domenica 19 febbraio 2023

“Till”, un film da non perdere…

 



Cari amici lettori posso consigliare un film? “Till” , pellicola distribuita lo scorso novembre negli Stati Uniti, che in questi giorni esce in Italia. Alla storia di questo ragazzo nero, vittima del razzismo, dedicai un articolo che oggi ripropongo.
Buona lettura e, mi auguro, buona visione.
Carlo Gambescia

Qui i link:

https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2019/07/emmett-till-una-lezione-anche-per-l.html

https://cargambesciametapolitics.altervista.org/emmett-till-una-lezione-anche-per-l/

sabato 18 febbraio 2023

Superbonus, una destra traditrice, trasandata e dilettante

 


La trasandatezza del Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è proverbiale. E come ora vedremo non si tratta solo di una questione di abbigliamento. Del resto lo stile è l’uomo. Da uno così ci si può aspettare di tutto. Ma anche dalla malata immaginaria, Giorgia Meloni. Insieme, i due hanno pugnalato a tradimento gli italiani. Parliamo del proditorio stop al superbonus.

Un decreto-legge scritto con i piedi (*) in cui non si capisce quale sarà la sorte di tutti coloro che ingenuamente hanno creduto alle promesse elettorali di Giorgia Meloni.

Solo per fare un esempio: chi ha avviato i lavori è in salvo? È ancora sufficiente, per godere del bonus promesso (o forse è meglio dire millantato), la realizzazione del trenta per cento delle opere e l’esecuzione di almeno una cessione in base alla Sal (la documentazione che attesta lo stato di avanzamento dei lavori)? Non si capisce .

Ma la cosa più grave, oltre al tradimento, è la grave cesura tra il decreto e una visione generale dell’economia. Non è una battaglia liberale contro l’interventismo (gli aiuti di stato all’economia), ma una semplice misura tampone per arginare il deficit dello stato. Altrimenti – ecco il ricatto statalista di Giorgetti – si deve tagliare la spesa sanitaria…

Non si cambia metodo, ma semplicemente si alzano le braccia asserendo che per questa volta lo stato deve fare un passo indietro. Allora, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto? Forse non è neppure così, perché, come detto, nulla si sa di preciso sulla sorte di chi ha realizzato il trenta per cento delle opere.

È mancata qualsiasi preparazione della pubblica opinione, che è stata addirittura ingannata. Quindi siamo davanti a un tradimento. Si è scritto, come detto, un decreto legge con i piedi. E questa è prova di trasandatezza intellettuale. Infine non si pone, ripetiamo, alcuna questione di metodo liberale. Comportamento da dilettanti.

In sintesi, una destra traditrice, trasandata e dilettante.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/documents/1676644451348_decreto.pdf .

venerdì 17 febbraio 2023

Giorgia Meloni e il record delle influenze

 


Si dice che un indizio sia solo un indizio, due indizi una coincidenza, tre indizi una prova.

Sotto questo aspetto, in poco più cento giorni, Giorgia Meloni ha lamentato tre indisposizioni: si parla di influenza o comunque di fastidiosi malanni da raffreddamento. Un record. Sempre però in momenti delicati sul piano interno e internazionale. L’ultima volta ieri.

La prima risale al 9 dicembre 2022. Permise alla Meloni di non partecipare al vertice internazionale
di Alicante. Andò Tajani. E così la Meloni evitò di confrontarsi con Macron, dopo una dura polemica sui migranti intercorsa proprio in quei giorni. Quando si dice il caso.

La seconda, il 21 dicembre. La Meloni saltò un complicato Consiglio dei Ministri sulla Legge finanziaria: Forza Italia premeva per imporre lo scudo fiscale, misura malvista da Fratelli d’Italia. Il Consiglio fu presieduto da Salvini. Tra l’altro, la Meloni, con Berlusconi in fibrillazione, evitò anche un’impegnativa e forse compromettente intervista a “Porta a Porta”. Quando si dice il caso.

La terza, come dicevamo, ieri. Parliamo di un Consiglio dei Ministri – si dice comunque presieduto da remoto (ma per quanto tempo?) – che ha approvato la cancellazione dello sconto in fattura e della cessione dei crediti sul superbonus. Una bomba. Misura, anche questa, invisa a Forza Italia. Inoltre, a causa dell’indisposizione, la Meloni non sarà sabato a Monaco di Baviera alla 59° Conferenza per la sicurezza, incontro, presenziato anche dai cinesi, che si preannunciava caldo ( si pensi solo alla questione ucraina…). Si apre venerdì e proseguirà fino a domenica prossima. A questo punto sembra in bilico anche il ventilato viaggio in Ucraina per incontrare Zelensky, politico inviso a Berlusconi. Visita che il Cavaliere, ruggendo, ha quasi vietato alla Meloni. Quando si dice il caso.

