Ci sono parole che sembrano innocue, quasi tecniche, e che invece fanno già metà del lavoro politico. Una di queste è il verbo “servire”. Quando diciamo che un territorio “serve”, che “è necessario”, che “è strategico”, non stiamo semplicemente descrivendo una realtà: stiamo già adottando un punto di vista. Quello di chi può permettersi di decidere.
È da questo slittamento, apparentemente neutro, che nasce quel diffuso potere cognitivo della geopolitica contemporanea: una pseudo-disciplina che normalizza la forza, trasforma la prepotenza in razionalità e la volontà di potenza in buon senso.
Un esempio recente e istruttivo di questa grammatica discorsiva è offerto dai molti articoli dedicati alla rinnovata centralità strategica della Groenlandia (*)
Sono tanti, anzi troppi i titoli e analisi che spiegano perché la Groenlandia sia diventata centrale: rotte artiche, basi militari, risorse minerarie, rare o meno, competizione tra grandi potenze. Nessun errore fattuale, tutto giusto. Siamo però allo stesso livello delle tabelline: 1×2 = 2; 2×2= 4; 3×2 = 6; e così via. Tutti ripetono le stesse cose a pappagallo. Si pensi a una specie di vasca cogntiva in cui nuotiamo tutti, dal professore, che risiede all’ultimo piano, al portinaio che fa capolino dalla sua guardiola.
Il punto critico sta altrove: nel passaggio quasi impercettibile dalla descrizione alla normalizzazione. Quando si dice che una potenza “ha bisogno” di un territorio, quando si suggerisce che “serve” a qualcuno, si compie già una scelta di campo simbolica. Si adotta, magari senza volerlo, il linguaggio del potere che rivendica.
Dire che “tutti vogliono la Groenlandia” significa guardare il mondo dal punto di vista di chi può volerla. Le grandi potenze entrano in scena come attori razionali, portatori di interessi legittimi; ciò che resta fuori quadro è la domanda decisiva: chi decide? E con quale diritto?
Questa struttura discorsiva, che parte dalla pretesa ovvietà dell’aggressione, non è nuova. Anche a Hitler, nel 1939, Danzica “serviva”. Serviva per ragioni strategiche, etniche, simboliche; serviva a ricucire un’ingiustizia storica, a ristabilire un equilibrio violato. Nessuna di queste ragioni era inventata. Eppure, prese insieme, non costituivano una necessità storica: erano la razionalizzazione di una volontà di potenza già decisa. Di un’aggressione per l’appunto. Il problema non è il paragone storico — che riguarda contesti incomparabili — ma la forma del ragionamento, che è sorprendentemente resistente nel tempo. Atene non era la Germania hitleriana, eppure, come racconta Tucidide nel discorso ai Meli, non lasciò alcun dubbio sulla sua logica di potere.
Quando la geopolitica viene raccontata come un elenco di “bisogni” delle grandi potenze, la sovranità degli altri scompare, cioè la sovranità di chi non ha sufficiente forza per opporsi. Diventa un dettaglio, un vincolo fastidioso, un fattore secondario rispetto alla presunta razionalità degli interessi strategici. Che però rinviano, per semplificare, ai prepotenti. In questo schema, non conta se un territorio è abitato, se ha una storia, se porta con sé una memoria culturale: conta solo ciò che rappresenta nel gioco di forza globale. O per dirla meglio dei prepotenti globali.
È qui che Trump entra in scena, non come causa, ma come sintomo. Trump non inventa questa mentalità; la radicalizza e la rende esplicita. Dice ad alta voce ciò che il discorso dominante suggerisce sottovoce. Se una cosa “serve”, perché non prenderla? Se è strategica, perché lasciarla ad altri? Se rafforza la sicurezza nazionale, perché perdere tempo con procedure, alleanze, sovranità altrui? Siamo dinanzi all’elogio del prepotente, del realismo politico criminogeno, che gode del male che commette, In questo senso, al netto dei catastrofici risultati, Hitler viene considerato uno statista migliore di Churchill.
Il lettore presti attenzione perché siamo davanti a tre tipi di realismo politico: (1) il realismo politico del prepotente; (2) il realismo inevitabile che prende atto del male necessario, che può essere quello di Churchill, che capiva le sofferenze che avrebbe inflitto al popolo britannico (ma anche tedesco), opponendosi a Hitler, quindi non poteva godere del male che avrebbe commesso; (3) il realismo politico standard, accademico diciamo, che prende semplicemente atto della dinamica degli interessi, e pertanto Hitler e Churchill pari sono. Come lo sono Trump e Macron, Putin e Merz, e così via (**).
La Groenlandia, in questa storia, diventa uno spazio quasi vuoto: una pedina, una piattaforma, una riserva. Ma non è né vuota né neutra. È abitata, ha istituzioni, una relazione complessa con la Danimarca. Il che può essere preso in considerazione solo dal realismo del male necessario (2), che si oppone al progetto egemonico di altri perché non può farne a meno, in nome della storia, dei valori, delle istituzioni. Ovviamente anche queste sono razionalizzazioni ex post, ma non è detto che siano sempre e solo e fandonie. Ma questa per ora è un'altra storia.
Per contro, parlare della Groenlandia solo come nudo oggetto di competizione tra Stati Uniti, Cina, Russia ed Europa significa riprodurre una logica di potenza. Il che è già implicito nel realismo standard (3), che però proprio perché ammette che i territori contano solo per ciò che offrono, risulta permeabile al realismo criminogeno (1). Di qui la scontata normalizzazione del criminale politico.
Non si tratta di un’adesione morale, ma di un’abitudine cognitiva: ci si limita a pensare il mondo come lo pensano i più forti.
Ci spieghiamo meglio. Questo realismo diffuso ( che si presenta come standard ma che in realtà è criminogeno) non favorisce Trump perché lo approva, ma perché lo dipinge come ragionevole. Lo inserisce in una cornice di normalità o quasi in cui le sue pretese appaiono come una versione rozza, ma coerente, di un discorso già ampiamente accettato. Il rischio non è la propaganda, ma qualcosa di più sottile: la trasformazione della volontà di potenza in buon senso geopolitico. Cioè avviene, come detto, il passaggio dal realismo politico criminogeno al realismo politico standard. Un realismo politico standard che però ha recepito le ragioni del realismo criminogeno, le ha normalizzate.
Il che spiega articoli come quello citato all’inizio e tanti altri articoli dello stesso tenore.
La storia insegna che le peggiori avventure politiche non iniziano con l’irrazionalità, ma con l’eccesso di buone ragioni. È così che la forza smette di apparire per quello che è. E quando la politica viene raccontata solo dal punto di vista di chi può prendersi ciò che vuole, il problema non è più Trump. È il nostro modo di pensare il mondo
Carlo Gambescia
(*) Per un esempio di questo modo di raccontare la geopolitica, si veda articolo che segue — ben scritto nel suo genere — sui motivi per cui “tutti vogliono la Groenlandia”: https://www.agi.it/estero/news/2026-01-15/tre-motivi-per-cui-tutti-vogliono-la-groenlandia-35103785/ .
(**) Abbiamo trattato a fondo queste tematiche nel nostro Il grattacielo e il formichiere, Sociologia del realismo politico, Edizioni Il Foglio, 2019.


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