giovedì 16 luglio 2026

“Badogliani”. Le parole come spie rosse

 


Le parole hanno una memoria. Non sono mai semplici strumenti di comunicazione. Portano con sé una storia, una cultura politica, un universo simbolico. Per questo meritano attenzione.

Certe parole sono spie rosse che si accendono e indicano una possibile situazione di pericolo.

Commentando i parlamentari del centrodestra che hanno votato contro l’emendamento sulle preferenze, Roberto Vannacci li ha definiti “badogliani”. Qualcuno potrebbe liquidare l’espressione come una battuta polemica. Sarebbe un errore.

“Badogliano” non è sinonimo di trasformista o di voltagabbana. È una parola che nasce nel lessico del fascismo repubblicano e viene poi custodita dalla tradizione neofascista. Indica il traditore per eccellenza: colui che, dopo il 25 luglio e l’8 settembre 1943, abbandonò Mussolini per seguire il re e il governo Badoglio. Non appartiene al vocabolario del liberalismo, né del conservatorismo democratico europeo. Appartiene a una precisa memoria politica: quella fascista.

Qualcuno potrebbe obiettare che una parola non basta a definire un uomo. È vero. Ma è altrettanto vero che le parole raramente sono casuali. Soprattutto quando si inseriscono in un quadro più ampio.

Vannacci, del resto, non è nuovo a un linguaggio identitario che presenta numerosi elementi riconducibili alla tradizione neofascista. Nel successo de Il mondo al contrario e nelle ripetute dichiarazioni sull’immigrazione, sull’identità nazionale e sulle minoranze emerge una concezione della politica che privilegia l’appartenenza rispetto al pluralismo.
Nel 2023 sostenne che una cittadina italiana di origine africana non rappresenterebbe i tratti somatici “tipici” dell’italianità.

In più occasioni ha evocato il rischio della “sostituzione etnica”, espressione divenuta centrale nella retorica della destra radicale europea. Ha inoltre mostrato interesse per la “remigrazione”, parola d’ordine che negli ultimi anni ha trovato spazio soprattutto negli ambienti dell’estrema destra continentale. E, quasi a completare il quadro, ha spesso contrapposto i “veri italiani” a quanti, pur essendo cittadini, non condividerebbero identità, valori o tradizioni della nazione.



Non si tratta di episodi isolati. È un lessico ricorrente che rinvia a una medesima famiglia politico-culturale. In questo quadro, anche la vicenda parlamentare di questi giorni viene letta attraverso la stessa lente. Non parlamentari che esercitano liberamente il mandato garantito dall’articolo 67 della Costituzione, ma “badogliani”. Non dissenso politico, ma tradimento. Non una fisiologica divergenza interna a una maggioranza, ma un’infedeltà da marchiare.

È un linguaggio che sposta la competizione democratica dal confronto fra avversari alla contrapposizione fra fedeli e traditori. Per il costituzionalismo liberale il parlamentare rappresenta la Nazione e vota secondo coscienza. Può sostenere o contrastare il governo senza essere trasformato in un nemico interno. Nelle culture politiche di matrice neofascista, fondate sul primato della comunità organica, della disciplina e della fedeltà assoluta, il dissenso tende invece a essere interpretato come slealtà.

C’è poi un piccolo paradosso. Mentre Vannacci denunciava i presunti “badogliani” della maggioranza, il suo movimento, Futuro Nazionale, finiva per votare insieme a Fratelli d’Italia. 

 


La politica conserva sempre una certa dose di ironia. Alla Marcia su Roma sembra immancabilmente affiancarsi un 25 Luglio. O, più semplicemente, una buona dose di opportunismo. E in questo caso, per fortuna ancora dentro le regole della democrazia parlamentare, verrebbe quasi da parlare di una riedizione, da parte di Giorgia Meloni, dell’andreottiana “politica dei due forni”: sul piano simbolico lascia spazio alla competizione identitaria con Vannacci; su quello parlamentare ne accoglie i voti quando risultano utili. In altre parole: usare, secondo convenienza, tanto i “badogliani” quanto gli antibadogliani. 

Nulla di scandaloso, naturalmente. Ma abbastanza per ricordare che la radicalità del linguaggio non coincide sempre con quella dei comportamenti. Il che però non significa che non si debba prestare la giusta attenzione all’accensione delle spie rosse.

 


Nel caso di Vannacci è sufficiente osservare la continuità del suo lessico, dei suoi riferimenti simbolici e della sua concezione della politica.

Da questo punto di vista, “badogliani” non è una semplice invettiva. È una parola che riemerge da una precisa tradizione politica, quella fascista. E le tradizioni, anche quando cambiano nome, finiscono quasi sempre per riconoscersi dal lessico.

Le parole hanno una memoria. E raccontano più di quanto chi le pronuncia vorrebbe. Per questo, ripetiamo, quando si accende una spia rossa, conviene sempre fermarsi a guardare da dove proviene quella luce.

Carlo Gambescia

 

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