A dire il vero la storia repubblicana non è nuova alle indisposizioni diplomatiche. Si pensi solo alla scuola democristiana: Gronchi, Moro e Scalfaro usavano ricorrere allo stesso espediente per superare gli scogli difficili. Ci si affida a un malessere fisico, in attesa che la situazione decanti. O comunque ci si augura di guadagnare tempo, confidando in qualche errore dell’avversario.

Se è vero come è vero che tre indizi fanno una prova, l’uso politico dell’influenza contrasta decisamente con quel profilo pubblico da leader coraggioso e coerente che Giorgia Meloni da mesi veicola attraverso la macchina propagandistica del governo, di FdI, e dei mass media compiacenti.

Certo, come detto, vi ricorrevano, anche Gronchi, Moro e Scalfaro, politici, dopotutto, di prim’ordine. Ma come? Diluendo nel tempo le indisposizioni diplomatiche: un ambasciatore straniero sgradito, una direzione democristiana complicata, un pausa nelle consultazioni quirinalizie. Insomma con giudizio.

Giorgia Meloni invece, in poco più cento giorni, si è “ammalata” tre volte.

Per dirla in modo brutale, Giorgia Meloni ritiene che gli italiani siano del tutto scemi? O addirittura che i suoi colleghi politici, soprattutto le opposizioni, si bevano la storiella delle tre influenze per caso.

Delle due l’una: o il fisico non la assiste, veramente. Oppure fa finta di essere furba.

In entrambi i casi rischia di non andare lontano.

Carlo Gambescia

giovedì 16 febbraio 2023

Liberalismo eroico

 


Ieri abbiamo scritto del “caso Tozzi” (*). Oggi basti un accenno alla mania degli “orti urbani” (**). Iniziative tristi da morti di fame che riportano alle guerre mondiali, quando dominava il grigiore autarchico.

Di “orto urbano”, ne esiste uno, tra i non pochi, qui a Roma, che, tutto felice e orgoglioso, si è addirittura, per così dire, gemellato con una città colombiana, assediata dai narcotrafficanti. Tanto per piangersi addosso: ignorando, di proposito, la differenza tra l’enorme qualità della vita di Roma e Barranquilla. Per non dire dell'ordine pubblico...  Insomma, invece di spiegare ai colombiani come introdurre il mercato, che ha dato benessere e ricchezza all’Occidente, spieghiamo loro come uscirne. Che malinconia.

I nemici della società aperta avanzano vittoriosi su tutta la linea. In Ucraina si muore per la libertà, per difendere il modello di vita occidentale, mentre in Europa si gioca al contadino colombiano, girando le spalle alla società aperta. Come dicevamo ieri, autolesionismo da manuale.

Chi ha colpa di questa situazione? Sicuramente, coloro che a ogni livello sociale si dichiarano liberali ma non hanno il coraggio di manifestare le proprie idee. E soprattutto di attuarle in politica, anche a costo di essere impopolari. Perché, per dirla tutta, se l’Occidente deve cadere, che almeno cada con la spada in pugno. E non giocando all’ agricoltore sottosviluppato dei paesi poveri.

Attenzione, non si confonda il liberalismo eroico con la melassa assistenzialista in cui sono immerse le nostre società, dove tra poco lo stato proibizionista  introdurrà persino il divieto di fumare tabacco all'aperto( chi scrive non è un fumatore). Siamo oggi al vertiginoso cospetto di una forma di liberalsocialismo: il famigerato ircocervo crociano. Che però causa danni, perché deresponsabilizza i cittadini, imprigionandoli nelle ferree maglie del welfare state.

Eppure il liberalismo, come costituzionalismo eroico, quale limitazione del potere assoluto dello stato, nella sua storia ha scritto pagine bellissime. Si pensi ai moti carbonari che un tempo si studiavano a scuola con orgoglio. Oggi chi conosce più il nome di Santorre di Santarosa (***)? Morto per difendere l’indipendenza della Grecia? Probabilmente solo al nostro amico Carlo Pompei. Al riguardo, si ricordino i versi famosi del Carducci (altro poeta dimenticato): “Innanzi a tutti, o nobile Piemonte, quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria diè a l’aure primo il tricolor, Santorre di Santarosa…”,

Ma si pensi anche ai militari spagnoli della Costituzione di Cadice nel 1812. Agli sfortunati Decabristi russi del 1825, eroiche vittime del loro stesso idealismo, fin troppo prematuro. Esisteva nell’Ottocento la bellissima figura del militare liberale: spada e penna. Che però, per le sue idee liberali, come dicevamo, sapeva cadere con la spada in pugno.

