martedì 27 gennaio 2026

La Svizzera sotto accusa e la giustizia sotto tutela: perché voterò NO

 


La notizia la prendiamo dal “Messaggero”, giornale filogovernativo. Non particolarmente sguaiato, anzi spesso misurato, ma proprio per questo più pericoloso: dà sistematicamente risalto all’operato del governo in stile democristiano, fingendo normalità. Ignora però una particolarità fondamentale: al governo c’è Fratelli d’Italia, con i nipotini di Mussolini. Non è un dettaglio.

Non è quello che si direbbe un giornale non conformista (sorrido pensando che vi scrive un ex amico che a trent’anni si proclamava tale: che brutta fine ha fatto…). Ma questa è un’altra storia.

Veniamo alla notizia. Eccola:

“I magistrati romani da settimane chiedono un incontro. Dalla procura di Sion solo rinvii” (occhiello).
Crans. Ritirato l’ambasciatore (titolo).
Meloni incontra il nostro rappresentante in Svizzera: rimarrà a Roma finché gli elvetici non collaboreranno. ‘Non arretro di un millimetro, l’ho promesso a quelle famiglie’ ” (sommario).



Ci scusiamo in anticipo per la lezioncina, ma il tutto è tecnicamente perfetto, da manuale. La professionalità del Messaggero non è in discussione. La livrea, invece, sì.

Entriamo nel merito.

Si badi: la decisione contestata è una scarcerazione su cauzione, prevista dall’ordinamento svizzero e assunta da un giudice, non dal governo elvetico.

Qual è il punto? Che le dichiarazioni di Giorgia Meloni – un miscuglio fascistoide di autoritarismo, nazionalismo e familismo – mi hanno convinto definitivamente a votare NO al prossimo referendum sulla separazione delle carriere.

Perché per questa gente la magistratura deve essere sottomessa alla politica. Per Giorgia Meloni e i suoi alleati (in primis quel falso liberale di Tajani, falso concettualmente) i giudici devono ricevere ordini dai politici.  Ora  è il turno della Svizzera. 

 


Si rifletta, a parte il vergognoso doppio standard, in uno stato di diritto esistono regole uguali per tutti. Se vi sono gli estremi, e a discrezione del giudice, per concedere la libertà su cauzione a un indagato o a un imputato — cioè a chi è sottoposto a indagini o a processo, ma la cui colpevolezza può essere accertata solo con sentenza definitiva — la legge deve poter fare il suo corso. Imporre a un giudice una decisione contraria alla legge, come sta chiedendo Giorgia Meloni, costituisce, per dirla tecnicamente, un vero e proprio vulnus allo Stato di diritto.

Naturalmente ci si schiera dietro il dolore, più che comprensibile, delle famiglie. Ma non risulta che le famiglie svizzere abbiano protestato. Ecco una differenza non marginale tra la Svizzera, terra di antica democrazia, e l’Italia, devastata dal fascismo.

Questa è la prova provata che la separazione delle carriere, imposta dalla destra, è un puro e semplice divide et impera politico per mettere in ginocchio la magistratura. 

 


Autoritarismo, dunque: l’idea di una magistratura subordinata. Familismo: la spudoratezza di giocare politicamente sul dolore delle famiglie. Nazionalismo: la solita Italietta fascistoide che voleva “spezzare le reni” alla Grecia e che, a Salò, finì serva di Hitler. Detto altrimenti: due pesi e due misure.

Si noti: con la Svizzera l’Italia richiama l’ambasciatore: gesto forte, solenne, “l’Italia tutta chiede verità e giustizia”; con la Russia, che ha inserito il Presidente della Repubblica in una black list istituzionale di russofobi, nessun richiamo: solo convocazioni, note, irritazione rituale. Eppure la differenza è lampante: in Svizzera è stato applicato il codice penale; la Svizzera è una democrazia più antica e più solida della nostra; il caso svizzero riguarda una decisione giudiziaria, quello russo un attacco politico diretto da parte di una dittatura che pretende di impartire lezioni alle democrazie.

Così però non si difende lo stato. Si rinfocolano gli istinti peggiori: quelli che applaudono chi ringhia con i deboli e abbassa gli occhi con i forti.

 


Capito? Giorgia Meloni “”non arretrerà di un millimetro. Con la Svizzera...

Ed è esattamente per questo – per la pretesa di piegare la giustizia alla politica, per l’uso muscolare della diplomazia, per il disprezzo dello stato di diritto, e diciamolo pure per la cialtroneria fascista – che al referendum sulla separazione delle carriere voterò NO.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/separare-le-carriere-per-controllare.html .

lunedì 26 gennaio 2026

Compiti a casa: potrà l’America disintossicarsi dal trumpismo?

 


La domanda sembra semplice, quasi scolastica. In realtà è una di quelle che fanno tremare i polsi: l’America può davvero liberarsi del trumpismo, o deve rassegnarsi a conviverci come con una malattia cronica della democrazia?

Partiamo da un equivoco da sgomberare subito. Il trumpismo non coincide con Donald Trump, classe 1946, ottant’anni quest’anno. Trump ne è stato il catalizzatore, il volto, il megafono. Ma l’idea che basti archiviare l’uomo per archiviare il fenomeno è una comoda illusione liberal. E come tutte le illusioni, prepara brutte sorprese.

Il trumpismo è un modo di pensare la politica, prima ancora che un programma. Si fonda su alcuni pilastri ben riconoscibili: 1) la trasformazione sistematica dell’avversario in nemico;2) la delegittimazione preventiva delle istituzioni quando non obbediscono; 3) la sacralizzazione del leader come interprete esclusivo del “vero popolo”; 4) l’idea che perdere un’elezione non sia una possibilità fisiologica, ma la prova di un complotto.



In questo senso Trump non è un incidente di percorso, l’invasione (temporanea) degli Hyksos, ma un sintomo, anche molto grave. Il frutto avvelenato di una società polarizzata, attraversata da paure materiali e simboliche, in cui ampie fasce della popolazione non si sentono più rappresentate da élite politiche, mediatiche e culturali percepite come lontane, se non ostili.

Se ci si consente un parallelo storico inquietante le nostre élite dirigenti (quindi inclusive della classe politiche) oggi così divise, ricordano l’ aristocrazia francese alla vigilia del 1789.

Con una differenza, che le nostre classi politiche sono elettive e difendono idee liberal-democratiche. Eppure sono contestate.

Perché? Il punto è che la gente comune, nonostante due secoli di esperimenti liberali, non sembra fatta per la liberal-democrazia. O comunque non sembra aver capito che la concezione liberale resta la migliore tra le varie ideologie. Una specie di miracolo storico, due-trecento anni di libertà in cinquemila anni di storia. Purtroppo, al governo delle leggi il popolo pare preferire quello degli uomini. Si vuole il capo carismatico, o presunto tale: il capobranco. Gli istinti animali sembrano regolarmente prendere il sopravvento, come tra le due guerre mondiali.



Quindi c’è un problema antropologico di refrattarietà allo stato di diritto, alla separazione dei poteri, al parlamento, al libero esercizio dei diritti individuali. Il che spiega come la reazione agli ideali liberali sia tuttora vivissima. E animi forze politiche rappresentate in parlamento e al governo. Trump non è altro che la punta d’iceberg della controrivoluzione (nel senso del disprezzo più profondo verso gli ideali delle rivoluzioni moderne (inglese, americana e francese). La posta in gioco è elevata.

Si dice spesso: basterà il voto, basteranno le elezioni di midterm, basterà la normalità democratica a rimettere le cose a posto. È vero solo in parte.

Il voto è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Le elezioni possono fermare Trump, limitarne il potere, isolarlo istituzionalmente. Ma non possono, da sole, smontare la cornice mentale che ha reso possibile il trumpismo.

