrazia liberale classica non si muove così. Può reagire con forza quando è aggredita — come avvenne contro la Germania nazista — ma non assume la guerra come dimostrazione permanente di superiorità.
Per comprendere l’attuale fase bisogna tornare alla crisi finanziaria del 2007–2008. La recessione globale non produsse soltanto effetti economici: delegittimò l’idea stessa di globalizzazione come processo pacifico di integrazione. Da allora si è formata un’ondata nazionalista crescente, che ha rimesso in circolazione parole d’ordine tipiche degli anni Venti e Trenta del Novecento.
In meno di un ventennio, una destra che non aveva mai interiorizzato la lezione del 1945 è tornata centrale. Una destra ostile al liberalismo, incline al rapporto pragmatico con i regimi autoritari ( si veda la sfortunata sorte dell’Ucraina), e convinta che il prestigio internazionale si misuri sulla capacità di intimidire. Di imporre il rispetto.
In questo quadro, l’Iran non è un semplice “caso”, ma il banco di prova di una strategia dimostrativa, lontana da qualsiasi logica liberale. Non si tratta principalmente di petrolio — gli Stati Uniti, secondo la percezione nazionalista di Trump, si ritengono quasi autosufficienti — né di mera convenienza economica. È questione di rispetto.
Inoltre sulla sua strada Trump ha trovato in Netanyahu un alleato efficace, anch’egli guidato da un marcato nazionalismo. Dio li fa… e poi li accoppia. E si noti: come per Trump con la storia americana, anche per Netanyahu non c’è un legame profondo con l’Israele storicamente liberale, riformista, laico e democratico, che, al punto in cui siamo, resta più un ideale di riferimento che una realtà politica dominante.
Il nazionalismo di potenza concepisce l’ordine internazionale come gerarchia. La guerra preventiva diventa allora uno strumento pedagogico: serve a ricordare chi comanda. L’economia conta, certo, ma subordinata alla supremazia politica.
Il problema è che questo tipo di politica tende a moltiplicare i fronti. Quando la legittimità si fonda sulla forza, la forza deve essere periodicamente ribadita. E così l’onda cresce.
Siamo nel punto più alto di questa onda nazionalista, anzi fascista, quantomeno come mentalità. Non perché il mondo liberale sia moralmente debole, ma perché fatica a tradurre il proprio universalismo in decisione politica coesa. Fuori dai commerci e dal dialogo si muove male. E di questo approfittano i suoi nemici. Si confida sui mercati. Ma Mussolini e Hitler furono piegati dalle bombe azionarie o dalle bombe vere?
Un nazionalismo di potenza e di rispetto può essere contenuto solo da una leadership capace di coniugare forza e legalità, interesse nazionale e ordine internazionale. Oggi nel mondo liberal-democratico questa figura non si vede.
La guerra in Iran si fermerà quando la logica della dimostrazione avrà raggiunto il suo scopo, e probabilmente neppure se i costi dovessero farsi superiori ai benefici percepiti. La dinamica nazionalista è cieca, se non viene interrotta, è destinata a portare a termine il lavoro a ogni costo, o comunque sia, come per forza di gravità politica riaffiorerà altrove.
Insomma, l’Iran subirà l’aggressione finché Trump lo riterrà necessario. In questa scala della potenza, la Russia è un gradino sotto gli Stati Uniti. Tuttavia anche l’Ucraina sarà coinvolta fino a quando il Cremlino stabilirà che è sufficiente. Funziona così.
Si chiama nazionalismo di potenza e di rispetto. Promette grandezza, produce instabilità. Invoca sicurezza, moltiplica i fronti.
E quando si consolida come metodo di governo, il conflitto non è più un’eccezione: diventa la normalità.
Il che spiega l’apparente caos in cui viviamo. Che, attenzione. è tale solo per chi non abbia capito la logica nazionalista che muove Trump e altri leader come lui.
Carlo Gambescia





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