Donald Trump non è solo un politico: è un vero e proprio oggetto di interpretazione totale, un test di Rorschach contemporaneo che riflette paure, speranze, strategie e passioni, dentro e fuori dagli Stati Uniti. A seconda di chi lo osserva, può incarnare simbolo, minaccia, clown o specchio della società.
Qui proviamo a tracciare una sintesi – inevitabilmente imperfetta – delle principali letture del personaggio, offrendo una mappa di un politico ingombrante, capace di influenzare i destini del mondo. Ci scusiamo in anticipo per eventuali ripetizioni, quasi inevitabili in un’analisi di questo tipo.
L’ invasione degli Hyksos
Per una parte consistente dell’universo liberal americano ed europeo, Trump è un’anomalia storica, un incidente del sistema destinato prima o poi a riassorbirsi. Barack Obama, a posteriori, ha spesso lasciato intendere questa lettura: la democrazia americana possiede anticorpi sufficienti e l’esperimento trumpiano sarebbe stato, in fondo, uno stress test. Si reitera, forse senza neppure saperlo, la tesi di Benedetto Croce sull’irruzione del fascismo in Italia.
È la linea dominante in molta editorialistica del “New York Times” e di “The Atlantic”, ben rappresentata da firme come David Brooks (The Road to Character), Thomas L. Friedman (Thank You for Being Late), Anne Applebaum (Twilight of Democracy) o, con maggiore sofisticazione teorica, Francis Fukuyama, non del tutto riconducibile al mondo liberal (Identity: The Demand for Dignity and the Politics of Resentment) e Fareed Zakaria (Ten Lessons for a Post-Pandemic World): la febbre passerà, come ogni parentesi patologica della democrazia liberale.
Anche in Europa, intellettuali come Timothy Garton Ash (Free World) tendono a leggere il trumpismo come una deviazione temporanea, non come una mutazione strutturale dell’ordine politico occidentale. Trump come una nuova invasione degli Hyksos: rumorosa, destabilizzante, ma in ultima analisi transitoria.
Fascismo 2.0
Altri vedono in Trump il ritorno del fascismo in versione aggiornata. Qui i nomi sono espliciti: Timothy Snyder (On Tyranny), Jason Stanley (How Fascism Works), Madeleine Albright (Fascism: A Warning).
I parallelismi storici - culto del capo, delegittimazione delle istituzioni, nazionalismo emotivo - conducono a una conclusione netta: Trump va arginato prima che sia troppo tardi. Ne deriva l’idea di un uso misurato, ma deciso, delle maniere forti per salvare il sistema liberale, anche a costo di forzarne temporaneamente le regole. Non si tratterebbe, in questa prospettiva, di negare la democrazia, ma di sospenderne selettivamente alcune garanzie in nome dell’emergenza, nella convinzione che solo così l’ordine costituzionale possa essere preservato nel lungo periodo.
In Europa, una cornice interpretativa spesso richiamata è quella proposta da Umberto Eco (“Il fascismo eterno”), il cui modello di Ur-Fascismo è stato utilizzato da numerosi osservatori per leggere il trumpismo come una forma aggiornata e frammentaria di autoritarismo carismatico, compatibile con le procedure formali della democrazia ma corrosivo nei suoi presupposti culturali. È la tesi sostenuta anche da chi scrive, con correzioni metapolitiche.
Populista razionale
C’è chi interpreta con compiacimento la tesi del Trump populista razionale: un brillante stratega del caos tutt’altro che improvvisato. Steve Bannon (come raccontato in Devil’s Bargain: Steve Bannon, Donald Trump, and the Storming of the Presidency), Michael Anton (The Flight 93 Election), Curtis Yarvin (Unqualified Reservations), Peter Thiel (Zero to One) e Christopher Caldwell (The Age of Entitlement), insieme a una parte del nazional-conservatorismo americano, leggono Trump come un attore che usa l’eccesso e la provocazione come strumenti deliberati.
