sabato 31 gennaio 2026

“Remigrazione”: il nuovo lessico del razzismo





La conferenza stampa per lanciare   una petizione popolare sulla “remigrazione”, prevista alla Camera dei deputati, viene bloccata dopo la protesta delle opposizioni. Pd, M5S e Avs occupano la sala stampa, intonano Bella ciao, l’incontro è  sospeso: “Non ci sono le condizioni”. Dal fronte opposto, il deputato leghista promotore dell’iniziativa, Domenico Furgiuele, deputato della Lega, rilancia: "Ci riprovo? Sì". E giù con il consueto vittimismo: sinistra Ztl, fascismo che non esiste, lui dalla parte del popolo, eccetera.

I soliti luoghi comuni dei fascisti,  per dirla in romanesco, “beccati con il sorcio in bocca”: i conferenzieri sembravano usciti dal manuale guida della squadra politica, non tanto per l’abbigliamento, quanto per l’atteggiamento strafottente, alla “me ne frego”. Che chi conosce la storia dei movimenti fascisti sa che non è solo folclore.



L’episodio però, è altamente simbolico. E proprio per questo merita di essere preso sul serio, senza indulgere né allo scandalo automatico né all’autoassoluzione rituale.

Partiamo da un punto fermo. Il problema non è — o non è solo — che si parli di “remigrazione”. Il problema è dove se ne parla. Il Parlamento non è uno spazio neutro. È una macchina simbolica potente: ciò che entra lì dentro non è semplicemente detto, è riconosciuto come dicibile entro una cornice istituzionale. Aprire le porte della Camera a un convegno di questo tipo non equivale a garantire la libertà di espressione; equivale a legittimare un lessico, un orizzonte di senso, una possibile visione dell’ordine sociale.

Ed è qui che occorre fermarsi sul concetto chiave. Che cos’è davvero la “remigrazione”. Per evitare equivoci, è utile collocare il concetto anche storicamente e politicamente, indicando attori, ambienti e riferimenti teorici che ne hanno favorito la diffusione.



Il termine “remigrazione” (dall’originale francese remigration) non è un termine tecnico neutro, né una variante elegante di “rimpatrio”. È un concetto ideologico con una genealogia precisa. Si afferma a partire dagli anni Novanta negli ambienti dell’estrema destra europea — soprattutto nell’area identitaria francese e tedesca — come risposta all’immigrazione extraeuropea e al multiculturalismo. Non nasce nei documenti delle organizzazioni internazionali, né nel lessico del diritto, ma in contesti militanti che concepiscono il popolo come entità organica e il territorio come spazio naturale di appartenenza. In breve: antiquariato concettuale nazifascista.

La distinzione con il rimpatrio è decisiva. Il rimpatrio è, almeno in linea di principio, una misura giuridico-amministrativa che riguarda persone prive di titolo di soggiorno e si fonda su procedure individuali. La remigrazione, invece, non si basa sullo status legale, ma sull’appartenenza culturale o etnica percepita. Non risponde alla domanda “chi è irregolare?”, ma a una molto più radicale: chi non dovrebbe stare qui.

In questa prospettiva, la remigrazione può riguardare anche cittadini regolari, persone nate nel paese, individui formalmente integrati ma ritenuti “non assimilabili”. Il suo nucleo non è la gestione dei flussi, ma la ridefinizione dell’appartenenza. Quindi non è problema di indennizzi o bonus previsti dalle legge per favorire i ritorni alle terre di origine, ma di principio. Del resto, una volta passata l’ “idea” i bonus si possono pure tagliare, sopprimendo i fondi in bilancio, e così andare  per le spicce.



Il punto centrale è il rovesciamento di un principio cardine dello Stato liberale: l’appartenenza fondata su diritti e cittadinanza. Al suo posto subentra un criterio carnivoro pre-politico: origine, cultura, religione, “compatibilità di civiltà”. Si è inclusi non perché si ha diritto di esserlo, ma finché si è giudicati compatibili.

Ma affondiamo ancora di più il coltello lessicale. Come detto, sul piano storico-politico, la remigrazione emerge come parola d’ordine nei circuiti dell’estrema destra identitaria europea tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila.

Qualche nome. Un riferimento intellettuale ricorrente è lo scrittore francese Renaud Camus, teorico della “sostituzione demografica” (Grand Remplacement), termine che conia esplicitamente nel 2011. Camus, lasciando da parte la sua ipotesi complottista di un perfido disegno segreto delle cattive élite apolidi, sviluppa l’idea che l’immigrazione di massa produca una trasformazione irreversibile del “popolo”, inteso come entità culturale ed etnica. In questo modo fornisce l’impianto concettuale che verrà poi ripreso da movimenti e figure politiche.



Il termine “remigrazione” viene successivamente adottato e normalizzato dai movimenti identitari in Francia (Génération Identitaire), in Austria e Germania (Identitäre Bewegung). In particolare attraverso Martin Sellner, che lo promuove come progetto di lungo periodo, graduale e formalmente “non violento”, volto a ristabilire l’omogeneità culturale delle società europee. Un’ossessione, quella della purezza, travestita da gestione razionale del sociale.

Negli ultimi anni il concetto ha iniziato a circolare anche ai margini di partiti strutturati. In Germania, settori dell’AfD ne hanno discusso apertamente in riferimento non solo ai migranti irregolari, ma anche a cittadini di origine straniera ritenuti “non integrabili”.


In Francia il termine resta ufficialmente marginale nel lessico del Rassemblement National, ma è ampiamente presente nell’ecosistema culturale che circonda il partito. Marion Maréchal, con il suo progetto politico più radicale, ha contribuito a legittimare questo orizzonte discorsivo.

In Italia il concetto compare più tardi, importato direttamente dal lessico francese, attraverso esponenti della destra radicale e dell’area neofascista. Tra i nomi più visibili figurano Roberto Vannacci e Domenico Furgiuele. CasaPound è stata tra le organizzazioni centrali nella creazione del Comitato Remigrazione e Riconquista, promotore di una proposta di legge sostenuta da figure note dell’ultradestra. L’evento alla Camera dei deputati, organizzato proprio da Furgiuele, conferma che il termine non resta più confinato alle frange radicali, ma tenta l’accesso alla rispettabilità istituzionale, seguendo una traiettoria già osservata in Francia, Germania e Austria.

