Nel messaggio di Giorgia Meloni per la Giornata della Memoria colpisce meno ciò che viene detto di ciò che viene accuratamente evitato. La Shoah è evocata come “abisso”, “macchina di morte”, “disegno diabolico”. Tutto vero. Ma tutto astratto. Mancano i nomi propri, e quando la memoria rinuncia ai nomi, smette di essere storia e diventa vuota liturgia (*).
Non si parla mai di Germania, né dello Stato tedesco nazionalsocialista come soggetto politico responsabile. Non sia mai, poi proprio ora che i rapporti come Merz sembrano buoni. I media amici del governo Meloni evocano addirittura un nuovo “Asse”. Spudorati.
Il nazismo appare come una forza quasi metafisica, non come un’ideologia razziale, organizzata, dotata di apparati, leggi, funzionari, consenso. Persino la persecuzione degli ebrei viene impropriamente ricondotta alla “religione”, cancellando il cuore del progetto hitleriano: il razzismo biologico.
Ancora più significativa è l’apertura del testo: Auschwitz non viene liberata da qualcuno, ma da un indistinto “mondo”. È una formula elegante e falsa. Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945. Soldati in carne e ossa, non un’umanità astratta improvvisamente rinsavita.
Primo Levi lo racconta senza retorica all’inizio de La tregua: quattro soldati a cavallo, imbarazzati davanti ai corpi, incapaci di esultare. Levi dice semplicemente: “Erano russi”. Erano, cioè, soldati sovietici. Molto probabilmente cosacchi, – “sotto i pesanti caschi di pelo” – come osserva lo stesso Levi. E non è escluso che alcuni di loro fossero ucraini, dato che Auschwitz fu liberata dal Primo Fronte Ucraino dell’Armata Rossa (**). Ma questo non cambia il punto decisivo: allora erano parte di un esercito sovietico, magari di stampo imperiale (nel senso di plurinazionale), che combatteva il nazismo, non di una generica entità morale chiamata “mondo”. E dispiace, che oggi, l’autocrate Putin, possa vivere di questa rendita ideologica, per opprimere a sua volta gli ucraini. Però è così.
Nel testo ufficiale il fascismo italiano compare, sì, ma come “complice”, mai come regime pienamente responsabile. e soprattutto senza che venga mai nominato l’antifascismo come risposta storica e politica a quella catastrofe. Che attenzione non spunta all’improvviso dal nulla nel 1943, ma nasce nel 1922 come opposizione al regime nascente, con i suoi trucidati, perseguitati, incarcerati, confinati. Di conseguenza la nostra Repubblica sembra nascere senza genealogia, come se la memoria potesse essere neutra.
L’antifascismo non era un gesto simbolico: era un rifiuto netto del fascismo, pagato a caro prezzo. Nella migliore delle ipotesi – e si fa per dire – significava l’esilio: lasciare la famiglia, il lavoro, la propria terra, e vivere in un altro Paese spesso in condizioni precarie, sotto la costante minaccia di persecuzioni. Alcuni, però, non si limitavano a sopravvivere: rientravano in Italia per svolgere attività politica clandestina, molti dei quali comunisti, rischiando arresto, torture o la morte. Era il prezzo imposto dal regime, non dalla storia.
Qui l’ambigua strategia della Meloni, che al momento, è quella della rimozione. In fondo, senza leggi razziali e guerra il fascismo avrebbe continuato a fare cose buone…
Non si tratta però solo di un salvacondotto per il fascismo. C’è qualcosa di più sottile: la neutralizzazione. Una Shoah senza stati, senza ideologie, senza liberatori nominati, buona per ogni contesto diplomatico e per ogni alleanza del presente. Ma una memoria così non insegna nulla, perché non inchioda nessuno alle proprie responsabilità.
Primo Levi, invece, lo sapeva bene: ricordare significa dire chi, dire dove, dire come. Senza questo, la Giornata della Memoria resta una cerimonia. E le cerimonie, da sole, non impediscono che la storia ricominci a balbettare.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.governo.it/it/articolo/dichiarazione-del-presidente-meloni-occasione-del-giorno-della-memoria-e-dell81 . Si veda anche il servizio fotografico della cerimonia sulla pagina del Governo: https://www.governo.it/it/media/il-presidente-meloni-alla-celebrazione-del-giorno-della-memoria/30949 . Si segnala che nella galleria fotografica ufficiale non è presente alcuna immagine in cui la senatrice a vita Liliana Segre e Giorgia Meloni compaiono insieme nello stesso scatto, forse perché “di sinistra”? Nella foto di copertina la Meloni e La Russa – noto collezionista di busti mussoliniani – sono insieme a Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane .
(**) Primo Levi, La tregua, Einaudi, 1989, pp- 2-3.



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