L’obiettivo non è il caos fine a se stesso, ma testare i limiti delle istituzioni, ridefinire rapporti di forza e consolidare il consenso diretto con il pubblico. Il populismo diventa quindi performativo e strategico, una leva per polarizzare, destabilizzare e creare opportunità politiche che un attore convenzionale non potrebbe sfruttare. Come del resto scrivevamo ieri a proposito della politica estera hitleriana (“per test”) fra il 1933 e il 1939. Quindi similarità.
Anche Yoram Hazony (The Virtue of Nationalism) contribuisce a leggere la sua azione come applicazione pratica di un nazionalismo conservatore, in cui l’uso calcolato del populismo è funzionale a consolidare il potere dello Stato-nazione e a sfidare l’egemonia normativa del liberalismo progressista.
Il sistema americano
In questa prospettiva, Trump non è un’eccezione, ma un prodotto tipico del sistema americano. Thomas Frank (Listen, Liberal), Arlie Russell Hochschild (Strangers in Their Own Land) e — retroattivamente — Christopher Lasch (The Culture of Narcissism) lo collocano nel contesto delle disuguaglianze sociali, del risentimento delle classi medie impoverite e della frattura culturale tra élite cosmopolite e America profonda.
A queste letture si affiancano analisi di matrice marxista e critica del capitalismo, che, come contesto teorico, facilitano un’interpretazione di Trump come espressione di un sistema economico e politico che favorisce concentrazione di ricchezza e potere, fragilità delle classi lavoratrici e tensioni sociali strutturali. Si possono citare David Harvey ( Seventeen Contradictions and the End of Capitalism) e Richard Wolff (The Sickness Is the System: When Capitalism Fails to Save Us from Pandemics or Itself).
Complementari a questa intepretazione sono testi rivelatori di un microcosmo intellettuale di destra, come J.D. Vance (Hillbilly Elegy), oggi secondo di Trump: testi che raccontano l’esperienza della "Rust Belt" ("Cintura della ruggine", nel senso della deindustrializzazione), quasi studi parasociologici sulle disuguaglianze spaziali e culturali negli Stati Uniti.
In questo quadro, Trump non spiega l’America: la mette a nudo, trasformando in scena pubblica tensioni e malesseri preesistenti, rendendo visibile ciò che prima era latente e creando una piattaforma politica attraverso il riconoscimento simbolico di chi si sente ignorato.
Il Mago di Oz
Per teorici dei media e della comunicazione, Trump governa soprattutto l’immaginario. Si pensi a studi pionieristici come Neil Postman (Amusing Ourselves to Death). Ma si potrebbe risalire a Jean Baudrillard (Simulacres et Simulation) e Marshall McLuhan (Understanding Media). Ma anche all’opera di studiosi come Mark Crispin Miller (Fooled Again: ) e la buon manualistica come nel caso di Joseph Turow (Media Today). Libri che aiutano a leggere Trump come un imprenditore simbolico: produce consenso senza sostanza, ma non senza effetti reali. Una specie di Mago di Oz.
In particolare Timothy O’Brien, già negli anni Duemila, (TrumpNation:The Art of Being the Donald) e un decennio dopo Michael D’Antonio (Never Enough:Donald Trump and the Pursuit of Success ) descrivono Trump come un imprenditore della reputazione, più impegnato a costruire e vendere un’immagine di successo e status che a produrre valore economico reale. Il suo potere risiederebbe nella capacità di trasformare la politica in spettacolo, di fare del pubblico un’audience attiva e di costruire percezioni forti attraverso gesti, parole e simboli più che attraverso misure concrete. Dietro il sipario, forse, c’è poco. Ma il pubblico applaude lo stesso, e quel consenso simbolico genera conseguenze tangibili.
