*********************senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica"*******************
venerdì 5 aprile 2019
venerdì 23 dicembre 2022
“Storicizzare” Voltaire
Per capire come Voltaire ancora viva e lotti insieme a noi liberali, basta accendere la radio e apprendere che in Afghanistan alle donne viene impedito l’accesso all’ università. L’intolleranza non è mai stata sconfitta del tutto. E chi sa se lo sarà mai. Di qui l’importanza di continuare a leggere e rileggere Voltaire: il filosofo, il drammaturgo, lo scrittore, il “giornalista” e, ultimo ma non ultimo, lo storico.
E qui giunge a puntino, come si dice, quel “monumento” cartaceo appena uscito, che consiste nella raccolta delle sue Opere storiche , cura di Domenico Felice, autentico stacanovista della storia del pensiero illuminista (Giunti-Bompiani/il Pensiero Occidentale, pp. 3120, testo a fronte, euro 90.00). Raccolta preceduta da un’altra opera fondamentale in ambito di storico, sempre di Voltaire, uscita nel 2017 nei Millenni Einaudi, curata ça va sans dire dal professor Felice, il celebre Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni.
Sicché, chi voglia respirare dell’aria fresca, anche in Occidente, dove l’organicismo welfarista e il fondamentalismo del politicamente corretto (a destra come a sinistra) non sono da meno, seppure secondo “modalità dolci”, non afghane, ora dispone di un quadro pressoché completo.
La raccolta, frutto di un eccellente lavoro a più mani, di curatela e traduzioni, coordinato da Domenico Felice (che tra l’altro si avvale di una dotta e sottile introduzione di Roberto Finzi, altro illustre specialista, scomparso di recente) comprende i seguenti studi: 1) Sulle diverse maniere di scrivere la storia (raccolta di scritti vari metodologici, come si direbbe oggi) a cura di Riccardo Campi; 2) Storia di Carlo XII re di Svezia, traduzione di Luigi Delia, rivista e annotata da Pietro Venturelli; 3) Il secolo di Luigi XIV , traduzione di Carlo Tugnoli, rivista e annotata da Domenico Felice; 4) Annali dell’Impero dal Regno di Carlo Magno e Appendice, a cura di Domenico Felice; 5) Storia della guerra del 1741 e Appendice, traduzione di Carlo Tugnoli e annotazione di Domenico Felice; 5) Storia dell’Impero russo sotto Pietro il Grandee Appendice, traduzione di Simón Gallegos Gabilondo, rivista e annotata da Piero Venturelli; 6) Compendio del secolo di Luigi XV e Appendice, curata da Riccardo Campi.
La lista può apparire noiosa, ma a differenza delle cattedrali medievali, opere quasi sempre anonime, questa “cattedrale” storica voltairiana ha i suoi architetti, che meritano la nostra riconoscenza. Di qui l’importanza dei nomi e dei cognomi.
Solo un’ultima cosa, prima di entrare nel merito della raccolta. Come ricorda Domenico Felice, altri lavori storici dei quali il cultore avrà rivelato l’assenza ( come Histoire du Parlement de Paris e Fragments sur l’Inde et sur le général Lalli), verranno pubblicati in una successiva raccolta di scritti giuridici.
Croce o Diaz? Ecco il dilemma. Che si pone, per chiunque abbia in biblioteca due opere che in ambito italiano racchiudono ermeneutiche opposte, o quasi, sulla natura del lavoro storico voltairiano: il Croce di Teoria e storia della storiografia (1927) che parla di astrattezze e “prammatismo” . Il Furio Diaz, di Voltaire storico (1958) che invece ne rivendica la concretezza. Probabilmente semplifichiamo troppo. Del resto non siamo storici delle idee ma umilissimi sociologi.
Per dirla altrimenti, e proprio in sociologhese: nell’opera storica di Voltaire, il mutamento sociale rinvia alle libere scelte degli individui e a una “certa” idea di progresso, storicizzato secondo le concrete possibilità delle differenti epoche (Diaz)? Oppure tutto si riduce a un astratto e antistorico accumulo di curiosità nei più diversi cassettini storici, sempre in bilico tra astrattezze e convenienze del momento (Croce)?
Il gruppo di fucilieri che ha introdotto e curato l’articolata raccolta, Finzi, Felice, Campi. Venturelli sembra essere dalla parte di Furio Diaz: tutti pronti ad aprire il fuoco contro certi eccessi cuochiani di Croce.
