Il caso Ranucci pone interrogativi che vanno oltre la vicenda giudiziaria. C’è naturalmente il versante processuale, sul quale è doveroso attendere che sia la magistratura a fare piena luce. Ma c’è anche un aspetto meno discusso, che riguarda il mestiere stesso del giornalista investigativo.
Il danno alla reputazione di Sigfrido Ranucci è, in una certa misura, già nei fatti. Lo stesso giornalista ha raccontato di aver considerato Valter Lavitola un amico. Una circostanza che induce a ritenere che non immaginasse ciò che oggi gli viene contestato. Tuttavia, agli occhi dell’opinione pubblica, quella relazione personale è destinata a pesare, indipendentemente dagli sviluppi processuali. Per non parlare della stampa di destra, ben felice di poter demolire il “mito” Ranucci, cavaliere senza macchia e senza paura.
Il punto, però, è un altro. Il giornalismo investigativo vive di una contraddizione che raramente viene messa in evidenza.
Per ottenere informazioni, il giornalista deve frequentare ambienti opachi, costruire rapporti di fiducia con persone discutibili, ascoltare faccendieri, intermediari, uomini d’affari, politici, talvolta persino criminali o ex criminali. È così che nascono molte inchieste.
Si pensi a Lavitola. Figure come la sua sono il prodotto di una particolare grammatica nascosta del potere. Non governano direttamente, ma operano ai margini dei centri decisionali: fanno da tramite, aprono porte, trasmettono messaggi, costruiscono relazioni. È proprio in questa posizione intermedia che accumulano un patrimonio di conoscenze spesso superiore a quello di molti protagonisti ufficiali della politica.
Non è un caso che un personaggio del genere si muovesse anche in luoghi simbolici delle élite romane. Il suo ristorante a Monteverde Vecchio, in via dei Quattro Venti, si trovava in un quartiere tradizionalmente associato alla borghesia progressista e ai suoi circuiti di relazioni. Un dettaglio apparentemente marginale, ma rivelatore di quella zona grigia dove politica, giornalismo, affari e mondanità spesso finiscono per incontrarsi.
Pertanto, chi pretendesse un giornalista sempre distante e immacolato finirebbe per pretendere un giornalista incapace di scoprire alcunché.
Ma questa è anche la debolezza strutturale del giornalismo investigativo. È questa, appunto, la sua contraddizione.
La vicinanza alle fonti, indispensabile per lavorare, può trasformarsi in prossimità personale. Il rapporto professionale può evolvere in amicizia, simpatia, consuetudine. E quando questo accade il rischio non è soltanto reputazionale. È anche quello di perdere, magari inconsapevolmente, una parte del necessario distacco critico.
Per questa ragione il giornalismo investigativo non dovrebbe essere mitizzato. Svolge una funzione essenziale in una società libera, ma non è depositario di una speciale superiorità morale. Osservato in prospettiva metapolitica, anch’esso è un’istituzione sociale, con i suoi vincoli, i suoi interessi, le sue reti relazionali e le sue inevitabili ambiguità.
In fondo, il giornalismo investigativo paga il prezzo del suo stesso metodo. Per conoscere il lato oscuro del potere deve avvicinarsi ad esso. E chi si avvicina troppo al fuoco, anche senza bruciarsi, finisce quasi sempre per portarne addosso l’odore.
Carlo Gambescia




Nessun commento:
Posta un commento