Domenica e lunedì si vota sulla separazione delle carriere nella magistratura. E, puntuale, il dibattito si è incanalato nei soliti binari: da un lato le tifoserie politiche, dall’altro i tecnicismi giuridici. Non se ne può più. Meglio, allora, essere stringati (o quasi).
Siamo refrattari sia alla tesi dei “riformisti” sui treni che passano una volta sola, sia a quella dei custodi dell’esistente, per i quali ogni mutamento coincide immancabilmente con una minaccia. .
Peccato che il punto decisivo sia altrove. Si discute infatti come se il nodo fosse esclusivamente quello della terzietà del giudice, garantita dalla separazione tra magistratura requirente e giudicante. Ma è davvero questa la questione centrale? In realtà, la distinzione tecnica esiste ed è chiara, ma non risolve il problema principale: assicurare che la magistratura eserciti il proprio potere con reale autonomia e senza pressioni esterne.
A ben vedere, la questione decisiva non è interna alla magistratura, bensì riguarda il suo rapporto con gli altri poteri dello Stato. Non è un problema tecnico, ma sociologico — se si vuole, metapolitico.
Un corpo unitario, dotato di una dinamica centripeta, è strutturalmente più forte di un corpo diviso, attraversato da logiche centrifughe. Dividere la magistratura significa inevitabilmente ridurne la capacità di resistenza nei confronti degli altri due poteri, il legislativo e soprattutto l’esecutivo.
E qui sta il nodo che spesso sfugge: un giudice può essere davvero “terzo” rispetto al giudicando solo se, prima ancora, è in grado di essere terzo rispetto agli altri poteri dello Stato. Se questa condizione viene meno, la terzietà processuale rischia di diventare una formula vuota.
Possibile che non si colga questo nesso? Sembra di parlare ai sordi.
Il punto, allora, non è schierarsi nelle consuete contrapposizioni. La destra, in questa partita, sembra perseguire — più o meno esplicitamente — un obiettivo di riequilibrio dei poteri attraverso forme di controllo sulla magistratura, che finiscono per tradursi in un suo progressivo indebolimento. La sinistra, dal canto suo, tende a opporsi evocando garanzie e principi, ma raramente mette a fuoco fino in fondo la dimensione strutturale del problema: il rapporto di forza tra poteri.
Per queste ragioni – diciamo metapolitiche e di realistica sociologia liberale – chi scrive voterà no.
Non per adesione alle ragioni del partito per il no, ma per una considerazione elementare: nella storia dei poteri, ogni intervento sulla loro struttura produce conseguenze concrete. Dividere un organo che oggi opera con relativa autonomia può avere l’effetto, inatteso o non voluto, di comprometterne l’efficienza senza garantire necessariamente maggiore indipendenza o controllo.
Il resto — le nobili intenzioni, le dispute tecniche, le dichiarazioni di principio — appartiene al repertorio delle giustificazioni, che spesso arrivano dopo, quando gli effetti nefasti sono già visibili.
Carlo Gambescia




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