E qui si noti una cosa. Dal punto di vista della (presunta) astrattezza, Hayek, che in Legge, legislazione e libertà, cita Voltaire una sola volta nel testo, e quasi di sfuggita, lo riconduce, diciamo a grandissime linee nell’alveo dei costruttivisti. Però – ecco il punto interessante – si guarda bene dall’approfondirne il pensiero: Hayek fiuta il pericolo e preferisce concentrare il suo fuoco, e giustamente, su Bentham, vero e proprio ingegnere sociale (*).
Cosa significa? Che il pensiero di Voltaire è complesso, o meglio molto articolato. E che della cosa, prudentemente, si è accorto anche il più grande teorico del liberalismo novecentesco. Che, infatti, a Croce non piaceva. Ma questa è un’altra storia che riporta alla mancata edizione italiana, per i tipi di Laterza, de La via della schiavitù.
Articolato in che senso? Che la pallottola che uccide Carlo XII, o il vaiolo che porta alla morte Luigi XV, sono secondo Voltaire fatalità che si possono trasformare in opportunità. Che gli uomini devono riuscire a cogliere: nel primo caso concentrandosi, post factum , sulle vere riforme interne, nel secondo ricorrendo al vaccino. E cos'è tutto ciò? Se non un'occasione di progresso ben individuata da Voltaire (oggi si direbbe “ una finestra”)?
E qui va fatta un’altra osservazione: l’invenzione – anche istituzionale – procede lungo un cammino dall’alto verso il basso: saranno i nobili a farsi inoculare il vaccino per primi dando così l’esempio. La spirale del progresso, secondo Voltaire, ha bisogno, per essere avviata, degli uomini migliori, comunque eccezionali e in circostanza (che costituiscono l’eccezione ambientale). Uomini che però sono quasi sempre in alto, come ad esempio Luigi XIV e Pietro Il Grande.
Qui risiede la differenza tra Voltaire e Guizot. Non sobbalzino sulla sedia gli specialisti di storia delle idee.
Tra Voltaire e Guizot si frappongono la Rivoluzione e Napoleone. Voltaire crede nello statista illuminato, Guizot (ma anche Constant e Tocqueville) ne ha invece assaggiato la frusta. Di qui una diversa valutazione, ad esempio, dello sviluppo delle istituzioni parlamentari in Francia e in Gran Bretagna: entrambi ammiratori, ma Voltaire alla luce della Francia pre-rivoluzionaria, Guizot, di quella post-napoleonica. E qui sarebbe interessante rileggere la Histoire du Parlement de Paris in parallelo con le opere guizotiane dedicate alle sviluppo delle istituzioni rappresentative in Francia, a partire da De gouvernement répresentatif (1816).
Sicché – forse sintetizzando troppo – nei processi di innovazione (chiediamo scusa per il sociologhese) per Guizot i grandi uomini sono l’eccezione ambientale, per Voltaire la regola.Come dire? Il necessario plusvalore innovativo.
In Guizot, i processi sociali vanno assecondati (dal basso verso l’alto), in Voltaire esiste invece il gusto della sfida dell’uomo di eccezione ( dall’alto verso basso). A Voltaire sembrano sfuggire, in termini di effetti di ricaduta, le asprezze cripto-totalitarie. Non per colpe proprie, ma per semplici ragioni anagrafiche: perché nato e morto prima.
Ciò non significa, come sostiene giustamente Diaz, che Voltaire, pur nel suo élitismo (che a dire il vero ritroveremo, rivisto e corretto anche nel Guizot politico “dell’arricchitevi”), talvolta schematico, ignori come il progresso si nutra di tutti gli aspetti della realtà, nel bene come nel male.
Proprio secondo Guizot, Voltaire sapeva cogliere, come scrittore, gli aspetti poetici, diciamo romantici, anche positivi della realtà, perfino di certe usanze sociali di quei secoli “bui”, che in qualche modo ancora persistevano nel secolo XVIII. Però Voltaire, aggiunge Guizot, risentiva dello spirito di questo secolo, e perciò secondo un micidiale gioco di azioni e reazioni tendeva a condannarlo in blocco (**).
La domanda probabilmente è oziosa, però in qualche modo intellettualmente necessaria: come avrebbe reagito Voltaire alla Rivoluzione e Napoleone? Natura o cultura? Colpe umane, frutto di un antropologia negativa? O abuso della ragione?
