martedì 7 maggio 2019

Essere fascista oggi



Prima i fatti.

«"Io sono fascista. L'antifascismo è il vero male di questo Paese". Lo dice all'ANSA Francesco Polacchi, della casa editrice Altaforte, in merito alla presenza al Salone del Libro di Torino del marchio ritenuto vicino a Casapound. "Eravamo pronti alle polemiche - aggiunge - ma non a questo livello allucinante di cattiverie. C'è addirittura chi sui social ha scritto che verrà a Torino per tirarci le molotov... Noi ci saremo perché ora è anche una questione di principio". » 



Che cosa significa essere fascista oggi?  Innanzitutto si dovrebbe spiegare che cosa fu il fascismo non per gli storici ma per i fascisti. Altrimenti  si rischia  di non capire le ragioni del fascino che promana ancora oggi la tentazione fascista, per dirla con Tarmo Kunnas.

Per i fascisti,  il fascismo  fu sul piano psicologico una grande avventura romantica ed eroica; su quello sociologico ed economico una dirompente risposta nazionalista e corporativista  al capitalismo e al liberalismo; su quello politico  un  progetto rivolto alla costruzione di  una società gerarchicamente organizzata,  libera da qualsiasi opzione individualistica ed egualitaria, se non in chiave monocratica.
Romanticismo, Nazionalismo, Gerarchismo.  Come si può capire siamo davanti a tre idee guida che possono tuttora sprigionare un certo fascino. Tentare, insomma, intellettuali e gente comune. Trovare consensi soprattutto tra i delusi e gli scontenti della vita.  Chi  frustrato nei suoi sogni,  non si è mai  augurato una vita romantica che lo vendichi?  Chi  non ha mai scorto  la sua  redenzione  in un' appartenenza vissuta come destino? Chi infine, non ha mai intravisto nell' appagante sicurezza  di uno status  il riconoscimento di meriti, altrimenti ignorati?           
Tre idee cardine che tuttavia  mal si conciliano  con i valori di libertà individuale, economica  e politica che incarnano le società uscite dalle grandi rivoluzioni moderne (inglese, americana, francese). Ne rappresentano in qualche misura l’opposto. Siamo davanti a una reazione che inevitabilmente si riaffaccia quando cresce la percezione collettiva che  la libertà sia di peso al funzionamento della società, dell’economia e della politica.
Che poi tale percezione sia vera o falsa è un’altra storia. Purtroppo,  gli uomini,  come   usiamo   spesso  ripetere , al capire preferiscono il credere.
Perciò,  per tornare al punto, che significa essere fascisti oggi?  Vuol dire essere nemici della società aperta, fondata sulla libertà individuale,  economica, politica.  In nome di che cosa? Di una società chiusa, che rappresenta, storicamente parlando, la regola e non l’eccezione. Purtroppo.
Infatti, sotto questo aspetto, hanno ragione quei fascisti che scorgono nell' "idea",  pur identificando erroneamente  durata e valore (quantità e qualità), la reincarnazione transeunte di una  “tradizione” primordiale, metastorica, eterna, negata e combattuta  dal pensiero moderno. Da questo punto di  vista  il termine  coniato da  Umberto Eco di  "Ur-fascismo" (del fascismo perenne),  non è  sbagliato.   Benché la sua  griglia interpretativa sia di natura  polemica, quindi fin  troppo larga, addirittura dispersiva, soprattutto se sviluppata  in chiave antagonista (come nella locandina), dal momento che  quando tutto è fascismo, nulla è fascismo...       

Concludendo, essere fascisti oggi, significa essere e sentirsi l’ultima incarnazione  di un pensiero  nemico della modernità.  Che poi, fascisti e  neofascisti, intelligentemente  o meno, ricorranno in modo tattico agli strumenti e veicoli  della modernità, non significa che ne accettino i valori. Un telefonino satellitare,  non fa del talebano un liberale o un riformista.  Come lo stand al  Salone  Internazionale del Libro non   fa del  fascista  un fautore del libero mercato delle idee: l'uno e l'altro sono puri strumenti per “combattere il sistema”.  
Semplice  “modernismo reazionario”.  Che però non va messo fuori legge.  Almeno fino a quando al "veicolo" stand non si  sostituisca  il  "veicolo" vero  del   camion bomba .  
Qualcuno penserà che siamo troppo morbidi verso i fascisti. In realtà la differenza tra liberalismo e fascismo  è proprio nel fatto che  un liberale  accetta  il rischio “veicolare”  tra  stand e  camion bomba.  Mentre il fascismo  si propone di eliminare il rischio e dunque gli stand.
Si spera però non a colpi di camion...

