giovedì 29 gennaio 2026

Oltre Trump: perché il fascismo è una mentalità, non (solo) un’ideologia

 


L’intervista a “la Repubblica” di Anne Applebaum, saggista e giornalista di estrazione liberal, non ha provocato il rumore che meritava, soprattutto da parte della sinistra riformista, che in Italia, nonostante un governo che sostiene che Mussolini abbia fatto “anche” cose buone, teme di usare il termine fascismo nei confronti di Giorgia Meloni, La Russa, Musumeci, Mollicone, Giuli e altri esponenti della stessa famiglia politica.

La destra invece l’ha ignorata. Come chiunque osi criticare Trump (Rai docet). Vedremo nei prossimi giorni. Tra l’altro Autocrazie, un testo di  alta divulgazione storica della Applebaum, tradotto in italiano, è stato insignito del Premio Strega Saggistica Internazionale (*).
 

Insomma, silenzio o quasi. Sembra proprio che in Italia purtroppo non ci sia un idem sentire liberale. Con buona pace dei liberali italiani, largamente gravitanti a destra (vizio storico, purtroppo, inaugurato nel 1922), che si aspettano da Trump, nemico della libertà in patria, la fondazione della liberal-democrazia in Iran e che chiudono un occhio su quel barbaro nazionalista di Netanyahu. Bah…


 

Applebaum ha ragione su un punto fondamentale: mai usare la parola fascismo con leggerezza. Proprio per questo la definisce appropriata per quello che sta accadendo negli Stati Uniti oggi: un’amministrazione che “glorifica la violenza” e opera con disprezzo per la legge e la Costituzione.

Sì, il rischio c’è. E forse si tratta anche più di un’ombra.

Per quel che ci riguarda, da tempo non parliamo del fascismo come fantasma di un passato novecentesco o come etichetta retorica da salotto. Parliamo di dinamiche reali, sociologiche e metapolitiche, che producono scontro sociale e frammentazione, proprio come accadde nella prima metà del Novecento.


 


Esiste un’idea di fondo, pericolosissima: il fascismo ha sempre portato con sé (e porta), inevitabilmente, l’idea di guerra civile latente, pronta a trasformarsi in pratica collettiva: gruppi contrapposti, odio reciproco, legittimazione della forza come strumento politico. Il fascismo è sempre stato preceduto dalla fase della “grande paura” come nella Spagna prima del 1936, la Germania prima del 1933, l’Italia prima del 1922.

Nel caso statunitense non siamo ancora alla fase del colpo su colpo fra bande armate in stile terrorismo urbano — ma i segnali di frizione ci sono. In Minnesota, le operazioni aggressive di polizia federale e dell’ICE e le relative proteste mostrano una popolazione che vive questo scontro come minaccia diretta alla sicurezza quotidiana, non solo come divergenza politica. E se guardiamo ai casi concreti di attentati politici e violenza urbana recente, da Kirk alla Good e Pretti – episodi emblematici – si capisce che il terreno per la tensione sociale è già pronto.

Questa è la posta in gioco: se chi si oppone a Trump e alla sua macchina del potere decidesse di reagire con violenza - non teoria, ma azioni mirate di ritorsione urbana - si innescherebbe velocemente quella spirale di guerra civile che i fascismi del Novecento non solo temevano, ma incitavano. È la paura, più della libertà, che spinge la gente a desiderare un “uomo forte” che ristabilisca ordine e sicurezza. È lì che il fascismo trova il suo spazio.



Da questo punto di vista, l’appello dei leader del Partito democratico alla calma ha due facce: da un lato è positivo perché non spalanca la porta alla violenza di tutti contro tutti, ma dall’altro rischia di favorire la violenza strutturale di una sola parte, legittimata dalla forza dello Stato, creando così un clima di paura e sottomissione crescente. In questo clima, l’uomo medio  - la gente comune, immersa nella quotidianità: bollette, lavoro, figli, barbecue, eccetera -  finisce per dire: “che mi importa della libertà, voglio pace e sicurezza”. Ed è esattamente così che si costruisce consenso per l’uomo forte.

Quanto a Trump, la Applebaum ha ragione nel dire che non è propriamente un ideologo nel senso accademico del termine -  non è uno che scrive dottrine elaborate - ma qui entra in gioco un punto che molti analisti, in particolare liberal o di sinistra, sottovalutano: la presunzione ideologica dell’intellettuale. Troppe analisi continuano a cercare l’ideologo “puro” - il Marx, il Lenin, il Mao - e così sottovalutano il valore reale del nemico. Perché il fascismo storico non è nato da professori di filosofia, ma da rozzi uomini di potere pragmatici, animati da una spaventosa volontà di potenza, che traducevano banalità semisuperiori in consenso di massa.

E qui sta la verità: Trump non è un ideologo in senso classico, ma come Mussolini, Hitler, Franco e gli autori minori dei fascismi degli anni Venti e Trenta – inclusa la “Rivoluzione conservatrice” tedesca (che spiegava la distruzione della ragione al popolo) – ha usato frasi semplici e sensazioni primarie dell’uomo medio per consolidare il proprio potere. Si tratta di un approccio tuttora presente nella pubblicistica di estrema destra, microscopica ma capillare,  che sotto l’ombrello governativo di Giorgia Meloni, non si stanca di riproporre le stesse scellerate analisi di cento anni fa. Se proprio si deve definire ideologia, il fascismo è una  razionalizzazione ex post della violenza.  Omicidi politici in cerca di giustificazione. Dopo però.





Trump sarà pure un “non ideologo”, ma resta  comunque efficace come quelli che l’hanno preceduto. Questo dimostra che l’osservazione di Applebaum non ci mette al sicuro dal fascismo come mentalità. Come fatto metapolitico.

Sempre a questo proposito, le sue tesi richiamano pericolosamente il comportamento dei liberali italiani e dei socialisti riformisti del 1919-22. Ci riferiamo alla sua visione deterministica del liberalismo, che rasenta la fede, unitamente alla convinzione che basterà protestare pacificamente (“fermi, calmi, determinati”) e votare contro Trump per “uscire dall’incubo”, come pure interagire con “i governi democratici globali” chiedendo loro più “determinazione” nei confronti di Trump, guai compiacerlo, come invece sta accadendo.

Quest’ultima osservazione - vedi la Meloni e altri leader europei a tappetino - non è sbagliata. Però anche allora si pensava che il fascismo fosse un fenomeno passeggero, qualcosa che non avrebbe superato la soglia del dibattito democratico. Sappiamo com’è andata: il fascismo non passò da solo. Fu tollerato, minimizzato, normalizzato, fino a diventare potere.

 


Per questo oggi non basteranno i sondaggi negativi, né le invocazioni alla calma, né la fede rituale nelle procedure. Quando la paura diventa più importante della libertà, la democrazia non crolla di colpo: si consegna, lentamente, a chi promette ordine. Ed è sempre così che comincia.

E quando ce ne accorgiamo, di solito, è già troppo tardi.

Carlo Gambescia

(*) Qui l’ intervista: https://www.repubblica.it/esteri/2026/01/28/news/applebaum_intervista_america_incombe_ombra_fascismo-425121909/ .

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