Quando ieri, a Davos, Donald Trump ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di “conquistare la Groenlandia con la forza”, molti osservatori europei hanno letto quelle parole come un segnale di distensione. Qualcuno ha parlato di passo indietro, altri di fraintendimento chiarito. Questa mattina i giornali italiani parlano addirittura di “svolta”.
In un mondo che somiglia sempre più a quello evocato dal "Faut-il mourir pour Dantzig?", questa è un’illusione comprensibile, ma rischiosa: la dichiarazione non cambia la strategia, si limita a ritoccarne la tattica. La dichiarazione non modifica la strategia, ne aggiusta soltanto la tattica. E la reazione europea, ancora una volta, è stata prudente fino alla timidezza: più orientata a raffreddare il clima che a fissare un limite politico netto. È da qui che conviene partire, perché è proprio quando i toni si fanno rassicuranti che la politica del limite mostra la sua efficacia.
Negli anni Trenta Adolf Hitler non appare subito come il distruttore dell’ordine europeo. Tra il 1933 e il 1938 si presenta piuttosto come un capo di governo che chiede il “giusto”, denuncia torti subiti e mette alla prova un sistema internazionale già indebolito. Addirittura, come leggiamo nelle cronache del tempo, “un uomo di pace”.
In realtà, il 14 ottobre 1933 la Germania nazista esce dalla Società delle Nazioni, dopo il fallimento della Conferenza sul Disarmo di Ginevra. Hitler rifiuta una riduzione generalizzata degli armamenti e denuncia l’asimmetria di un ordine che consente alle potenze vincitrici di mantenere la propria superiorità militare, negandola alla Germania. L’uscita dalla SdN non produce sanzioni né reazioni sostanziali: è il primo segnale che il multilateralismo può essere violato senza costi immediati.
Per una ricostruzione storica dettagliata, anche di quanto segue, basta sfogliare qualsiasi buon manuale di storia degli anni Trenta.
Nel gennaio 1935 il plebiscito della Saar sancisce il ritorno del territorio alla Germania; il 7 marzo 1936 la Wehrmacht entra nella Renania smilitarizzata, violando il Trattato di Versailles e gli accordi di Locarno. Francia e Regno Unito protestano, ma non intervengono. Hitler riconoscerà in seguito che quello fu il momento più rischioso: un’azione militare francese avrebbe probabilmente imposto la ritirata.
Nel marzo 1938 arriva l’Anschluss con l’Austria, dopo un primo tentativo fallito nel 1934; a settembre, con gli accordi di Monaco, le potenze europee accettano la cessione dei Sudeti alla Germania in nome della pace; nel marzo 1939 l’occupazione del resto della Cecoslovacchia rende ormai evidente la natura espansiva del progetto. Il 1° settembre 1939 l’invasione della Polonia chiude la fase della sperimentazione e apre quella della guerra.
Già prima di Monaco, la stessa logica aveva operato nella guerra civile spagnola. Tra il 1936 e il 1939 Germania e Italia sostengono apertamente il colpo di Stato di Francisco Franco con truppe, armi e aviazione, mentre le democrazie europee si rifugiano nella politica del “non intervento”. Una neutralità solo formale, che lascia campo libero ai fascismi e trasforma la Spagna in un laboratorio di guerra e repressione. Anche allora l’aggressione viene tollerata perché presentata come questione interna, come eccezione necessaria alla stabilità. Il messaggio, ancora una volta, è chiaro: il metodo paga.
Il punto centrale non è che Hitler volesse la guerra fin dall’inizio, ma che avesse imparato, passo dopo passo, che il sistema internazionale non era disposto a fermarlo. Ogni mossa riuscita abbassava il costo della successiva. La politica estera hitleriana degli anni Trenta non è una marcia lineare verso il conflitto, ma una sequenza di test: fino a dove posso spingermi prima che qualcuno reagisca davvero?
Si può addirittura parlare di una logica politica a “test” in cui ogni mossa serve a sondare i limiti altrui, a verificare fino a che punto un ordine possa essere piegato senza incontrare resistenze concrete.
Il che rimanda a Hitler e rende politicamente rilevante ciò che Trump ha detto a Davos. Dichiarare di non voler usare la forza sulla Groenlandia non significa rinunciare alla posta in gioco, ma spostare temporaneamente il terreno dello scontro. Il messaggio implicito resta intatto: la Groenlandia è un nodo strategico globale, la sovranità danese è negoziabile, le regole valgono finché non ostacolano l’interesse e la sicurezza statunitensi. Il fatto che simili affermazioni vengano assorbite come “realismo geopolitico”, terminologia ora tornata di moda, segnala uno slittamento già in atto.