Il precedente storico più istruttivo non è solo il fascismo come regime, ma il passaggio concettuale che negli anni Venti e Trenta conduce alla ricomposizione politica della triade Stato–popolo–territorio. In argomento c’è un’interessante letteratura storica, a partire dalla Tentazione fascista di Tarmo Kunnas, che offre una specie di nomenclatura in materia. In quel contesto l’appartenenza politica viene progressivamente sganciata dalla cittadinanza giuridica e ricondotta a criteri pre-politici di origine, cultura e “compatibilità”.

Il liberalismo aveva spezzato quella triade, distinguendo lo stato dalla comunità etnico-culturale e il territorio dai diritti di sangue; l’aggressiva cultura protofascista del primo Novecento tenta invece di riunificarla, trasformando l’appartenenza in una qualità sostanziale e condizionata. È questo passaggio — più che la sua forma totalitaria — che oggi la remigrazione tenta di riattualizzare, aggiornandolo in un linguaggio apparentemente democratico e gestionale.



Attenzione, la Rivoluzione conservatrice tedesca non fu razzista in senso biologico, ma fu radicalmente anti-universalista e culturalmente escludente. Lasciò in eredità concetti politicamente pericolosi — omogeneità del popolo, appartenenza pre-politica, rifiuto dell’eguaglianza liberale — che oggi riemergono, in forma aggiornata, nelle destre di ascendenza neofascista, anche quando si presentano in tailleur sartoriale. Si noti il silenzio di Giorgia Meloni sui fatti di ieri: né pro né contro. E intanto come il veleno,  la parola “remigrazione” entra in circolo…

Questa traiettoria è significativa e vale la pena ribadirla, perché è decisiva: la remigrazione nasce come parola d’ordine estremista, si consolida come concetto del vocabolario politico “accettabile” e tenta infine l’accesso alla legittimazione istituzionale. Non è una semplice normalizzazione linguistica, ma la costruzione dell’orizzonte delle politiche pensabili.

“Remigrazione” suona tecnica, quasi burocratica; suggerisce ordine, simmetria, buon senso. È proprio questa patina di razionalità che la rende politicamente efficace: prima normalizza il lessico, poi rende pensabili — e infine praticabili — politiche di esclusione che, espresse in altro linguaggio, apparirebbero immediatamente come ciò che sono. In questo senso, il termine opera sull’immaginario sociale: prepara consenso passivo prima ancora che misure coercitive. In realtà è deportazione e in prospettiva – pronti a scommettere – istituzione di un corpo di polizia come l’ICE statunitense (l’America, purtroppo, fa sempre scuola, nel bene il più delle volte, ma anche nel male).

La protesta delle opposizioni appare dunque comprensibile nella sostanza, ma fragile nella forma. Occupare la sala stampa e cantare Bella ciao è un gesto emotivamente potente, ma politicamente debole. Funziona come segnale identitario, produce immagini, scalda la base. Ma non smonta il dispositivo concettuale della remigrazione, non ne esplicita la genealogia, non ne mostra gli effetti. Si limita a dire: questo non si fa.



Il rischio è evidente. Mentre l’opposizione si muove sul terreno della testimonianza morale, la destra lavora sull’egemonia culturale. Introduce parole, le rende dicibili, le fa circolare come opzioni legittime di dibattito. Ogni stop diventa pubblicità, ogni protesta una conferma del proprio status di vittima del "sistema" (la vecchia guardia almirantiana,  a suo modo elegante, parlava di "Lor Signori").  Quando Furgiuele dice "ci riprovo", non sta provocando: sta pianificando.

Il punto va ripetuto, proprio perché è decisivo: il vero conflitto non è per una sala o per un evento – i soliti dispettucci infantili – ma per il vocabolario politico. Trattare la remigrazione come una posizione tra le altre significa accettare implicitamente che l’appartenenza possa diventare condizionale. Ed è una soglia che, una volta superata, difficilmente resterà confinata ai soli migranti.

In definitiva, la scena di oggi dice meno su un ritorno caricaturale del fascismo e molto di più su un mutamento più profondo: la separazione tra politica come costruzione di senso e politica come rituale morale. La prima è oggi saldamente nelle mani della destra. La seconda è spesso l’unico linguaggio rimasto all’opposizione.



La storia insegna che non vince chi canta meglio Bella ciao, ma chi riesce a definire i termini concettuali del conflitto. E oggi la battaglia decisiva non è per occupare uno spazio, ma per impedire che certe parole — una volta entrate nelle istituzioni — diventino il nuovo senso comune. E potrebbe essere già tardi.

Che fare allora? Non basta denunciare. Occorre capire che la remigrazione non è solo un termine, è un’idea politica con effetti concreti,  e in quanto tale, razzista, discriminatoria e potenzialmente perseguibile penalmente. Definirla così è il primo passo per fermarla.

Carlo Gambescia

venerdì 30 gennaio 2026

Blindati e paura: la normalizzazione dell’eccezione

 


Senso di impotenza. Stanno vincendo i cattivi. La storia si ripete e non è detto che la seconda volta si tratti di commedia.

Che pensare di una Giorgia Meloni che celebra in Italia la Giornata della Memoria (*), nel modo ipocrita che sappiamo (il fascismo fu “complice”) e non dice una parola su quello che sta accadendo negli Stati Uniti? Terra di immigrazione che ora combatte l’immigrazione con una ferocia – si rifletta bene sul punto, almeno chi ha ancora un cervello – pari a quella di Hitler con gli ebrei?

Trump, non ha forse dichiarato che l’immigrato, a prescindere dal fatto che sia clandestino, “avvelena il sangue” americano? Roba da Mein Kampf.



Il fastidio ( a destra ) che suscita ogni riferimento a Hitler dice più sul presente che sul passato. La cosiddetta Reductio ad Hitlerum – di cui qualcuno potrebbe accusarci – è diventata una scorciatoia polemica, un conformismo autodifensivo: non serve a confutare un’analogia, ma a evitarla.

Come se il nazismo fosse stato un meteorite irripetibile, e non il prodotto storico di un insieme riconoscibile di dispositivi politici: costruzione del nemico, naturalizzazione della paura, linguaggio biologico applicato alla società, sospensione progressiva delle garanzie in nome dell’emergenza. Quando questi elementi riappaiono, non è la storia a essere abusata: è la memoria a essere rimossa. E di questo doveva parlare Giorgia Meloni, non di “complicità”.