Hayek e Guizot hanno parlato di abuso della ragione. Ma post factum. Troppo facile. Ciò significa, che anche Voltaire, in coerenza con la lezione di Diaz, va “storicizzato”. E in questo senso la raccolta curata da Domenico Felice è un importantissimo contributo alla discussione critica e scientifica. Ma anche, cosa non meno importante, a far sì che Voltaire possa continuare a vivere e lottare insieme a noi liberali.
Carlo Gambescia
(*) Si veda F.A. Hayek, Legge, legislazione e libertà, Il Saggiatore, Milano 1989, p. 37.
(**) Il punto è svolto in F. Guizot, Storia della civiltà in Francia, a cura di R. Pozzi, Utet, Torini 1974. pp. 767-768.
lunedì 15 aprile 2019
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| Copertina dell'edizone italiana (1970) |
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| François Guizot |
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Camillo
Benso, conte di Cavour
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| Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi |
giovedì 28 novembre 2019
sabato 6 aprile 2019
mercoledì 26 aprile 2023
Galli della Loggia e il partito “liberal-conservatore”
Il professor Galli della Loggia è nato nel 1942. Nel 1968, anno delle meraviglie, aveva ventisei anni. E lo visse da contestatore politico o comunque da simpatizzante. Oggi ne ha ottantuno. Ed è diventato conservatore. Di professione storico. È una figura nota, scrive sul “Corriere della Sera”. Ha un buon numero di libri all’attivo. Partecipa insomma, e con merito per carità, al dibattito pubblico e da posizioni di vertice.
Perciò restiamo di sasso, quando per consigliare Giorgia Meloni, che – cosa tutta da provare – sembra puntare alla costruzione di un partito “liberal-conservatore”, scrive banalità del genere. Due in particolare.
La prima.
"Perché, insomma, una posizione conservatrice appare specialmente in Italia sempre fautrice di un che di retrivo, di ottusamente legato al passato?
La risposta è facile: perché nella società italiana il pensiero dominante è portato a giudicare sempre e comunque positivo ogni cambiamento, a salutare con soddisfazione ogni distacco da pratiche e principi del passato. Perché qui da noi occupa una posizione egemonica una narrazione progressista nella quale si riconosce la stragrande maggioranza della comunicazione, dei media e della cultura che ha più voce, inclusa quella cattolica".
La seconda.
"Il compito primo di un partito conservatore mi sembra che non debba certo essere quello di cercare di riportare in vita istituti e principi ormai morti perché figli di un’altra epoca (questo è semmai il mestiere dei reazionari). Al contrario, il suo compito dovrebbe essere quello di provare a cambiare la narrazione del presente sottraendolo per l’appunto ai tracciati convenzionali, alle vulgate progressiste, e mostrandone invece la realtà altamente problematica, spesso irrealistica" (*).
Insomma, un partito “liberal-conservatore” dovrebbe battersi contro l’egemonia della “cultura del cambiamento”. Che porta “a giudicare sempre e comunque positivo ogni cambiamento, a salutare con soddisfazione ogni distacco da pratiche e principi del passato”.
Intanto parlare di liberalismo conservatore è un errore. Perché l’esercizio della libertà non rinvia al contenuto dei valori. Per contro, il conservatorismo è una scelta che ricade sui valori.
Peraltro è vero che in Italia, prima dell’avvento del fascismo, esisteva una tradizione politica liberal-conservatrice, ma era tale, nel senso di una difesa dei valori liberali dall’assalto della democrazia ugualitaria, all’epoca rappresentata, dalla tumultuosa ascesa dei partiti, radicali, repubblicani, socialisti e anarchici. In qualche misura il liberalismo conservatore si definiva antigiacobino e anticomunardo.
In qualche misura Galli della Loggia, non sappiamo se intenzionalmente o meno, sembra rispolverare lo scontro, nella Francia della Restaurazione, tra il partito della resistenza e il partito del movimento, o cambiamento: tra chi difendeva il costituzionalismo orleanista, censitario, come conquista finale, da difendere a ogni costo, e chi invece, aspirava al cambiamento, al suo sviluppo democratico, se non addirittura socialista e repubblicano. Alla fine Guizot, uomo politico e storico mai banale, che rappresentava il partito delle resistenza, cadde, travolto dalla rivoluzione del 1848.
