Proprio perché il quadro è alto e ben argomentato, vale però la pena interrogarsi sui suoi presupposti teorici. Il rischio, a mio avviso, è quello di un “giacobinismo democratico inconsapevole”: una fiducia quasi morale — per così dire pre-assuntiva — nella piazza come soggetto costituente in sé, e di una lettura della storia iraniana come marcia incompiuta ma necessaria verso un esito democratico. Un approccio che tende a trascurare alcune regolarità metapolitiche, come forme di comportamento politico ricorrenti (***). Cercherò di formulare alcune critiche, evitando di cadere nell’ errore comtiano di ricondurre la realtà entro schemi rigidi o autosufficienti. Accusa che di solito si rivolge alla metapolitica. Del resto nessuno è perfetto.
Il primo punto critico riguarda la contrapposizione netta tra popolo ed élite. In Eramo la piazza appare costantemente come depositaria di un’istanza autentica di libertà, mentre l’élite è sempre traditrice, sequestratrice, parassitaria. È una struttura narrativa potente, ma teoricamente fragile.
La storia, e quella iraniana in particolare, mostra che le rivoluzioni non vengono solo tradite dall’alto: spesso vengono rese possibili dal basso. Il 1979 non fu soltanto il sequestro di una rivoluzione pluralista da parte del clero, ma anche l’esito di una mobilitazione di massa che accettò – se non altro per assenza di alternative – la soluzione teocratica. Alla fine purtroppo sono sempre le élite politiche a prevalere, a prescindere dal colore politico. E questa è una chiara regolarità metapolitica: quella della divisione in governanti e governati. Che non può prescindere da un’altra regolarità metapolitica, quel dell’inevitabile passaggio dal movimento all’istituzione, pena il dissolvimento politico o la trasformazione in setta (del movimento). Insomma ogni potere costituente si tramuta inevitabilmente in costituito. Se mi si consente una battuta si nasce rivoluzionari e si muore carabinieri.
Qui pesa l’assenza di una categoria decisiva della scienza politica
italiana: quella di rivoluzione passiva, formulata da Vincenzo Cuoco e
ripresa poi da Gramsci (in chiave forse troppo deterministica). In Iran,
più che una rivoluzione tradita (tesi ex post, razionalizzante la
sconfitta politica, altra regolarità), abbiamo assistito, privilegiando analiticamente il lato dei contenuti regressivi rispetto allo schema moderno, a una
rivoluzione passiva in cui una parte significativa della società ha
interiorizzato un ordine che prometteva riscatto, identità e protezione
rifiutando la soluzione, diciamo così, liberale, attiva, moderna,
forse perché percepita come troppo radicale o come effetto non previsto
dell’ insufficienza delle élite “liberali”. Di qui il passaggio
movimento-istituzione, pur che sia istituzione. L’inevitabile ritorno
allo stato di quiete. O di inerzia se si preferisce.
Detto altrimenti, assolvere la piazza per principio significa rinunciare
a capire certa passività sociale-inerziale, e come e perché certe
forme di dominio attecchiscono e altre no. Significa non capire la causa
della triste fine dei martiri liberali napoletani del 1799.
Il secondo nodo è una sorta di teleologia democratica. L’Iran di Eramo sembra portare dentro di sé, sin dal 1906, un destino democratico continuamente rinviato ma mai negato. È una lettura affascinante, ma rischia di trasformare la storia in un tribunale morale. Le piazze desiderano la libertà; da ciò non discende automaticamente la capacità di produrla in forma istituzionale. La storia non “si fa” da sola. Senza organizzazione, leadership, strategia e soprattutto senza una forma statuale alternativa, le rivolte restano tali: potenti, generose, spesso eroiche, ma politicamente fragili. Le Primavere arabe dovrebbero aver insegnato qualcosa.Altra regolarità metapolitica: il potere tende sempre a ricostituirsi. Il che va tenuto in considerazione.
Il terzo punto riguarda il rimosso della modernizzazione dall’alto. La stagione pahlaviana viene giustamente criticata per il suo autoritarismo, ma liquidarla solo come tradimento significa eludere una questione centrale: in società non borghesi, prive di una solida infrastruttura istituzionale e societaria, i processi di modernizzazione sono spesso stati avviati da stati forti, talvolta brutali. Il “momento Atatürk” non è una soluzione normativa, ma un problema storico che non può essere semplicemente cancellato. Condannare ogni verticalità del potere e al tempo stesso invocare uno stato post-teocratico stabile è una contraddizione che andrebbe affrontata. Non si può ignorare il momento centripeto, della centralizzazione, rispetto al momento centrifugo, della dissoluzione. Tra l’altro la storia della Persia, e non dal 1906, è un succedersi di momenti centripeti e centrifughi. Altra regolarità metapolitica che, a dire il vero, ritroviamo ovunque, e che indica che il ruolo dello stato, piaccia o meno, non può essere ignorato ma neppure enfatizzato.
Questione che si ricollega al modello implicito della rivoluzione borghese. L’Iran non è, e non è mai stato, una società borghese nel senso europeo del termine. Il bazar – attore centrale anche oggi – non è la borghesia rivoluzionaria del 1789: è corporativo, prudente, orientato alla prevedibilità più che alla trasformazione radicale. Quando chiude, non proclama la sovranità popolare: segnala una crisi di governabilità. È una differenza cruciale. Le rivoluzioni non nascono solo nelle piazze; si consolidano quando i mercati cessano di funzionare come tali e quando lo stato perde la capacità di garantire un minimo di ordine prevedibile. Sicché al momento centrofugo segue quindi il momento centripeto. E così via. Nulla è defintivo.
Detto questo, l’avvertimento finale di Eramo è condivisibile: nessuna scorciatoia, nessun “regime change” eterodiretto, nessun uomo forte calato dall’alto. Su questo non ci sono alternative credibili. Ma proprio per questo è necessario temperare l’epica della piazza con una metapolitica del potere, più disincantata, come analitica delle regolarità. Il regime iraniano non cadrà per inerzia storico-democratica: pur non esssendo una fortezza, non è neppure un castello di carte. E, anche ammesso che lo sia, nessuno può escludere il rischio di un ritorno della teocrazia: il che può spiegarsi in termini di persistenza del ciclo politico (di un ininterrotto susseguirsi di nascite e dissoluzioni delle unità politiche), altra regolarità.
Quanto al fatto che, tra nemici della liberal-democrazia, la contesa degenererebbe probabilmente in una lotta aperta su chi debba comandare, mentre noi liberali continuiamo a discutere di piazze, élite, stato e mercato, forse accade proprio perché siamo liberali. E perché, nel bene e nel male, diffidiamo delle soluzioni semplici. Anche – e soprattutto – quando parlano il linguaggio della libertà.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.npwj.org/it/chi-siamo/team/gianluca-eramo/ .
(***) Chi volesse seguire più da vicino questo filo argomentativo può trovare un’esposizione sistematica nel mio Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 voll.




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