domenica 25 gennaio 2026

ICE uguale SS? Parliamone

 


Come si dice, tra amici, mettiamo le mani avanti. Non è nostra intenzione sostenere la tesi che Trump sia uguale a Hitler: una fotocopia storica. Difenderemo invece qualcosa di più sottile: che in Trump e in Hitler registriamo uno schema mentale simile, fondato sull’idea che l’avversario, trasformato in nemico, vada schiacciato senza pietà. Attenzione: non metteremo in discussione la regolarità metapolitica amico–nemico, ma la sua divinizzazione. 

Inoltre, dal punto di vista esecutivo, in questo quadro, una struttura come l'ICE può essere avvicinata alle SS. 

Prima i fatti. Ieri, a Minneapolis, un gruppo di agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha sparato e ucciso Alex Jeffrey Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni, durante un’operazione federale sull’immigrazione. La versione ufficiale parla di autodifesa contro un uomo armato. Video e testimonianze raccontano altro: un uomo disarmato che filma con il cellulare e viene colpito a morte. Non è il primo episodio simile. È l’ennesimo.



Non siamo davanti a un dettaglio tecnico o a una disputa sul protocollo operativo. Siamo davanti a una questione politica e culturale centrale: chi viene definito “minaccia” e su quali basi? E soprattutto: chi ha il potere di stabilirlo senza contraddittorio?

La risposta dell’amministrazione Trump è stata immediata e rivelatrice. Gli agenti dell’ICE sono stati definiti “patrioti”; chi protesta o semplicemente contesta la versione ufficiale è stato associato a terrorismo, insurrezione, sovversione. Qui non è in gioco solo la legittima difesa della polizia dello Stato, ma la costruzione di un immaginario morale nel quale la violenza istituzionale viene assolta in partenza. Come dicevamo, la trasformazione dell’avversario in nemico assoluto lo deumanizza. Siamo oltre la regolarità metapolitica amico–nemico, perché si pretende di farlo sparire, e per sempre.



Si dirà che la storia è piena di esempi di nemici disumanizzati: si pensi alle guerre di religione o al concetto di “barbaro” esteso a chi non parla la stessa lingua, ha costumi diversi, eccetera. In realtà, qui va registrata una differenza fondamentale.

Primo: il nazionalsocialismo storico viene dopo il liberalismo e vuole distruggerlo. È una reazione ideologica. Reazione perché, al di là delle chiacchiere su identità e comunità, si vuole riportare il cittadino alla condizione di suddito, come prima delle rivoluzioni liberal-democratiche.

Secondo: il nazionalsocialismo storico celebra la trasformazione di gruppi umani in “nemici assoluti” — ebrei, oppositori, devianti. Siamo alla celebrazione dell’eliminazione della devianza, che non è una conseguenza accidentale, ma un fondamento ideologico. Prima ancora delle camere a gas, ci furono le parole, le categorie, le metafore. L’altro cessava di essere persona per diventare un problema da eliminare.



Naturalmente, gli Stati Uniti di oggi non sono la Germania hitleriana. Non esiste un progetto di sterminio sistematico, né un regime totalitario compiuto. Ma il punto non è l’identità storica: è lo schema mentale. Quando una leadership politica ridefinisce sistematicamente l’avversario come nemico interno e assoluto, quando la forza viene giustificata a priori e la legalità diventa un dettaglio fastidioso, allora siamo davanti a una logica antiliberale, non a una semplice deriva securitaria. È la reazione di cui parlavamo.

Le democrazie liberali moderne si fondano su un presupposto fragile ma decisivo: i conflitti non si eliminano, si governano. Il diritto serve proprio a questo. La logica amico–nemico — costante metapolitica, lo ripetiamo — è ricondotta nel più tranquillo alveo di un normale contrasto tra avversari politici. Quando però la politica comincia a suggerire che i conflitti, tutti i conflitti, vadano “risolti” fisicamente — o che la violenza sia un esito comprensibile, se non auspicabile (realismo politico criminogeno) — allora lo stato di diritto smette di essere il quadro di riferimento e diventa un ostacolo da aggirare. E ci si affida a un esercito di sgherri ubbidienti.  Ancora meglio se inquadrati nelle istituzioni dello stato.