Non è perciò un buon consiglio. Il problema è che Galli della Loggia, che culturalmente resta legato alla sua visione giovanile socialista, non è mai stato un liberale. Sicché, ricade sempre nello stesso errore: quello di sottovalutare il valore della libertà, fino al punto di inventarsi un non casto connubio politico, che oggi non ha più senso, tra liberalismo e conservatorismo, tra guizotismo e melonismo, per opporsi, come scrive, alla “cultura del cambiamento” della sinistra.
In realtà, la prima cosa da rivendicare resta la libertà. E in tutti i campi, dal culturale all’economico, dal sociale al civile, lasciando che la si interpreti secondo i valori personali. Può essere anche “cambiamento”? Certo, ma non è questo il problema. Il vero problema è quello di voler attribuire un contenuto, di qualsiasi genere (conservatore o progressista) alla libertà.
Attribuzione, cosa che Galli della Loggia come ex socialista non sembra tenere nel dovuto conto, che regolarmente culmina nella tentacolare e gelatinosa espansione del poteri dello stato. Che invece di restare neutrale (insomma di non essere conservatore né progressista), finisce per legiferare troppo sposando una delle due cause (conservatrice o progressista).
Di conseguenza, un partito liberal-conservatore, rischierebbe di fare la stessa fine del liberalismo guizotiano. Come dicono a Napoli, di “mantené ‘o carro p’a ‘a scesa”. E, si badi, Giorgia Meloni non ha nulla in comune con Guizot, ingegnoso uomo di stato e storico di grande valore.
Pertanto, se proprio si deve ricorrere a un’etichetta, si usi il termine, senza aggettivi, di (partito) liberale, ma, cosa importantissima, nel senso di neutrale rispetto ai valori: né di conservazione, né di progresso.
Qualche lettore malizioso potrebbe registrare una contraddizione tra la tesi della neutralità liberale dello stato qui sostenuta, e lo schierarsi al fianco dell’Ucraina aggredita dalla Russia, tesi da noi altrettanto vivacemente difesa.
In realtà, l’idea di stato liberale neutrale rispetto ai valori, non va sposata fino a provocare la distruzione, da parte del nemico, dello stato liberale neutrale rispetto ai valori (pardon per la ripetizione). Quando si parla di Occidente, e dei suoi valori, ci si riferisce anche a quello di libertà, che presuppone, a priori – si badi, a priori – l’esercizio stesso della libertà. Di qui la necessità di difenderlo anche con le armi.
In ultima istanza, anche se può sembrare paradossale, in Ucraina l’Occidente difende l’idea dello stato neutrale rispetto all’esercizio della libertà individuale. Libertà, ripetiamo, che non è conservatrice né progressista. Difende, insomma, un "a priori".
Una cosa in fondo facile da capire. Eppure un professore, come Galli della Loggia, che avrà sicuramente letto Guizot, sembra non capire.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.corriere.it/editoriali/23_aprile_25/i-conservatori-si-occupinodel-futuro-non-passato-e252a844-e392-11ed-89e2-97aae0cbce13.shtml .
mercoledì 20 ottobre 2021
Sullo spirito borghese. La risposta di Bernard Dumont (e una mia replica)
Ringrazio innanzitutto l’amico Bernard Dumont, direttore di “Catholica”, per la gentilissima replica al mio post (*), addirittura dalle pagine della prestigiosa rivista. Lo considero un onore. Ho tradotto personalmente il suo articolo.
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Rilevo due appunti di Dumont, ben argomentati tra l’altro. Ai quali provo a ribattere. Il primo è di tipo metodologico, il secondo, rinvia invece ai contenuti.
Questione metodologica. Dumont, sottolinea che dietro le azioni umane, a differenza di quel che sostengo, c’è sempre un qualche piano, e che il compito dei sociologi, dei filosofi, dei teologi eccetera, è quello di individuarlo, usando schemi e per l'appunto concetti. Ovviamente ex post. Come non posso essere d’accordo su quest'ultimo punto? Invece la vera questione è che gli attori storici, ex ante, non ne sono mai consapevoli.
Questione contenuti. Dumont riconduce la percezione del piano da parte di alcuni attori storici alla condivisione di una mentalità comune. In realtà, nel caso esaminato, si tratta di uno stato d'animo: qualcosa di fuggevole, indeterminato. Per contro, lo spirito e la mentalità sono invece qualcosa di permanente, determinato. Tra stato d’animo capitalista e spirito capitalista c’è la stessa differenza che passa tra la risposta a un sondaggio politico e una decisione politica effettiva. I due aspetti non possono essere confusi. Lo stato d'animo - semplificando - non costituisce prova di reato costruzionista. A meno che non lo si voglia forzatamente ricondurre nell'alveo della mentalità.
