martedì 31 marzo 2026

Non è la modernità a perquisire Ilaria Salis. È la politica di destra

 


La politica ormai ha raggiunto un livello zero, talmente basso,  al quale non si dovrebbe mai giungere. In Italia, dove la destra, questa destra autoritaria, è andata al potere, si è superato da un pezzo. Il titolo del “Tempo” dedicato alla Salis, anzi al suo assistente, è una tremenda dimostrazione di come la guerra politico-culturale prepari la guerra civile.

L’antefatto. La perquisizione, come modalità umiliante, di un parlamentare – nel nostro caso di un europarlamentare, Ilaria Salis – nella sua stanza d’albergo, è un fatto gravissimo se confermato nei termini in cui è stato riportato. Per occultarlo la destra ha scelto due strade.

La prima è quella di ridurre la perquisizione a un fatto tecnologico, diremmo addirittura all’ atto dovuto tecnologico: quello dell’algoritmo che avrebbe segnalato automaticamente il nominativo, attivando la procedura di controllo. Per carità, sarà pure così. 


 

Però un algoritmo non è un soggetto: non decide, non valuta, non assume responsabilità. È costruito da qualcuno, su criteri stabiliti da qualcuno, dentro un preciso quadro politico e normativo. Parlare di automatismo significa spostare la responsabilità dall’uomo alla macchina, cioè deresponsabilizzare chi quelle regole le ha pensate e chi le applica, anche quando l’attivazione tecnica dell’intervento fosse reale. 

Per dirla alla buona, se scattassero  insieme centomila alert, partirebbero centomila pattuglie?  Siamo seri.  Sarebbe fatta una cernita...  

Il richiamo all’automatismo, all’algoritmo, all’alert non è neutro. La storia europea ci ha già mostrato cosa accade quando la responsabilità si dissolve dentro procedure impersonali. Anche nei momenti più bui del Novecento — si pensi alla Shoah — la violenza non si è presentata sempre come arbitrio esplicito, ma spesso come esecuzione di ordini, come applicazione di regole, come funzionamento di apparati. Nessuno decideva, tutti eseguivano. In questa zona grigia il potere si sottrae al giudizio, trasformando scelte politiche in necessità tecniche. Ovviamente il nostro paragone riguarda i meccanismi di deresponsabilizzazione, non l’equiparazione dei contesti storici.

Ciliegina sulla torta: dietro l’alert — come si dice — non c’è solo l’agente, ma un database europeo condiviso tra gli Stati Schengen, e la destra non vede l’ora di dipingerlo come un vincolo esterno che decide al posto nostro. Così, gente, imparate a credere nell’Europa… Fidatevi del “sano nazionalismo” della destra.



Altro punto fondamentale: non si può chiamare in causa la modernità o il capitalismo come se fossero, in sé, responsabili. Sarebbe una scorciatoia comoda, ma totalmente sbagliata. Sarebbe come sostenere che dietro la Shoah ci sia il taylorismo o l’organizzazione scientifica del lavoro: una confusione tra strumenti e chi li usa. La modernità ha generato anche diritti, garanzie e limiti al potere — tutto ciò che, proprio in quel caso estremo, è stato deliberatamente calpestato e smantellato.

Il punto, allora, non è la tecnica, né l’organizzazione, né il capitalismo in quanto tali. Il punto è l’uso politico che se ne fa: quando strutture nate per rendere più efficiente e trasparente l’azione pubblica vengono piegate a occultare la responsabilità, allora smettono di essere strumenti di progresso e diventano dispositivi di potere. Rinviando alla razionalizzazione che se ne fa, per dirla in termini metapolitici, cioè di regolarità metapolitiche.

In sintesi: l’“obbligo di algoritmo”, diciamo così, sarebbe come attribuire a un meccanismo impersonale responsabilità che sono invece storiche e politiche. Il richiamo alla modernità serve a spostare il fuoco: non più le decisioni, non più chi comanda, ma un sistema astratto che tutto giustificherebbe. È un modo elegante per non chiamare le cose con il loro nome.



La seconda strada è quella di accanirsi sull’assistente parlamentare della Salis, ricordandone la natura di pregiudicato (per reati però chiaramente politici, cioè inseriti in un contesto di conflitto ideologico e sociale e non assimilabili alla criminalità comune), e così mettere in cattiva luce la Salis: una colpa per contiguità, una delegittimazione indiretta che evita accuratamente di entrare nel merito dei fatti. È esattamente ciò che fa “Il Tempo”.

Se questa destra fosse liberale si preoccuperebbe della gravità del comportamento della polizia. E invece che fa? Oltre a giustificare, tecnologicamente, la perquisizione, si accanisce portando acqua al mulino della guerra civile europea, prossima ventura, intesa come radicalizzazione crescente del conflitto politico e simbolico. Che passa proprio attraverso titoli e inchieste a comando di giornali come “Il Tempo”, che non pensano che a ridurre la politica al grado zero di cui sopra.

Il punto, allora, è semplice: non esiste alcun algoritmo che possa sostituire la responsabilità politica. Quando la destra si rifugia nella tecnica, quando trasforma una scelta in un automatismo, sta solo costruendo un alibi.
 


E quando, nello stesso tempo, sposta l’attenzione su figure marginali, su precedenti, su etichette, sta facendo un’operazione ancora più chiara: evitare di rispondere nel merito.

È così che la politica degrada. Non per l’esistenza del conflitto, ma per la fuga dalla responsabilità. Non per la radicalità delle posizioni, ma per l’uso sistematico della delegittimazione.

Non è la modernità a perquisire la Salis. Non è un algoritmo.È una scelta. Politica.

Ed è proprio quando la politica si traveste da tecnica che diventa più difficile da riconoscere e quindi più pericolosa. Perché il problema non è l’abuso in sé, ma la sua normalizzazione.

Carlo Gambescia

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