Un dato dovrebbe inquietare più di altri: milioni di cittadini americani sono ormai convinti che qualsiasi sconfitta elettorale del loro campo sia illegittima per definizione. Quando questa convinzione attecchisce, la liberal-democrazia smette di essere un terreno condiviso e diventa un campo di battaglia permanente.





Esiste poi un paradosso che molti faticano ad accettare: una sconfitta politica di Trump non garantisce affatto una sua uscita di scena pacifica. Al contrario, può alimentare un’ideologia vittimistica e radicale, fondata sull’idea del leader tradito, sabotato, espropriato.
È una dinamica già vista nella storia: il capo carismatico sconfitto non si ritira, si trasforma in mito. E il mito, spesso, è più pericoloso dell’uomo in carne e ossa.

Se l’America vuole davvero disintossicarsi dal trumpismo, i compiti a casa sono pesanti e scomodi: 1) Ricostruire la fiducia nelle istituzioni, mostrando che non sono strumenti di una parte contro l’altra, ma regole comuni. 2) Mettere il sistema di mercato in condizione di funzionare, riducendo la frattura sociale ed economica che alimenta il risentimento su cui prospera il populismo autoritario. 3) Rinunciare al moralismo come unica risposta politica: demonizzare gli elettori di Trump rafforza Trump; 4) Ritrovare un linguaggio del conflitto democratico, in cui l’avversario resta un avversario e non diventa un nemico da annientare.

Sono obiettivi di lungo periodo, che dovrebbero coinvolgere l’elettore trumpiano, al momento arciconvinto di essere dalla parte della ragione. Obiettivi perciò incompatibili con la logica dell’emergenza permanente e della politica come rissa quotidiana. Il che fa dubitare su un esito a breve e felice della “questione” americana. 

Parliamo di un Paese già passato attraverso la triste esperienza di una guerra civile. Se la catena degli omicidi ICE fosse solo l’inizio di una repressione generalizzata di ogni forma di opposizione, il ricorso alle armi autorizzato dagli stessi governatori democratici potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di una ipotesi. 

Sarebbe catastrofico per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Gli Obama, proprio ieri, hanno invitato alla calma. Il che la dice lunga sul pericolo che la violenza tra le due parti possa dilagare.  

Paradossalmente, una seconda guerra civile  non è malvista dalle destre  nazionaliste europee, con un passato fascista alle spalle,  che ufficialmente celebrano Trump, ma che in privato, diciamo,  non vedono di cattivo occhio il nemico vittorioso nel 1945 dilaniato  e impotente. 



Ci si chiederà: e l’impeachment? In realtà, va precisato come funziona la procedura negli Stati Uniti. L’impeachment è una messa in stato d’accusa della Camera dei Rappresentanti, che vota gli articoli contro il presidente. Per approvarli serve la maggioranza semplice dei membri presenti e votanti. Al momento la Camera, anche se per poco, è controllata dai Repbblicani.

Quando la Camera approva gli articoli, il presidente non viene automaticamente rimosso: spetta al Senato giudicare e decidere sulla condanna, con una maggioranza qualificata di due terzi dei senatori presenti (anch’essa al momento non perseguibile dai Democratici).
 

Trump è stato messo in stato d’accusa due volte dalla Camera: nel 2019 (per la vicenda Ucraina, del ricatto a Zelensky per colpire Biden) e nel 2021 (per l’assalto al Campidoglio). In entrambe le occasioni, il Senato ha assolto Trump, quindi non vi è stata rimozione. Questo dimostra come, in un contesto di forte polarizzazione politica, l’impeachment possa rafforzare politicamente il presidente, trasformandolo in vittima agli occhi dei suoi sostenitori, invece di limitarne il potere.

In altre parole, l’impeachment è uno strumento istituzionale importante, ma non garantisce automaticamente l’allontanamento del presidente né l’attenuazione del fenomeno trumpista, soprattutto quando il leader gode di un sostegno elettorale consolidato e di una ideologia vittimistica ben radicata.

E il potere giudiziario? Diciamo pure che viene regolarmente calpestato – come del resto la Costituzione – dallo stesso Trump. Resta infine la possibilità che un’aggressione militare esterna (Groenlandia, Iran, Canada, altri stati dell’America Latina) possa trasformarsi in un boomerang per Trump. Il che può essere vero. Fermo però restando che a ogni vittoria il suo potere si rafforzerebbe.



C’è però un ultimo punto, spesso rimosso, che rende questa domanda tutt’altro che “americana”. Il trumpismo, così come lo abbiamo descritto, non è rimasto confinato negli Stati Uniti. Al contrario, al momento sembra dilagare tra le destre europee.

Soprattutto quelle destre che non hanno mai fatto davvero i conti con il fascismo, limitandosi a una presa di distanza formale o opportunistica, senza una vera elaborazione storica e culturale. In questi contesti, il trumpismo offre una specie di manuale pronto all’uso: la delegittimazione dell’avversario, l’attacco alle istituzioni di garanzia, il leader come incarnazione del popolo, il sospetto sistematico verso il voto quando non produce il risultato desiderato. 

Il problema, allora, non è solo se l’America saprà disintossicarsi dal trumpismo. Il problema è che anche la politica europea ne è già contaminata. Con stili diversi, con lessici adattati ma con una medesima grammatica del potere. E ovviamente - vecchia tecnica della pugnalata alle spalle - pronta a mordere un Trump qualora  mostrasse segni di cedimento e con lui gli Stati Uniti. 



La vera domanda finale diventa quindi questa: siamo ancora capaci, in Europa come negli Stati Uniti, di accettare il conflitto democratico senza trasformarlo in guerra civile simbolica?

Al momento no.

Finché questa capacità resterà fragile, nessuna democrazia potrà dirsi al sicuro. Il trumpismo non è un’eccezione americana: è una tentazione globale.

E, piaccia o no, riguarda tutti.

Carlo Gambescia

domenica 25 gennaio 2026

ICE uguale SS? Parliamone

 


Come si dice, tra amici, mettiamo le mani avanti. Non è nostra intenzione sostenere la tesi che Trump sia uguale a Hitler: una fotocopia storica. Difenderemo invece qualcosa di più sottile: che in Trump e in Hitler registriamo uno schema mentale simile, fondato sull’idea che l’avversario, trasformato in nemico, vada schiacciato senza pietà. Attenzione: non metteremo in discussione la regolarità metapolitica amico–nemico, ma la sua divinizzazione. 

Inoltre, dal punto di vista esecutivo, in questo quadro, una struttura come l'ICE può essere avvicinata alle SS. 

Prima i fatti. Ieri, a Minneapolis, un gruppo di agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha sparato e ucciso Alex Jeffrey Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni, durante un’operazione federale sull’immigrazione. La versione ufficiale parla di autodifesa contro un uomo armato. Video e testimonianze raccontano altro: un uomo disarmato che filma con il cellulare e viene colpito a morte. Non è il primo episodio simile. È l’ennesimo.



Non siamo davanti a un dettaglio tecnico o a una disputa sul protocollo operativo. Siamo davanti a una questione politica e culturale centrale: chi viene definito “minaccia” e su quali basi? E soprattutto: chi ha il potere di stabilirlo senza contraddittorio?

La risposta dell’amministrazione Trump è stata immediata e rivelatrice. Gli agenti dell’ICE sono stati definiti “patrioti”; chi protesta o semplicemente contesta la versione ufficiale è stato associato a terrorismo, insurrezione, sovversione. Qui non è in gioco solo la legittima difesa della polizia dello Stato, ma la costruzione di un immaginario morale nel quale la violenza istituzionale viene assolta in partenza. Come dicevamo, la trasformazione dell’avversario in nemico assoluto lo deumanizza. Siamo oltre la regolarità metapolitica amico–nemico, perché si pretende di farlo sparire, e per sempre.



