mercoledì 7 gennaio 2026

Groenlandia “Soon”. Trump, Nietzsche e Spencer. Come la filosofia della forza USA mette in difficoltà l’Europa.

 


I titoli dei giornali di oggi fanno sorridere, seppure amaramente: “L’Europa dice no a Trump sulla Groenlandia”, questa la sintesi.

Prima osservazione: ci mancherebbe altro.

Seconda osservazione: le parole, però, non bastano.

Come si può notare, esiste un contrasto evidente tra il no dell’Europa e la reale possibilità di farlo valere sul campo. L’Unione Europea è un nano militare, gli Stati Uniti un gigante. Tra l’altro, proprio ieri Donald Trump — che si è bevuto Maduro come uno spritz — ha dichiarato di volere un riarmo ancora più rapido degli Stati Uniti. Non si sentiva esplicitare brutalmente una cosa del genere dai tempi di Guglielmo II e di Hitler.

Per inciso, anche un altro presidente americano, Theodor Roosevelt, usava un linguaggio politico piuttosto duro, ma nonostante ciò, a differenza di Trump, fu più che rispettoso, della Costituzione americana. Tra l’altro a differenza del magnate newyorkese fu un ambientalista ante litteram.



“Siamo già forti, ma vogliamo esserlo ancora di più”: questa potrebbe essere la sintesi ideologica di un presidente nicciano (ovviamente senza saperlo), che menando colpi di cannone  a destra e a manca spiega al popolo il concetto di volontà di potenza, concetto che Nietzsche, del tutto incolpevole, coniò filosoficamente. Ma qui entra in gioco anche il darwinismo politico-sociale di Herbert Spencer, uno dei padri della sociologia, assai popolare negli Stati Uniti già dalla fine dell’Ottocento.

Alcune chiarificazioni sono necessarie.

Qual è, per Nietzsche, il principio fondamentale della vita? Ogni vivente tende non a conservarsi, ma ad accrescersi, intensificarsi, affermare una forma, trasformando il mondo e se stesso. Non dominio sugli altri, ma espansione creativa di forza, innanzitutto su di sé. Il Nietzsche che affascinò Hitler, invece, fu una costruzione ideologica che ridusse la vita ad adattamento, sopravvivenza del più forte, dominio biologico e razziale. Un Nietzsche darwinizzato e brutalizzato, come lo interpretarono i nazisti, che non vede più la vita come eccedenza, rischio, spreco, ma come pura selezione violenta. Il vero Nietzsche, al contrario, parla di forza spirituale, individuale e creativa ed è radicalmente ostile a ogni culto dello stato, della massa e della razza.



Diciamo pure che Trump è darwinista, con evidenti propensioni a un niccianesimo deformato e volgarizzato. Si dirà che non sembra uomo di grande cultura e che non abbia mai letto né Nietzsche né i teorici del darwinismo sociale. Ed è probabilmente vero. Ma qui sta il punto decisivo.

Trump non è un demente, né un buffone, né uno che straparla a caso. Come amano dipingerlo i comici di sinistra. C’è poco da ridere. Al contrario, è un leader “agitatore” (per usare la terminologia di Lasswell) che sa perfettamente quello che fa proprio perché è profondamente imbevuto di questa filosofia della forza — non appresa sui libri, ma assorbita per osmosi, respirata nell’ambiente politico e culturale americano, di estrema destra, parafascista, bevuta, per così dire, con il latte materno.

Infatti già dai tempi delle conferenze di Spencer, il darwinismo sociale ha impregnato settori decisivi della cultura statunitense, riaffiorando ciclicamente, soprattutto nelle sue correnti più dure e radicali. Trump ne è un prodotto spontaneo, non un teorico: ed è proprio questo che lo rende politicamente efficace.



In sintesi, si potrebbe parlare di un darwinismo politico radicale, che coniuga un Nietzsche hitlerizzato con il peggiore Spencer. Il quale, va ricordato, fu però nemico dello stato, considerato un ostacolo alla selezione sociale e alla nascita di un mondo non militarizzato, basato su  interazioni pacifiche tra gli uomini. Per Nietzsche e Spencer (forse meno) si potrebbe parlare di effetto inintenzionale delle teorie sociali, che finendo nelle mani di mascalzoni, sortiscono un effetto contrario a quello concepito,  per dirla senza  peli sulla lingua (ma questa è un'altra storia).

Il tutto  - parliamo di Trump -   spiegato  al popolo con esempi pratici: Maduro, la Groenlandia, la forza che si esercita senza chiedere permesso. A testimoniare questo brutale approccio diretto e simbolico, assai diffuso nel carnivoro universo MAGA, basta guardare il post su Twitter di Katie Miller, moglie di un influente consigliere di Trump, che annuncia la Groenlandia “Soon”. 

 


Un culto della forza che alla fin fine esercita sempre un fascino primitivo sui popoli: quello di inchinarsi al più forte.

Si dirà che l’abbiamo tirata troppo per le lunghe. 

In realtà, il contrasto tra la filosofia darwiniano-nicciana di Trump e il welfarismo europeo, intriso di cristianesimo secolarizzato e di liberal-socialismo, non potrebbe essere più netto.

Su queste basi -  torniamo all’incipit - dire di no a Trump, in termini concreti, sarà estremamente difficile. 

Da un lato c’è una filosofia della guerra, dall’altro una filosofia della pace. 

 

In queste condizioni, per l’Europa sarà quasi impossibile non solo imporsi con la forza, ma persino pensarsi come soggetto di potenza. 

Il che spiega il nostro amaro sorriso di fronte a certe dichiarazioni di principio. 

Trump avanza, l’Europa arretra.

 

Carlo Gambescia

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