Carlo Gambescia                 

lunedì 6 maggio 2019

          Wu Ming rinuncia al Salone del Libro
La differenza tra antifascismo totalitario  e antifascismo liberale

I lettori ricorderanno il nostro articolo, a dir poco critico,  sul libro-intervista  di  Salvini edito da un casa editrice neofascista, presente  quest’anno al Salone Internazionale del Libro di Torino (*). 
Però, ecco il punto,  non ci siamo spinti, come  invece fa  Wu Ming, il collettivo di scrittori della sinistra radicale, “diffusa” e “conflittuale”, fino al punto di vietare l'ingresso a cani e fascisti.
Si ricorre al  "No pasáran!"  Tipico grido di battaglia che ci riporta alla logica della guerra civile. Spagnola e oltre. Logica dello scontro totalitario, mai dimenticarlo.
Insomma, si può essere antifascisti senza per questo tradire i principi liberali del libero dibattito delle idee?  Diciamo che la differenza tra l’antifascismo liberale e l’antifascismo della sinistra radicale, totalitario,  consiste  nel rifiuto  della  guerra culturale. O detto altrimenti,  nel rigetto della continuazione della guerra (politica) con altri mezzi (culturali per l'appunto).  
Il liberale non vede nulla di male nella presenza dei neofascisti al Salone del Libro.  Certo, non può non notare il mutamento di clima politico-editoriale,  criticarlo,  esprimere una sua opinione negativa sulla cultura  fascista e neofascista. Tutte cose buone e giuste, che in qualche misura un liberale può condividere con  Wu Ming.   Quel che invece  non può assolutamente  condividere è la censura  delle idee.
Per fare une esempio:  un tentativo di  occupazione  paramilitare  del  Salone del Libro da parte di  squadre armate in camicia nera  imporrebbe la repressione immediata.  Uno semplice stand, no.   Anzi, può essere occasione per approfondire, “dal vivo”,  gli stereotipi del neofascismo. E quindi respingerli. Senza dover ricorrere alla forze di polizia. Bastano quelle dell’intelligenza.  
Si chiama confronto delle idee. E per un liberale è veramente  imbarazzante rilevare come l’ antifascismo sia strumentalizzato sotto il profilo politico,  da chi, tra l’altro, condivide, con i fascisti,  lo stesso odio, totalitario, verso la società liberale. 

Ma procediamo per gradi. Innanzi tutto perché parliamo di strumentalizzazione  politica?  Perché il divieto appartiene alla logica amico-nemico che rinvia alla politica.  Mentre il libero dibattito rimanda al discorso pubblico liberale, che scorge nell’altro un avversario con il quale confrontarsi, in vista di una possibile sintesi o di un puro e semplice onesto confronto, senza vincitori e vinti: l’esatto contrario della dialettica signore-servo  tipica delle filosofie totalitarie, apparentemente rivolte, nonostante l'ipostasi dialettica, alla liberazione dell'uomo.
Contraddittoria filosofia, buona per fare passare di tutto.  Condivisa da Wu Ming,  grande evocatore del conflitto per ogni dove,  conflitto visto come una specie di guerra giusta che metterà fine a tutte le guerre.  Attenzione, si plaude non alla competizione, alla concorrenza, all’agonismo, alla rivalità, alla sfida, eccetera, eccetera, bensì al conflitto duro e puro.  In termini addirittura di guerra preventiva.  Per poter passare  - visto che nulla si è imparato, nulla si è dimenticato -  dal regno della necessità al regno della libertà... 
Dal nostro blog  muoviamo e continueremo a  muovere  critiche all’attuale governo giallo-verde, più che mai  attenti al rischio di derive fascistoidi.  Ma sono critiche politiche. Lungi da noi la pretesa di  estenderle alla cultura  imponendo divieti e censure. Magari evocando, perché torna utile, il positivismo giuridico. Insomma, il rispetto di leggi in vigore  che però hanno natura politica,  dunque repressiva del nemico. E che perciò, come impone la  prudenza liberale,  non andrebbero  estese  alle manifestazioni culturali che rinviano  all’avversario e al libero dibattito delle idee.   