Si dirà che la storia è piena di esempi di nemici disumanizzati: si pensi alle guerre di religione o al concetto di “barbaro” esteso a chi non parla la stessa lingua, ha costumi diversi, eccetera. In realtà, qui va registrata una differenza fondamentale.

Primo: il nazionalsocialismo storico viene dopo il liberalismo e vuole distruggerlo. È una reazione ideologica. Reazione perché, al di là delle chiacchiere su identità e comunità, si vuole riportare il cittadino alla condizione di suddito, come prima delle rivoluzioni liberal-democratiche.

Secondo: il nazionalsocialismo storico celebra la trasformazione di gruppi umani in “nemici assoluti” — ebrei, oppositori, devianti. Siamo alla celebrazione dell’eliminazione della devianza, che non è una conseguenza accidentale, ma un fondamento ideologico. Prima ancora delle camere a gas, ci furono le parole, le categorie, le metafore. L’altro cessava di essere persona per diventare un problema da eliminare.



Naturalmente, gli Stati Uniti di oggi non sono la Germania hitleriana. Non esiste un progetto di sterminio sistematico, né un regime totalitario compiuto. Ma il punto non è l’identità storica: è lo schema mentale. Quando una leadership politica ridefinisce sistematicamente l’avversario come nemico interno e assoluto, quando la forza viene giustificata a priori e la legalità diventa un dettaglio fastidioso, allora siamo davanti a una logica antiliberale, non a una semplice deriva securitaria. È la reazione di cui parlavamo.

Le democrazie liberali moderne si fondano su un presupposto fragile ma decisivo: i conflitti non si eliminano, si governano. Il diritto serve proprio a questo. La logica amico–nemico — costante metapolitica, lo ripetiamo — è ricondotta nel più tranquillo alveo di un normale contrasto tra avversari politici. Quando però la politica comincia a suggerire che i conflitti, tutti i conflitti, vadano “risolti” fisicamente — o che la violenza sia un esito comprensibile, se non auspicabile (realismo politico criminogeno) — allora lo stato di diritto smette di essere il quadro di riferimento e diventa un ostacolo da aggirare. E ci si affida a un esercito di sgherri ubbidienti.  Ancora meglio se inquadrati nelle istituzioni dello stato.

In questo senso, alla stregua delle SS,  l’analogia con lo squadrismo fascista e con la sua trasformazione in milizia di Stato (la MVSN) non è arbitraria. Anche lì non si partì da un regime totalitario compiuto, ma da una legittimazione progressiva della violenza come strumento politico contro il nemico (in primis i cosiddetti “anti-italiani”): prima tollerata, poi normalizzata, infine istituzionalizzata. Non è la forma a contare, ma il processo.



La domanda “Trump accetterà i risultati elettorali se sconfitto?” non è tecnica: è esistenziale per la democrazia americana. Storicamente, movimenti che hanno interiorizzato lo schema mentale del nemico come bersaglio legittimo spesso non negoziano di fronte a una sconfitta, perché per loro il controllo del discorso pubblico coincide con l’esistenza politica. In questo modo, però, spingono gli avversari a reagire con altrettanta violenza. Da qui il nostro pessimismo sull’evoluzione della crisi americana.

Infine, a questa domanda se ne affianca un’altra, forse ancora più inquietante, che riguarda l’Europa. Lo schema mentale che oggi osserviamo negli Stati Uniti non è confinato oltreoceano. In Italia, Francia, Germania, Spagna e alti paesi — con intensità e forme diverse — si diffonde una cultura politica che guarda a Trump con simpatia esplicita o tacita e che ne importa non tanto un programma coerente, quanto un impianto cognitivo: la divisione manichea tra “noi” e “loro”, la costruzione dell’avversario come nemico interno, l’idea che la forza — simbolica o fisica — possa diventare uno strumento legittimo di governo dell’ordine sociale. Giorgia Meloni, per fare solo un esempio, la si vede schiumare rabbia persino nelle conferenze stampa, come se un riflesso carnivoro di matrice fascista, nascosto ma attivo, la spingesse a liberarsi, con le buone o con le cattive, di ogni forma di opposizione. E qui si torna alla forma mentis antiliberale di fascisti e nazisti. Esageriamo? Decida il lettore.


Non è un caso che in molti paesi europei si assista a una crescente delegittimazione delle istituzioni di garanzia, dei giudici, dei media indipendenti, del pluralismo politico e culturale. Il filo rosso non è semplicemente l’autoritarismo, ma qualcosa di più profondo: il rifiuto del liberalismo come architettura morale prima ancora che istituzionale. Ed è qui che il riferimento allo schema nazionalsocialista — inteso non come riproduzione storica del regime hitleriano, ma come visione del mondo — diventa pertinente. Ripetiamo: il nazionalsocialismo fu, prima di tutto, un progetto antiliberale, fondato sull’idea che la politica non debba mediare i conflitti, ma eliminarli.

Il pericolo per le liberal-democrazie europee non sta dunque in un ritorno meccanico ai totalitarismi del Novecento, ma nella normalizzazione di una mentalità che rende pensabile — e progressivamente accettabile — la violenza contro l’avversario, contro il dissenso, contro chi viene rappresentato come corpo estraneo alla comunità nazionale. In questo senso, il trumpismo funziona come un potente moltiplicatore ideologico globale: non inventa queste pulsioni, ma le legittima, le sdogana, le rende praticabili nello spazio pubblico.



Ecco perché il parallelo tra ICE e SS — se inteso come analogia di schema mentale e non come equivalenza storica — non è una provocazione gratuita, ma un allarme politico. Servono ubbidienti esecutori. 

Non si tratta di dire che “siamo già nel nazismo”, ma di riconoscere una visione reazionaria che considera l’eliminazione fisica dell’avversario una possibilità implicita del conflitto politico. Quando questo diventa dicibile, difendibile, giustificabile, allora la democrazia è già entrata in una zona di pericolo.

Carlo Gambescia

sabato 24 gennaio 2026

Rorschach politico: decifrare Trump

 


Donald Trump non è solo un politico: è un vero e proprio oggetto di interpretazione totale, un test di Rorschach contemporaneo che riflette paure, speranze, strategie e passioni, dentro e fuori dagli Stati Uniti. A seconda di chi lo osserva, può incarnare simbolo, minaccia, clown o specchio della società.

Qui proviamo a tracciare una sintesi – inevitabilmente imperfetta – delle principali letture del personaggio, offrendo una mappa di un politico ingombrante, capace di influenzare i destini del mondo. Ci scusiamo in anticipo per eventuali ripetizioni, quasi inevitabili in un’analisi di questo tipo.

L’ invasione degli Hyksos

Per una parte consistente dell’universo liberal americano ed europeo, Trump è un’anomalia storica, un incidente del sistema destinato prima o poi a riassorbirsi. Barack Obama, a posteriori, ha spesso lasciato intendere questa lettura: la democrazia americana possiede anticorpi sufficienti e l’esperimento trumpiano sarebbe stato, in fondo, uno stress test. Si reitera, forse senza neppure saperlo, la tesi di Benedetto Croce sull’irruzione del fascismo in Italia.

È la linea dominante in molta editorialistica del “New York Times” e di “The Atlantic”, ben rappresentata da firme come David Brooks (The Road to Character), Thomas L. Friedman (Thank You for Being Late), Anne Applebaum (Twilight of Democracy) o, con maggiore sofisticazione teorica, Francis Fukuyama, non del tutto riconducibile al mondo liberal (Identity: The Demand for Dignity and the Politics of Resentment) e Fareed Zakaria (Ten Lessons for a Post-Pandemic World): la febbre passerà, come ogni parentesi patologica della democrazia liberale. 

