Le reazioni politiche hanno ormai assunto la tempistica delle cronache giornalistiche, ulteriormente accelerata dalla pressione dei social. L’idea di fondo è semplice e inquietante: la politica deve fare qualcosa, o almeno far credere di farla. Governare passa in secondo piano, reagire diventa l’obiettivo principale.
Tralasciamo per carità di patria ciò che accadde durante l'epidemia di Covid, anche perché materia controversa. E chiediamoci, ora, in questo momento, cosa succede? Presto detto.
Accade un fatto grave a Crans-Montana, in Svizzera? E allora via: controlli a tappeto sulle discoteche in Italia. Due giovani vengono accoltellati a scuola o per strada? Scattano subito misure speciali. Le "zone proibite" o "rosse", a discrezione delle forze dell'ordine, sulle quali la destra sguazza con evidente compiacimento, sospendono diritti costituzionalmente garantiti e si estendono sempre di più. La logica è sempre la stessa: non risolvere un problema, ma segnalare presenza. Far vedere che lo Stato c’è, anche quando non sa bene cosa fare.
Non è un tratto esclusivamente italiano. È un riflesso europeo e occidentale. Sta prevalendo una percezione sociale distorta, fondata sull’insicurezza, e la politica vi risponde non correggendola, ma assecondandola. Figure come Donald Trump o Giorgia Meloni funzionano precisamente così: comprano e vendono emozioni. Prima spaventano, poi rassicurano. Prima evocano il caos, poi offrono misure drastiche come antidoto. Si va dai controlli sulle discoteche e dalle zone rosse in Italia al rilancio di apparati paramilitari come l’ICE negli Stati Uniti.
Qui un inciso storico è inevitabile, perché illumina il presente. L’estrema destra europea ha parlato più volte, negli anni Trenta e poi negli anni Settanta del Novecento, di“cancro americano”, di “male americano”. Oggi che quel “male” per la prima volta nella storia repubblicana degli Stati Uniti ha un nome e un volto – Donald Trump – finge di non vederlo. È un classico caso di antropologia del collaborazionista: ci si prostra davanti al vincitore presunto, come fecero i nazionalisti francesi dopo il 1940. Non per incoerenza, ma per affinità profonda. La paura non radicalizza: dispone alla sottomissione, soprattutto quando è condivisa.
Eppure l’unica opzione realmente riflessiva non viene nemmeno discussa. Quale? Riarmarsi seriamente, e farlo in fretta. Ma questo richiede tempo, programmazione, scelte impopolari. Troppo per una politica che vive di ciclo mediatico e di folle digitalizzate e impaurite.
Il mondo ragiona sempre più in fretta, e per questo non ha meno paura. Ne ha di più.
Quando la politica scambia la percezione per realtà, non governa l’insicurezza: la riproduce. E la storia insegna che le società impaurite non diventano più sicure, ma più obbedienti.
Carlo Gambescia




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