I piani  politico e culturale  vanno sempre  tenuti distinti. Il rifiuto della distinzione  comporta due possibilità: 1) la riduzione della cultura alla politica; 2) la riduzione  della politica alla cultura.  Nel primo caso,  si  è dinanzi al totalitarismo politico: la politica dell’estetica. Nel secondo, al totalitarismo culturale: l’estetica della politica. Comunque sia, si tratta delle due facce della  stessa  medaglia totalitaria.
Non capire e apprezzare la distinzione crea imbarazzo a chi sia liberale,  perché  avverte il pericolo di   ritrovarsi  in compagnia  di  falsi amici della libertà di pensiero come Wu Ming. Inoltre, l’assenza di separazione tra piano politico e culturale non aiuta ad affrontare politicamente  le pulsioni fascistoidi  nelle sedi  preposte: Parlamento e Governo.
Non è vero Presidente Mattarella?   (Ma  questa è un'altra storia...).   
Carlo Gambescia

                                                 

domenica 5 maggio 2019

Lettera aperta ai vescovi di venti teologi e studiosi
Papa Francesco eretico?
La questione è un’altra e sia chiama acefalia…



Non sappiamo né desideriamo sapere  se Papa Francesco sia eretico o meno, come invece  afferma la Lettera aperta ai vescovi, sottoscritta da venti professori e intellettuali cattolici (*). Ovviamente, preferiamo non  entrare  nel merito della questione, anche per ragioni di preparazione specifica.  
Ha  invece destato il nostro interesse un’intervista in argomento, di qualche mese fa,  a Roberto De Mattei (**), letta però solo ieri.  Dove lo storico (nella foto),  noto per le sue posizioni  “tradizionaliste”,  coglie un  punto sociologico  molto importante, che merita un approfondimento.
Prima però  le sue parole.

Io penso che gli errori o eresie di papa Francesco (https://cronicasdepapafrancisco.com/), anche se professati pubblicamente, non  comportino la sua perdita del pontificato, perché non sono noti e manifesti al popolo cattolico. Quando parlo di popolo cattolico non mi riferisco all’opinione pubblica cattolica nel senso esteso del termine, ma a quel ristretto gruppo di battezzati che mantengono oggi la integrità della fede cattolica. Eppure molti di essi interpretano pro bono le parole e i gesti di papa Francesco e non ne avvertono la malizia. Non possiamo dire dunque che la sua perdita di fede sia evidente e manifesta. Quando san Roberto Bellarmino o il cardinale Caetano scrivevano i loro libri, la società era integralmente cattolica, il sensus fidei era sviluppato ed era molto facile discernere l’eresia di un prete, di un vescovo o addirittura di un Papa. Oggi, la larga maggioranza dei battezzati, semplici fedeli sacerdoti, vescovi, perfino il Papa, vivono immersi nell’eresia, e pochi sono in grado di distinguere tra la verità e l’errore. Così le giuste  indicazioni dei grandi teologi classici sono difficili da seguire nella pratica.   

Accantoniamo la trasposizione  di De Mattei in ambito canonico e teologico  di  un concetto sociologico -   il  senso collettivo della fede (sensus fidei)  -   per   concentrarci  su quest’ultimo.
Il punto fondamentale, crediamo sia rappresentato dall’osservazione  che il “popolo cattolico”, in qualche misura un’unità sociologica,  interpreta “pro bono le parole e i gesti di papa Francesco e non ne avvert[e] la malizia”.
L’osservazione è sociologicamente  confermata da studi sul  campo e dalla  concettualizzazione dei fenomeni  religiosi:  ricerche  che  provano la  sostanziale acefalità sociologica - sociologica, attenzione -   della Chiesa post-conciliare.  E non solo, come poi vedremo.  