E ora i carri armati Puma, in bella vista alla Stazione Termini e al Colosseo. Si dirà che tre “blindati” non fanno colonnelli. In realtà la percezione della gente è cambiata. Io stesso mi trovavo meno di un mese fa alla stazione, e la polizia fermava la gente chiedendo di mostrare i documenti.

La presenza di mezzi militari nello spazio urbano non è del tutto priva di precedenti nella storia della Repubblica. Negli anni Settanta, durante il terrorismo politico, e nei primi anni Novanta, dopo le stragi mafiose, l’esercito fu impiegato a supporto dell’ordine pubblico, anche con mezzi blindati. Ma si trattava di interventi esplicitamente eccezionali, legati a emergenze riconosciute come tali e delimitate nel tempo. A partire dal 2008, con l’operazione “Strade Sicure”, qualcosa cambia: la presenza dei militari diventa strutturale, ordinaria, sganciata da una minaccia specifica. È questo il vero salto di qualità: non la comparsa dei blindati in sé, ma la loro normalizzazione nello spazio civile, in assenza di un pericolo proporzionato.

Però anche su questo punto va fatta un’osservazione. L’operazione “Strade Sicure”  fu varata da  Berlusconi, che pur con tutti i suoi difetti non proveniva dal Movimento Sociale, mentre Giorgia Meloni sì: e la differenza è netta. Un ridanciano imprenditore playboy da una parte, una rappresentante della tradizione neofascista italiana dall’altra. 



Questa volta siano dinanzi alla normalizzazione dell’eccezione. Non è il numero dei mezzi militari a contare, ma la loro funzione simbolica.

Il potere contemporaneo – soprattutto dopo Trump 2 il ritorno – non governa solo attraverso le leggi, ma attraverso la messa in scena della sicurezza. Blindati, controlli visibili, pattugliamenti spettacolari non servono tanto a prevenire un pericolo reale, quanto a produrre un sentimento collettivo: l’idea che il pericolo sia ovunque. È su questo scarto tra realtà statistica e percezione indotta che prosperano le destre: non creano l’insicurezza, la interpretano politicamente, e poi la amministrano.

Impressionismo sociologico? Le statistiche   ci dicono   che l’Italia è un paese sicuro. Eppure la destra gioca sull’immaginario della gente comune per creare una situazione di angoscia e insicurezza (**).

Dopo quella di dividere e asservire la magistratura, la prossima mossa, soprattutto se le prossime elezioni saranno vinte da una destra capace di imbrogliare le carte elettorali introducendo un corposo premio di maggioranza, sarà di introdurre un corpo speciale di polizia contro i migranti sul tipo dell’ICE americano. È solo questione di tempo.



Parlare di un possibile corpo speciale di polizia contro i migranti non significa fare profezie apocalittiche, ma osservare una traiettoria. Le democrazie non si trasformano in regimi autoritari con un colpo di mano, ma per accumulo di eccezioni: una norma speciale, un’emergenza permanente, una categoria di persone progressivamente sottratta alle garanzie comuni. L’ICE americano non è un’anomalia, ma il risultato coerente di una logica che ricorda da vicino il nazismo. Pensare che l’Italia ne sia immune non è realismo politico: è superstizione istituzionale.



L’America fa scuola nel bene, e purtroppo, come sta accadendo, anche nel male.

Questa disgrazia politica di Trump – che lascia tuttora gli analisti come quei pugili andati a tappeto – sta avendo ripercussioni anche di tipo culturale in tutto il mondo: rafforza il nazionalismo, il razzismo, l’antiliberalismo. E i carri armati alla stazione Termini non sono che il primo passo.

Che brutto sarà quel che verrà. Che malinconia.

Carlo Gambescia

(*) Ne abbiamo scritto qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/giorgia-meloni-e-la-shoah-memoria-senza.html

(**) Cfr. Rapporto Univ Censis, “La sicurezza fuori casa”, maggio 2025.  Il 78,8% degli italiani teme situazioni pericolose fuori casa e quasi 4 su 10 rinunciano a uscire di sera; il rapporto evidenzia come la percezione di rischio sia molto alta rispetto ai dati reali sui reati, invitando a leggere la paura con maggiore equilibrio critico. Che con un governo di gente che non ha mai fatto i conti con il fascismo e che simpatizza per Trump è cosa praticamente impossibile.

giovedì 29 gennaio 2026

Oltre Trump: perché il fascismo è una mentalità, non (solo) un’ideologia

 


L’intervista a “la Repubblica” di Anne Applebaum, saggista e giornalista di estrazione liberal, non ha provocato il rumore che meritava, soprattutto da parte della sinistra riformista, che in Italia, nonostante un governo che sostiene che Mussolini abbia fatto “anche” cose buone, teme di usare il termine fascismo nei confronti di Giorgia Meloni, La Russa, Musumeci, Mollicone, Giuli e altri esponenti della stessa famiglia politica.

La destra invece l’ha ignorata. Come chiunque osi criticare Trump (Rai docet). Vedremo nei prossimi giorni. Tra l’altro Autocrazie, un testo di  alta divulgazione storica della Applebaum, tradotto in italiano, è stato insignito del Premio Strega Saggistica Internazionale (*).
 

Insomma, silenzio o quasi. Sembra proprio che in Italia purtroppo non ci sia un idem sentire liberale. Con buona pace dei liberali italiani, largamente gravitanti a destra (vizio storico, purtroppo, inaugurato nel 1922), che si aspettano da Trump, nemico della libertà in patria, la fondazione della liberal-democrazia in Iran e che chiudono un occhio su quel barbaro nazionalista di Netanyahu. Bah…


 

Applebaum ha ragione su un punto fondamentale: mai usare la parola fascismo con leggerezza. Proprio per questo la definisce appropriata per quello che sta accadendo negli Stati Uniti oggi: un’amministrazione che “glorifica la violenza” e opera con disprezzo per la legge e la Costituzione.

Sì, il rischio c’è. E forse si tratta anche più di un’ombra.

Per quel che ci riguarda, da tempo non parliamo del fascismo come fantasma di un passato novecentesco o come etichetta retorica da salotto. Parliamo di dinamiche reali, sociologiche e metapolitiche, che producono scontro sociale e frammentazione, proprio come accadde nella prima metà del Novecento.