Anche in Europa, intellettuali come Timothy Garton Ash (Free World) tendono a leggere il trumpismo come una deviazione temporanea, non come una mutazione strutturale dell’ordine politico occidentale. Trump come una nuova invasione degli Hyksos: rumorosa, destabilizzante, ma in ultima analisi transitoria.

Fascismo 2.0

Altri vedono in Trump il ritorno del fascismo in versione aggiornata. Qui i nomi sono espliciti: Timothy Snyder (On Tyranny), Jason Stanley (How Fascism Works), Madeleine Albright (Fascism: A Warning).

I parallelismi storici - culto del capo, delegittimazione delle istituzioni, nazionalismo emotivo - conducono a una conclusione netta: Trump va arginato prima che sia troppo tardi. Ne deriva l’idea di un uso misurato, ma deciso, delle maniere forti per salvare il sistema liberale, anche a costo di forzarne temporaneamente le regole. Non si tratterebbe, in questa prospettiva, di negare la democrazia, ma di sospenderne selettivamente alcune garanzie in nome dell’emergenza, nella convinzione che solo così l’ordine costituzionale possa essere preservato nel lungo periodo. 

In Europa, una cornice interpretativa spesso richiamata è quella proposta da Umberto Eco (“Il fascismo eterno”), il cui modello di Ur-Fascismo è stato utilizzato da numerosi osservatori per leggere il trumpismo come una forma aggiornata e frammentaria di autoritarismo carismatico, compatibile con le procedure formali della democrazia ma corrosivo nei suoi presupposti culturali. È la tesi sostenuta anche da chi scrive, con correzioni metapolitiche.

Populista razionale

C’è chi interpreta con compiacimento la tesi di Trump populista razionale: un brillante stratega del caos tutt’altro che improvvisato.  O comunque è parte di un clima favorevole al "cambiamento" (chiamiamolo così). 

Steve Bannon (come raccontato in Devil’s Bargain: Steve Bannon, Donald Trump, and the Storming of the Presidency), Michael Anton (The Flight 93 Election), Curtis Yarvin [Mencius Moldbug, pseudonimo](Unqualified Reservations), Peter Thiel (Zero to One: Notes on Startups, or How to Build the Future) e Christopher Caldwell (The Age of Entitlement), insieme a una parte del nazional-conservatorismo americano,  aiutano a leggere  Trump come un attore che usa l’eccesso e la provocazione come strumenti deliberati.

L’obiettivo non è il caos fine a se stesso, ma testare i limiti delle istituzioni, ridefinire rapporti di forza e consolidare il consenso diretto con il pubblico. Il populismo diventa quindi performativo e strategico, una leva per polarizzare, destabilizzare e creare opportunità politiche che un attore convenzionale non potrebbe sfruttare. Come del resto scrivevamo ieri a proposito della politica estera hitleriana (“per test”) fra il 1933 e il 1939. Quindi similarità.

Anche Yoram Hazony (The Virtue of Nationalism) contribuisce a leggere la sua azione come applicazione pratica di un nazionalismo conservatore, in cui l’uso calcolato del populismo è funzionale a consolidare il potere dello Stato-nazione e a sfidare l’egemonia normativa del liberalismo progressista.

Il sistema americano

In questa prospettiva, Trump non è un’eccezione, ma un prodotto tipico del sistema americano. Thomas Frank (Listen, Liberal), Arlie Russell Hochschild (Strangers in Their Own Land) e — retroattivamente — Christopher Lasch (The Culture of Narcissism) lo collocano nel contesto delle disuguaglianze sociali, del risentimento delle classi medie impoverite e della frattura culturale tra élite cosmopolite e America profonda.

A queste letture si affiancano analisi di matrice marxista e critica del capitalismo, che, come contesto teorico, facilitano un’interpretazione di Trump come espressione di un sistema economico e politico che favorisce concentrazione di ricchezza e potere, fragilità delle classi lavoratrici e tensioni sociali strutturali. Si possono citare David Harvey ( Seventeen Contradictions and the End of Capitalism) e Richard Wolff (The Sickness Is the System: When Capitalism Fails to Save Us from Pandemics or Itself).

Complementari a questa intepretazione sono testi rivelatori di un microcosmo intellettuale di destra, come J.D. Vance (Hillbilly Elegy), oggi secondo di Trump: testi che raccontano l’esperienza della "Rust Belt" ("Cintura della ruggine", nel senso della deindustrializzazione), quasi studi parasociologici sulle disuguaglianze spaziali e culturali negli Stati Uniti. 

In questo quadro, Trump non spiega l’America: la mette a nudo, trasformando in scena pubblica tensioni e malesseri preesistenti, rendendo visibile ciò che prima era latente e creando una piattaforma politica attraverso il riconoscimento simbolico di chi si sente ignorato. 

Il Mago di Oz

Per teorici dei media e della comunicazione, Trump governa soprattutto l’immaginario. Si pensi a studi pionieristici come Neil Postman (Amusing Ourselves to Death). Ma  si potrebbe risalire a Jean Baudrillard (Simulacres et Simulation) e Marshall McLuhan (Understanding Media). Ma anche all’opera di studiosi come Mark Crispin Miller (Fooled AgainThe Real Case for Electoral Reform) e la  buon manualistica come nel caso di Joseph Turow (Media Today). Libri che aiutano a leggere Trump come un imprenditore simbolico: produce consenso senza sostanza, ma non senza effetti reali. Una specie di Mago di Oz.

In particolare Timothy O’Brien, già negli anni Duemila, (TrumpNation:The Art of Being the Donald) e  un decennio dopo Michael D’Antonio (Never Enough:Donald Trump and the Pursuit of Success ) descrivono Trump come un imprenditore della reputazione, più impegnato a costruire e vendere un’immagine di successo e status che a produrre valore economico reale. Il suo potere risiederebbe nella capacità di trasformare la politica in spettacolo, di fare del pubblico un’audience attiva e di costruire percezioni forti attraverso gesti, parole e simboli più che attraverso misure concrete. Dietro il sipario, forse, c’è poco. Ma il pubblico applaude lo stesso, e quel consenso simbolico genera conseguenze tangibili.

Il Pagliaccio

Per una larga parte dell’opinione pubblica urbana progressista, Trump resta un clown, anche con qualche discreto deficit mentale: ridicolo, grottesco,  fuori di testa,  perfetto per la satira. I late night shows di Jon Stewart e Stephen Colbert, Michael Moore (Stupid White Men), la comunicazione social e il mondo di Hollywood lo hanno trasformato in una caricatura permanente. Attori come Alec Baldwin e Jim Carrey, registi come Spike Lee e produzioni come Saturday Night Live e Funny or Die, insieme a studi sulla cultura digitale come Henry Jenkins (Convergence Culture) e Alison Dagnes (Political Humor in a Changing Media Landscape), hanno costruito un’immagine di Trump comico ma potente, dove il ridicolo diventa strumento di critica politica.

Ma è un clown pericoloso: la risata può diventare una strategia di rimozione della minaccia, più che un modo per affrontarla. Meme, sketch e battute de-politicizzano la figura, ma il suo potere simbolico e reale resta, e la comicità rischia di diventare uno strumento di anestesia critica.

Santo subito

Tra i suoi sostenitori, Trump assume i tratti del martire. Del Santo Subito. Tucker Carlson, l’evangelismo politico e ampie fasce del trumpismo, ma anche studi, dai differenti contenuti critici (anche contrari), come Stephen Mansfield (The Faith of Donald J. Trump), Andrew Whitehead e Samuel Perry (Taking America Back for God),  Kristin Kobes Du Mez (Jesus and John Wayne) e Robert P. Jones (The End of White Christian America), lo dipingono come perseguitato o comuque come ossessionato da giudici, media ed élite cosmopolite.