Ridurre il trumpismo a pura follia, a caos, o al semplice tornaconto personale è poco convincente. Naturalmente come abbiamo scritto altre volte, si tratta di un fenomeno nuovo anche per la stessa storia americana. Di qui le difficoltà interpretative. Solo per dirne una, e grave, Trump calpesta, a differenza di tutti – e sottolineo tutti – gli altri presidenti, la Costituzione americana, la più antica tra le scritte.
Inoltre intorno a Trump si è consolidata una struttura ideologica, reazionaria, ben riconoscibile, che combina tradizionalismo morale, nazionalismo gerarchico, antiliberalismo giuridico e ostilità sistematica verso il multilateralismo. Qualcosa che in America, e con tale compiutezza politica, non si era mai vista, neppure dai tempi della spudorata difesa della schiavitù, da parte dei secessionisti sudisti.
Un ruolo centrale è svolto dalla Heritage Foundation, che con il Project 2025 non si limita a produrre idee, all’insegna del “Dio, Patria e Famiglia”, ma fornisce un vero e proprio manuale operativo per la riorganizzazione autoritaria dello Stato federale, il rafforzamento dell’esecutivo e la riduzione dei vincoli giuridici e amministrativi al potere politico.
Un ruolo altrettanto importante è svolto dalla Federalist Society, organizzazione che da decenni seleziona e promuove giudici e giuristi conservatori. Sotto Trump ha avuto una specie di consacrazione, diciamo pure un “boom”, diventando il canale privilegiato per tutte le nomine di vertice, contribuendo di fatto a riorientare il sistema giudiziario statunitense in senso restrittivo sui diritti e favorevole a un esecutivo più forte.
In questo quadro si colloca anche la gestione della questione palestinese. Il cosiddetto Board promosso in ambito trumpiano per il “riassetto” della Palestina – concepito come organismo tecnico-gestionale, esterno e alternativo alle Nazioni Unite – esprime con chiarezza la stessa logica: sostituire il diritto internazionale con una governance ad hoc, fondata sul rapporto di forza, sull’esclusione dei soggetti politici legittimati e sulla riduzione del conflitto a problema di amministrazione.
Anche sul piano degli apparati coercitivi il parallelo va maneggiato con precisione. Non esistono SA o SS, ma esiste un pluralismo armato protetto: forze armate regolari sempre più politicizzate, l’ICE come dispositivo di controllo e repressione dei migranti, polizie locali e sceriffi iper-autonomizzati (che, per capirsi, ricordano quelle del film “Mississippi Burning”), milizie armate e gruppi suprematisti bianchi che oggi si sentono legittimati dall’alto. La differenza rispetto agli anni Trenta non è funzionale, ma organizzativa: la violenza non è centralizzata, è diffusa e normalizzata.
Se Trump usa i dazi come arma politica, mette in discussione la NATO, aggira l’ONU su dossier cruciali e rende negoziabile perfino la Groenlandia, non lo fa per semplice imprevedibilità. Lo fa per dimostrare che l’ordine internazionale è piegabile. Come Hitler negli anni Trenta, pratica una politica del limite: ogni mossa, come un test, serve a misurare la resistenza degli altri, la loro stanchezza, la loro paura del conflitto.
Il contesto è favorevole. Le élite occidentali sono divise, le opinioni pubbliche esauste, il diritto internazionale viene difeso a parole e sospeso nei fatti. Perché Morire per Kiev? Perché morire per Okuku? È la configurazione che conduce a Monaco nel 1938: non un errore individuale, ma una dinamica collettiva di accomodamento. In questo quadro, anche le dichiarazioni apparentemente rassicuranti – ieri a Davos come allora nelle capitali europee – non segnano una discontinuità, ma un momento di una sequenza più ampia. Altro che “svolta”.
Il veleno, come detto, sta nella ‘politica a test’. La storia degli anni Trenta insegna: la guerra può essere resa possibile spingendosi abbastanza a lungo e abbastanza spesso, senza incontrare un limite credibile.
Sotto questo profilo, ribadiamo, la politica di Trump richiama quella di Hitler: ogni mossa misura fin dove si può spingere, e l’ordine internazionale piegato una volta può piegarsi ancora.
Carlo Gambescia






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