giovedì 2 luglio 2026

Quando il Quirinale diventa una rivincita

 


“Anche questo tabù può essere superato”. Con queste parole Giorgia Meloni ha evocato la possibilità di un presidente di destra al Quirinale. La frase è stata letta da alcuni come una semplice rivendicazione dell’alternanza democratica. Ma c’è un’altra chiave di lettura, più storica e sociologica, diciamo metapolitica, che merita di essere presa in considerazione. Quando la destra parla di “tabù”, a quale tabù si riferisce esattamente?

Per decenni, l’esclusione della destra post-fascista dalle più alte cariche dello Stato non è stata soltanto il frutto di una pregiudiziale ideologica della sinistra o di un presunto monopolio culturale progressista. È stata anche, e soprattutto, una conseguenza della natura stessa della Repubblica italiana.

La Repubblica nasce dall’antifascismo. Non nel senso banale di una generica avversione al regime di Mussolini, ma nel senso più profondo del termine: la Costituzione del 1948 è il prodotto della sconfitta del fascismo e della scelta di costruire un ordine politico liberal-democratico fondato sul pluralismo, sulla separazione dei poteri, sui diritti individuali e sul ripudio di ogni forma di autoritarismo.

L’antifascismo non è un accessorio della Repubblica. È l’atto di nascita.



Per questa ragione, per molti decenni, l’idea di un esponente proveniente dalla tradizione neofascista al Quirinale appariva una contraddizione in termini. Non si trattava semplicemente di tenere qualcuno fuori dal recinto della democrazia, ma di preservare la coerenza simbolica di una Repubblica nata dalla sconfitta del fascismo. Non tutti i tabù, però, sono uguali: alcuni raccontano una storia costituzionale.

Naturalmente la storia non è immobile. I partiti cambiano, le culture politiche si trasformano e nessuna esclusione può essere eterna in un sistema democratico. La destra italiana ha certamente compiuto un lungo percorso di integrazione nelle istituzioni repubblicane. Resta tuttavia aperta la questione se a questa integrazione abbia corrisposto una piena adesione alla cultura politica dell’antifascismo costituzionale oppure, più semplicemente, l’accettazione strumentale delle regole della competizione democratica. Chi scrive ritiene, come più volte osservato, che si tratti di un’integrazione passiva. Si è fatto di necessità virtù. Però sulla natura sincera della virtù non metteremmo la mano sul fuoco.

La distinzione tra integrazione attiva e passiva non è di poco conto.



Perché una parte della destra continua a vivere quella passata esclusione non come la conseguenza di una storia problematica e di un rapporto mai del tutto chiarito con il fascismo, ma come un’ingiustizia subita, una discriminazione, una delegittimazione imposta dalle élite culturali.

È qui che entra in scena il risentimento.

Non solo il risentimento del povero o del diseredato, ma quello di chi ritiene di non aver ricevuto il riconoscimento che gli spettava.

Sul piano sociologico, il risentimento nasce spesso da una distanza tra il potere che si ritiene di meritare e il riconoscimento che si pensa di aver ottenuto. E la politica contemporanea è piena di “imprenditori” del risentimento: leader che trasformano un sentimento di esclusione in un potente romanzo identitario, talvolta con esiti politicamente e moralmente devastanti. L’ascesa di un personaggio come Trump ne è una prova evidente.

Da questo punto di vista, il fascismo offre una lezione che andrebbe ricordata.

Definirlo semplicemente «l’ideologia dei falliti» sarebbe storicamente inesatto. Il fascismo ebbe tra i suoi sostenitori anche professionisti, imprenditori, intellettuali e uomini di successo. Tuttavia, numerosi studiosi hanno mostrato come esso abbia saputo mobilitare sentimenti di frustrazione, di umiliazione e di perdita di status, anche tra i “falliti” o tra coloro che si percepivano come tali.





In questo senso, ripetiamo, più che ideologia dei falliti, il fascismo può essere letto come la politicizzazione del risentimento di chi vive il proprio declino – reale o percepito – come un’ingiustizia da vendicare. Ecco il punto di sutura tra masse prigioniere del risentimento e l’imprenditore del risentimento: il leader. Il che ci riporta alla personalizzazione della politica, tipica di molte esperienze politiche non liberaldemocratiche, da Lenin fino, per certi aspetti, a Vannacci.

L’elettore risentito cerca qualcuno che dia un nome alla propria frustrazione e individui i responsabili della sua condizione. Il leader, che spesso non è affatto un «fallito» ma un individuo di successo, o comunque di notevole intelligenza politica, si offre come interprete e “imprenditore” di quel risentimento, promettendo una rivincita simbolica e politica.

In questa prospettiva, il Quirinale diventa qualcosa di più di una carica istituzionale. Diventa un simbolo. L’ultima consacrazione.

La prova definitiva che coloro che per decenni si sono sentiti esclusi dalla piena legittimazione repubblicana hanno finalmente conquistato anche la cittadella più prestigiosa.

Ed è forse qui il punto più delicato della vicenda.

Una destra pienamente pacificata con la propria storia dovrebbe probabilmente riconoscere che una parte di quell’esclusione non fu il prodotto di un complotto culturale, ma la conseguenza del fatto che la Repubblica italiana nacque precisamente per prendere le distanze dal fascismo e dalla sua eredità politica e morale.





Riconoscere questo non significa accettare un’eterna quarantena democratica. Significa, piuttosto, fare i conti con la propria storia senza trasformare ogni mancato riconoscimento in una ferita da vendicare.

Perché una democrazia vive di alternanza, ma vive anche di memoria. 

E l’aspirazione al Quirinale può essere il segno di una piena maturazione repubblicana. Oppure, al contrario, il capitolo conclusivo di una lunga rivincita simbolica contro l’antifascismo.Per dirla in termini metapolitici: un atto di inclusione nella tradizione repubblicana oppure, paradossalmente, un atto di esclusione simbolica dell’antifascismo.

La differenza non è di poco conto. È la differenza tra governare la Repubblica e sentirsi, finalmente, vendicati da essa.
 

E c’è un ultimo paradosso. Il risentimento è una passione politica insaziabile: non si spegne necessariamente con la vittoria. Anzi, spesso sopravvive ad essa, perché ha bisogno di un nemico e di una ferita da ricordare. Così, anche quando conquista le istituzioni, continua a comportarsi come se fosse ancora all’opposizione.





Quando la conquista del Quirinale viene raccontata come l’abbattimento di un “tabù” e non semplicemente come un normale esito dell’alternanza democratica, il sospetto è che non si stia celebrando soltanto una vittoria politica, ma una rivincita identitaria.

E quando le istituzioni diventano il trofeo di una rivincita, il rischio è che la memoria della Repubblica ceda il passo alla psicologia del risentimento.

E qui il cerchio si chiude: gli sconfitti sono tornati al potere, ma continuano a sentirsi sconfitti. E quando il risentimento governa, la vittoria non basta mai: serve sempre qualcuno con cui fare i conti.

Carlo Gambescia

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