Oggi le prime pagine si concentrano sui nuovi dazi minacciati da Trump ai paesi europei che inviano truppe in Groenlandia.
Inoltre, in particolare la stampa di destra, si ignora o si dà poco risalto alla manifestazione popolare tenutasi ieri a Copenaghen contro le mire espansionistiche di Trump.
Di più: non viene preso in considerazione un altro fatto interessante. Quale? Che una delegazione bipartisan del Congresso degli Stati Uniti è volata a Copenaghen per rassicurare Danimarca e Groenlandia (*).
La cosa in sé non è una cattiva notizia. Significa che esistono ancora contropoteri, anticorpi istituzionali, una politica estera che non si riduce alla voce del presidente di turno. Ma proprio per questo è anche una notizia inquietante. Una liberal-democrazia con più di duecento anni di storia alle spalle non dovrebbe mai trovarsi nella condizione di dover spiegare ai propri alleati che non intende acquisire territori altrui.
Non dovrebbe essere necessario ricordare che il diritto internazionale non è un’opinione, né che la sovranità è un valore negoziabile in qualunque momento.
Se ciò accade, il problema non è solo chi pronuncia certe parole, ma il fatto che esse risultino abbastanza credibili da richiedere una smentita ufficiale o quasi.
Il dato citato dalla senatrice repubblicana Lisa Murkowski — circa il 75 per cento degli americani contrario all’idea che gli Stati Uniti “acquisiscano” la Groenlandia — è politicamente rilevante, ma non risolutivo.
Mostra che l’espansionismo non gode di un consenso democratico solido; non elimina però il punto centrale: oggi un leader eletto può parlare impunemente di annessione territoriale come se si fosse a Vienna, anno di grazia 1815, o ancora prima al tempo dei Trattati di Westfalia (Münster e Osnabrück), anno di grazia 1648. O addirittura ancora più indietro nei secoli, fino alla “stato caserma” degli Assiri, circa tremila anni fa…
Cioè, cosa grave, questo linguaggio non viene immediatamente espulso dal perimetro del dicibile.
Qui sta lo slittamento più pericoloso. Non il bellicismo praticato, ma il bellicismo normalizzato come ipotesi. Non la violazione del diritto, ma la sua trasformazione in fastidio procedurale.
Come scrivevamo, è la geopolitica ridotta a grammatica della necessità: un territorio “serve”, è “strategico”, “non può essere lasciato ad altri”. La lezione di Tucidide non è mai stata così attuale (**).
La missione bipartisan del Congresso va allora letta anche come una forma di diplomazia correttiva. Per gli Stati Uniti non è un fatto del tutto inedito, ma ogni suo precedente segnala una crisi di credibilità dell’esecutivo.
È accaduto negli anni Settanta, quando parlamentari americani incontrarono alleati europei e asiatici per rassicurarli sulla continuità degli impegni statunitensi durante il declino della presidenza Nixon e il trauma del Vietnam.
È riaccaduto negli anni Ottanta, dopo lo scandalo Iran-Contra, quando il Congresso dovette ribadire che la politica estera non era diventata un affare personale della Casa Bianca.
Ed è accaduto più recentemente durante il primo mandato di Trump, con delegazioni inviate in Europa e nell’area NATO per garantire che gli Stati Uniti non avrebbero dismesso unilateralmente le loro alleanze.
Attenzione però: in tutti questi casi l’oggetto della rassicurazione era la fedeltà.
Fedeltà agli accordi, alle alleanze, alle regole del gioco.
Il caso della Groenlandia segna un passaggio ulteriore e più inquietante. Qui non si tratta di assicurare che Washington non abbandonerà un alleato, ma di chiarire che non intende appropriarsene. Per fare una battuta, quello del Congresso è tardivo contro-putinismo spiegato al popolo.
Siamo davanti a una soglia simbolica diversa, che dice molto sul mutamento del linguaggio del potere: quando una democrazia liberale deve precisare di non avere mire territoriali, significa che l’idea stessa della conquista militare è rientrata nel campo del politicamente pensabile e soprattutto praticabile.
Il punto, allora, non è solo Trump.
Trump è un acceleratore, certamente importante, di un fatto strutturale, che concerne anche l’opposizione a Trump.
Ci spieghiamo meglio: il problema è una cultura politica che ha smesso di considerare certi tabù come tali. Li difende solo ex post, quando il danno simbolico è già stato fatto.
Prima si assiste passivamente o quasi alla riemersione dell’indicibile. Poi si manda una delegazione a spiegare che non è proprio così, eccetera, eccetera. In questo modo - come quando il veleno penetra lentamente in un corpo umano - le democrazie non crollano di colpo, ma si logorano: quando ciò che un tempo era impensabile diventa discutibile, e ciò che era illegittimo diventa negoziabile. La demcorazia muore lentamente per intossicazione cronica...
Stiamo assistendo alla velenosa normalizzazione di una politica estera che al “dolce commercio”, teorizzato dalla cultura illuminista (commercio che tra l’altro sta subendo una seria militarizzazione), sostituisce l’antico bellicismo assiro.
La cosa più grave è che il nuovo Tiglath-Pileser III (parliamo di un sovrano vissuto circa tremila anni fa) avrebbe alle spalle la più antica costituzione scritta liberale. Che infatti, il “neo-assiro” Trump regolarmente calpesta. E anche con piacere.
Si pensi all’improvviso risveglio di un mostro preistorico. Un Jurassic Park che però non vedremo solo al cinema (***).
Detto altrimenti: la Groenlandia, in questa storia, è solo il luogo. Il problema è la bussola.
In sintesi: il problema non è solo Trump. È che il linguaggio della conquista è tornato accettabile, e questo è il vero allarme per la liberal-democrazia.
Carlo Gambescia
(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/quando-serve-un-territorio-la.html .
(***) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/caracas-trump-contro-il-liberalismo.html .






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