Neppure dieci giorni di guerra e già si parla di crisi petrolifera. Già l’automobilista è in panico: “ E so’ du’ euro”. Come se non si sapesse che le crisi economiche seguono cicli più lunghi, quelli dei bilanci, dal consumatore alle grandi imprese transnazionali. Quindi qual è la realtà? Oltre alle solite lamentazioni da individualista protetto, pure alla pompa?
Il prezzo della benzina, in realtà, non nasce alla pompa ma nei mercati globali del greggio, dove le aspettative geopolitiche vengono immediatamente incorporate nelle quotazioni del Brent Crude (il greggio del Mare del Nord che funge da principale prezzo di riferimento mondiale). Tuttavia, tra percezioni di rischio amplificate e reazioni politiche dettate dall’ansia elettorale, queste oscillazioni tendono spesso a essere sovrastimate.
Va detto con chiarezza: la guerra è reale e drammatica, ma non è colpa dei mercati né dei petrolieri. Questi ultimi vogliono pompare barili, non bombe. Eppure la retorica politica tende a scaricare tutte le colpe su di loro, mentre chi ha effettivamente scatenato conflitti parla di difendere il consumatore.
Ciò che impedisce una comprensione di come funziona un mercato è la molla moralistica che, nelle democrazie dove si vota regolarmente e i governi ne dipendono, si combina con quella elettorale: guai perdere voti. Primum vivere.
Che cosa accade allora? Che ai tentativi di “speculazione” – se proprio vogliamo usare questo termine – dei consumatori, precipitatisi in massa presso le pompe di benzina per riempire i serbatoi, risponde, come regolarmente capita quando aumenta la domanda, l’aumento del prezzo alla pompa.
Poi interviene la politica. E la situazione peggiora. Anche in Italia si asseconda la solita caccia al benzinaio nemico del popolo. Non solo: neppure dieci giorni di guerra (10/360 di un bilancio annuale), già si parla di tassazione dei sovraprofitti, indicando al popolo il petroliere vampiro, dopo avere crocifisso, come detto, il suo homunculus: il benzinaio.
In realtà l’industria petrolifera è un’industria ad altissima intensità di capitale: impianti, piattaforme, raffinerie, trasporti. Costi fissi enormi che devono essere ripartiti su grandi volumi di produzione. Quando la domanda cala, questi costi pesano di più sui volumi venduti e i margini si comprimono.
Certo, anche tenendo conto del fatto che organizzazioni come l’OPEC possono talvolta coordinare riduzioni della produzione e che i mercati finanziari del petrolio amplificano le oscillazioni attraverso contratti futures legati al Brent Crude, la sostanza economica non cambia di molto. L’economia, infatti, non si basa sul rifiuto di vendere ma sulla cessione dei beni. Si può trattenere l’offerta per un po’, certo. Ma prima o poi il petrolio deve essere venduto, perché solo la vendita consente di recuperare gli enormi capitali investiti.
Se è così, non è forse più razionale lasciare che sia l’equilibrio tra domanda e offerta a fare il suo lavoro, invece di inseguire ogni oscillazione dei prezzi con allarmi politici e improvvisate campagne contro gli “speculatori”?
Precisiamo che le nostre sono le osservazioni di un sociologo dell’economia, non di un economista puro: i comportamenti politici e sociali influenzano la percezione dei mercati più di quanto non facciano i fondamentali economici. Sociologo liberale diciamo. Quanto all’approccio lo si può chiamare metapolitico.
Quindi cosa fare invece in queste situazioni? Tenere i nervi saldi (pensiamo ai politici) e giocare di rimessa: se i prezzi aumentano, i consumi diminuiscono. E basta un poco di pazienza perché offerta e domanda riportino i prezzi verso l’equilibrio.
Per capirsi: la benzina, seguendo le leggi del mercato, costerebbe molto meno di quanto costa oggi. Inoltre, cosa non secondaria, se il prezzo è elevato è soprattutto per via della tassazione, particolarmente pesante in paesi come l’Italia e in Europa, dove le imposte rappresentano circa il 55–60% del prezzo finale, comprimendo il margine reale dei produttori e incidendo direttamente sul portafoglio dei consumatori.
Così stanno le cose. Il resto è la solita liturgia statalista: caccia allo speculatore, al benzinaio e al petroliere vampiro. Per dirla con un grande economista romano del Novecento: tutto il resto è noia.
O individualismo protetto. Dallo Stato.
Carlo Gambescia





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