La sua forza non starebbe nella vittoria, ma nell'ideologia  della persecuzione continua: ogni attacco diventa conferma della sua rettitudine. Colpito, dunque giusto. Accusato, dunque innocente. Anche la sua personale convinzione di essere “unto dal Signore”, sopravvissuto a più di un attentato e protetto da una sorta di provvidenza, rafforza questa narrazione di martirio. La narrazione consolida la fedeltà della base, trasforma il leader in figura messianica e polarizza ulteriormente la percezione pubblica. Se ci si passa il latino maccheronico una specie di Reductio ad Sanctum.

Trumpismo planetario

Per i geopolitici realisti, Trump è un fattore di instabilità sistemica, un terremoto negli equilibri internazionali. Già nel 2014 Kissinger (World Order) osservava che l’ordine globale liberale è sempre stato fragile e soggetto a tensioni tra sistemi statali differenti; sebbene il libro preceda l’ascesa di Trump, le sue analisi aiutano a comprendere il contesto in cui movimenti populisti e nazionalisti hanno guadagnato terreno, sfidando la stabilità delle istituzioni internazionali e mettendo alla prova la globalizzazione giocando sui punti di frizione.
 

Ian Bremmer (Us vs. Them: The Failure of Globalism), analisti europei come Timothy Garton Ash (Free World), Enzo Traverso (Le nuove facce del fascismo, testo però riconducibile anche al Fascismo 2.0), lo descrivono come un attore imprevedibile, capace di rompere equilibri consolidati e mettere alla prova le alleanze tradizionali.

Per il fondamentalismo islamico, Trump assume la figura del Satana mediatico dell’Occidente, simbolo di aggressività e decadenza culturale percepita. Per una parte del giornalismo urbano europeo, invece, è il mafioso-imprenditore: figura cinica, spregiudicata e potente, capace di piegare le regole senza distruggerle formalmente. Così in Italia Saviano.

L’Europa, in particolare, costituisce un caso esemplare di questa percezione globale. Leader e governi europei hanno reagito tra cautela e critica, cercando di capire fino a che punto le politiche statunitensi potessero influenzare sicurezza, commercio, difesa e alleanze transatlantiche. Partiti populisti europei hanno invece visto in Trump un modello operativo da imitare: un esempio di mobilitazione della base e sfida ai media tradizionali. Editorialisti e intellettuali come il già citato Timothy Garton Ash (Free World), Ian Buruma (The West and the Rest), Ivan Krastev (After Europe) e come dicevamo Roberto Saviano (in articoli e interviste) hanno analizzato l’impatto del trumpismo sull’Unione Europea, la percezione dei valori liberali e la necessità di ridefinire l’autonomia strategica dei governi su commercio, difesa e clima.

Questa prospettiva mostra come Trump, fuori dagli Stati Uniti, non sia semplicemente un politico controverso, ma un fenomeno globale, capace di incarnare simboli diversi a seconda dello sguardo di chi lo osserva: minaccia sistemica, nemico ideologico o imprenditore spietato. L’Europa diventa così una lente privilegiata per osservare le tensioni tra norme liberali consolidate e sfide populiste emergenti.
 

Finti liberali e destre internazionali
 

Trump ha raccolto consensi inattesi anche tra finti liberali e corposi segmenti della destra internazionale. Alcuni economisti neoliberali, commentatori di élite e media occidentali, pur professando valori democratici, hanno apprezzato la sua spregiudicatezza politica ed economica, la retorica protezionista selettiva e la capacità di scardinare regole istituzionali percepite come paralizzanti.
 

Parallelamente, partiti e leader di destra in Europa, America Latina e Asia - da Viktor Orbán in Ungheria a Matteo Salvini e Giorgia Meloni in Italia, da Jair Bolsonaro in Brasile a Narendra Modi in India, Milei in Argentina - vedono in Trump un modello di populismo di successo, capace di mobilitare la base e sfidare i media tradizionali.

Il consenso internazionale non nasce da un’ideologia condivisa, ma da interessi tattici e vantaggi simbolici: Trump diventa un esempio emulativo, una guida per destre globali e populisti che cercano di rafforzare narrazioni nazionaliste, anti-liberali e anti-establishment.

L’uomo della Provvidenza

La Chiesa cattolica ha spesso scelto la prudenza di fronte a leader politici controversi. Benedetto XV (1914-1922) evitò schieramenti diretti, richiamando principi universali come pace, dignità umana e giustizia internazionale. Si disse però che era sentimentalmente vicino ai Cattolici Asburgo (John Pollard, The Vatican and the First World War). Anche il pontificato di Pio XII (1939-1958) dimostra come la prudenza possa generare dibattito sul confine tra diplomazia e responsabilità morale.

Durante il primo mandato di Donald Trump, Papa Francesco ha seguito un approccio simile: prudente, non-partigiano, concentrato su valori etici fondamentali come protezione dei migranti e salvaguardia della pace globale (Massimo Faggioli, Pope Francis: Tradition in Transition). Il suo stile riflette una visione globale e internazionale, attenta alle ingiustizie sociali e ambientali.

Non sono mancate le critiche: alcuni conservatori cattolici statunitensi hanno accusato Francesco di prudenza eccessiva (Charles Chaput, Render Unto Caesar).

 La nomina di Robert Francis Prevost (Papa Leone XIV) suggerisce una continuità prudente della Chiesa, ma con un’impronta più filoamericana, sensibile alle dinamiche della Chiesa statunitense pur mantenendo equilibrio morale e diplomazia.

Eppure, la prudenza ha un prezzo: non interpretare equivale comunque a interpretare. Tacere, di fronte a decisioni controverse, significa in parte consentire. E dal consenso a Uomo della Provvidenza, anche per una Chiesa bimillenaria può essere un attimo.

L’uomo della strada

C’è infine la prospettiva della gente comune. Trump è visto come “uno che parla chiaro” o “uno come noi, ma più ricco e sfacciato”. Poco importa se mente: mente come mentono tutti, solo che lo fa senza filtri. Per molti, diventa il segnale che il mondo è truccato e che qualcuno lo ammette apertamente, senza ipocrisia. Studi come quelli di Arlie Russell Hochschild (Strangers in Their Own Land), e i già citati Thomas Frank (Listen, Liberal) e J.D. Vance (Hillbilly Elegy) mostrano come questa percezione rifletta frustrazioni, risentimenti e aspettative di una base che si sente ignorata dalle élite, e come queste emozioni abbiano avuto un peso concreto nelle elezioni e nelle dinamiche politiche locali e nazionali.

Curiosamente, questa immagine dell’uomo “vicino alla gente” convive con un altro registro, che emerge soprattutto in Europa: l’Uomo Capace di fare la guerra. Qui Trump è percepito anche come il leader forte, imprevedibile e potenzialmente pericoloso, capace di scelte drastiche e militari. Il fascino per l’“uomo che osa” si mescola allo spavento per il potere reale, creando una tensione ambivalente: ammirazione e timore coesistono, dando forma a un fenomeno politico che va oltre la mera simpatia o antipatia, e che parla di identità, sicurezza e percezione globale della leadership americana.

Conclusioni

Trump non è riducibile a un solo volto: è simultaneamente Hyksos e Mago di Oz, Populista razionale e Santo subito, Clown e Uomo della strada. Ogni prospettiva ne coglie un aspetto parziale, ma essenziale: destabilizzante e strategico, simbolico e concreto, amato e detestato.

Il suo potere non deriva solo dai risultati politici, ma dalla capacità di incarnare tensioni sociali, paure, risentimenti e aspirazioni, sia negli Stati Uniti sia nel mondo. Le letture globali mostrano che Trump è un fenomeno planetario, capace di stimolare alleanze e conflitti, ispirare imitazioni e timori, e polarizzare opinioni in modi trasversali, dalle élite liberali ai cittadini comuni, dalle istituzioni religiose ai governi europei.

