Siamo studiosi di professione. La sappiamo lunga. Diciamo questo senza falsa modestia. È così. Ed è veramente malinconico osservare la brutta piega che hanno preso le cose.
E i popoli, l’europeo in particolare, non sembrano rendersi conto della gravità della situazione. Ma anche i politici non sono da meno: si dividono su questioni irrilevanti o si intestardiscono nel difendere valori, come la sovranità nazionale o la pace, al momento inutili (il primo) non perseguibili per ora (il secondo).
Da studiosi conosciamo la storia della filosofia politica, la genealogia dei diritti umani, il valore della pace, il linguaggio del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Tutte cose bellissime.
Purtroppo non pochi coltivano l’illusione che ricordare, studiare, divulgare i principi equivalga a difenderli. Tralasciamo perché non degni di alcun commento i seguaci europei di Trump, Putin e dittature varie. Andrebbero subito processati per alto tradimento. Più clementi si potrebbe essere con i pacifisti: poveri illusi, in genere di sinistra, che però portano acqua al mulino delle destre trumpiane, vivacemente presenti anche in Europa. Il che non è bene.
In realtà, dispiace dirlo, la politica internazionale non è un seminario universitario. E il mondo in cui ci stiamo infilando non ha alcuna intenzione di lasciarsi educare. Con Trump al potere è arrivato il momento di dirlo senza ipocrisie: continuare a parlare solo di pace, senza parlare di forza, non è superiorità morale. È irresponsabilità politica.
Trump non è un’anomalia folkloristica né un incidente della storia. Dietro di lui c’è una struttura politica, sociale, economica e culturale. Si pensi a un vera e propria controrivoluzione globale, nel senso di quella corrente di idee ottocentesca nemica delle idee liberali. Si potrebbe tranquillamente parlare di un nuovo legittimismo: quello della forza pura.
Trump è l’espressione coerente e corrente di una visione del mondo che disprezza il multilateralismo, considera le alleanze un peso e tratta la forza come linguaggio primario delle relazioni internazionali. Né è affatto scontato che, in caso di sconfitta, accetti transizioni pacifiche del potere. Non è una nostra congettura: da che mondo è mondo, i dittatori, a prescindere dall'altitudine o meno dei disegni, quando in crisi, per ricompattare, puntano regolarmente sulla guerra esterna. Per non parlare – e non è più fantapolitica – del vuoto di potere mondiale che creerebbe una crisi interna agli Stati Uniti, crisi capace di sfociare in una seconda guerra civile americana.
Vorremo, che il lettore capisse una cosa, fon-da-men-ta-le, e una volta per tutte.
Partiamo da un esempio. Trump non ha bisogno del petrolio venezuelano in senso economico-energetico. Gli Stati Uniti sono autosufficienti e il greggio di Caracas è, al massimo, un complemento tecnico per alcune raffinerie. Il punto non è l’energia, è il comando.
Trump concepisce il potere in modo personalistico e simbolico: comandare conta più del risultato materiale del comando. Il Venezuela, in questo quadro, è un trofeo geopolitico ad alto valore simbolico — il “ribelle” — e piegarlo serve a dimostrare chi decide, non a far scorrere petrolio.
Per questo le interpretazioni economicistiche risultano deboli: se la posta fosse davvero il profitto o l’efficienza energetica, la guerra (minacciata o praticata) sarebbe una scelta irrazionale, perché distrugge valore e disperde risorse. Ma la guerra, per Trump, non è un mezzo costoso: è una manifestazione concreta della sua volontà di potenza.
L’evocazione continua del conflitto — e la sua concreta praticabilità — indica che siamo fuori da una logica economicista del tipo costi/benefici e dentro una logica di onnipotenza politica, dove il gesto di forza vale più del suo esito economico. Non “guerra per il petrolio”, dunque, ma potere per il potere, con il petrolio ridotto a pretesto retorico.
In questo quadro, la Groenlandia non è una battuta mal riuscita. È qualcosa che esalta la volontà di potenza. Certo Trump, come per una residua forma di pudore, lascia che intorno a lui si parli di territorio strategico, militarmente cruciale, energeticamente rilevante, di un Artico sempre più conteso, ma in realtà vuole comandare, per sentirsi sempre più potente, e più potente per comandare. Inutile quindi indagare, con l'occhio speranzoso dell'oppositore ignavo, le cosiddette contraddizioni interne al trumpismo spicciolo della microflora MAGA. L'unico che comanda e decide per tutti è il dio Thor, cioè Trump.
