mercoledì 22 luglio 2026

Violenza. L’universalismo selettivo di Giorgia Meloni

 


Ci sono principi che valgono sempre. E ci sono principi che valgono soltanto quando convengono.

La dichiarazione con la quale Giorgia Meloni ha preso le distanze dal video di matrice vannacciana realizzato con l’intelligenza artificiale appartiene, purtroppo, alla seconda categoria.

Giorgia Meloni afferma che la violenza, in qualunque forma si manifesti, debba essere sempre respinta. Un’affermazione condivisibile. Anzi, uno dei cardini della cultura liberale. La politica deve misurarsi con le idee, con il consenso e con il voto, non con l’intimidazione, l’odio o la demonizzazione dell’avversario.


Il problema è che quel “sempre” dura appena poche righe.

Dopo  aver preso le distanze dal video, Meloni sposta infatti il bersaglio polemico sulla sinistra e su quanti chiedono di accertare eventuali responsabilità delle forze dell’ordine. La condanna della violenza diventa così il preludio di un’accusa politica. Non un principio universale, ma un’arma dialettica.

 


È una tecnica retorica ben nota: si parte da una premessa difficilmente contestabile per arrivare a una conclusione di parte.

Naturalmente, nessuno può negare quanto accaduto a Bologna. Se manifestanti hanno aggredito agenti di polizia, devastato beni pubblici o trasformato una protesta in guerriglia urbana, dovranno risponderne davanti alla legge. In uno Stato di diritto la violenza politica non cambia natura a seconda del colore ideologico di chi la esercita.

Ma proprio perché siamo in uno Stato di diritto, lo stesso principio deve valere anche per chi detiene il monopolio legittimo della forza.

 

 


Quando emergono dubbi sull’operato delle forze dell’ordine, chiedere un accertamento rigoroso dei fatti non significa delegittimare la polizia. Significa, al contrario, prendere sul serio il principio secondo cui nessun potere, nemmeno quello esercitato in uniforme, può sottrarsi al controllo della legge. La forza pubblica trae la propria legittimazione proprio dal fatto di essere sottoposta alla legge e al giudizio della magistratura.

Eppure è proprio qui che il ragionamento della premier mostra la sua natura selettiva. Ogni critica agli apparati dello Stato viene facilmente assimilata a una delegittimazione delle forze dell’ordine, quasi che domandare trasparenza equivalga a schierarsi con i violenti.

Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione.

Gli incidenti di Bologna sono stati rapidamente trasformati in un processo politico al sindaco Matteo Lepore. Dalla responsabilità penale dei singoli si è passati quasi automaticamente alla responsabilità politica dell’amministrazione cittadina. È un meccanismo ormai ricorrente: il reato individuale diventa il sintomo di una presunta complicità ideologica della sinistra. Non si discutono soltanto i fatti; si costruisce un capo d’imputazione politico.

 


La cronaca diventa metapolitica. L’episodio serve a consolidare l’immagine del nemico. Il sindaco non è più soltanto un amministratore chiamato a gestire una situazione complessa: diventa il simbolo di una cultura politica ritenuta indulgente verso il disordine. È il passaggio dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva.

Le contraddizioni, però, non finiscono qui.

Negli ultimi anni la destra ha costruito una parte rilevante della propria identità sulla sicurezza: decreti sicurezza, inasprimenti di pena, retorica dell’emergenza, continua evocazione del nemico interno. Una cultura politica che tende a privilegiare la neutralizzazione del conflitto rispetto alla sua regolazione giuridica.

Nello stesso tempo, quando Mario Roggero, il gioielliere che uccise due rapinatori in fuga, è stato trasformato da una parte della destra in un simbolo della “gente perbene”, non si è levato con la stessa forza il richiamo al principio fondamentale dello Stato di diritto: nessuno può amministrare da sé la giustizia. 

 


Così come, nei casi più controversi riguardanti l’uso della forza pubblica, il riflesso del governo è stato quasi sempre quello della difesa preventiva degli apparati, accompagnata dall’accusa di voler delegittimare la polizia.

È qui che l’universalismo proclamato dalla premier si incrina nuovamente.

La violenza sembra essere davvero intollerabile quando proviene dagli avversari politici. Diventa invece un problema da contestualizzare, da ridimensionare o da tacere quando riguarda gli apparati dello Stato, i propri alleati o una narrazione politica fondata sulla sicurezza.

Il punto, allora, non è il video di Vannacci. La sua condanna era doverosa. Il punto è un altro.

In politica le parole contano, ma contano ancora di più i criteri con cui vengono applicate. Se un principio morale vale soltanto contro gli altri, cessa di essere un principio. Diventa propaganda.


La democrazia liberale vive di responsabilità individuali. Le democrazie illiberali, invece, tendono a ragionare per colpe collettive: il manifestante diventa “la sinistra”, il poliziotto diventa “lo Stato”, il sindaco diventa il mandante morale del disordine. È il ritorno della politica delle appartenenze assolute, nella quale il nemico non è più chi commette un illecito, ma chi appartiene al campo avversario.

Lo Stato di diritto non si difende chiedendo fiducia incondizionata nelle istituzioni. Si difende pretendendo che chiunque eserciti il potere — un ministro, un agente di polizia o lo stesso presidente del Consiglio — accetti di essere giudicato secondo le medesime regole che pretende di imporre ai cittadini.

Perché la forza senza controllo genera arbitrio. E la legalità selettiva non è legalità: è soltanto politica travestita da principio.

Carlo Gambescia

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