 


Esiste un’idea di fondo, pericolosissima: il fascismo ha sempre portato con sé (e porta), inevitabilmente, l’idea di guerra civile latente, pronta a trasformarsi in pratica collettiva: gruppi contrapposti, odio reciproco, legittimazione della forza come strumento politico. Il fascismo è sempre stato preceduto dalla fase della “grande paura” come nella Spagna prima del 1936, la Germania prima del 1933, l’Italia prima del 1922.

Nel caso statunitense non siamo ancora alla fase del colpo su colpo fra bande armate in stile terrorismo urbano — ma i segnali di frizione ci sono. In Minnesota, le operazioni aggressive di polizia federale e dell’ICE e le relative proteste mostrano una popolazione che vive questo scontro come minaccia diretta alla sicurezza quotidiana, non solo come divergenza politica. E se guardiamo ai casi concreti di attentati politici e violenza urbana recente, da Kirk alla Good e Pretti – episodi emblematici – si capisce che il terreno per la tensione sociale è già pronto.

Questa è la posta in gioco: se chi si oppone a Trump e alla sua macchina del potere decidesse di reagire con violenza - non teoria, ma azioni mirate di ritorsione urbana - si innescherebbe velocemente quella spirale di guerra civile che i fascismi del Novecento non solo temevano, ma incitavano. È la paura, più della libertà, che spinge la gente a desiderare un “uomo forte” che ristabilisca ordine e sicurezza. È lì che il fascismo trova il suo spazio.



Da questo punto di vista, l’appello dei leader del Partito democratico alla calma ha due facce: da un lato è positivo perché non spalanca la porta alla violenza di tutti contro tutti, ma dall’altro rischia di favorire la violenza strutturale di una sola parte, legittimata dalla forza dello Stato, creando così un clima di paura e sottomissione crescente. In questo clima, l’uomo medio  - la gente comune, immersa nella quotidianità: bollette, lavoro, figli, barbecue, eccetera -  finisce per dire: “che mi importa della libertà, voglio pace e sicurezza”. Ed è esattamente così che si costruisce consenso per l’uomo forte.

Quanto a Trump, la Applebaum ha ragione nel dire che non è propriamente un ideologo nel senso accademico del termine -  non è uno che scrive dottrine elaborate - ma qui entra in gioco un punto che molti analisti, in particolare liberal o di sinistra, sottovalutano: la presunzione ideologica dell’intellettuale. Troppe analisi continuano a cercare l’ideologo “puro” - il Marx, il Lenin, il Mao - e così sottovalutano il valore reale del nemico. Perché il fascismo storico non è nato da professori di filosofia, ma da rozzi uomini di potere pragmatici, animati da una spaventosa volontà di potenza, che traducevano banalità semisuperiori in consenso di massa.

E qui sta la verità: Trump non è un ideologo in senso classico, ma come Mussolini, Hitler, Franco e gli autori minori dei fascismi degli anni Venti e Trenta – inclusa la “Rivoluzione conservatrice” tedesca (che spiegava la distruzione della ragione al popolo) – ha usato frasi semplici e sensazioni primarie dell’uomo medio per consolidare il proprio potere. Si tratta di un approccio tuttora presente nella pubblicistica di estrema destra, microscopica ma capillare,  che sotto l’ombrello governativo di Giorgia Meloni, non si stanca di riproporre le stesse scellerate analisi di cento anni fa. Se proprio si deve definire ideologia, il fascismo è una  razionalizzazione ex post della violenza.  Omicidi politici in cerca di giustificazione. Dopo però.





Trump sarà pure un “non ideologo”, ma resta  comunque efficace come quelli che l’hanno preceduto. Questo dimostra che l’osservazione di Applebaum non ci mette al sicuro dal fascismo come mentalità. Come fatto metapolitico.

Sempre a questo proposito, le sue tesi richiamano pericolosamente il comportamento dei liberali italiani e dei socialisti riformisti del 1919-22. Ci riferiamo alla sua visione deterministica del liberalismo, che rasenta la fede, unitamente alla convinzione che basterà protestare pacificamente (“fermi, calmi, determinati”) e votare contro Trump per “uscire dall’incubo”, come pure interagire con “i governi democratici globali” chiedendo loro più “determinazione” nei confronti di Trump, guai compiacerlo, come invece sta accadendo.

Quest’ultima osservazione - vedi la Meloni e altri leader europei a tappetino - non è sbagliata. Però anche allora si pensava che il fascismo fosse un fenomeno passeggero, qualcosa che non avrebbe superato la soglia del dibattito democratico. Sappiamo com’è andata: il fascismo non passò da solo. Fu tollerato, minimizzato, normalizzato, fino a diventare potere.

 


Per questo oggi non basteranno i sondaggi negativi, né le invocazioni alla calma, né la fede rituale nelle procedure. Quando la paura diventa più importante della libertà, la democrazia non crolla di colpo: si consegna, lentamente, a chi promette ordine. Ed è sempre così che comincia.

E quando ce ne accorgiamo, di solito, è già troppo tardi.

Carlo Gambescia

(*) Qui l’ intervista: https://www.repubblica.it/esteri/2026/01/28/news/applebaum_intervista_america_incombe_ombra_fascismo-425121909/ .

mercoledì 28 gennaio 2026

Giorgia Meloni e la Shoah. Memoria senza nomi

 


Nel messaggio di Giorgia Meloni per la Giornata della Memoria colpisce meno ciò che viene detto di ciò che viene accuratamente evitato. La Shoah è evocata come “abisso”, “macchina di morte”, “disegno diabolico”. Tutto vero. Ma tutto astratto. Mancano i nomi propri, e quando la memoria rinuncia ai nomi, smette di essere storia e diventa vuota liturgia (*).

Non si parla mai di Germania, né dello Stato tedesco nazionalsocialista come soggetto politico responsabile. Non sia mai, poi proprio ora che i rapporti come Merz sembrano buoni. I media amici del governo Meloni evocano addirittura un nuovo “Asse”. Spudorati.

Il nazismo appare come una forza quasi metafisica, non come un’ideologia razziale, organizzata, dotata di apparati, leggi, funzionari, consenso. Persino la persecuzione degli ebrei viene impropriamente ricondotta alla “religione”, cancellando il cuore del progetto hitleriano: il razzismo biologico.