Il Pagliaccio
Per una larga parte dell’opinione pubblica urbana progressista, Trump resta un clown, anche con qualche discreto deficit mentale: ridicolo, grottesco, fuori di testa, perfetto per la satira. I late night shows di Jon Stewart e Stephen Colbert, Michael Moore (Stupid White Men), la comunicazione social e il mondo di Hollywood lo hanno trasformato in una caricatura permanente. Attori come Alec Baldwin e Jim Carrey, registi come Spike Lee e produzioni come Saturday Night Live e Funny or Die, insieme a studi sulla cultura digitale come Henry Jenkins (Convergence Culture) e Alison Dagnes (Political Humor in a Changing Media Landscape), hanno costruito un’immagine di Trump comico ma potente, dove il ridicolo diventa strumento di critica politica.
Ma è un clown pericoloso: la risata può diventare una strategia di rimozione della minaccia, più che un modo per affrontarla. Meme, sketch e battute de-politicizzano la figura, ma il suo potere simbolico e reale resta, e la comicità rischia di diventare uno strumento di anestesia critica.
Santo subito
Tra i suoi sostenitori, Trump assume i tratti del martire. Del Santo Subito. Tucker Carlson, l’evangelismo politico e ampie fasce del trumpismo, ma anche studi, dai differenti contenuti critici (anche contrari), come Stephen Mansfield (The Faith of Donald J. Trump), Andrew Whitehead e Samuel Perry (Taking America Back for God), Kristin Kobes Du Mez (Jesus and John Wayne) e Robert P. Jones (The End of White Christian America), lo dipingono come perseguitato o comuque come ossessionato da giudici, media ed élite cosmopolite.
La sua forza non starebbe nella vittoria, ma nell'ideologia della persecuzione continua: ogni attacco diventa conferma della sua rettitudine. Colpito, dunque giusto. Accusato, dunque innocente. Anche la sua personale convinzione di essere “unto dal Signore”, sopravvissuto a più di un attentato e protetto da una sorta di provvidenza, rafforza questa narrazione di martirio. La narrazione consolida la fedeltà della base, trasforma il leader in figura messianica e polarizza ulteriormente la percezione pubblica. Se ci si passa il latino maccheronico una specie di Reductio ad Sanctum.
Trumpismo planetario
Per i geopolitici realisti, Trump è un fattore di instabilità
sistemica, un terremoto negli equilibri internazionali. Già nel 2014
Kissinger (World Order) osservava che l’ordine globale
liberale è sempre stato fragile e soggetto a tensioni tra sistemi
statali differenti; sebbene il libro preceda l’ascesa di Trump, le sue
analisi aiutano a comprendere il contesto in cui movimenti populisti e
nazionalisti hanno guadagnato terreno, sfidando la stabilità delle
istituzioni internazionali e mettendo alla prova la globalizzazione giocando sui punti di frizione.
Ian Bremmer (Us vs. Them: The Failure of Globalism), analisti europei come Timothy Garton Ash (Free World), Enzo Traverso (Le nuove facce del fascismo, testo però riconducibile anche al Fascismo 2.0), lo descrivono come un attore imprevedibile, capace di rompere equilibri consolidati e mettere alla prova le alleanze tradizionali.
Per il fondamentalismo islamico, Trump assume la figura del Satana mediatico dell’Occidente, simbolo di aggressività e decadenza culturale percepita. Per una parte del giornalismo urbano europeo, invece, è il mafioso-imprenditore: figura cinica, spregiudicata e potente, capace di piegare le regole senza distruggerle formalmente. Così in Italia Saviano.
L’Europa, in particolare, costituisce un caso esemplare di questa percezione globale. Leader e governi europei hanno reagito tra cautela e critica, cercando di capire fino a che punto le politiche statunitensi potessero influenzare sicurezza, commercio, difesa e alleanze transatlantiche. Partiti populisti europei hanno invece visto in Trump un modello operativo da imitare: un esempio di mobilitazione della base e sfida ai media tradizionali. Editorialisti e intellettuali come il già citato Timothy Garton Ash (Free World), Ian Buruma (The West and the Rest), Ivan Krastev (After Europe) e come dicevamo Roberto Saviano (in articoli e interviste) hanno analizzato l’impatto del trumpismo sull’Unione Europea, la percezione dei valori liberali e la necessità di ridefinire l’autonomia strategica dei governi su commercio, difesa e clima.
