Con la morte di Umberto Bossi è scattato il rito stanco e prevedibile della santificazione: l’uomo, il padre, il combattente politico. Il copione è noto: si levigano gli spigoli, si attenuano le responsabilità, si trasforma una figura divisiva in un pezzo di memoria condivisa. Ma qui il punto non è la memoria. È la rimozione.
Perché Bossi non è stato solo un protagonista della Seconda Repubblica: è stato uno dei principali agenti, probabilmente il primo, di trasformazione del linguaggio politico italiano. Ha reso dicibile ciò che prima non lo era. Ha legittimato un pessimo registro politico che non è più mutato.
E quando il linguaggio cambia, prima o poi cambia anche la politica.
Bossi è stato qualcosa di più, e di meno: il prodotto e al tempo stesso il motore di un risveglio populista che ha segnato una cesura nello stile della politica italiana: il passaggio dalla retorica della transigenza alla retorica dell’intransigenza. Forma che poi si rivelata essere sostanza populista. Come detto, Bossi non unico responsabile, ma primo grande sdoganatore.
La sua cifra non era solo politica, ma culturale e morale: un populismo che legittimava la semplificazione brutale, la delegittimazione dell’avversario, la riduzione del conflitto a scontro identitario. I suoi non erano semplici slogan: erano maleodoranti “palle di merda”, così mi disse un caro amico giornalista, all’epoca pronto a imbracciare il fucile contro il leghismo “antiunitario” .
Perciò non è solo ciò che Umberto Bossi ha detto, ma come lo ha detto: un lessico che mescola insulto, minaccia e identità, e che ha finito per ridefinire i confini stessi del discorso politico:
Basti pensare a espressioni come “Roma ladrona”, vero marchio di fabbrica e costruzione di un nemico morale e territoriale, all’invenzione dell’idea forza della “Padania” e al richiamo costante alla “secessione” o alla “Padania libera”, più come leva di mobilitazione che come progetto politico concreto; fino alle iperboli più aggressive — “abbiamo il cappio pronto”, “fucili pronti” — che evocano un immaginario di giustizia sommaria e di conflitto quasi militare, passando per l’uso divisivo di termini come “terroni” e per il celebre “ce l’ho duro”, emblema di un vero e proprio “celodurismo” elevato a stile politico; il tutto dentro uno schema martellante, quello del “Nord che produce” contrapposto al “Sud che spreca”, che trasforma una questione economica complessa in una semplificazione morale e identitaria di grande efficacia comunicativa.
A lungo, inoltre, il fenomeno Bossi è stato frainteso — quando non sottovalutato — anche da chi avrebbe dovuto coglierne per primo la portata.
Una parte consistente della sinistra, già attraversata da proprie pulsioni populiste, non ha visto — o non ha voluto vedere — il veleno che si stava inoculando nel discorso pubblico: la riduzione della politica a invettiva, l’erosione della legittimità dell’avversario, la trasformazione del conflitto in delegittimazione morale. Del resto si tratta di un populismo che tuttora marchia larga parte della sinistra.
Quanto ai liberali italiani, il loro errore è stato diverso ma non meno grave: troppo spesso schiacciati su posizioni di destra e animati da una certa presunzione elitaria, hanno creduto di poter governare o incanalare il fenomeno.
La parabola di Gianfranco Miglio, per un periodo ideologo della Lega Nord, resta esemplare di questa illusione, come poi ammise lo stesso professore.
Così come la scelta di alcuni intellettuali liberali di sostenere Silvio Berlusconi, convinti di poter dare forma “razionale” a un’onda che, in realtà, sfuggiva per sua natura a ogni razionalizzazione. Tra questi, figure come Giuliano Urbani, Marcello Pera, Antonio Martino: nomi diversi, storie diverse, ma accomunati dall’idea — rivelatasi fallace — che il populismo potesse essere addomesticato dall’interno.
In questo senso, Umberto Bossi ha socchiuso una porta. Silvio Berlusconi l’ha aperta, trasformando la politica in narrazione permanente e personalizzata. Beppe Grillo l’ha spalancata, portando a compimento la radicalizzazione anti-istituzionale del discorso pubblico. Con lui rinasce – perché già il fascismo ne fece largo uso – l’intransigente retorica contro lo stato di diritto, il parla mento, le regole della democrazie liberale.
Come accennato un episodio simbolico resta quello della corda agitata in Parlamento da un deputato leghista negli anni Novanta: un gesto che evocava la forca per i “traditori”. Non fu una semplice provocazione folkloristica, ma un segnale preciso di sdoganamento della violenza simbolica. E Bossi non lo condannò mai davvero. Anche questo fa parte della sua eredità.
Il risultato di queste tre ondate non è stato tanto l’episodico rafforzamento della Lega di Matteo Salvini, tuttora buon maestro nel dire l'indicibile, quanto l’emersione di una forza capace di capitalizzarne gli effetti: Fratelli d’Italia e la leadership di Giorgia Meloni.
Qui sta il salto qualitativo. Non siamo più nella logica togliattiana del “partito di lotta e di governo”, ma in una dinamica più ambigua e, per certi versi, più insidiosa: una politica che si presenta simultaneamente come forza d’ordine e come interprete del disordine.
È una strategia che ha precedenti storici ben noti: la capacità, già sperimentata nel ciclo 1919-1926, di parlare a entrambe le pulsioni — quella anti-sistemica e quella securitaria — tenendole insieme in una sintesi apparentemente stabile.
Rispetto a Bossi, Berlusconi e Grillo, Giorgia Meloni aggiunge un elemento decisivo: la disciplina del linguaggio e la gestione accorta dell’ambiguità. Dove Bossi urlava, lei calibra. Dove Grillo rompeva, lei ricompone, almeno in superficie. Ma la logica di fondo resta: spostare progressivamente i confini del discorso pubblico, rendendo normale ciò che prima era impensabile.
Ecco perché la santificazione postuma di Bossi non è solo indulgente: è politicamente miope.
Non si tratta di giudicare un uomo, ma di capire un processo. Umberto
Bossi ha aperto una frattura nel discorso pubblico che altri hanno
allargato, raffinato, reso sistema.
Oggi ne vediamo gli effetti nella forma più compiuta: una politica capace di alimentare il conflitto mentre si presenta come sua soluzione, di evocare il disordine mentre promette ordine.
In questo quadro, vale la pena ricordare che i post-fascisti oggi al governo non furono affatto estranei, all’epoca di Tangentopoli, a quel clima di radicalizzazione: molti missini – a partire da Fini e dai sui colonnelli – si trovarono immersi, insieme a settori della sinistra populista, in una piazza trasversale e giustizialista, il cui simbolo resta il lancio delle monetine contro Bettino Craxi all’uscita dell’Hotel Raphael.
Sembra che tra quella folla eterogenea, difficilmente riconducibile a un solo colore politico, non mancassero presenze provenienti anche dall’area missina, a conferma di un passaggio in cui indignazione, giustizia e pulsione plebiscitaria finirono per sovrapporsi.
Anche questo fu Tangentopoli: non solo un momento di necessario repulisti, ma anche l’emersione di una forma di populismo giudiziario, in cui la piazza anticipava — e talvolta sostituiva — il giudizio politico.
In questo senso, l’eredità di Bossi non è un ricordo. È un percioloso dispositivo ancora attivo.
Ignorarlo — o peggio, edulcorarlo — non è un errore di memoria. È un errore di analisi. E, come spesso accade, gli errori di analisi si pagano.
Carlo Gambescia









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