I primi giorni di guerra comprovano come la fuga dalla realtà sia diventata uno dei tratti più inquietanti della comunicazione politica contemporanea, soprattutto in Occidente.
Non si tratta solo della guerra, ma di come la guerra viene dipinta. Nelle ultime settimane l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha aperto una crisi regionale di enorme portata, con il rischio concreto di un conflitto più ampio, capace di andare oltre il Medio Oriente. Eppure, nel dibattito pubblico che accompagna questi eventi, soprattutto sui social ma ormai anche nei media tradizionali, circola una quantità impressionante di narrazioni assurde, spiegazioni infantili, teorie improvvisate.
È il segno di una regressione del discorso politico. Con l’irruzione di Donald Trump la politica internazionale ha conosciuto una trasformazione profonda: la legittimazione di una comunicazione che non sente più il bisogno di mantenere un rapporto serio con i fatti.
Il trumpismo ha mostrato che nell’universo social la politica può funzionare anche senza il vincolo della realtà. Non si tratta più di interpretare gli eventi, ma di costruire storie emotive e identitarie che prescindono da essi. Alcuni studiosi parlano di Post-Verità: una condizione in cui i fatti pesano meno delle emozioni e delle narrazioni che rafforzano identità e appartenenze.
Non si tratta semplicemente di menzogne, fenomeno antico quanto la politica, o di propaganda di guerra, nel senso del classico studio di Marc Bloch; riguarda piuttosto la progressiva marginalizzazione della verità come conoscenza basata su evidenze, relazioni causali e metodi scientifici, e della sua rilevanza nel dibattito pubblico.
Siamo davanti a una regressione antropologica. La guerra diventa così una trama da racconto elementare: dietro ogni evento ci sarebbe una cabala nascosta, un complotto familiare, una spiegazione semplice che sostituisce la complessità metapolitica.
In questi giorni circola, per esempio, la teoria secondo cui la politica americana verso Israele e il MedioOriente si spiegherebbe attraverso relazioni familiari o religiose legate alla famiglia di Trump.
È un modo arcaico e quasi infantile di leggere la politica internazionale. Le guerre tra stati non nascono più da genealogie o matrimoni, come nell’Europa dinastica dei Borboni e degli Asburgo o in alcune vicende del tardo Impero romano. Sono il prodotto di decisioni politiche, conflitti di potere, interessi nazionali, paure collettive e rappresentazioni ideologiche. Ridurre tutto a storie di famiglia significa semplicemente abbandonare la realtà. E credono a queste stupidaggini barba di professori.
Non è necessario essere formalmente belligeranti per essere immersi in una crisi dalle dimensioni e conseguenze inquietanti. L’Europa è già dentro questa crisi, simbolicamente, economicamente, strategicamente e militarmente. Negarlo è una forma di auto-illusione politica.
Il problema però è più profondo dei singoli leader. Le democrazie liberali vivono dentro uno spazio informativo completamente aperto, dove qualsiasi narrazione può circolare e acquisire visibilità. Questo produce un paradosso: proprio la libertà dell’ambiente comunicativo permette la proliferazione di teorie deliranti, semplificazioni brutali e ricostruzioni fantasiose.
Nei sistemi autoritari come Russia o Cina questo problema non esiste, perché la comunicazione pubblica è rigidamente controllata fin dal livello dei social. Non è più vera, ma è coerente e disciplinata. Le democrazie liberali invece pagano il prezzo della libertà: un universo informativo dove la realtà compete continuamente con la fantasia.
Il risultato è una progressiva infantilizzazione del discorso pubblico. Questioni estremamente complesse — guerre regionali, equilibrio nucleare, mercati energetici, competizione tra potenze — vengono raccontate attraverso categorie primitive: buoni e cattivi, complotti, tradimenti, narrazioni tribali. È una sorta di ritorno all’età della pietra della comunicazione politica: tecnologia sofisticatissima e linguaggio politico arcaico.
Il vero rischio non è rappresentato da un singolo leader o da una singola dichiarazione, ma dall’erosione della razionalità pubblica. La politica moderna funzionava perché esisteva almeno un presupposto implicito condiviso: i fatti esistono, e il conflitto politico riguarda la loro interpretazione. O “razionalizzazione”. Che è cosa bene diversa dall’ inventare di sana pianta. Per capirsi, una cosa è dire, il marinaio greco cercava di ingraziarsi Poseidone con i sacrifici (razionalizzazione di un fatto), un’ altra è dire che non è vero che il marinaio greco cercava di ingraziarsi Poseidone, eccetera (Post-Verità, come negazione di un fatto).
Oggi questa premessa vacilla. I fatti stessi diventano oggetto di disputa, oppure vengono sostituiti da retoriche rigide ed emotive che non hanno alcun rapporto con la realtà.
Quando questo accade, la democrazia liberale entra in una zona pericolosa. Senza una base minima di realtà condivisa il dibattito pubblico smette di essere uno spazio di deliberazione e diventa una giungla di leggende metropolitane concorrenti.
E nelle giungle, come è noto, non prevale chi ha ragione: prevale semplicemente chi urla più forte. Unitamente al possesso della clava più grossa.
Tra le molte storielle che circolano in questi giorni ce n’è una particolarmente rivelatrice: quella secondo cui Donald Trump porterebbe la libertà in Iran, come Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill, grandi leader liberali, la riportarono giustamente in Europa. Impartendo ai fascisti una lezione storica.
Come può un fascista come Trump impartire lezioni ad altri fascisti? E soprattutto preoccuparsi della libertà del tribolato popolo iraniano?
Post-Verità, null’altro che Post-Verità. O se si preferisce, come dicevamo, una fantasia consolatoria, chiaro segno di infantilismo politico. E storico.
Carlo Gambescia






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