domenica 5 luglio 2026

Lampedusa e la solitudine del Papa

 



La buttiamo lì: realismo politico sì, ma anche storia delle idee. E che idee.

La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa (tredici anni dopo quella di Francesco) non è soltanto un gesto di solidarietà verso i migranti. È, prima ancora, un messaggio rivolto all’Europa e alla sua identità.

Perché Lampedusa non è semplicemente un’isola. È il luogo in cui si confrontano due diverse idee di civiltà.

Da una parte vi è un’Europa che si pensa come comunità di destino, fondata su confini, appartenenze e identità particolari. Dall’altra vi è un’Europa che si è costruita, almeno a partire dall’Illuminismo e poi dopo il 1945, su un principio più ambizioso: l’universalismo.

L’idea, cioè, che l’essere umano valga prima delle sue appartenenze. Un’idea spesso guardata con diffidenza dalle nuove destre identitarie e talvolta ridotta dalle sinistre a una lettura esclusivamente economicistica o classista.

È un’idea che ha due grandi radici storiche. La prima è il cristianesimo, che proclama l’eguaglianza morale di tutti gli uomini davanti a Dio. La seconda è il liberalismo, che riconosce a ogni individuo diritti che precedono la nazione, l’etnia, la religione e persino lo stato. Diciamo pure che la riporta sulla terra. Detto altrimenti: Il cristianesimo ne afferma il principio; il liberalismo prova a renderlo istituzione civile.



Per molti aspetti, la civiltà europea nasce proprio dall’incontro di queste due tradizioni.

Quando il Papa parla di migranti, dunque, non difende soltanto i poveri o gli ultimi. Richiama un principio molto più profondo: l’universalità della persona umana.

Ed è per questo che la sua voce appare così controcorrente. L’universalismo è oggi messo in discussione, se non apertamente respinto.

L’immigrazione ha generato paure e insicurezze; il terrorismo e le crisi economiche hanno alimentato la domanda di protezione. In questo clima, i confini tornano a essere percepiti non come semplici strumenti amministrativi, ma come difese identitarie.

Ma un’altra verità è altrettanto evidente: le società aperte sono state storicamente le più dinamiche, le più innovative e le più prospere.

Le grandi civiltà commerciali del Mediterraneo, le città anseatiche, le Repubbliche marinare italiane, l’Inghilterra liberale, gli Stati Uniti dell’immigrazione: tutte le società che hanno saputo aprirsi agli uomini, alla cultura e ai commerci hanno conosciuto una straordinaria vitalità economica e culturale. È qui che si vede la forza delle idee.

Le società chiuse hanno raramente prodotto, nel lungo periodo, sicurezza, innovazione e prosperità. Più spesso hanno generato stagnazione, paura e declino.

Certo, le paure non vanno liquidate: nessuna comunità politica può esistere senza regole e senza la capacità di governare i processi che la attraversano. Qui il realismo politico.



Tuttavia, il tema delle frontiere non può essere ridotto a uno scontro tra “buoni” e “cattivi”, tra accoglienza e respingimento. La vera questione è se l’Europa intenda ancora riconoscersi in una concezione universalistica dell’uomo oppure se voglia definirsi esclusivamente attraverso l’appartenenza e l’esclusione, cioè attraverso un particolarismo gretto e difensivo.

Il vecchio motto latino ubi bene, ibi patria – dove si sta bene, lì è la patria – esprime una verità che il mondo moderno ha conosciuto bene. Gli uomini si muovono da sempre alla ricerca di sicurezza, libertà e opportunità. E le società che hanno saputo accogliere energie, talenti e lavoro provenienti dall’esterno sono state spesso quelle che hanno prosperato di più. In questo senso, il principio del “lasciar fare, lasciar passare” conserva una sua verità storica.

La visita di Leone XIV a Lampedusa ricorda dunque all’Europa qualcosa che essa sembra aver dimenticato: che l’universalismo non è un’ingenuità morale, ma una delle grandi invenzioni della civiltà europea. E che cristianesimo e liberalismo, pur nelle loro differenze, si incontrano precisamente qui: nell’idea che ogni essere umano possieda una dignità che nessuna frontiera può cancellare.

 

Il Papa appare solo non perché chieda di abolire i confini. Ma perché ricorda che i confini, da soli, non bastano a definire una civiltà. Una civiltà vive anche della sua capacità di riconoscere nell’altro non soltanto uno straniero, ma un uomo.

E questo, per inciso, è uno dei nomi dell’Occidente.

Carlo Gambescia

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