Ogni tanto Donald Trump torna a evocare il comunismo come il nemico assoluto. Una “trumpata”, diranno i suoi avversari. E probabilmente, conoscendo il personaggio, c’è anche una buona dose di propaganda. Del resto, la sinistra ribatte che il comunismo è da sempre il fantasma agitato dai ricchi per difendere privilegi e patrimoni.
La polemica, tuttavia, sfiora appena il problema. Perché il vero avversario della società libera non è il comunismo come regime storico. Quello, almeno in Occidente, appartiene ormai ai libri di storia. Il vero pericolo è una mentalità che il comunismo ha certamente incarnato, ma che non gli appartiene in esclusiva: lo statalismo.
Comunismo e fascismo sono stati esperienze diverse, persino nemiche. Eppure hanno condiviso un presupposto fondamentale: la convinzione che lo Stato possa e debba modellare la società, correggere gli individui, indirizzarne i comportamenti, decidere quali fini siano degni di essere perseguiti. Cambiano i miti, cambiano le bandiere, ma resta identica la fede nello Stato come artefice della felicità collettiva.
Questa mentalità si fonda su un’idea di uguaglianza che non riguarda i punti di partenza, bensì quelli di arrivo. Non basta garantire a tutti le stesse regole: bisogna assicurare risultati il più possibile simili. E poiché gli uomini sono diversi per capacità, aspirazioni, fortuna e impegno, qualcuno dovrà inevitabilmente intervenire per correggere tali differenze. Quel qualcuno è lo Stato.
Dalle imposte alla regolazione, dai sussidi ai divieti, fino alle sanzioni più severe, lo Stato viene progressivamente investito del compito di redistribuire non soltanto il reddito, ma anche le opportunità, i comportamenti e perfino le aspettative individuali. È un processo che nasce spesso con le migliori intenzioni, ma che tende naturalmente ad allargarsi. Ogni problema sociale diventa un problema pubblico; ogni difficoltà individuale richiede una nuova legge, un nuovo ufficio, una nuova tassa.
Naturalmente esiste un compromesso storico che si chiama Stato sociale. Esso rappresenta uno dei grandi risultati della civiltà liberale, purché rimanga compatibile con una società capace di produrre ricchezza. Il problema nasce quando il welfare cresce più rapidamente dell’economia che dovrebbe sostenerlo. Se la pressione fiscale e la regolazione diventano eccessive, finiscono per scoraggiare proprio quella produzione di ricchezza dalla quale dipendono le politiche sociali. Seguono crisi fiscali, riforme, correzioni, tagli e nuovi aumenti d’imposta, in un equilibrio sempre più precario che lascia scontenti quasi tutti.
Lo statalismo, dunque, non è una dottrina confinata alla sinistra. Può assumere forme socialiste, nazionaliste, populiste, tecnocratiche o persino ambientaliste. Cambiano le motivazioni, non il meccanismo: attribuire allo Stato responsabilità sempre più vaste e sottrarre progressivamente spazio alla responsabilità individuale e alla società civile.
In fondo, lo statalismo è una tentazione antropologica prima ancora che politica. Gli uomini cercano sicurezza molto più spesso di quanto cerchino libertà. Delegare è più semplice che decidere; obbedire è meno faticoso che assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Per questo ogni epoca inventa nuove ragioni per ampliare il potere dello Stato e fare della libertà una semplice scimmia del potere.
L’esperimento liberale, tra l’altro senza ritenersi tale, nato spontaneamente in Occidente tra Sei e Settecento, rappresenta forse il più audace tentativo di invertire questa tendenza. Non promette uomini migliori né una società perfetta. Si limita a una scommessa, tanto semplice quanto rivoluzionaria: che individui liberi, sottoposti a regole generali e uguali per tutti, siano in grado di costruire un ordine sociale più prospero e più giusto di quello progettato dall’alto.
È una scommessa difficile, perché chiede responsabilità invece di protezione, autonomia invece di dipendenza, rischio invece di tutela permanente. Ma è anche l’unica che, finora, abbia consentito di conciliare libertà politica, benessere economico e pluralismo sociale. E si badi, la teorizzazione liberale vera e propria è venuta dopo, non prima. E sulla base dei risultati.
Certo, una società libera non può esistere senza uno Stato capace di garantire la difesa esterna, la sicurezza interna e il rispetto delle regole comuni. Il problema nasce quando lo Stato smette di essere arbitro e pretende di diventare il protagonista della vita sociale. Quando non si limita più a proteggere la libertà, ma vuole organizzarla, distribuirla e perfino sostituirsi ad essa.
È in quel momento che lo Stato si trasforma, poco alla volta, in Stato padrone. E lo statalismo, qualunque sia il colore politico con cui si presenta, diventa il vero nemico della libertà.
Carlo Gambescia





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