Quanto, infine, alla questione della società di massa, ammesso e non concesso che si possa parlare di mentalità e spirito, parlerei, ribadendo quando ho già scritto, di spirito e mentalità statalista piuttosto che capitalista. Sarebbe perciò preferibile non fare confusione. Ripeto, liberalismo, capitalismo e altri fenomeni moderni non possono essere giudicati in blocco, né tanto meno sulla base di gerarchie morali. O, per ciò che rinvia ai contenuti, non distinguendo tra stato d'animo e mentalità. E, comunque sia, dal punto di vista della storia delle idee come dello sviluppo sociologico e storico effettivi, tra Guizot e Macron, come scrivo, esiste un abisso. Non aggiungo altro...
Carlo Gambescia
(*) Qui il mio post: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/sullo-spirito-borghese/
***
"Lo spirito borghese"
("Catholica" n. 153 - Autunno 2021, pp. 108-109)
di Bernard Dumont
A seguito del mio editoriale, uscito sul numero precedente di Catholica (1), che riprende nel titolo un’ espressione del filosofo Augusto Del Noce, Carlo Gambescia, sociologo e saggista romano, membro del consiglio scientifico della nostra rivista, ha pubblicato sul suo blog una interessante analisi del mio testo (2), dai toni amichevoli, ma ponendo due obiezioni.
La prima è che gli individui perseguono i propri interessi e la società borghese che ne derivò, fu priva di un piano prestabilito; solo dopo si è stati in grado di identificarne la continuità logica, come mostrano i lavori di Weber, Sombart e Scheler. Tuttavia, egli prosegue, la storia delle idee (nella sua logica) non restituisce quella della storia sociale (nella sua complessità).
La seconda, continua Gambescia, è che non si deve stabilire alcuna continuità storica tra la borghesia delle origini, la cui piena realizzazione rinvia al XIX secolo, e il mondo che viene dopo, che per molti aspetti ne differisce: da una parte, sistema censitario e liberalismo economico, dall’altra benessere e consumo di massa sotto un regime dirigista. In qualche modo, l’insistenza sulle idee, come fattore relazionale, finisce per distorcere la realtà. Non esiste infatti alcun legame tra società di massa e spirito borghese.
Le critiche così formulate, sono ben articolate. il che permette di constatarne l’ esattezza, come pure, forse, per alcuni punti, l’inadeguatezza.
Che la situazione economica e politica, così come il modo di vita borghese, si siano formati in modo imprevisto in una parte della società che all’origine costituiva una piccola élite prima ancora di diventare un modello sociale, resta una questione che può essere discussa secondo il punto di vista dal quale ci si pone.
Certamente, gli imprenditori (e in particolare i "parvenu" del Periodo Rivoluzionario e dell’Impero) si lanciarono nella corsa verso il profitto con quello spirito ben definito da Adam Smith, e poi riassunto nella famosa parola d’ ordine di Guizot: “Arricchitevi”. Perciò non è impreciso dire che un piano ha guidato questo fenomeno sociale. La corsa all’arricchimento non è solo il portato di una somma di desideri individuali, ma prima di tutto una passione sufficientemente condivisa ed espressa in modo che potesse essere legittimamente considerata come l’ espressione di una mentalità. Lo spirito borghese, per l'appunto. O no?
Dal momento che tale identificazione può essere tratta dallo studio della realtà sociale per un lungo periodo, non si capisce perché debba essere liquidata come un costrutto mentale realizzato dopo il fatto. Del resto non è proprio questo il lavoro dell’analista, che sia sociologo, storico, filosofo, teologo o altro?
Carlo Gambescia, fondando il suo disaccordo su un’opposizione tra idealizzazione e realtà effettiva, vede invece nell’identificazione dello "spirito borghese" e il suo dispiegamento nel tempo una ricostruzione intellettuale che non tiene conto delle discontinuità.