Questa prospettiva mostra come Trump, fuori dagli Stati Uniti, non
sia semplicemente un politico controverso, ma un fenomeno globale,
capace di incarnare simboli diversi a seconda dello sguardo di chi lo
osserva: minaccia sistemica, nemico ideologico o imprenditore spietato.
L’Europa diventa così una lente privilegiata per osservare le tensioni
tra norme liberali consolidate e sfide populiste emergenti.
Finti liberali e destre internazionali
Trump ha raccolto consensi inattesi anche tra finti liberali e corposi
segmenti della destra internazionale. Alcuni economisti neoliberali,
commentatori di élite e media occidentali, pur professando valori
democratici, hanno apprezzato la sua spregiudicatezza politica ed
economica, la retorica protezionista selettiva e la capacità di
scardinare regole istituzionali percepite come paralizzanti.
Parallelamente, partiti e leader di destra in Europa, America Latina e Asia - da Viktor Orbán in Ungheria a Matteo Salvini e Giorgia Meloni in Italia, da Jair Bolsonaro in Brasile a Narendra Modi in India, Milei in Argentina - vedono in Trump un modello di populismo di successo, capace di mobilitare la base e sfidare i media tradizionali.
Il consenso internazionale non nasce da un’ideologia condivisa, ma da interessi tattici e vantaggi simbolici: Trump diventa un esempio emulativo, una guida per destre globali e populisti che cercano di rafforzare narrazioni nazionaliste, anti-liberali e anti-establishment.
L’uomo della Provvidenza
La Chiesa cattolica ha spesso scelto la prudenza di fronte a leader politici controversi. Benedetto XV (1914-1922) evitò schieramenti diretti, richiamando principi universali come pace, dignità umana e giustizia internazionale. Si disse però che era sentimentalmente vicino ai Cattolici Asburgo (John Pollard, The Vatican and the First World War). Anche il pontificato di Pio XII (1939-1958) dimostra come la prudenza possa generare dibattito sul confine tra diplomazia e responsabilità morale.
Durante il primo mandato di Donald Trump, Papa Francesco ha seguito un approccio simile: prudente, non-partigiano, concentrato su valori etici fondamentali come protezione dei migranti e salvaguardia della pace globale (Massimo Faggioli, Pope Francis: Tradition in Transition). Il suo stile riflette una visione globale e internazionale, attenta alle ingiustizie sociali e ambientali.
Non sono mancate le critiche: alcuni conservatori cattolici statunitensi hanno accusato Francesco di prudenza eccessiva (Charles Chaput, Render Unto Caesar).
La nomina di Robert Francis Prevost (Papa Leone XIV) suggerisce una continuità prudente della Chiesa, ma con un’impronta più filoamericana, sensibile alle dinamiche della Chiesa statunitense pur mantenendo equilibrio morale e diplomazia.
Eppure, la prudenza ha un prezzo: non interpretare equivale comunque a interpretare. Tacere, di fronte a decisioni controverse, significa in parte consentire. E dal consenso a Uomo della Provvidenza, anche per una Chiesa bimillenaria può essere un attimo.
L’uomo della strada
C’è infine la prospettiva della gente comune. Trump è visto come “uno che parla chiaro” o “uno come noi, ma più ricco e sfacciato”. Poco importa se mente: mente come mentono tutti, solo che lo fa senza filtri. Per molti, diventa il segnale che il mondo è truccato e che qualcuno lo ammette apertamente, senza ipocrisia. Studi come quelli di Arlie Russell Hochschild (Strangers in Their Own Land), e i già citati Thomas Frank (Listen, Liberal) e J.D. Vance (Hillbilly Elegy) mostrano come questa percezione rifletta frustrazioni, risentimenti e aspettative di una base che si sente ignorata dalle élite, e come queste emozioni abbiano avuto un peso concreto nelle elezioni e nelle dinamiche politiche locali e nazionali.