Quando si può definire acefalo un fenomeno sociale?  Quando dall’alto  non è necessario impartire ordini dal momento che in basso si eseguono senza alcun bisogno di riceverli. Insomma, si obbedisce in automatico, senza interrogarsi sulla possibile "malizia" di chi comandi.
Ciò indica - per capirsi - che i  livelli di interiorizzazione (e obbedienza) sono talmente alti che il meccanismo della coazione a ripetere procede in modo, per l’appunto, acefalo, insomma  senza bisogno di un “capo” che decida, eccetera, eccetera.  Alla base del meccanismo recettivo (nel senso della recezione passiva), come per ogni altro fenomeno sociale,  c’è il principio del minimo sforzo, o altrimenti detto, della neutralizzazione dei costi decisionali. Tradotto: obbedire, psicologicamente parlando,  è sempre meno  costoso che decidere.  
Dicevamo dell’acefalità della Chiesa post-conciliare.  In realtà, l’intero meccanismo storico della struttura istituzionale, "Chiesa Cattolica", è fondato sull’acefalità, o quanto meno sulla presunzione dell’acefalità:  di un papa o capo, che però non è tale perché Vicario di Cristo.  Siamo davanti a  un meccanismo storico che ha sempre privilegiato l’obbedienza passiva.  Di qui la natura elitaria, per costituzione ed effetto di ricaduta, delle numerose eresie che hanno solcato la storia della Chiesa Cattolica. Eresie,  che come si può osservare,  o sono state riassorbite, nella culla, magari con la forza,  o ridotte a fenomeni minoritari,  settari, anche se con discreto seguito, comunque  parcellizzato, se non “polverizzato”,  come nel caso del protestantesimo
Il cattolicesimo, al netto delle grandi figure spirituali, comunque di derivazione e  confluenza elitaria, si regge sulla passività, sulla coazione a ripetere. Il passaggio storico dal cristianesimo-movimento alla chiesa-istituzione, crediamo si debba rileggere lungo le linee le interpretative della passività come forma di neutralizzazione.  Ovviamente si tratta di un approccio sociologico che probabilmente semplifica troppo le cose.  Ne prendiamo atto. 
Di qui, per tornare al punto, la difficoltà, se non spesso l’impossibilità, della  trasformazione dell’eresia elitaria   in chiesa collettiva.  Regola che vale per tutti, per  i tradizionalisti, come per i progressisti. Insomma, per chi guardi indietro o avanti.  Sullo sfondo comune però, mai dimenticarlo, di una passività collettiva,  dei fedeli,  che ha radici lontane.
Ci spieghiamo meglio:  siamo davanti  al basso continuo di  una specie di   religione naturale collettiva,  dalle ritualità e credenze differenti,  che rinvia al mondo  pre-cristiano. Parliamo della religione  come risposta  sul piano emozionale  al  bisogno di protezione dell’essere umano.
Ne consegue,  l’insopprimibilità,  perfino nell’essenza,  del fenomeno religioso, ma anche la sua natura acefala, basata sulla coazione a ripetere. Diciamo che l’uomo religioso accetta di scambiare la protezione con l’obbedienza.
Il che, alla fin fine,  per chiunque studi  il comportamento sociale non è una novità.  Però...

Carlo Gambescia                       

(**) Qui l’intervista: http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2019/03/intervista-del-prof-roberto-de-mattei.html                    

      

sabato 4 maggio 2019

Salvini e 
i suoi fiancheggiatori


Ieri, per telefono,  alcuni amici reali,  non virtuali come su Fb, mi hanno fatto notare che sto scivolando verso l’isterismo antifascista. Un osservatore indipendente  deve essere  obiettivo.  E l’articolo su Salvini e il filo spinato obiettivo non era.  Questa la  tesi.
Alla mia domanda  a  un amico liberale  di essere più preciso, mi sono sentito rispondere  - letterale -  “ che Salvini  è un buon  patriota e che non bisogna confondere certe provocazioni, tipiche dell’uomo,  con le sue buone intenzioni”.  
Io ho replicato  che nei primi anni Venti di Mussolini  si diceva la stessa cosa.  Anche allora,  alcuni liberali ritenevano che il futuro duce del fascismo fosse solo un  liberale con il manganello che avrebbe salvato l’Italia dai rossi, per poi tornare all’ovile  cedendo il potere ai leader moderati.