Ancora più significativa è l’apertura del testo: Auschwitz non viene liberata da qualcuno, ma da un indistinto “mondo”. È una formula elegante e falsa. Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945. Soldati in carne e ossa, non un’umanità astratta improvvisamente rinsavita.



Primo Levi lo racconta senza retorica all’inizio de La tregua: quattro soldati a cavallo, imbarazzati davanti ai corpi, incapaci di esultare. Levi dice semplicemente: “Erano russi”. Erano, cioè, soldati sovietici. Molto probabilmente cosacchi, – “sotto i pesanti caschi di pelo” – come osserva lo stesso Levi. E non è escluso che alcuni di loro fossero ucraini, dato che Auschwitz fu liberata dal Primo Fronte Ucraino dell’Armata Rossa (**). Ma questo non cambia il punto decisivo: allora erano parte di un esercito sovietico, magari di stampo imperiale (nel senso di plurinazionale), che combatteva il nazismo, non di una generica entità morale chiamata “mondo”. E dispiace, che oggi, l’autocrate Putin, possa vivere di questa rendita ideologica, per opprimere a sua volta gli ucraini. Però è così.

Nel testo ufficiale il fascismo italiano compare, sì, ma come “complice”, mai come regime pienamente responsabile. e soprattutto senza che venga mai nominato l’antifascismo come risposta storica e politica a quella catastrofe. Che attenzione non spunta all’improvviso dal nulla nel 1943, ma nasce nel 1922 come opposizione al regime nascente, con i suoi trucidati, perseguitati, incarcerati, confinati. Di conseguenza la nostra Repubblica sembra nascere senza genealogia, come se la memoria potesse essere neutra.

L’antifascismo non era un gesto simbolico: era un rifiuto netto del fascismo, pagato a caro prezzo. Nella migliore delle ipotesi – e si fa per dire – significava l’esilio: lasciare la famiglia, il lavoro, la propria terra, e vivere in un altro Paese spesso in condizioni precarie, sotto la costante minaccia di persecuzioni. Alcuni, però, non si limitavano a sopravvivere: rientravano in Italia per svolgere attività politica clandestina, molti dei quali comunisti, rischiando arresto, torture o la morte. Era il prezzo imposto dal regime, non dalla storia.



Qui l’ambigua strategia della Meloni, che al momento, è quella della rimozione. In fondo, senza leggi razziali e guerra il fascismo avrebbe continuato a fare cose buone…

Non si tratta però solo di un salvacondotto per il fascismo. C’è qualcosa di più sottile: la neutralizzazione. Una Shoah senza stati, senza ideologie, senza liberatori nominati, buona per ogni contesto diplomatico e per ogni alleanza del presente. Ma una memoria così non insegna nulla, perché non inchioda nessuno alle proprie responsabilità.

Primo Levi, invece, lo sapeva bene: ricordare significa dire chi, dire dove, dire come. Senza questo, la Giornata della Memoria resta una cerimonia. E le cerimonie, da sole, non impediscono che la storia ricominci a balbettare.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.governo.it/it/articolo/dichiarazione-del-presidente-meloni-occasione-del-giorno-della-memoria-e-dell81 . Si veda anche il servizio fotografico della cerimonia sulla pagina del Governo: https://www.governo.it/it/media/il-presidente-meloni-alla-celebrazione-del-giorno-della-memoria/30949 . Si segnala che nella galleria fotografica ufficiale non è presente alcuna immagine in cui la senatrice a vita Liliana Segre e Giorgia Meloni compaiono insieme nello stesso scatto, forse perché “di sinistra”? Nella foto di copertina la Meloni e La Russa – noto collezionista di busti mussoliniani – sono insieme a Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane .

(**) Primo Levi, La tregua, Einaudi, 1989, pp- 2-3.

martedì 27 gennaio 2026

La Svizzera sotto accusa e la giustizia sotto tutela: perché voterò NO

 


La notizia la prendiamo dal “Messaggero”, giornale filogovernativo. Non particolarmente sguaiato, anzi spesso misurato, ma proprio per questo più pericoloso: dà sistematicamente risalto all’operato del governo in stile democristiano, fingendo normalità. Ignora però una particolarità fondamentale: al governo c’è Fratelli d’Italia, con i nipotini di Mussolini. Non è un dettaglio.

Non è quello che si direbbe un giornale non conformista (sorrido pensando che vi scrive un ex amico che a trent’anni si proclamava tale: che brutta fine ha fatto…). Ma questa è un’altra storia.

Veniamo alla notizia. Eccola:

“I magistrati romani da settimane chiedono un incontro. Dalla procura di Sion solo rinvii” (occhiello).
Crans. Ritirato l’ambasciatore (titolo).
Meloni incontra il nostro rappresentante in Svizzera: rimarrà a Roma finché gli elvetici non collaboreranno. ‘Non arretro di un millimetro, l’ho promesso a quelle famiglie’ ” (sommario).



Ci scusiamo in anticipo per la lezioncina, ma il tutto è tecnicamente perfetto, da manuale. La professionalità del Messaggero non è in discussione. La livrea, invece, sì.

Entriamo nel merito.

Si badi: la decisione contestata è una scarcerazione su cauzione, prevista dall’ordinamento svizzero e assunta da un giudice, non dal governo elvetico.

Qual è il punto? Che le dichiarazioni di Giorgia Meloni – un miscuglio fascistoide di autoritarismo, nazionalismo e familismo – mi hanno convinto definitivamente a votare NO al prossimo referendum sulla separazione delle carriere.

Perché per questa gente la magistratura deve essere sottomessa alla politica. Per Giorgia Meloni e i suoi alleati (in primis quel falso liberale di Tajani, falso concettualmente) i giudici devono ricevere ordini dai politici.  Ora  è il turno della Svizzera. 

 


Si rifletta, a parte il vergognoso doppio standard, in uno stato di diritto esistono regole uguali per tutti. Se vi sono gli estremi, e a discrezione del giudice, per concedere la libertà su cauzione a un indagato o a un imputato — cioè a chi è sottoposto a indagini o a processo, ma la cui colpevolezza può essere accertata solo con sentenza definitiva — la legge deve poter fare il suo corso. Imporre a un giudice una decisione contraria alla legge, come sta chiedendo Giorgia Meloni, costituisce, per dirla tecnicamente, un vero e proprio vulnus allo Stato di diritto.

