domenica 27 settembre 2026

Fiorello. Il conformismo della risata

 


Diciamolo subito: nulla di personale. Fiorello ci è perfino simpatico. Il problema, semmai, è capire perché piaccia così tanto. Perché il fenomeno Fiorello, più ancora del personaggio, merita qualche riflessione.

Fiorello fa ridere. Ride di tutto e di tutti, in modo trasversale, prendendo in giro politici, personaggi dello spettacolo, giornalisti, colleghi, luoghi comuni. Ma senza quasi mai spingersi davvero oltre. Non è la comicità sciatta e spesso volgare del Bagaglino, ma neppure quella feroce e politicamente orientata di Crozza. Non cerca il colpo basso e nemmeno, di norma, quello che lascia il pubblico con qualche imbarazzo di troppo.

Ha dunque una comicità tutta sua? Sì, probabilmente. Ma è proprio questa comicità che ci interessa.

Fiorello rappresenta, a nostro avviso, una forma di comicità media. Media non nel senso di mediocre professionalmente: tutt’altro. I tempi sono quelli giusti, la mimica funziona, l’imitazione è riconoscibile, il mestiere c’è tutto. Media nel senso sociologico: una comicità che si colloca esattamente all’altezza del pubblico medio, ne intercetta i riferimenti, ne asseconda le aspettative e soprattutto non gli chiede uno sforzo particolare.


Prendiamo il lancio del suo nuovo programma. Fiorello ha giocato con lo spot di Brad Pitt, trasformando in materiale comico un tormentone pubblicitario già ampiamente conosciuto. È un esempio quasi perfetto del meccanismo: non occorre spiegare molto, perché il pubblico possiede già il codice. Di qui l’intuizione immediata. Basta evocarlo, deformarlo un poco, e la risata arriva.

È una comicità a basso costo cogntivo. Non perché sia povera di mezzi, ma perché costa poco allo spettatore. Non gli chiede di cambiare prospettiva, di mettere in discussione una convinzione, di seguire un ragionamento. Gli chiede semplicemente di riconoscere qualcosa che conosce già e di ridere.

Fiorello, in questo senso, non distrugge il consenso: lo attraversa. Può scherzare su tutti proprio perché raramente trasforma la battuta in un vero conflitto. La sua trasversalità è anche la sua forza. Destra e sinistra, politica e spettacolo, personaggi celebri e gente comune: tutti possono diventare oggetto della battuta. Ma, una volta riso, tutto torna al proprio posto.

Qualcuno, in modo malevolo, la potrebbe chiamare comicità democristiana. Non è proprio così.

Il punto è che Fiorello fa ridere senza mettere quasi mai il pubblico in difficoltà. Non è poco. Nella società di massa è moltissimo.Perché la risata è anche un fenomeno sociale. Ridere insieme significa riconoscersi. Basta una citazione, un’imitazione, un tormentone, un gesto. Ci si intende al volo. E quando tutti ridono della stessa cosa, per qualche secondo si crea una piccola comunità del consenso.

Potremmo chiamarlo il conformismo della risata.

Non è necessariamente conformismo politico o ideologico. È qualcosa di più semplice e, proprio per questo, forse più interessante: un conformismo del gusto, del riferimento culturale, della battuta che sappiamo già come interpretare. Ridiamo perché sappiamo già che cosa dobbiamo trovare divertente. Comicità intuitiva da tweet. Con un bolla enorme però. In qualche misura Fiorello riflette il mondo social. Però senza hater.

C’è tuttavia una controindicazione: la sua comicità scivola come l’acqua. Rinfresca, diverte, accompagna piacevolmente una serata. Ma dura poco. Finita la risata, non rimane necessariamente una domanda, un dubbio, una prospettiva diversa. Non c’è quasi mai un secondo tempo della battuta.

Naturalmente non è obbligatorio che la comicità debba far pensare. Una battuta non è una lezione di sociologia, e sarebbe persino ridicolo pretendere che ogni comico debba consegnarci, insieme alla risata, una teoria della società.

Ma proprio qui sta il punto. Non stiamo chiedendo a Fiorello di fare filosofia. Stiamo osservando che cosa succede quando una comicità così poco conflittuale diventa una forma di intrattenimento di massa.

Il risultato è una comicità intuitiva che non divide, non scandalizza, non mette in discussione. Soprattutto, non rischia quasi nulla.

Si ride di tutto, dunque. Ma quando si può ridere davvero di tutto, senza che nulla lasci il segno, viene anche il sospetto che non si stia ridendo poi di molto.

È la differenza tra la comicità che prende in giro la realtà e quella che semplicemente la accompagna.

Fiorello accompagna. Accompagna benissimo, per carità. È un ottimo accompagnatore. Ma non ci porta necessariamente da qualche parte.

E qui torna la società di massa. Perché il successo di Fiorello non dice soltanto qualcosa su Fiorello. Dice qualcosa anche su noi spettatori. Ci piace una comicità che riconosciamo immediatamente che non ci obbliga a schierarci, che non ci mette in imbarazzo e che, soprattutto, finisce esattamente dove è cominciata. Una risata, e via.

Come detto è una comicità senza conseguenze. E proprio per questo può diventare una comicità perfettamente conforme alla mediocrità di massa. Non mediocre perché fatta male. Al contrario. Il grande talento di Fiorello consiste nel farci ridere tutti insieme senza costringerci, quasi mai, a chiederci perché stiamo ridendo.


 

E così la risata diventa conformista non perché qualcuno ce la imponga, ma perché ci trova già d’accordo.

Una specie di conformismo spontaneo. Un’ appendice moderna al Discorso sulla servitù volontaria del grande Étienne de La Boétie.

Che, come tutti i conformismi riusciti, ha almeno un vantaggio: non sembra nemmeno conformismo.

Carlo Gambescia

2 commenti:



  1. Ben scritto. Trattasi di comicità innocua, furbetta e quindi istituzionalizzata. Né più né meno che intrattenimento. Buona domenica

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