Le cose non andarono così.   E sul silenzio imbarazzato dell’ amico si è chiusa la telefonata.  E forse un’amicizia.  Peccato perché gli avrei spiegato le ragioni del perché le cose non andarono allora e potrebbero non andare oggi. Ragioni  che  invece  cercherò di spiegare al lettori.    
Perché  Mussolini sbaragliò  tutti  e conquistò  il potere?  Certo ci furono ragioni personali,  storiche, non più ripetibili,  eccetera, eccetera. Non solo però.  Resta una ragione sociologica più profonda. Quale? L’estremismo ha una sua logica ferrea:  una volta conquistato il potere  si istituzionalizza, in codici, leggi, strutture e  comportamenti.  Ciò significa che, sociologicamente parlando,  l’estremismo  viene a patti con la realtà, ma sovrapponendovi la propria visione delle cose, visione che dipende per l' appunto da alcuni presupposti politici.  Che quanto più sono estremi, tanto più innescano una logica distruttiva, costituente, che va contro i  poteri costituiti, precedentemente strutturati su altri valori. E se, come nel caso italiano, il sistema costituito è fondato sulla libertà, il potere costituente vi si oppone, stravolgendolo.  Certo, coprendo la conquista e il processo di modellamento della realtà  con la retorica di una   libertà superiore o  unica vera, eccetera, eccetera.  Ieri i nemici erano i rossi,  oggi l'Ue e gli immigrati.  E così via. 
Qui viene fuori tutta l’importanza dei fiancheggiatori: di chi aiuta, sostiene, senza essere coinvolto direttamente. Non parlo dei Social, dell'esercito di riserva dei cretini, che pure ha un suo ruolo, bensì dei giornali  a grande tiratura,  del mondo degli affari,  delle istituzioni autorevoli, delle università, professori e intellettuali, come gli amici  delle telefonate di ieri.
Se il fascismo è una forma di  estremismo politico, Salvini, sempre sociologicamente parlando, è un fascista ( rosso, nero, giallo per ora  non interessa).  Il vero punto sociologico della questione è che è l’agenda estremista -  dettata anche  dall’estremismo  del Movimento Cinque Stelle -  sta stravolgendo il discorso pubblico. Se ci si passa la caduta di stile,  si gioca  al più  capace  a spararla  politicamente più grossa.  E nel silenzio dei fiancheggiatori. Ecco ciò che è veramente grave.
Si prenda l’episodio del filo spinato. Roba, in altri tempi, da dimissioni immediate: si parla di un Vice Presidente del Consiglio e di un Ministro dell’Interno. E per quale motivo?  Perché   filo spinato, torrette e cannocchiali appartengono, o forse sarebbe meglio dire appartenevano, all’immaginario nazionalsocialista, o se si preferisce totalitario.  Legato all’idea della società caserma, di una società chiusa.  Quanto di più lontano dalla società liberale.  Pertanto  in passato chiunque  evocasse il filo spinato  si ritrovava subito  fuori dalla società aperta. E a calci nel sedere,  neppure tanto metaforici…
E invece cosa è successo?  L’inimmaginabile, almeno fino a qualche tempo fa:  nessuno  ha stigmatizzato.  Silenzio totale o quasi.  Si discute però  a colpi di stronzate (pardon) populiste sulle dimissioni di Siri. E mentre la casa liberale, assediata dai populisti,  è in fiamme.
Tutti zitti insomma.  A parte la sinistra, che, piaccia o meno, ha le antenne lunghe. Forse troppo. E anche la coda di paglia. Ma che in questo caso ha perfettamente ragione.
Il silenzio delle forze politiche e intellettuali  moderate, liberali  e riformiste è un atto, piaccia o meno, di fiancheggiamento. Che fa il gioco di Salvini, perché  può atteggiarsi a vittima di una sinistra antistorica, come spesso ripete,  nemica dei popolo sovrano, con frange violente di drogati, eccetera, eccetera. Senza che nessuno gli ricordi le provocazione fasciste. Insomma, altri evviva sui social e  tanti  voti per il Giostraio Mancato.
Ma c'è dell'altro che riguarda il dopo: perché  in caso di fallimento politico - mettiamo  per manifesta  incapacità salviniana di governare -  si rischia  il definitivo stravolgimento del discorso pubblico in chiave di tematiche politiche  ancora più  radicali. Un gioco al tanto peggio tanto meglio che potrebbe consegnare l’Italia ai neofascisti.  Perché votare la copia ( o quasi) , quando c'è  bello e pronto l'originale?     
Come si può capire, le   ragioni per gridare al pericolo fascista, come forma di estremismo, non sono poche. Ma quale caso di isteria... Come purtroppo non sono pochi coloro,  tra gli intellettuali,  disposti a credere alle  balle di Salvini.  E per le più diverse ragioni, opportunismo, ignoranza, conformismo. Così sono fatti gli uomini. Ma questa è un'altra storia. 
Concludendo, Salvini è pericoloso, tuttavia  ancora più pericolosi sono  i suoi fiancheggiatori. 
Carlo Gambescia
                                                    

