Gli osservatori da destra a sinistra non sembrano cogliere la particolare gravità della tormenta Trump. Insomma non si capisce il senso profondo di ciò che sta accadendo.
Ovviamente va respinto ogni riduzionismo: mascalzone, oligarca, ladrone, mafioso, termini da lasciare agli appassionati di fumetti politici e al pulp di serie B.
Quel che stupisce, a proposito dell’aggressione a Caracas, è il gioire di non pochi pseudo-liberali, anche di casa nostra. Trump avrebbe riportato la libertà… A parte che è ancora presto per un giudicare cosa accadrà in Venezuela. Inoltre Trump ha già mostrato di ignorare le richieste dell’opposizione democratica venezuelana.
Qui il vero punto è che Trump non ha nulla in comune con i 46 presidenti che lo hanno preceduto. Dei Padri fondatori neppure a parlarne. Ma Trump non è nemmeno Thomas Woodrow Wilson, Franklin Delano Roosvelt. Non è Kennedy, Clinton, Obama, ma non è neppure Reagan, i due Bush. Trump è qualcosa che purtroppo va al di là della destra e della sinistra e della storia istituzionale americana.
Come abbiamo scritto più volte siamo davanti un uomo che oltre a incarnare una volontà di potenza, basica, addirittura infantile, si identifica con gli Stati Uniti, come proprietà assoluta di un uomo solo al comando, circondato da un’élite reazionaria, nemica del liberalismo e della modernità. Quel fare l’America più grande significa fare Trump – e i suoi fedelissimi – più grande. Non in puro senso economico, ma in quello che ricorda la grandezza a cui aspiravano Napoleone e Hitler. Con una differenza che sulle baionette di Trump non marciano i valori della Rivoluzione francese: Liberté, Egalité, Fraternité.
Mi si spezza il cuore nel dire questo: ma un liberalismo ridotto a tifo geopolitico è un liberalismo morto.
Ciò che sta accadendo richiama il bruttissimo fatto di cronaca di pochi giorni fa: la discoteca svizzera minacciata dalle fiamme, con i ragazzi che, come si vede in un video, riprendono le prime scintille col cellulare. Morti viventi, e ancora ignari del pericolo. Proprio come chi continua a non comprendere la gravità della tormenta Trump.
Qual è la cosa più grave? È che per pigrizia mentale, ma anche per calcolo politico, realismo da quattro soldi, malafede, paura, servilismo, autentica ottusità mescolata a fascino per i capi ritenuti carismatici ci si rifiuta di capire che Trump è per l’Occidente, quello che fu Hitler. Sembra sia in atto una specie di disgraziatissima rimozione collettiva.
Domina un cieco rifiuto di vedere il pericolo. E così si riprendono la fiamme con il cellulare di idee sorpassate.
Si ignora, intenzionalmente o meno, un fatto fondamentale: che un personaggio come Trump, dalle idee reazionarie e da uno sconcertante linguaggio violento è - ripetiamo - qualcosa, come ci insegna lo studio della storia americana, di totalmente differente dai 46 presidenti che lo hanno preceduto.
Gli Stati Uniti hanno avuto presidenti duri e persino controversi. Andrew Jackson forzò le istituzioni pur rispettandone formalmente la legittimità. Abraham Lincoln sospese libertà fondamentali durante la Guerra Civile, sempre rivendicando la fedeltà alla Costituzione. Theodore Roosevelt ampliò in modo aggressivo il potere esecutivo, guidandolo con forte personalità senza arrivare a violare le regole istituzionali. Richard Nixon abusò dell’autorità, ma si dimise quando il sistema costituzionale lo mise alle strette. George W. Bush intraprese guerre contestate e rafforzò uno Stato securitario, pur mantenendo formalmente intatti elezioni, stampa e trasferimento del potere.
Donald Trump è il primo presidente americano a superare questa linea rossa: non limitarsi a forzare le istituzioni, ma delegittimarle; non governare il sistema, ma contestarne la validità quando non gli obbedisce.
Questa rottura investe direttamente anche la politica estera. Anche i presidenti americani più aggressivi agirono entro un quadro di alleanze stabili, di regole condivise e di un riconoscimento, almeno formale, dell’ordine internazionale occidentale.
Trump rompe anche questo schema: le alleanze diventano rapporti di forza, il diritto internazionale un ostacolo, la cooperazione un costo inutile. Ma il punto decisivo è un altro. Anche se la sua politica estera fosse meno bellicosa, resterebbe comunque pericolosa, perché esercitata da un leader che non riconosce limiti istituzionali, non accetta vincoli giuridici e subordina le decisioni internazionali alla propria volontà personale. Un potere senza freni all’interno diventa, all’esterno, un fattore permanente di instabilità.
A fronte di questo, tutte le precedenti interpretazioni della politica estera statunitense, in particolare quelle strettamente geopolitiche, (gendarmismo, petrolismo, risorsismo, democraticismo) diventano irrilevanti, perché siamo davanti non a una strategia, ma a una mutazione del potere.
Trump non interpreta l’egemonia americana: la svuota di ogni cornice razionale e normativa, riducendola a esercizio personale della forza. Non gendarme del mondo, non paladino della democrazia, non realista cinico, Ma come detto, piuttosto un capo che tratta la politica estera come un prolungamento della propria volontà, privo di mediazioni, di freni, di responsabilità storica. È questo che rende irrilevanti le vecchie categorie e pericolosa ogni sottovalutazione.
Quando il potere non riconosce più limiti al proprio interno, diventa all’esterno imprevedibile, instabile, potenzialmente distruttivo. E la vera illusione, oggi, è credere che basti analizzarne le mosse per capirlo: qui il problema non è che cosa farà, ma chi è Trump e come concepisce il potere.
Chi continua a non vederlo, continua a filmare le fiamme, convinto che il fuoco riguardi sempre qualcun altro.
E ieri Trump ha dichiarato che ora vuole la Groenlandia…
Carlo Gambescia
Nota. Nelle foto a corredo dell’articolo sono raffigurati i seguenti presidenti degli Stati Uniti (in ordine di pubblicazione): Donald J. Trump, Andrew Jackson, Abrahm Lincoln, Theodore Roosevelt, Franklin D. Roosevelt, Ronald Reagan, Barack Obama. L’ultima immagine ritrae un ragazzo che filma le fiamme nel locale Le Constellation a Crans-Montana (Svizzera), distrutto da un incendio la notte di Capodanno 2026, con decine di vittime e numerosi feriti.





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