Ma la complessità non attenua il pericolo: leggere Trump come un fenomeno mediatico, simbolico o come riflesso dei malesseri sociali non significa sottovalutarne l’impatto politico e istituzionale. Le sue strategie spregiudicate, la capacità di mobilitare masse e di delegittimare norme e controlli, e l’influenza globale del suo modello populista rappresentano una minaccia concreta che non può essere minimizzata. 

Comprenderlo significa quindi ammettere la complessità senza rinunciare a una  lucidità critica che non  può ignorare nel  suo comportamento politico la eco di antichi fantasmi ideologici che  infestarono l'Europa tra le due guerre mondiali.    

In ultima analisi, Trump è uno specchio dell’epoca contemporanea, un catalizzatore di crisi e un interprete delle contraddizioni del presente. Le sue contraddizioni ci obbligano a riconoscere quanto la politica, oggi, sia fenomeno mediatico, sociale e culturale insieme, e quanto il consenso possa costruirsi non solo sulla realtà dei fatti, ma sull’interpretazione che ne danno le persone, i media e i leader globali. Con inevitabili ripercussioni storiche che sembrano condurre verso un passato che credevamo seppellito per sempre.  E ironia della sorte Trump è cittadino americano. La stessa America liberale che sconfisse, con gli alleati europei, oggi liquidati come nemici, il nazifascismo.

Chiosa

E Trump, in tutto questo, come vede se stesso? 

In modo molto più semplice di quanto lo vedano gli altri: non come un’interpretazione, ma come un’evidenza. Trump non si pensa contro il sistema né dentro il sistema: Trump si pensa il sistema. Il resto — istituzioni, alleati, avversari, media — è arredamento, rumore di fondo, pubblico pagante. Ogni crisi, ogni scandalo, ogni contestazione diventa parte del palcoscenico su cui egli si muove senza esitazioni.

Mentre studiosi, opinionisti e moralisti discutono se sia un Hyksos, un Fascista 2.0, un Mago o un Pagliaccio, lui è già passato oltre. Si guarda allo specchio, annuisce e va avanti. Convinto — con una serenità invidiabile — che il problema non sia Trump nel mondo, ma il mondo senza Trump. 

Questa convinzione assoluta, quasi apicale, è al tempo stesso forza e pericolo: perché il leader che si vede al centro del sistema agisce come se le regole fossero accessorie. 

Ed è forse questa l’ultima ironia sociologica e metapolitica: Trump è l’unico che non ha dubbi su Trump. Tutti gli altri (meno la Chiesa, diciamo ufficialmente), invece, continuano a interpretarlo. E intanto il caleidoscopio gira, e il mondo osserva, spettatore e protagonista al tempo stesso.

Carlo Gambescia

venerdì 23 gennaio 2026

Zelensky a Davos. Mettere fine al “Giorno della Marmotta” europeo

 


Desideriamo affiancare il discorso pronunciato a Davos dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky a quello tenuto pochi giorni fa dal primo ministro canadese Mark Carney, che ha richiamato la lezione civile e politica di Václav Havel, grande oppositore della menzogna comunista.

In forme diverse, ma con identica urgenza, entrambi i discorsi mettono sotto accusa una stessa illusione: l’idea che le crisi si risolvano da sole, che l’ordine internazionale possa reggersi sull’attesa, che la sicurezza sia garantita “in qualche modo”.

Zelensky porta questa critica fino alle sue estreme conseguenze politiche. Contro la menzogna dell’auto-inganno europeo, egli sostiene che l’Europa debba assumersi fino in fondo la responsabilità della propria difesa, dotandosi della forza necessaria per non essere schiacciata dalla competizione tra le grandi potenze. Detto altrimenti: riarmarsi, congiuntamente, e a passo di corsa.

Come nel celebre film americano “Il Giorno della Marmotta” (Groundhog Day), uscito in Italia, con il titolo “Ricomincio da capo”, che racconta la storia di chi rivive lo stesso giorno all’infinito, Zelensky ci invita a uscire dall’inerzia e a spezzare il ciclo dell’immobilismo europeo: è ora di agire, non di ripetere gli stessi errori.

È questo il senso del discorso pronunciato da Zelensky a Davos, che riproduciamo di seguito, da noi tradotto in italiano.

Buona lettura.

Carlo Gambescia

(*) Qui il testo in lingua inglese: https://en.interfax.com.ua/news/general/1138666.html .


***

 


 

 

Grazie di cuore.

Cari amici,
tutti rammentano il grande film americano “Il Giorno della Marmotta” (“Groundhog Day” ) con Bill Murray e Andie MacDowell. Sì.
Però nessuno di noi vorrebbe vivere così: rifacendo la stessa cosa per settimane, mesi e per anni.

Eppure oggi viviamo così. Questa è la nostra vita. E ogni forum come questo lo prova.

Appena l’anno scorso, proprio qui a Davos, ho chiuso il mio intervento con queste parole: «L’Europa deve sapere come difendersi».

È trascorso un anno, nulla è cambiato. Siamo ancora nella situazione in cui devo ripetere le stesse parole.

Ma perché?

La risposta non concerne soltanto le minacce che pur esistono o che comunque potrebbero emergere. Ogni anno porta qualcosa di nuovo – per l’Europa e per il mondo.

Tutti hanno ora rivolto l’attenzione sulla Groenlandia: Per quale ragione? La maggior parte dei leader semplicemente non sa cosa fare.

Sembra che tutti aspettino che all’America “passi”… Che le cose vadano a posto da sole. Ma se non dovesse passare? Che si farà allora?

Si è discusso molto delle proteste in Iran, ma sono state soffocate nel sangue. Il mondo non ha aiutato a sufficienza il popolo iraniano: è rimasto a guardare. In Europa si pensava alle festività di Natale e di Capodanno. Alle vacanze. Quando i politici sono tornati in ufficio e si sono avute le prime reazioni, gli ayatollah avevano già ucciso migliaia di persone.

Che cosa sarà dell’Iran dopo questo massacro?

Se il regime riesce sopravvivere, il messaggio sarà chiarissimo per ogni prepotente: uccidi abbastanza persone e resterai al potere. Chi, in Europa, ha necessità che questo messaggio diventi realtà?

Eppure l’Europa non ha nemmeno provato a costruire una propria risposta.

Guardiamo invece all’emisfero occidentale.

Il presidente Trump ha condotto un’operazione in Venezuela. Maduro è stato arrestato. Le opinioni possono essere diverse, certo, ma il fatto resta: Maduro è sotto processo a New York.

Dispiace dirlo, ma Putin invece non è sotto processo.

E questo è il quarto anno della più grande guerra scoppiata in Europa dalla Seconda guerra mondiale. E l’uomo che l’ha iniziata non solo è libero, ma sta ancora lottando per riavere i suoi soldi congelati in Europa.

Sapete una cosa? Sta avendo anche un certo successo. Putin cerca di decidere come debbano essere usati i beni russi congelati. Lui non coloro che avrebbero il potere di punirlo per la guerra che ha scatenato. Fortunatamente l’UE ha deciso di congelare indefinitamente i beni russi: e ne sono grato. Grazie, Ursula; grazie, António; grazie a tutti i leader che hanno contribuito. Però quando è giunto il momento di usare quei beni per difendersi dall’aggressione russa, la decisione è stata bloccata. Putin è riuscito a fermare l’Europa. Purtroppo.

Altro punto.

A causa della posizione presa dagli Stati Uniti, oggi molti evitano di parlare della Corte penale internazionale. È comprensibile: siamo dinanzi a una posizione storica. Ma allo stesso tempo non si registrano progressi reali nella creazione di un Tribunale speciale per l’aggressione russa contro l’Ucraina, contro il popolo ucraino.