venerdì 3 maggio 2019

Salvini e la logica dei campi di concentramento
Il ritorno del filo spinato


Nella storia dell’Italia repubblicana non esistono precedenti. E probabilmente anche nell’intera storia europea dopo la Seconda Guerra Mondiale. Che è storia della libertà.  Di  cosa parliamo?  Del ritorno del filo spinato.  E purtroppo  della mentalità concentrazionaria. 
Se è vero che  le foto  hanno  un valore simbolico, quella  che ritrae Salvini è sovraccarica di simboli barbarici. Dirompente.
Si vede il Giostraio Mancato,  incravattato,  tra il filo spinato, mentre scruta, dall’alto di una torretta,  un orizzonte,  ovviamente popolato di famelici immigrati che vogliono  rubarci  donne e beni.  E in compagnia di un “signore”, anch'egli in ghingheri,  che si proclama liberale. Certo, come quei liberali che tradendo l’idea si schierarono con il fascismo.
Banalità del male? Sì. E siamo stanchi ma non domi di ripeterlo ogni volta.  Insomma,  di fare la Cassandra.  O se si preferisce il guastafeste.  Del resto,  neppure di Mussolini, esistono foto del genere.  C’è  n'è una  che lo ritrae  davanti a un cannocchiale sul fronte greco.   C’era la guerra però. Giusta o sbagliata che fosse, dall’altra parte c’erano le linee nemiche, insomma, gli avversari in armi. Mentre Salvini scruta un nemico immaginario,  frutto della sua mente politicamente malata. Probabilmente vittima del morbo nazista più che fascista. 
Il nemico di Salvini è lo stesso nemico di Hitler: il diverso.  Siamo davanti alla stessa visione antropologica del nazionalsocialismo.   Si vuole  dividere  l’Europa in  tanti  campi  di concentramento.  Che devono ospitare  in primis  gli  europei,  rinchiusi nei ghetti nazionalistici: gabbie dorate si promette.  Ma  di riflesso anche  tutti gli altri:   i diversi  e in particolare chiunque osi bussare alle porte del paradiso dei bianchi,  a cominciare dagli angoli di cielo difesi da Salvini e Orbán.  Si incita all'odio verso gli  immigrati  tout court,   che  per ora, come si dice, vanno  respinti. Di qui i  muri e i porti chiusi. Il filo spinato, insomma.  Ma se "necessario",  dal momento che la logica salviniana  è la stessa dei nazionalsocialisti,  chi ci  garantisce che si eviteranno  "soluzioni finali"?   
Purtroppo sembra essere uguale  anche   l’acquiescenza dei volenterosi carnefici di Salvini, come un tempo di Hitler. Pensiamo a coloro  che lo votano entusiasti.  Il principio è quello demagogico del “Chi volete che liberi, Barabba o Gesù?”. E  da sempre, le emotive folle democratiche rispondono Barabba. Perché stupirsi allora se oggi gridano  i nomi di  Salvini e Orbán?  
Il fatto che il Giostraio Mancato sembri andare orgoglioso di una  foto del genere, denuncia, ripetiamo,  la gravità della situazione. I barbari, non quelli immaginari di Salvini ma quelli veri, finora  nascosti  dentro l'anima cattiva di tanti europei e italiani, sembrano di nuovo riaffacciarsi dai bassifondi dell'ideologia razzista. 
Esageriamo? No, perché  tra i  volenterosi carnefici di Salvini, quelli dalla parte di Barabba, non mancano giornali e giornalisti.  Insomma,  si parla  di una  foto  ignorata dalla stampa nazionale,  a parte “Repubblica”,  che proprio per le sue radici di sinistra l’ha messa   in prima pagina,  perché, piaccia o meno, storicamente consapevole del pericolo.  
Per il resto è silenzio. E anche questo è un grave segnale. Anzi gravissimo.   