Naturalmente ci si schiera dietro il dolore, più che comprensibile, delle famiglie. Ma non risulta che le famiglie svizzere abbiano protestato. Ecco una differenza non marginale tra la Svizzera, terra di antica democrazia, e l’Italia, devastata dal fascismo.

Questa è la prova provata che la separazione delle carriere, imposta dalla destra, è un puro e semplice divide et impera politico per mettere in ginocchio la magistratura. 

 


Autoritarismo, dunque: l’idea di una magistratura subordinata. Familismo: la spudoratezza di giocare politicamente sul dolore delle famiglie. Nazionalismo: la solita Italietta fascistoide che voleva “spezzare le reni” alla Grecia e che, a Salò, finì serva di Hitler. Detto altrimenti: due pesi e due misure.

Si noti: con la Svizzera l’Italia richiama l’ambasciatore: gesto forte, solenne, “l’Italia tutta chiede verità e giustizia”; con la Russia, che ha inserito il Presidente della Repubblica in una black list istituzionale di russofobi, nessun richiamo: solo convocazioni, note, irritazione rituale. Eppure la differenza è lampante: in Svizzera è stato applicato il codice penale; la Svizzera è una democrazia più antica e più solida della nostra; il caso svizzero riguarda una decisione giudiziaria, quello russo un attacco politico diretto da parte di una dittatura che pretende di impartire lezioni alle democrazie.

Così però non si difende lo stato. Si rinfocolano gli istinti peggiori: quelli che applaudono chi ringhia con i deboli e abbassa gli occhi con i forti.

 


Capito? Giorgia Meloni “”non arretrerà di un millimetro. Con la Svizzera...

Ed è esattamente per questo – per la pretesa di piegare la giustizia alla politica, per l’uso muscolare della diplomazia, per il disprezzo dello stato di diritto, e diciamolo pure per la cialtroneria fascista – che al referendum sulla separazione delle carriere voterò NO.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/separare-le-carriere-per-controllare.html .

lunedì 26 gennaio 2026

Compiti a casa: potrà l’America disintossicarsi dal trumpismo?

 


La domanda sembra semplice, quasi scolastica. In realtà è una di quelle che fanno tremare i polsi: l’America può davvero liberarsi del trumpismo, o deve rassegnarsi a conviverci come con una malattia cronica della democrazia?

Partiamo da un equivoco da sgomberare subito. Il trumpismo non coincide con Donald Trump, classe 1946, ottant’anni quest’anno. Trump ne è stato il catalizzatore, il volto, il megafono. Ma l’idea che basti archiviare l’uomo per archiviare il fenomeno è una comoda illusione liberal. E come tutte le illusioni, prepara brutte sorprese.

Il trumpismo è un modo di pensare la politica, prima ancora che un programma. Si fonda su alcuni pilastri ben riconoscibili: 1) la trasformazione sistematica dell’avversario in nemico;2) la delegittimazione preventiva delle istituzioni quando non obbediscono; 3) la sacralizzazione del leader come interprete esclusivo del “vero popolo”; 4) l’idea che perdere un’elezione non sia una possibilità fisiologica, ma la prova di un complotto.



In questo senso Trump non è un incidente di percorso, l’invasione (temporanea) degli Hyksos, ma un sintomo, anche molto grave. Il frutto avvelenato di una società polarizzata, attraversata da paure materiali e simboliche, in cui ampie fasce della popolazione non si sentono più rappresentate da élite politiche, mediatiche e culturali percepite come lontane, se non ostili.

Se ci si consente un parallelo storico inquietante le nostre élite dirigenti (quindi inclusive della classe politiche) oggi così divise, ricordano l’ aristocrazia francese alla vigilia del 1789.

Con una differenza, che le nostre classi politiche sono elettive e difendono idee liberal-democratiche. Eppure sono contestate.

Perché? Il punto è che la gente comune, nonostante due secoli di esperimenti liberali, non sembra fatta per la liberal-democrazia. O comunque non sembra aver capito che la concezione liberale resta la migliore tra le varie ideologie. Una specie di miracolo storico, due-trecento anni di libertà in cinquemila anni di storia. Purtroppo, al governo delle leggi il popolo pare preferire quello degli uomini. Si vuole il capo carismatico, o presunto tale: il capobranco. Gli istinti animali sembrano regolarmente prendere il sopravvento, come tra le due guerre mondiali.



Quindi c’è un problema antropologico di refrattarietà allo stato di diritto, alla separazione dei poteri, al parlamento, al libero esercizio dei diritti individuali. Il che spiega come la reazione agli ideali liberali sia tuttora vivissima. E animi forze politiche rappresentate in parlamento e al governo. Trump non è altro che la punta d’iceberg della controrivoluzione (nel senso del disprezzo più profondo verso gli ideali delle rivoluzioni moderne (inglese, americana e francese). La posta in gioco è elevata.

Si dice spesso: basterà il voto, basteranno le elezioni di midterm, basterà la normalità democratica a rimettere le cose a posto. È vero solo in parte.

Il voto è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Le elezioni possono fermare Trump, limitarne il potere, isolarlo istituzionalmente. Ma non possono, da sole, smontare la cornice mentale che ha reso possibile il trumpismo.

Un dato dovrebbe inquietare più di altri: milioni di cittadini americani sono ormai convinti che qualsiasi sconfitta elettorale del loro campo sia illegittima per definizione. Quando questa convinzione attecchisce, la liberal-democrazia smette di essere un terreno condiviso e diventa un campo di battaglia permanente.





Esiste poi un paradosso che molti faticano ad accettare: una sconfitta politica di Trump non garantisce affatto una sua uscita di scena pacifica. Al contrario, può alimentare un’ideologia vittimistica e radicale, fondata sull’idea del leader tradito, sabotato, espropriato.
È una dinamica già vista nella storia: il capo carismatico sconfitto non si ritira, si trasforma in mito. E il mito, spesso, è più pericoloso dell’uomo in carne e ossa.

Se l’America vuole davvero disintossicarsi dal trumpismo, i compiti a casa sono pesanti e scomodi: 1) Ricostruire la fiducia nelle istituzioni, mostrando che non sono strumenti di una parte contro l’altra, ma regole comuni. 2) Mettere il sistema di mercato in condizione di funzionare, riducendo la frattura sociale ed economica che alimenta il risentimento su cui prospera il populismo autoritario. 3) Rinunciare al moralismo come unica risposta politica: demonizzare gli elettori di Trump rafforza Trump; 4) Ritrovare un linguaggio del conflitto democratico, in cui l’avversario resta un avversario e non diventa un nemico da annientare.

