lunedì 23 marzo 2026

Quel 46 per cento… Vince chi urla di più: il vero esito del referendum

 


Non c’è da gioire sul dato di ieri sull’affluenza: un 46 per cento. E per una ragione molto semplice: è una classica vittoria di Pirro.

Perché, cari lettori, qual è il vero obiettivo di questo referendum? Certo, una grande affluenza. Ma in che senso? Misurare la capacità di mobilitazione delle masse elettorali. Una battaglia brutale, a colpi dei più volgari slogan, per spingere l’elettore a uscire di casa e andare a votare. Mai come in passato, questo è lo scopo, neppure troppo nascosto, di una destra e di una sinistra sempre meno liberali e sempre più inclini a una torsione plebiscitaria.

Il fatto nuovo, soprattutto degli ultimi trent’anni, è che questo voto sembra premiare non idee o ragioni, ma soltanto chi sa farsi sentire di più. La campagna elettorale ha raggiunto livelli non comparabili con quelli del passato. Siamo davanti a un unicum. E questo non è un segnale di vitalità democratica: è il rumore che copre la sostanza. Siamo davanti a una vera svolta. Ovviamente negativa.







Va anticipato che l’istituto del referendum — ammesso e non concesso che sia pienamente compatibile con la democrazia liberale — si presta facilmente a deformazioni plebiscitarie, soprattutto in contesti poveri di informazione e ricchi di propaganda. Più che uno strumento di decisione razionale, diventa così un amplificatore dello scontro ideologico: una vera e propria democrazia degli urlatori.

Tanto più se, come mostrano i nostri calcoli (*), solo una quota estremamente ridotta dell’elettorato dispone davvero degli strumenti culturali e informativi per orientarsi consapevolmente: nell’ordine di più o meno 400 mila individui su circa 50 milioni di aventi diritto. In queste condizioni, la qualità della decisione non può che cedere alla forza della mobilitazione.

I partiti lo sanno benissimo e forzano la mano. Giocano sporco. Di qui il ricorso sistematico agli insulti, alle scene madri, all’appello ai riflessi più bassi dell’elettorato.



Si chiama democrazia emotiva.E non è un incidente. È il riflesso di un clima più generale.

La nostra società — al di là delle retoriche sulla “cura” e sul “siate bravi” — resta profondamente permeata da una estetica della violenza: una violenza innanzitutto simbolica, diffusa, normalizzata, resa quasi invisibile dalla sua continua esposizione.

Basta guardare alla produzione culturale di massa. Anche opere nate sotto il segno dell’ambiguità e del chiaroscuro vengono piegate a una logica di intensificazione emotiva e spettacolare. Il recente adattamento televisivo di un romanzo di Tobino ne è un esempio: non più introspezione, ma deformazione, fino a lambire il registro horror. Non è un dettaglio: è il segno di un immaginario che, per catturare attenzione, deve alzare costantemente la soglia della tensione.



È la stessa logica che ritroviamo nella politica.

Una violenza diffusa, molecolare, che attraversa i rapporti quotidiani — spesso proprio nei contesti più fragili — e che contribuisce a creare un clima pubblico vulcanico. Ma con una particolarità: è una violenza senza rischio.

Ed è qui che il discorso si allarga. Perché gli stessi leader che, sul piano interno, alimentano un linguaggio da guerra civile simbolica, sul piano internazionale mostrano spesso un atteggiamento opposto. Il registro cambia: dalla spavalderia si passa alla cautela, quando non al silenzio.

Non è un caso isolato, ma una dinamica ricorrente: la retorica aggressiva funziona soprattutto dove non costa nulla.
 

In questo senso, è esemplare il caso della leader giapponese rimasta sostanzialmente silente di fronte alla pesante ironia di Trump sull’attacco a Pearl Harbor — un po’ come fare una battuta sull’11 settembre a un americano seduto accanto.
Episodi analoghi hanno riguardato anche altri leader europei.



Detto alla buona: forti con i deboli, deboli con i forti. Una dinamica che si riflette, amplificata, anche nella politica interna: si urla contro il vicino e si tace davanti al potente. Una violenza senza rischio, che compensa con l’eccesso verbale la propria irrilevanza.

Limiti della liberal-democrazia?

Più semplicemente, limiti umani. L’uomo è antico. E non è una scoperta recente che, quando il popolo decide senza filtri, la linea di confine tra democrazia e demagogia tende a dissolversi rapidamente. Il liberalismo, semmai, è stato il tentativo moderno — sempre fragile — di contenerne gli effetti.



Quel 46 per cento di affluenza registrato ieri sera — elevato rispetto a consultazioni referendarie recenti e significativo anche se confrontato con le ultime politiche — indica già un vincitore implicito: la logica della mobilitazione urlata.

Per questo, al di là dell’esito tecnico del referendum, il vero risultato è già scritto: non conterà chi ha ragione, ma chi ha gridato di più.

E ogni volta che accade, la democrazia liberale perde un pezzo, senza che quasi nessuno se ne accorga.


 


Perché il passaggio non è improvviso, ma graduale: prima si alza la voce, poi si abbassa il livello, infine si smette di distinguere.

E a quel punto, non resta più molto da difendere.

 

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/03/quanti-elettori-avranno-davvero-letto.html .

Nessun commento:

Posta un commento