Carlo Gambescia   
                

giovedì 2 maggio 2019

Il Primo Maggio dei cretini
Ilaria  Cucchi e i diritti umani a senso unico


Se ieri avessi avuto una bacchetta magica  avrei trasportato le migliaia di cretini in vacanza, i “ggiovani in cerca di lavoro e giustizia”,  del concertone sindacale di Piazza San Giovanni, in qualche  piazza di  Caracas. Dove il comunista Maduro offre a giovani  una musica molto speciale:  quella a suon di randellate   dei  suoi squadristi in motocicletta.
Un passo indietro. Sono d’accordo con Ilaria Cucchi, ieri molto applaudita dai cretini di cui sopra,  sul fatto  che i “diritti umani non sono mai, e per nessun motivo  sacrificabili”.  Auspico però che quanto prima la signora si spenda anche per i ragazzi venezuelani massacrati dalla polizia comunista e  non pasciuti, viziati e cretini come quelli di San Giovanni.   Perché cretino è colui che non sa quanto è fortunato. E per giunta protesta.   
Ilaria Cucchi  darà voce anche gli "ultimi" tra i venezuelani? I tanti  Stefano Cucchi pestati  da  Maduro?   Difficile dire. Anche perché l’ultima volta si è presentata alle  elezioni con il magistrato del popolo  Ingroia, uno che il dittatore venezuelano lo voterebbe a occhi chiusi.
E delle centinaia  di  cristiani massacrati  in  Sri Lanka?  Ma come?  I diritti umani non sono sacri? Anche qui Ilaria Cucchi poteva dire qualcosina...  E invece silenzio.   
                            
Martedì  sera  -  lo avremo però visto in dieci -  sui Rai 5  è andato in onda un bel film di un regista africano, "Timbuktu", che descrive molto bene  come  il fondamentalismo islamico, una volta  al potere, calpesti  ogni libertà e diritto umano.  Il tema è rilevante.   E anche su questo Ilaria Cucchi  avrebbe potuto dire qualcosa... Certo,  se  i fondamentalisti  indossassero una bella divisa da carabiniere, tutto sarebbe più semplice...
Attenzione, non sono  un destroide, mezzo fascista,  con la bava alla bocca: ho visto e apprezzato  il bellissimo film  dedicato al povero Stefano Cucchi. Un Cristo sulla Croce.  Un esempio di cinema civile. Come ho  condiviso  la battaglia della famiglia per avere giustizia. E last  but not least sono antiproibizionista.
Quel che invece  non capisco e non  apprezzo  è il populismo penale di  Ilaria Cucchi.  Tra l’altro a senso unico e in perfetta  sintonia con il  masochismo grillino e  il cretinismo giovanile della vita in vacanza.          
Ieri Ilaria Cucchi, pontificava, e in piazza, come si comportavano  i cretini?  Intonavano cori contro la polizia.   Che dire?   Si meritano Salvini.  E pure Ambra. Perché pari sono.    

 Carlo Gambescia

         

mercoledì 1 maggio 2019

Salvini pubblica un libro-intervista con un editore di estrema destra
Il ritorno di Ulisse



