lunedì 4 ottobre 2021

La destra impresentabile e la politologia alla moda

“Repubblica” sguazza nella storia milanese dei finanziamenti illeciti e dei saluti nazisti che sembra aver travolto Fratelli d’Italia e la sua leader Giorgia Meloni. E chi intervista? Sofia Ventura, professoressa universitaria, che insegna scienza politica, sempre molto attiva sui media, che incrociò Alleanza Nazionale negli anni d’oro di Fini, andando spesso in tv in quota (ideale) destra post-fascista. Come in fondo fu per Fisichella, prestigioso professore universitario, sempre di scienza politica, che però si impegnò più a fondo nella cosiddetta transizione dal Movimento Sociale ad Alleanza Nazionale. A dire il vero con scarsi risultati. Quel che Sofia Ventura dice sulla Meloni e Fratelli d’Italia è condivisibile. Ma come può essere condivisibile, nel senso della piacevolezza, uno Spritz con stuzzichini vari. Finito l’aperitivo, non ci si ricorda più quello che si è bevuto e mangiato fino al successivo. Va ricordato che Sofia Ventura, come testimoniano i suoi libri, studia la retorica politica nei suoi effetti di ricaduta comunicativa sulla politica. Uno dei tanti filoni, di una politologia sempre più superficiale, che però, neppure a farlo apposta, richiama l’attenzione dei media. Insomma, che piace alla gente che piace. Diciamo una politologia alla moda, leggera, leggera, prêt-à-porter… E si nota. A un certo punto l’intervistatore chiede a proposito del pendant neofascista di Fratelli d’Italia: “ È un passo indietro rispetto alle scelte di Gianfranco Fini, che lei guardò con favore?” Risposta: “Assolutamente. Fini era già espressione di un mondo diverso, divenne di destra perché i comunisti gli impedirono di vedere Berretti verdi al cinema. Meloni parla con rispetto di Fini, che l’ha lanciata, ma gli imputa anche il tradimento. E tutto il suo agire va nella direzione di recuperare l’orgoglio vilipeso”. Detto altrimenti: Fini era anticomunista ma non fascista. Mentre, come si legge qualche riga prima, il rapporto tra Giorgia Meloni e il neofascismo missino sarebbe di tipo esistenziale… Ma lasciamo la parola alla professoressa Ventura: “Perché quella è la sua dimensione esistenziale, fondamentalmente. Lei viene da una scuola da sezione di Colle Oppio e l’intelaiatura del suo partito è ancora quella da ex Msi. Quindi da un lato avverte l’esigenza di dichiararsi presentabile, dall’altro vuole preservare la propria identità, strizzando l’occhio a un elettorato identitario”. Che Fini non fosse fascista è una specie di leggenda metropolitana messa in giro, quando si dice il caso, proprio dai suoi detrattori missini e postmissini. Non dichiarò forse, appena “sdoganato” de Berlusconi, che Mussolini era il più grande statista del Novecento? Per non parlare del sua idea di “Fascismo del 2000”, evocato ancora all’inizio degli Anni Novanta… Ecco, non crediamo che la professoressa Ventura salvi Fini per salvare se stessa da passate aperture di credito politologico nei riguardi di An e del suo leader. Scorgiamo piuttosto, nel suo giudizio, i limiti di un approccio politologico legato all’esame delle parole, degli atteggiamenti (neppure dei comportamenti) dei leader. Se si vuole alla superficie della politica. Un approccio poco attento ai fatti e alle costanti della metapolitica. In realtà, il migliore studio sulla difficoltà per i postmissini di dire addio al fascismo è di uno storico, Roberto Chiarini, che, già all’inizio degli anni Duemila, riprese ed elaborò il concetto di “integrazione passiva” (**). Come? Ponendo giustamente l’accento sulla contraddizione tra la necessità di una conversione democratica per accedere alla spartizione delle risorse politiche (quindi della “regolarità” conquista del potere, e conseguente sforzo egemonico sulla base di regole liberal-democratiche) e l’antico disprezzo verso il sistema democratico e le sue procedure. Cosa, quest’ultima, che è anche questione culturale, e solo secondariamente di retorica politica. Un disprezzo che viene da lontano, in contrasto, ovviamente, con un disegno egemonico di integrazione democratica. Qualcosa che è nel Dna del fascismo e del neofascismo, e che prescinde, dalle “strizzate d’occhio” identitarie. Un idem sentire fascismo, che parte in automatico. Semplificando: i postmissini sono irrecuperabili alla democrazia liberale. Siamo davanti a tropismi politici, alimentati da agenti esterni, secondo quella nomenclatura, ben studiata da Kunnas nella “Tentazione fascista”. Di qui, l’integrazione passiva, nel senso di una accettazione tattica delle regole per così dire, ma non dei contenuti delle regole, rifiutati sul piano strategico per ragioni di Dna ideologico. Il che spiega la dimensione politica del passato che non passa ( dimensione in senso schmittiano-freudiano) piuttosto che retorico-esistenziale ( di "strizzate d'occhio" e "aggiustamenti" sui lanci d'agenzia). Per dirne una: nel 2008, in piena egemonia finiana, la conquista del comune di Roma, da parte di Alemanno, fu salutata con i boschi di braccia tese. E Fini, a differenza della monaca di Monza, ma in mondo altrettanto sventurato, non rispose, minimizzò. Concludendo, studiare il nodo della cravatta di Fini e Sarkozy non è politologia ma una caricatura della politologia. E si vede. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... *********************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) Qui l’intervista:https://www.repubblica.it/politica/2021/10/04/news/fdi_e_l_inchiesta_sulla_lobby_nera_a_milano_sofia_ventura_da_meloni_non_arrivera_mai_la_condanna_del_fascismo_-320631651/ (**) Si veda R. Chiarini, “L’integrazione passiva” in R. Chiarini e M. Maraffi ( a cura di), “La destra allo specchio. La cultura politica di Alleanza Nazionale”, Marsilio, Venezia 2001.

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