In questo senso, alla stregua delle SS,  l’analogia con lo squadrismo fascista e con la sua trasformazione in milizia di Stato (la MVSN) non è arbitraria. Anche lì non si partì da un regime totalitario compiuto, ma da una legittimazione progressiva della violenza come strumento politico contro il nemico (in primis i cosiddetti “anti-italiani”): prima tollerata, poi normalizzata, infine istituzionalizzata. Non è la forma a contare, ma il processo.



La domanda “Trump accetterà i risultati elettorali se sconfitto?” non è tecnica: è esistenziale per la democrazia americana. Storicamente, movimenti che hanno interiorizzato lo schema mentale del nemico come bersaglio legittimo spesso non negoziano di fronte a una sconfitta, perché per loro il controllo del discorso pubblico coincide con l’esistenza politica. In questo modo, però, spingono gli avversari a reagire con altrettanta violenza. Da qui il nostro pessimismo sull’evoluzione della crisi americana.

Infine, a questa domanda se ne affianca un’altra, forse ancora più inquietante, che riguarda l’Europa. Lo schema mentale che oggi osserviamo negli Stati Uniti non è confinato oltreoceano. In Italia, Francia, Germania, Spagna e alti paesi — con intensità e forme diverse — si diffonde una cultura politica che guarda a Trump con simpatia esplicita o tacita e che ne importa non tanto un programma coerente, quanto un impianto cognitivo: la divisione manichea tra “noi” e “loro”, la costruzione dell’avversario come nemico interno, l’idea che la forza — simbolica o fisica — possa diventare uno strumento legittimo di governo dell’ordine sociale. Giorgia Meloni, per fare solo un esempio, la si vede schiumare rabbia persino nelle conferenze stampa, come se un riflesso carnivoro di matrice fascista, nascosto ma attivo, la spingesse a liberarsi, con le buone o con le cattive, di ogni forma di opposizione. E qui si torna alla forma mentis antiliberale di fascisti e nazisti. Esageriamo? Decida il lettore.


Non è un caso che in molti paesi europei si assista a una crescente delegittimazione delle istituzioni di garanzia, dei giudici, dei media indipendenti, del pluralismo politico e culturale. Il filo rosso non è semplicemente l’autoritarismo, ma qualcosa di più profondo: il rifiuto del liberalismo come architettura morale prima ancora che istituzionale. Ed è qui che il riferimento allo schema nazionalsocialista — inteso non come riproduzione storica del regime hitleriano, ma come visione del mondo — diventa pertinente. Ripetiamo: il nazionalsocialismo fu, prima di tutto, un progetto antiliberale, fondato sull’idea che la politica non debba mediare i conflitti, ma eliminarli.

Il pericolo per le liberal-democrazie europee non sta dunque in un ritorno meccanico ai totalitarismi del Novecento, ma nella normalizzazione di una mentalità che rende pensabile — e progressivamente accettabile — la violenza contro l’avversario, contro il dissenso, contro chi viene rappresentato come corpo estraneo alla comunità nazionale. In questo senso, il trumpismo funziona come un potente moltiplicatore ideologico globale: non inventa queste pulsioni, ma le legittima, le sdogana, le rende praticabili nello spazio pubblico.



Ecco perché il parallelo tra ICE e SS — se inteso come analogia di schema mentale e non come equivalenza storica — non è una provocazione gratuita, ma un allarme politico. Servono ubbidienti esecutori. 

Non si tratta di dire che “siamo già nel nazismo”, ma di riconoscere una visione reazionaria che considera l’eliminazione fisica dell’avversario una possibilità implicita del conflitto politico. Quando questo diventa dicibile, difendibile, giustificabile, allora la democrazia è già entrata in una zona di pericolo.

Carlo Gambescia

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