Un accordo esiste, è vero. Sono seguiti molti incontri. Ma l’Europa non ha ancora assegnato una sede al Tribunale, con personale e risorse per lavorare concretamente.

Che c’è che non va? Manca il tempo o manca la volontà politica? Troppo spesso in Europa c’è sempre qualcos’altro di più urgente della giustizia.

In questo momento stiamo lavorando attivamente con i partner sulle garanzie di sicurezza, e sono loro grato. Ma sono impegni che valgono per il dopoguerra. Al cessate il fuoco, seguiranno contingenti, pattugliamenti congiunti, si leveranno le bandiere dei partner sul suolo ucraino. Si tratta di un passo importante e di un segnale giusto: Regno Unito e Francia sono pronti a impegnare davvero le loro forze sul terreno, esiste già un primo accordo. Grazie, Keir; grazie, Emmanuel; grazie a tutti i leader della nostra Coalizione. E stiamo facendo di tutto perché la Coalizione dei volenterosi diventi davvero una Coalizione dell’azione.

Eppure – c’è sempre un “però” – urge il sostegno del presidente Trump. Ancora una volta: senza gli Stati Uniti, nessuna garanzia di sicurezza funziona.

Si pensi solo al cessate il fuoco … Chi può renderlo possibile?

L’Europa ama discutere del futuro, ma evita di agire nel presente. E si tratta di attività che decidono quale futuro avremo. Ecco il vero il problema.

Perché il presidente Trump può fermare le petroliere della flotta ombra e sequestrare il petrolio, mentre l’Europa no?
Il petrolio russo viene trasportato lungo le coste europee. Quel petrolio finanzia la guerra contro l’Ucraina. Quel petrolio destabilizza l’Europa.

Dunque il petrolio russo va fermato, confiscato e venduto a beneficio dell’Europa. Perché no?

Se Putin non ha soldi, non c’è guerra per l’Europa. Se l’Europa ha soldi, può proteggere i propri cittadini.
Oggi quelle petroliere favoriscono Putin, e ciò significa che la Russia può continuare a portare avanti i suoi progetti di distruzione e conquista.

Altro punto. L’ho già detto e lo ripeto: l’Europa ha bisogno di forze armate unite: forze capaci di difendere davvero l’Europa.

Oggi l’Europa si affida soltanto alla convinzione che, in caso di pericolo, la NATO interverrà.
Ma nessuno ha mai davvero visto l’Alleanza in azione. Se Putin decidesse di prendere la Lituania o colpire la Polonia, chi risponderebbe? Chi?

Oggi la NATO vive su una specie di atto di fede negli gli Stati Uniti: si dice agiranno, non staranno a guardare. Ma se invece restassero fermi?

Credetemi, questa domanda è nella mente di ogni leader europeo. Alcuni cercano di avvicinarsi al presidente Trump. È vero.

Altri attendono, sperando che il problema scompaia. Altri ancora hanno invece iniziato ad agire: investono nella produzione di armi, costruiscono partenariati, cercano il consenso pubblico per aumentare la spesa per la difesa…

Non dimentichiamo però che finché l’America non ha fatto pressione sull’Europa perché spendesse di più per la difesa, la maggior parte dei Paesi non provava neppure a giungere al 5% del PIL, il minimo sindacale per garantire la sicurezza.

Insomma l’Europa deve decidere come difendersi.

Mandare 30 o 40 soldati in Groenlandia, a che serve? Che tipi di messaggio si invia?

Che messaggio si manda a Putin? Alla Cina?

E soprattutto, che messaggio invia alla Danimarca, vostro stretto alleato ?

O si dichiara che basi europee proteggeranno la regione da Russia e Cina – e si creano sul serio – oppure si rischia di non essere presi sul serio, perché 30 o 40 soldati non proteggono un bel niente.

Noi invece sappiamo cosa fare. Se navi da guerra russe navigano liberamente intorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano : abbiamo competenze e armi per affinché non ne resti nemmeno una. Possono affondare vicino alla Groenlandia come affondano vicino alla Crimea. Non c’è problema. Abbiamo i mezzi e abbiamo uomini. Per noi il mare non è la prima linea di difesa, quindi possiamo agire e sappiamo come combattere per mare. Se ci fosse chiesto, e se l’Ucraina fosse nella NATO – per ora non lo è – risolveremmo questo problema con le navi russe.

Quanto all’Iran, tutti attendono di vedere cosa farà l’America. Il mondo non offre nulla; l’Europa non offre nulla e non vuole entrare in questa questione per sostenere il popolo iraniano nella lotta per la democrazia di cui ha bisogno.

Però quando si rifiuta di aiutare un popolo che si batte per la libertà, le conseguenze tornano indietro, e sono sempre negative. La Bielorussia nel 2020 è l’esempio. Nessuno ha aiutato il suo popolo. E ora missili russi “Oreshnik” sono schierati in Bielorussia e tengono sotto tiro la maggior parte delle capitali europee. Ciò non sarebbe accaduto se il popolo bielorusso avesse vinto nel 2020.

Abbiamo ripetutamente chiesto ai nostri partner europei di agire contro quei missili in Bielorussia. I missili non sono mai un fatto ornamentale. Ma l’Europa sembra essere tuttora in “modalità Groenlandia”: chissà… un giorno… qualcuno farà qualcosa.

Stesso discorso per la questione del petrolio russo .

È positivo che siano state erogate sanzioni. Il petrolio russo costa meno. Ma il flusso non si è fermato. E le aziende russe che finanziano la macchina bellica di Putin continuano a operare. Questo non cambierà senza sanzioni più pesanti.

Siamo grati per la grande pressione esercitata sull’aggressore. Ma diciamolo chiaramente: l’Europa deve fare di più, affinché le sue sanzioni blocchino i nemici in modo efficace quanto quelle americane. Perché è cosa importante? Per una semplice ragione: l’Europa non sarà percepita come una forza globale, fino a quando le sue azioni non incuteranno timore nei prepotenti. Finché ciò non accadrà l’Europa sarà sempre costretta a reagire – inseguendo nuovi pericoli e nuovi attacchi.

È sotto gli occhi di tutti che le forze che tentano di distruggere l’Europa non perdono un attimo di tempo: agiscono liberamente, persino dentro l’Europa.

Ogni “Viktor” [Orbán, ndt] che vive di soldi europei mentre cerca di vendere gli interessi europei merita uno schiaffone.

Il fatto che personaggi del genere si sentando a loro agio a Mosca, non significa che si debba consentire che le capitali europee diventino piccole Mosche. Dobbiamo sempre ricordare cosa ci separa dalla Russia. La linea di conflitto più profonda tra Russia e Ucraina, e tra Russia ed Europa, è questa: la Russia combatte contro le persone, per fare in modo che quando i dittatori vogliono distruggere qualcuno, possano farlo.

Perciò devono perdere potere, non guadagnarlo.

Per esempio, i missili russi esistono solo perché ci sono modi per aggirare le sanzioni. È vero.

Non è un mistero che la Russia sia cercando di congelare a morte gli ucraini, il nostro popolo, a –20 gradi. Però la Russia non potrebbe costruire missili balistici o da crociera senza componenti critici provenienti da altri Paesi.

Componenti che non provengono solo dalla Cina. Troppo facile nascondersi dietro la scusa: “La Cina aiuta la Russia”.

Certo, lo fa. Ma non solo la Cina. La Russia riceve componenti da aziende in Europa, negli Stati Uniti e a Taiwan.
Oggi molti investono sulla stabilità di Taiwan, si dice, per evitare una guerra. Però le aziende taiwanesi non smettono di fornire componenti elettronici utili alla guerra russa

L’Europa dice quasi nulla. L’America tace. E Putin costruisce missili.