Trump ragiona come il capo di un' orda barbarica. Non esageriamo: dal tempo di Hitler non si vedeva con tanta chiarezza un leader di una grande potenza pensare il potere come possesso, il comando come dominio fisico dello spazio, la politica estera come estensione dell’ego.
E qui veniamo a ciò che ci sta più a cuore. Se gli Stati Uniti decidessero di forzare la mano sulla Groenlandia, l’Europa si troverebbe davanti a una crisi di proporzioni enormi: un alleato che agisce come potenza predatoria e un continente incapace di reagire autonomamente. Sarebbe il momento della verità, e l’Europa oggi lo affronterebbe disarmata, politicamente prima ancora che militarmente.
Qui cade l’illusione più pericolosa: che la NATO garantisca automaticamente la difesa degli interessi europei. Non è così, e non lo è più. Gli Stati Uniti hanno già mutato atteggiamento verso l’Alleanza: non più pilastro strategico condiviso, ma costo da ridurre, vincolo da ridiscutere se non da liberarsi. Restare aggrappati a un’idea di NATO che non esiste più è una forma di autoinganno.
Ne segue una conclusione che molti fingono di non voler vedere: il riarmo europeo non è una deriva militarista, è una necessità politica. Non per fare la guerra, ma per evitarla. Non per sostituire il diritto con la forza, ma per impedire che il diritto venga calpestato da chi la forza la possiede.
Un esercito europeo non è un feticcio federalista. È la razionalizzazione di una realtà già esistente ma dispersa: spese militari elevate, duplicazioni industriali, catene di comando nazionali incompatibili, assenza di una vera dottrina strategica comune. Così l’Europa resta ciò che è oggi: un gigante normativo e un nano politico-militare.
Uscire subito dalla NATO sarebbe un errore grave. Ma continuare a far finta che nulla sia cambiato lo è altrettanto. Serve un ripensamento profondo: un pilastro europeo forte, capacità operative autonome, possibilità di agire anche quando Washington non vuole o non può. Venuti meno i valori liberali, l’Alleanza funziona solo finché gli interessi coincidono. Oggi coincidono sempre meno. Anzi non coincidono affatto.
Un percorso europeo è immaginabile, e non richiede tempi biblici. Ovviamente zero chiacchiere e attendismo (nel senso che Trump si rabbonisca e cambi idea: cosa impossibile come abbiamo visto).
Cosa serve allora? Coordinamento reale degli acquisti militari, integrazione industriale, comando operativo europeo, un nucleo duro di Paesi disposti a fare il primo passo. Ora, non tra cinquant’anni. E tra chi? Tra chi ci sta. Non si deve per forza essere in 27. Basterebbe un nucleo duro: Francia Germania, Paesi scandinavi e dell’Est (quelli affidabili, ovviamente). Senza dimenticare la Gran Bretagna, pilastro esterno. E l’Italia? Difficile dire, perché profondamente divisa tra trumpiani di destra e pacifisti di sinistra. Ma lo stesso si potrebbe dire della Spagna. Per non parlare di quei paesi dell’ Europa orientale, schierati con Putin.
Insomma, l’Europa deve scegliere cosa vuole essere: un soggetto politico o un oggetto della politica altrui. Altro che transizione ecologica, qui serve una transizione militare. Meno welfare più warfare.
I diritti, la pace, il diritto internazionale non si difendono con le buone intenzioni, ma con istituzioni, decisioni e potere reale: potere asseverato dalla forza militare. Tutto il resto è consolazione morale per un mondo che non c’è più.
Chi rifiuta di pensare la forza in nome di una presunta superiorità etica, domani subirà quella degli altri. E allora non sarà una tragedia imprevedibile, ma una responsabilità storica.
Il treno del riarmo militare e morale è in stazione.
O l’Europa sale adesso, oppure resterà sul marciapiede a spiegare i diritti umani, a chi non vuole ascoltare, mentre altri decidono la direzione.
Carlo Gambescia






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