A ciò risponderemo che lo spirito borghese in questione non è anzitutto un fenomeno di ordine intellettuale ma morale. Vi è sottesa una certa concezione della vita umana, della relazione dell’uomo con gli oggetti e con il denaro. La gerarchia dei beni (utili, “onesti” - ossia corrispondente alla natura ragionevole dell’uomo -, spirituali), implica nella sfera pratica una risposta. Ciò può o non può essere ordinato, ossia definito in relazione a un bene ultimo, misura di tutti gli altri beni, ognuno secondo il suo grado. La coscienza di questa scala di valori si trova già nelle società tradizionali, ed è soprattutto spiegato in modo molto chiaro ed esteso nel Vecchio come nel Nuovo Testamento e quindi, per ricaduta, profondamente presente nel mondo cristiano. Così come per esempio nelle infinite lodi per celebrare i santi: “Beato il ricco che si trova senza macchia
e che non corre dietro all'oro" ("Ecclesiastico" 31,8). Non va dimenticato che è proprio l’accresciuta passione per il lucro che dà libero sfogo alla nascita dello spirito borghese. E che suscitò la risposta profetica di san Francesco d'Assisi.
Rimane la questione di quella che sembra essere una contraddizione in termini: come può esistere una borghesia di massa, dando per scontato che la borghesia costituisce solo una minoranza nella società globale, un’oligarchia di denaro e potere. L'era della borghesia non può essere che quella del XIX secolo, mentre il XX resta molto diverso. Ricordiamo che si tratta sempre di "spirito" borghese, che Del Noce vedeva diffondersi “allo stato puro”, già all’indomani del maggio 1968.
La borghesia, naturalmente, costituirà sempre una minoranza sociale, definita dal denaro, dal potere e in certa misura dalla distinzione culturale, per acquisizione come per imitazione. In quanto tale, può riunire solo un numero più o meno ristretto di individui e su una scala sociale variabile (intellettuali molto ricchi, socialmente riveriti, bobos...).
Tuttavia la borghesia sembra essere onnipresente nel desiderio, tanto più intenso nella società di massa quanto più i media di ogni genere si mostrano pronti ad eccitarlo (3). Nei paesi dell’Est, la mentalità borghese degli ex dirigenti, convertitisi in oligarchia estremamente ricca, si è subito diffusa tra la popolazione, come prova in particolare la schiacciante preferenza dei giovani per gli studi di tipo economico-commerciale.
La borghesia effettiva, quella degli “eredi” descritti da Pierre Bourdieu, rimarrà sempre, per status, nelle mani di un piccolo numero. Tuttavia l’aspirazione all’inclusione, all'adozione di alcuni modi di comportamento, e, prima di tutto, certa mentalità, sembrano diventare patrimonio sempre più esteso di larghi settori della società.
Agli albori della modernità, i primi borghesi giocavano a fare i nobili, oggi è tra le masse che possono incontrarsi comportamenti simili. Grazie, oltretutto, alla capacità di pressione sociale di tutta una serie di veicoli mediatici.
È vero che se in futuro una piccola minoranza, dotata di immense ricchezze, dovesse offrire al resto dell’umanità nient’altro che la scelta dell’austerità, il sogno potrebbe cessare e lo spirito borghese, giunto al suo stato più puro, tornare di nuovo ad essere... patrimonio di pochi eletti.
Bernard Dumont
(1) Bernard Dumont, "L’esprit bourgeois à l’état pur" (Catholica n. 152, Autunno 2021, pp. 4-15; online: https://www.catholica.presse.fr/2021/11/10/debat-lesprit-bourgeois-suite/ ) .
(2) Cfr. https://cargambesciametapolitics.altervista.org/sullo-spirito-borghese/ (14 juillet 2021).
(3) Vedere, tra gli altri, François de Negroni, "Le BCBG et les usages de masse de la distinction", Communications (n. 46, 1987), pp. 315-319 ; Jean-François de Vulpillières, "Le printemps bourgeois", La Table Ronde, 1990.
venerdì 27 settembre 2019
Da parte liberale si temeva la trasformazione del parlamento, non nel governo dei migliori al servizio di “tutto” il paese, ma in un campo di battaglia tra "fazioni" inconciliabili. Di qui l'idea di opporsi a qualsiasi proposta di mandato imperativo, foriero di ancora più feroci divisioni politiche. Solo la garanzia - si diceva - dell' indipendenza degli eletti dai partiti e perfino dai propri elettori può favorire la necessaria serenità cognitiva dei lavori parlamentari.
domenica 7 aprile 2019
Intervenire, per imporre il mutamento di paradigma, senza tanti complimenti, rischiando la ribellione delle masse, oppure, attendere che il ciclo politico democraticista faccia il suo corso, con il rischio però che il tracollo populista rafforzi le élite illiberali. Insomma, il pericolo, in caso inazione, è quello di finire nelle mani dei nemici del liberalismo come della democrazia.





