Sono obiettivi di lungo periodo, che dovrebbero coinvolgere l’elettore trumpiano, al momento arciconvinto di essere dalla parte della ragione. Obiettivi perciò incompatibili con la logica dell’emergenza permanente e della politica come rissa quotidiana. Il che fa dubitare su un esito a breve e felice della “questione” americana. 

Parliamo di un Paese già passato attraverso la triste esperienza di una guerra civile. Se la catena degli omicidi ICE fosse solo l’inizio di una repressione generalizzata di ogni forma di opposizione, il ricorso alle armi autorizzato dagli stessi governatori democratici potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di una ipotesi. 

Sarebbe catastrofico per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Gli Obama, proprio ieri, hanno invitato alla calma. Il che la dice lunga sul pericolo che la violenza tra le due parti possa dilagare.  

Paradossalmente, una seconda guerra civile  non è malvista dalle destre  nazionaliste europee, con un passato fascista alle spalle,  che ufficialmente celebrano Trump, ma che in privato, diciamo,  non vedono di cattivo occhio il nemico vittorioso nel 1945 dilaniato  e impotente. 



Ci si chiederà: e l’impeachment? In realtà, va precisato come funziona la procedura negli Stati Uniti. L’impeachment è una messa in stato d’accusa della Camera dei Rappresentanti, che vota gli articoli contro il presidente. Per approvarli serve la maggioranza semplice dei membri presenti e votanti. Al momento la Camera, anche se per poco, è controllata dai Repbblicani.

Quando la Camera approva gli articoli, il presidente non viene automaticamente rimosso: spetta al Senato giudicare e decidere sulla condanna, con una maggioranza qualificata di due terzi dei senatori presenti (anch’essa al momento non perseguibile dai Democratici).
 

Trump è stato messo in stato d’accusa due volte dalla Camera: nel 2019 (per la vicenda Ucraina, del ricatto a Zelensky per colpire Biden) e nel 2021 (per l’assalto al Campidoglio). In entrambe le occasioni, il Senato ha assolto Trump, quindi non vi è stata rimozione. Questo dimostra come, in un contesto di forte polarizzazione politica, l’impeachment possa rafforzare politicamente il presidente, trasformandolo in vittima agli occhi dei suoi sostenitori, invece di limitarne il potere.

In altre parole, l’impeachment è uno strumento istituzionale importante, ma non garantisce automaticamente l’allontanamento del presidente né l’attenuazione del fenomeno trumpista, soprattutto quando il leader gode di un sostegno elettorale consolidato e di una ideologia vittimistica ben radicata.

E il potere giudiziario? Diciamo pure che viene regolarmente calpestato – come del resto la Costituzione – dallo stesso Trump. Resta infine la possibilità che un’aggressione militare esterna (Groenlandia, Iran, Canada, altri stati dell’America Latina) possa trasformarsi in un boomerang per Trump. Il che può essere vero. Fermo però restando che a ogni vittoria il suo potere si rafforzerebbe.



C’è però un ultimo punto, spesso rimosso, che rende questa domanda tutt’altro che “americana”. Il trumpismo, così come lo abbiamo descritto, non è rimasto confinato negli Stati Uniti. Al contrario, al momento sembra dilagare tra le destre europee.

Soprattutto quelle destre che non hanno mai fatto davvero i conti con il fascismo, limitandosi a una presa di distanza formale o opportunistica, senza una vera elaborazione storica e culturale. In questi contesti, il trumpismo offre una specie di manuale pronto all’uso: la delegittimazione dell’avversario, l’attacco alle istituzioni di garanzia, il leader come incarnazione del popolo, il sospetto sistematico verso il voto quando non produce il risultato desiderato. 

Il problema, allora, non è solo se l’America saprà disintossicarsi dal trumpismo. Il problema è che anche la politica europea ne è già contaminata. Con stili diversi, con lessici adattati ma con una medesima grammatica del potere. E ovviamente - vecchia tecnica della pugnalata alle spalle - pronta a mordere un Trump qualora  mostrasse segni di cedimento e con lui gli Stati Uniti. 



La vera domanda finale diventa quindi questa: siamo ancora capaci, in Europa come negli Stati Uniti, di accettare il conflitto democratico senza trasformarlo in guerra civile simbolica?

Al momento no.

Finché questa capacità resterà fragile, nessuna democrazia potrà dirsi al sicuro. Il trumpismo non è un’eccezione americana: è una tentazione globale.

E, piaccia o no, riguarda tutti.

Carlo Gambescia

domenica 25 gennaio 2026

ICE uguale SS? Parliamone

 


Come si dice, tra amici, mettiamo le mani avanti. Non è nostra intenzione sostenere la tesi che Trump sia uguale a Hitler: una fotocopia storica. Difenderemo invece qualcosa di più sottile: che in Trump e in Hitler registriamo uno schema mentale simile, fondato sull’idea che l’avversario, trasformato in nemico, vada schiacciato senza pietà. Attenzione: non metteremo in discussione la regolarità metapolitica amico–nemico, ma la sua divinizzazione. 

Inoltre, dal punto di vista esecutivo, in questo quadro, una struttura come l'ICE può essere avvicinata alle SS. 

Prima i fatti. Ieri, a Minneapolis, un gruppo di agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha sparato e ucciso Alex Jeffrey Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni, durante un’operazione federale sull’immigrazione. La versione ufficiale parla di autodifesa contro un uomo armato. Video e testimonianze raccontano altro: un uomo disarmato che filma con il cellulare e viene colpito a morte. Non è il primo episodio simile. È l’ennesimo.



Non siamo davanti a un dettaglio tecnico o a una disputa sul protocollo operativo. Siamo davanti a una questione politica e culturale centrale: chi viene definito “minaccia” e su quali basi? E soprattutto: chi ha il potere di stabilirlo senza contraddittorio?