Curiosamente, questa immagine dell’uomo “vicino alla gente” convive con un altro registro, che emerge soprattutto in Europa: l’Uomo Capace di fare la guerra. Qui Trump è percepito anche come il leader forte, imprevedibile e potenzialmente pericoloso, capace di scelte drastiche e militari. Il fascino per l’“uomo che osa” si mescola allo spavento per il potere reale, creando una tensione ambivalente: ammirazione e timore coesistono, dando forma a un fenomeno politico che va oltre la mera simpatia o antipatia, e che parla di identità, sicurezza e percezione globale della leadership americana.
Conclusioni
Trump non è riducibile a un solo volto: è simultaneamente Hyksos e Mago di Oz, Populista razionale e Santo subito, Clown e Uomo della strada. Ogni prospettiva ne coglie un aspetto parziale, ma essenziale: destabilizzante e strategico, simbolico e concreto, amato e detestato.
Il suo potere non deriva solo dai risultati politici, ma dalla capacità di incarnare tensioni sociali, paure, risentimenti e aspirazioni, sia negli Stati Uniti sia nel mondo. Le letture globali mostrano che Trump è un fenomeno planetario, capace di stimolare alleanze e conflitti, ispirare imitazioni e timori, e polarizzare opinioni in modi trasversali, dalle élite liberali ai cittadini comuni, dalle istituzioni religiose ai governi europei.
Ma la complessità non attenua il pericolo: leggere Trump come un fenomeno mediatico, simbolico o come riflesso dei malesseri sociali non significa sottovalutarne l’impatto politico e istituzionale. Le sue strategie spregiudicate, la capacità di mobilitare masse e di delegittimare norme e controlli, e l’influenza globale del suo modello populista rappresentano una minaccia concreta che non può essere minimizzata.
Comprenderlo significa quindi ammettere la complessità senza rinunciare a una lucidità critica che non può ignorare nel suo comportamento politico la eco di antichi fantasmi ideologici che infestarono l'Europa tra le due guerre mondiali.
In ultima analisi, Trump è uno specchio dell’epoca contemporanea, un catalizzatore di crisi e un interprete delle contraddizioni del presente. Le sue contraddizioni ci obbligano a riconoscere quanto la politica, oggi, sia fenomeno mediatico, sociale e culturale insieme, e quanto il consenso possa costruirsi non solo sulla realtà dei fatti, ma sull’interpretazione che ne danno le persone, i media e i leader globali. Con inevitabili ripercussioni storiche che sembrano condurre verso un passato che credevamo seppellito per sempre. E ironia della sorte Trump è cittadino americano. La stessa America liberale che sconfisse, con gli alleati europei, oggi liquidati come nemici, il nazifascismo.
Chiosa
E Trump, in tutto questo, come vede se stesso?
In modo molto più semplice di quanto lo vedano gli altri: non come un’interpretazione, ma come un’evidenza. Trump non si pensa contro il sistema né dentro il sistema: Trump si pensa il sistema. Il resto — istituzioni, alleati, avversari, media — è arredamento, rumore di fondo, pubblico pagante. Ogni crisi, ogni scandalo, ogni contestazione diventa parte del palcoscenico su cui egli si muove senza esitazioni.
Mentre studiosi, opinionisti e moralisti discutono se sia un Hyksos, un Fascista 2.0, un Mago o un Pagliaccio, lui è già passato oltre. Si guarda allo specchio, annuisce e va avanti. Convinto — con una serenità invidiabile — che il problema non sia Trump nel mondo, ma il mondo senza Trump.
Questa convinzione assoluta, quasi apicale, è al tempo stesso forza e pericolo: perché il leader che si vede al centro del sistema agisce come se le regole fossero accessorie.
Ed è forse questa l’ultima ironia sociologica e metapolitica: Trump è l’unico che non ha dubbi su Trump. Tutti gli altri (meno la Chiesa, diciamo ufficialmente), invece, continuano a interpretarlo. E intanto il caleidoscopio gira, e il mondo osserva, spettatore e protagonista al tempo stesso.
Carlo Gambescia

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