Conosco  bene l’editoria di estrema destra. Per quasi  dieci anni ho collaborato con Enzo Cipriano, fondatore e titolare  delle Edizioni Settimo Sigillo. Vi ho immesso,  in un clima di massima libertà, autori e tematiche anti-economiciste, liberali e libertarie.  Ne parlo, e bene,  in  A destra per caso, libro scritto con Nicola Vacca  uscito nel 2010, come summa, tra le altre, di un'esperienza professionale che ricordo con piacere.  Non per nulla, in quel periodo  rafforzai la mia amicizia con Giano Accame, apprezzandone  quella che poi ho denominato retorica della transigenza. 
Altrettanto onestamente,   va però ricordato  che  l’ambiente  risentiva, e credo risenta ancora,  di una sorta di sindrome dell’accerchiamento e di  una avviluppante coazione a ripetere. Tesi, tra l'altro condivisa, anche da Accame.  Penso tuttora  come  a una specie  di psicosi politica dell'assedio che mal si conciliava, e credo si  armonizzi, con l’idea di una cultura sganciata dal lavoro politico immediato o addirittura dall'idea, tutta politica, di riconquista del potere. C’era, e non credo sia svanita,   una voglia di rivincita di natura  omerica.  Che cosa voglio dire?  Il riferimento è all'Odissea: a Ulisse che ritorna a  Itaca  per regolare i conti con tutti (titolo questo, tra l’altro,  di uno dei tanti libri fotocopia  di Marcello  Veneziani). 
 
Come si conciliava allora, questa animosità politica con una libera  attività culturale? Si armonizzava, grazie all’intelligenza, e al liberalismo spontaneo dei singoli: Enzo Cipriano era tra costoro. Ma ne ho conosciuti altri di intellettuali e capaci organizzatori, intelligenti, colti,  legati al quel mondo.
Ora, e vengo finalmente al punto, che Matteo Salvini, Ministro dell' Interno, Vice Presidente del Consiglio e leader del maggiore partito populista dell’Europa Occidentale,   pubblichi un libro-intervista con una casa editrice, che appartiene a un’ area politica, omerica e rivendicativa, è  un chiaro  segnale che Ulisse sta  tornando  a Itaca (*).   E, cosa non secondaria,  che il populismo  inizia  a svelare  tutta  la sua natura fascistoide.   
In quale senso?  Presto detto.  Salvini,  non solo guarda  in chiave politica e  benevola  a quel mondo, ma  non fa mistero, se ci si passa l’azzardata metafora,  di voler istituzionalizzare lo squadrismo culturale neofascista  in Milizia Volontaria per  la  Sicurezza Nazionale. Da intendersi quindi come Sicurezza Culturale.  Salvini, insomma,  esalta,   magari  mascherandolo con  il buon senso collettivo, tutto l'armamentario retorico della "tentazione fascista":  dal mito della nazione al razzismo, dal protezionismo al complottismo.      
Leggo che  l'intervista verrà presentata  al Salone Internazionale  del Libro di Torino.   Bingo!  Ai miei tempi (quando collaboravo, eccetera, eccetera) era  una specie di costosissimo Gotha,  che prima di accettare un editore di  estrema destra,  ne  studiava l' albero genealogico fino alla sesta generazione. Per poi magari dire no, oppure sì, ma per  confinarlo  vicino ai gabinetti.  E non credo questa volta sia il caso, perché si entra dalla porta principale.

Pertanto si immagini, come un' iniziativa editoriale e  politico-culturale, impensabile fino a qualche anno fa, venga  vissuta trionfalmente da Ulisse e dai suoi compagni di Odissea.  Certo, al netto delle invidie interne alla editoria di destra, che non sono poche.  Ma questa è un'altra storia.
Quali le differenze, per passare al piano politico,  con l’esperimento finiano?  Che in quel caso, come dicono i politologi,  si trattò di "integrazione passiva", non riuscita, perché Alleanza Nazionale e  l’intero mondo culturale della destra, saltarono, chi più chi meno,  sul carro berlusconiano, senza alcuna sincera revisione  dell' idea fascista. Ora, invece, siamo davanti a un processo inverso,  di "integrazione attiva". Quindi c'è una bella differenza di specie, non di grado:  perché  - semplificando -  è il Berlusconi  di turno, insomma il populista di turno,  Salvini dunque,  a saltare sul carro neofascista.    
Un' ultima cosa. Si noti,  come sulla copertina del libro, la posa e l’espressione di Salvini  ricordino quelle di Benito Mussolini. Non è un caso.  Anche perché, regola editoriale prima di quel mondo,  è mettere in copertina il  Duce, per vendere di più. E ora che ne hanno trovato forse uno, difficilmente se lo faranno scappare.                                          
                 
Carlo Gambescia