La risposta dell’amministrazione Trump è stata immediata e rivelatrice. Gli agenti dell’ICE sono stati definiti “patrioti”; chi protesta o semplicemente contesta la versione ufficiale è stato associato a terrorismo, insurrezione, sovversione. Qui non è in gioco solo la legittima difesa della polizia dello Stato, ma la costruzione di un immaginario morale nel quale la violenza istituzionale viene assolta in partenza. Come dicevamo, la trasformazione dell’avversario in nemico assoluto lo deumanizza. Siamo oltre la regolarità metapolitica amico–nemico, perché si pretende di farlo sparire, e per sempre.



Si dirà che la storia è piena di esempi di nemici disumanizzati: si pensi alle guerre di religione o al concetto di “barbaro” esteso a chi non parla la stessa lingua, ha costumi diversi, eccetera. In realtà, qui va registrata una differenza fondamentale.

Primo: il nazionalsocialismo storico viene dopo il liberalismo e vuole distruggerlo. È una reazione ideologica. Reazione perché, al di là delle chiacchiere su identità e comunità, si vuole riportare il cittadino alla condizione di suddito, come prima delle rivoluzioni liberal-democratiche.

Secondo: il nazionalsocialismo storico celebra la trasformazione di gruppi umani in “nemici assoluti” — ebrei, oppositori, devianti. Siamo alla celebrazione dell’eliminazione della devianza, che non è una conseguenza accidentale, ma un fondamento ideologico. Prima ancora delle camere a gas, ci furono le parole, le categorie, le metafore. L’altro cessava di essere persona per diventare un problema da eliminare.



Naturalmente, gli Stati Uniti di oggi non sono la Germania hitleriana. Non esiste un progetto di sterminio sistematico, né un regime totalitario compiuto. Ma il punto non è l’identità storica: è lo schema mentale. Quando una leadership politica ridefinisce sistematicamente l’avversario come nemico interno e assoluto, quando la forza viene giustificata a priori e la legalità diventa un dettaglio fastidioso, allora siamo davanti a una logica antiliberale, non a una semplice deriva securitaria. È la reazione di cui parlavamo.

Le democrazie liberali moderne si fondano su un presupposto fragile ma decisivo: i conflitti non si eliminano, si governano. Il diritto serve proprio a questo. La logica amico–nemico — costante metapolitica, lo ripetiamo — è ricondotta nel più tranquillo alveo di un normale contrasto tra avversari politici. Quando però la politica comincia a suggerire che i conflitti, tutti i conflitti, vadano “risolti” fisicamente — o che la violenza sia un esito comprensibile, se non auspicabile (realismo politico criminogeno) — allora lo stato di diritto smette di essere il quadro di riferimento e diventa un ostacolo da aggirare. E ci si affida a un esercito di sgherri ubbidienti.  Ancora meglio se inquadrati nelle istituzioni dello stato.

In questo senso, alla stregua delle SS,  l’analogia con lo squadrismo fascista e con la sua trasformazione in milizia di Stato (la MVSN) non è arbitraria. Anche lì non si partì da un regime totalitario compiuto, ma da una legittimazione progressiva della violenza come strumento politico contro il nemico (in primis i cosiddetti “anti-italiani”): prima tollerata, poi normalizzata, infine istituzionalizzata. Non è la forma a contare, ma il processo.



La domanda “Trump accetterà i risultati elettorali se sconfitto?” non è tecnica: è esistenziale per la democrazia americana. Storicamente, movimenti che hanno interiorizzato lo schema mentale del nemico come bersaglio legittimo spesso non negoziano di fronte a una sconfitta, perché per loro il controllo del discorso pubblico coincide con l’esistenza politica. In questo modo, però, spingono gli avversari a reagire con altrettanta violenza. Da qui il nostro pessimismo sull’evoluzione della crisi americana.

Infine, a questa domanda se ne affianca un’altra, forse ancora più inquietante, che riguarda l’Europa. Lo schema mentale che oggi osserviamo negli Stati Uniti non è confinato oltreoceano. In Italia, Francia, Germania, Spagna e alti paesi — con intensità e forme diverse — si diffonde una cultura politica che guarda a Trump con simpatia esplicita o tacita e che ne importa non tanto un programma coerente, quanto un impianto cognitivo: la divisione manichea tra “noi” e “loro”, la costruzione dell’avversario come nemico interno, l’idea che la forza — simbolica o fisica — possa diventare uno strumento legittimo di governo dell’ordine sociale. Giorgia Meloni, per fare solo un esempio, la si vede schiumare rabbia persino nelle conferenze stampa, come se un riflesso carnivoro di matrice fascista, nascosto ma attivo, la spingesse a liberarsi, con le buone o con le cattive, di ogni forma di opposizione. E qui si torna alla forma mentis antiliberale di fascisti e nazisti. Esageriamo? Decida il lettore.


Non è un caso che in molti paesi europei si assista a una crescente delegittimazione delle istituzioni di garanzia, dei giudici, dei media indipendenti, del pluralismo politico e culturale. Il filo rosso non è semplicemente l’autoritarismo, ma qualcosa di più profondo: il rifiuto del liberalismo come architettura morale prima ancora che istituzionale. Ed è qui che il riferimento allo schema nazionalsocialista — inteso non come riproduzione storica del regime hitleriano, ma come visione del mondo — diventa pertinente. Ripetiamo: il nazionalsocialismo fu, prima di tutto, un progetto antiliberale, fondato sull’idea che la politica non debba mediare i conflitti, ma eliminarli.

Il pericolo per le liberal-democrazie europee non sta dunque in un ritorno meccanico ai totalitarismi del Novecento, ma nella normalizzazione di una mentalità che rende pensabile — e progressivamente accettabile — la violenza contro l’avversario, contro il dissenso, contro chi viene rappresentato come corpo estraneo alla comunità nazionale. In questo senso, il trumpismo funziona come un potente moltiplicatore ideologico globale: non inventa queste pulsioni, ma le legittima, le sdogana, le rende praticabili nello spazio pubblico.



Ecco perché il parallelo tra ICE e SS — se inteso come analogia di schema mentale e non come equivalenza storica — non è una provocazione gratuita, ma un allarme politico. Servono ubbidienti esecutori. 

Non si tratta di dire che “siamo già nel nazismo”, ma di riconoscere una visione reazionaria che considera l’eliminazione fisica dell’avversario una possibilità implicita del conflitto politico. Quando questo diventa dicibile, difendibile, giustificabile, allora la democrazia è già entrata in una zona di pericolo.

Carlo Gambescia