Ringrazio ogni Paese e ogni azienda che aiuta l’Ucraina a riparare il proprio sistema energetico. È cosa fondamentale.

Grazie a tutti coloro che sostengono il programma PURL, che ci aiuta ad acquistare missili Patriot. Ma non sarebbe più economico e più semplice tagliare semplicemente alla Russia l’accesso ai componenti necessari per produrre missili? O addirittura mettere fuori uso le fabbriche che li producono?

L’anno passato gran parte del tempo è stata spesa a discutere di armi a lungo raggio per l’Ucraina. Tutti dicevano che la soluzione era a portata di mano. Ora non se ne parla più. Però i missili russi e gli “shahed” sono ancora qui. E noi abbiamo ancora le coordinate delle fabbriche dove vengono prodotti. Oggi colpiscono l’Ucraina. Domani potrebbe toccare a qualsiasi Paese della NATO.

Qui, in Europa, ci viene consigliato di non menzionare i Tomahawk, di non parlare di Tomahawk con gli americani, per non rovinare l’atmosfera. Ci si dice di non sollevare la questione dei missili Taurus. Quando si tira in ballo la Turchia, i diplomatici dicono: non offendete la Grecia… Quando tocca alla Grecia, dicono: fate attenzione alla Turchia…

In Europa ci sono infiniti conflitti interni e un “non detto” che impedisce all’Europa di unirsi e di parlare con sufficiente franchezza per giungere a soluzioni concrete. Troppo spesso gli europei si rivoltano gli uni contro gli altri – leader, partiti, movimenti, comunità – invece di restare uniti per fermare la Russia, nemica di tutti i litiganti europei.
 

Invece di diventare una vera potenza globale, l’Europa resta un vivace ma frammentario caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di guidare la difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l’attenzione americana si sposta altrove, l’Europa sembra smarrirsi, presa com’è nel tentativo di far cambiare idea al presidente degli Stati Uniti

Non riuscirà nell’intento. Il presidente Trump ama se stesso. Dice di amare l’Europa. Ma non avrà orecchie per l’Europa così come ora è.

Uno dei problemi più grandi dell’Europa attuale – sebbene se ne parli poco – è la mentalità. Alcuni leader europei, pur essendo europei, non sembrano tali. L’Europa sembra tuttora percepita più come una geografia, una storia, una tradizione, non come una vera forza politica, non come una grande potenza.

Alcuni europei sono davvero forti. È vero. Molti dicono: “Dobbiamo resistere”. Però poi pretendono che qualcun altro dica loro per quanto tempo resistere. Preferibilmente quasi sempre fino alle prossime elezioni.

Una grande potenza non funziona così, almeno a mio avviso.

I leader dicono: “Dobbiamo difendere gli interessi europei”. Ma sperano che lo faccia qualcun altro. E quando parlano di valori, spesso intendono beni materiali.

Dicono: “Serve qualcosa che sostituisca il vecchio ordine mondiale”. Ma dov’è la fila di leader pronti ad agire – ad agire ora, sulla terra, in aria e in mare – per costruire un nuovo ordine globale?

Il nuovo ordine mondiale non si costruisce con le parole. Solo le azioni creano un ordine reale.

Oggi l’America ha lanciato il Board of Peace. L’Ucraina è stata invitata. Anche la Russia e la Bielorussia – sebbene la guerra non si sia fermata. Non c’è nemmeno un cessate il fuoco. Avete visto chi ha partecipato. Ognuno aveva le proprie ragioni. Ma il vero punto resta questo: l’Europa, al omento non ha assunto alcuna posizione unitaria sulla proposta americana.

Forse stasera, quando il Consiglio europeo si riunirà, deciderà qualcosa. Ma i documenti sono già stati firmati questa mattina. E stasera forse si prenderà una decisione anche sulla Groenlandia. Ieri sera Mark Rutte ha parlato con il presidente Trump (grazie, Mark, per la tua efficacia). L’America sta già cambiando posizione, ma nessuno sa esattamente come.

Le cose si muovono più velocemente di noi, più velocemente dell’Europa. E come può l’Europa tenere il passo?

Cari amici, non dobbiamo accettare ruoli secondari, non quando si ha la possibilità di essere una grande potenza, e tutti insieme.

Non dobbiamo accettare che l’Europa sia solo una specie di insalata di piccole e medie potenze, condita con nemici dell’Europa.

Se uniti, saremo davvero invincibili.

L’Europa può e deve essere una forza globale. Non una forza che reagisce in ritardo, ma una forza che definisce il futuro.

Questo aiuterebbe tutti – dal Medio Oriente a ogni altra regione del mondo. Aiuterebbe l’Europa stessa, perché le sfide che affrontiamo oggi sono sfide allo stile di vita europeo, dove le persone contano, dove le nazioni contano.

L’Europa può contribuire a costruire un mondo migliore. L’Europa deve costruire un mondo migliore.

E naturalmente, un mondo senza guerra.

Ma per raggiungere questo obiettivo l’Europa ha bisogno di forza. Per questa ragione dobbiamo agire insieme, e per tempo. Perciò serve coraggio.

Stiamo lavorando attivamente per arrivare a soluzioni. Soluzioni reali. Oggi abbiamo incontrato il presidente Trump, i nostri team lavorano quasi ogni giorno. Non è semplice. I documenti, destinati a porre fine a questa guerra, sono quasi pronti. Cosa che conta davvero. L’Ucraina lavora con piena onestà e determinazione. E questo non può non portare risultati. Però anche la Russia deve diventare pronta a porre fine a questa guerra, a fermare questa aggressione – l’aggressione russa, la guerra russa contro di noi. Perciò la pressione deve essere forte. E il sostegno all’Ucraina deve diventare ancora più forte.

I nostri precedenti incontri con il presidente degli Stati Uniti ci hanno portato missili per la difesa aerea. E grazie, europei: anche voi avete aiutato. Oggi abbiamo parlato di nuovo della protezione dei cieli – cioè della protezione delle vite. E spero che l’America continui a stare al nostro fianco.

L’Europa deve essere forte.

E l’Ucraina è pronta ad aiutare, impiegando tutto ciò che serve per garantire la pace e prevenire la distruzione. Siamo pronti ad aiutare gli altri a diventare più forti di quanto siano ora. Siamo pronti a far parte di un’Europa che conta davvero: un’Europa forte, una grande potenza.

Oggi abbiamo bisogno di questo potere per proteggere la nostra indipendenza. Ma anche L’Europa ha necessità dell’indipendenza dell’Ucraina: perché domani, voi europei, potreste dover difendere il vostro stile di vita. E fino a quando l’Ucraina sarà con voi, non dovrete temere nulla. Avrete sempre la possibilità di agire, e di agire in tempo.

Cosa fondamentale: agire per tempo.

Cari amici,

oggi è uno degli ultimi giorni di Davos. Ovviamente non sarà l’ultimo di Davos come manifestazione. Tutti sono d’accordo su questo. Tuttavia molti credono che, in qualche modo, le cose si sistemeranno da sole. Non possiamo affidarci alla sorte come sottende l’espressione “in qualche modo”.

Per la sicurezza reale, la fede non basta: la fede in un partner, in un colpo di fortuna.

Nessuna discussione intellettuale può fermare le guerre. Servono azioni concrete. L’ordine mondiale nasce dall’azione. E a noi serve solo il coraggio di agire.

Senza azione oggi, non c’è domani. Mettiamo fine a questo Groundhog Day.

Sì, è possibile. Grazie.

Onore all’Ucraina!

Volodymyr Zelensky,

Davos,  22 gennaio 2026

(Traduzione di Carlo Gambescia©)