venerdì 3 luglio 2026

Da Montanelli a Cerno: la malinconia di un vecchio lettore

 


C’è una malinconia particolare che assale i lettori di una certa età quando vedono invecchiare male un giornale che hanno amato da ragazzi. È un sentimento diverso dalla nostalgia. È qualcosa di più simile al dispiacere che si prova quando un vecchio amico, col passare degli anni, smette di essere sé stesso.

Per noi, il “Giornale nuovo” – come allora si chiamava, per distinguersi da un’altra testata – è stato tutto questo.

Eravamo molto giovani quando nacque, nel giugno del 1974. Anni feroci, politicamente e culturalmente. L’Italia era attraversata da ideologie totalizzanti, da appartenenze quasi religiose, da giornali che spesso erano organi di partito prima ancora che strumenti di informazione.

In quel panorama, il giornale fondato da Indro Montanelli rappresentava un’anomalia preziosa, per noi stanchi del “MaoMessaggero” (come lo chiamava, un amico, Roberto Bi), a Roma, giornale di famiglia, diciamo, all’epoca spostatosi troppo a sinistra. Un unicum, nella storia del popolare quotidiano romano.

“Il Giornale” era un quotidiano dichiaratamente conservatore e liberale, ma soprattutto era un giornale indipendente, allergico alle ortodossie, diffidente verso ogni conformismo. Non bisognava necessariamente condividerne le posizioni per apprezzarne lo stile: l’ironia, il gusto della provocazione, la libertà di giudizio, persino una certa aristocratica diffidenza verso il potere.



Montanelli aveva molti difetti e non pochi pregiudizi. Ma possedeva una qualità oggi rarissima: non si faceva arruolare.

Per questo, vedere oggi la prima pagina de “Il Giornale” provoca una sensazione straniante.

L’editoriale di Tommaso Cerno – troppo lungo per essere un vero “Controcorrente”, quelli di Montanelli erano fucilate – dedicato allo scisma dei lefebvriani è interessante proprio perché dice quasi il contrario di ciò che il titolo lascia intendere.

Non è una difesa del tradizionalismo. Anzi. La sua tesi è che la vera Tradizione non coincida con il culto del passato, ma con la capacità di una comunità di cambiare senza smarrire sé stessa. In questo senso, persino il Concilio Vaticano II diventa parte della tradizione cattolica e il vero «tradimento» sarebbe stato il rifiuto di accettarlo.

È un’idea tutt’altro che banale e persino condivisibile. Il problema è che Cerno non la sviluppa fino in fondo e, soprattutto, la abbandona presto per scivolare su un altro terreno. L’editoriale comincia parlando di teologia e finisce per alludere alla politica, alle radici, all’identità, al rapporto tra patriottismo e nazionalismo. La vicenda dei lefebvriani diventa così una metafora delle guerre culturali contemporanee.



È qui che il ragionamento si fa meno convincente. Perché quando la storia viene trasformata in allegoria politica o, peggio ancora, in ideologia, si rischia di perdere la storia stessa.

Anche per questo colpisce la parabola de “Il Giornale”. Il quotidiano che nacque per sfuggire ai conformismi dell’epoca è diventato, negli anni, un giornale sempre più organico a una parte politica, sempre più immerso nelle guerre culturali della destra identitaria, sempre meno disposto al dubbio.

Dal 1994 in poi, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nuova proprietà, qualcosa si è lentamente spezzato. Non tutto in una volta. I giornali, come le persone, cambiano poco alla volta. Alla fine, però, il cambiamento è diventato evidente.





Non è soltanto una questione di linea politica. Un giornale può essere di destra, di sinistra o di centro e rimanere un grande giornale. È una questione di spirito.

Il vecchio “Giornale” montanelliano era irriverente verso tutti, compresi i propri amici. Quello di oggi appare spesso come un giornale di appartenenza, militante, impegnato più a confermare le convinzioni dei propri lettori che a sfidarle.

Ciò che davvero rattrista è la scomparsa di quello spirito liberale, scettico e antidogmatico che, da ragazzi, ci spinse a comprare “Il Giornale” in edicola. E che ci insegnò che il primo dovere di un giornalista non è dare conforto alle proprie tribù.

Indro Montanelli questo lo sapeva benissimo. E forse è proprio per questo che, guardando oggi quella testata, la nostalgia è inevitabile. 

Non per il passato in sé, ma per un giornalismo che disturbava le certezze invece di amministrarle.

 

Carlo Gambescia

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