giovedì 15 gennaio 2026

I falsi amici del liberalismo

 


Questo innamoramento di certi liberali per un Trump, tiranno in casa sua, ma che porterebbe la libertà in Venezuela e Iran, lascia veramente senza parole. Puro occasionalismo storico, che nasce da un atavico odio verso la sinistra, che si vuole sconfiggere anche alleandosi con il diavolo. Come fu contro il “bolscevismo”.

Ma la “sinistra Ztl”, come la chiama ironicamente la destra, non ha nulla di leninista. Il welfarismo per quanto indigesto è una variante riformista non rivoluzionaria di certo socialismo comunque democratico. È nel sistema non fuori del sistema. In sintesi:  Beveridge non è Stalin, che assaltava treni,  la Schlein, per quanto antipatica, non è una brigatista irriducibile.

Perché accreditare una destra razzista, reazionaria e internazionale – perché il discorso purtroppo è mondiale – presunta paladina della libertà. Una destra che edifica all’interno lo stato di polizia e allo stesso tempo evoca la liberazione dei popoli dalle dittature. E che è quanto di peggio potesse capitare per rovinare definitivamente qualsiasi vera aspirazione liberale. Una specie di pietra tombale.

Trump, Milei, Meloni, Orbán non sono anomalie locali né semplici leader “illiberali”. Sono i falsi amici del liberalismo.



A dirla tutta, con minime varianti nazionali rinviano tutti allo stesso paradigma, che liberale non è: l’idea che la libertà possa essere difesa solo comprimendola, che lo stato di diritto sia un intralcio anziché una garanzia, che il comando debba sostituire il conflitto regolato. Agendo così, essi – insieme ai liberali che li sostengono – non si comportano da traditori accidentali del liberalismo, ma da suoi necrofori consapevoli.

Dopo l’alleanza con i fascisti dei cosiddetti conservatori liberali, tra le due guerre novecentesche in Italia, Germania, Francia e ovunque si subisse il fascino per il decisionismo dell’uomo forte, siamo di nuovo dinanzi a ciò che si può chiamare l’ubriacatura liberale per la forza.

Una forza, attenzione, giocata contro un liberalismo che si rende complice, come fu in Italia con Mussolini, di chi disprezza il liberalismo, se non a parole, di sicuro nei fatti.

Si può fare qualcosa per frenare questa corsa verso l’abisso? Che ogni vero liberale non può che temere? 

La sinistra non aiuta, perché ha scambiato la critica del potere con una postura morale permanente: pacifista per principio, statalista per riflesso, incapace di distinguere tra libertà e protezione.



E il mondo cattolico? Appare diviso e subalterno, prigioniero di una fedeltà geopolitica che gli impedisce di esercitare qualsiasi funzione critica autonoma. Leone XIV, per dirne solo una, non ha speso una parola sull’uccisione di Renée Nicole Good, la madre di tre figli uccisa da un agente dell’ICE, gente di Trump dal grilletto fin troppo facile.

Della destra abbiamo detto. Pertanto ogni vero liberale, che ha a cuore la libertà, non ha alleati. Non può che sentirsi solo. Anche perché – e questa è la vera tragedia del liberalismo, una autentica maledizione – la gente comune, la si chiami pure massa, non sa cosa farsene della libertà, soprattutto nelle sue forme più alte, di parola e di pensiero.

In Occidente l’astensionismo di massa e l’analfabetismo storico non sono semplici dati sociologici: sono sintomi. Segnalano una frattura profonda tra libertà formale e capacità reale di esercitarla. La partecipazione democratica presuppone conoscenza, tempo, distanza critica; ma tutto ciò entra in conflitto con una società che vive nell’immediatezza e delega allo stato la gestione dell’insicurezza, salvo poi invocare una libertà senza vincoli.

 


Si vive l’attimo e si condivide una specie di individualismo protetto, che punta a coniugare il massimo dello statalismo con il massimo della libertà: la quadratura del cerchio. Sono questioni a monte, come si diceva un tempo. Questioni che prescindono dall’invenzione dei social e dalla rivoluzione comunicativa digitale.


Purtroppo la libertà, la vera libertà, fatta di conoscenza e cultura, è per pochi. E’ frutto di una scelta, prima inconsapevole, almeno fino all’Ottocento, poi sempre più consapevole. Ma non per tutti, Anzi per pochi. Dal momento che il liberale, anche quando non sapeva di esserlo, era visto come un “signore”. Perché si diceva, soprattutto il “popolo”: “sono i ricchi, o comunque chi non ha bisogno di lavorare, che possono occuparsi di politica”. Il che ci riporta all’Illuminismo, alle minoranze creative, a un certo liberalismo aristocratico, quantomeno nella forma. Che, nonostante tutto, risultava antipatico. 
 
Un filone, amato e odiato sempre dal popolo, che percorre tutta la storia del liberalismo, dal disperato studio di Locke, Montesquieu, Hume, Smith, Tocqueville, fino ai liberali tristi del secolo scorso (*).

Il liberalismo – ripetiamolo – è una pratica ma anche un’idea. Che, quando e se viene tradotta politicamente, ciò avviene, come per tutte le cose, attraverso l’adattamento alla realtà. Il costruttivismo, anche quando minimo, paga sempre pegno alla realtà. Nessuno è perfetto, insomma. E il liberale vero lo sa bene. E diffida del demagogo.


Il momento più alto raggiunto dal liberalismo – diciamo come consapevolezza di sé – rinvia alla Seconda guerra mondiale, al conflitto contro il totalitarismo, che in qualche misura poteva ricollegarsi al più antico conflitto dei liberali, senza saperlo, contro lo Stato assoluto, tra l’inizio dell’età moderna e la Rivoluzione francese.

La lezione liberale del 1945 è una grande lezione di libertà all’insegna di una pace recuperata, del ritorno ai commerci, alle istituzioni dello Stato di diritto, al multilateralismo diplomatico.

Se anche questa lezione viene rinnegata, come sta accadendo, allora il liberalismo rischia di essere di sconfitto non dai suoi nemici storici, ma dai suoi falsi amici. 

Come può un vero liberale essere dalla parte di Trump che vuole prendersi la Groenlandia con la forza, come Putin con l’Ucraina?

Si rifletta. Se così fosse, per un’idea nata contro il potere assoluto, questa sarebbe la sconfitta più amara.

 

Carlo Gambescia

(*) Sul punto rinviamo al nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio 2012.

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