Oppure si pensi al 1848, anno delle grandi rivoluzioni costituzionali: la famosa “Primavera dei popoli”: Costituzione e Nazione, un binomio ideale, poi massacrato dai totalitarismi novecenteschi. O ancora a quei magnifici due decenni di grandissimo progresso economico dell’Ottocento, tra il 1850 e il 1870, frutto generoso dell’abolizione delle leggi protezionistiche sul grano, impostasi in Gran Bretagna grazie a un pugno di eroici liberali. Tesi condivise dal nostro Cavour, altro gigante del liberalismo eroico, ucciso dalla sfibrante opera di unire l’Italia, con la spada ma anche con la penna. Si badi bene: per contro, il mostruoso nazionalismo novecentesco, che poi confluì, nei fascismi, puntò solo sulla spada. Insomma, girò le spalle al costituzionalismo liberale.

Esiste un versante eroico del liberalismo, che ritroviamo anche in uomini del Novecento, magari di formazione diversa: De Gasperi, Erhard, due protagonisti della ricostruzione europea, Margaret Thatcher che rifondò la causa del liberalismo in Gran Bretagna. E che dire della gigantesca ed eroica scossa reaganiana? Che dette il primo colpo di piccone al gigantesco muro del totalitarismo sovietico? Il progetto di “Scudo Stellare”, che negli anni Ottanta, terrorizzò l’URSS, facendola sentire piccola piccola rispetto all’Occidente, se attuato (dal momento che dopo Reagan fu abbandonato da presidenti pavidi e taccagni), oggi avrebbe impedito l’invasione russa  dell’Ucraina. Purtroppo gli errori si pagano.

Che malinconia, vedere questi piagnoni, veri tarli morali dell’Occidente, che ovviamente attendono di essere assunti dal comune di Roma, giocare agli orti di guerra.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/mario-tozzi-un-irresponsabile/ .
(**) Qui: https://www.agi.it/cronaca/news/2023-02-16/coltivare-persone-roma-capitale-mondiale-degli-orti-urbani-20118867/ .
(***) Qui una sua statua : https://www.visitsavigliano.it/hotspots/santorre-di-santarosa/ . Monumento riprodotto in copertina.

mercoledì 15 febbraio 2023

Mario Tozzi, un irresponsabile

 


Un personaggio televisivo, come Mario Tozzi, con i tutti i titoli accademici in regola, sembra ignorare le sue responsabilità di scienziato, a dir poco tremende, soprattutto per le conseguenze collettive delle sue serate catastrofiste.

Tozzi propugna un’ ideologia ecologista che mette l’uomo sullo stesso piano della zanzara. Un tempo, negli anni Settanta-Ottanta, si chiamava ecologia profonda (Arne Naess e dintorni). E la si riteneva pericolosa perché rivolta a combattere, e radicalmente, il modello di vita delle società aperte, capitalista e liberale.

Oggi, le stesse tesi sono giunte in televisione, addirittura in prima serata. Tozzi con il suo catastrofismo ecocentrico contribuisce, e in chiave collettiva, a rendere ancora più devastante quella specie di Tsunami ecologista – culturale – che ormai rischia di travolgere le nostre società. Tozzi, diciamola tutta, si comporta da irresponsabile. Autolesionismo sociale  allo stato puro. Farà la gioia  degli  studiosi della decadenza storica del XXIV secolo.

Facciamo solo un esempio.

Ancora negli anni Dieci del Novecento nella Capitale si moriva di malaria. Cento anni prima, andando da Genova a Napoli, i viaggiatori rischiavano di lasciarci la pelle sempre perché aggrediti dalla malaria. Per non parlare dei briganti, che popolavano quelle plaghe e dei contadini che morivano di malattie e stenti, perché non c’era terra da coltivare tra mare e monti. Insomma, un quadro da società pre-industriale, in cui uomini, donne e bambini muoiono come mosche.

Cronache di viaggiatori e statistiche sanitarie dell’epoca provano la gravità di quella situazione. Chi ha tempo, faccia una visitina alla Biblioteca medica statale del Policlinico Umberto I di Roma (ora a Castro Pretorio), primo grande nosocomio di Roma, costruito dai liberali “senza cuore” (secondo gli ecologisti…), vi troverà tutti i dati in merito.

Poi, finalmente, quelle plaghe vennero bonificate, in particolare le Paludi Pontine (per primi, e rapsodicamente, furono i papi), sicché la situazione mutò radicalmente, fino al punto che oggi sulla costa tirrenica si va in villeggiatura. I poveri contadini si sono trasformati in albergatori. Ovviamente, non si muore più di malaria.

Mario Tozzi dedicherà un programma della sue serie, abbastanza seguita, alla deforestazione delle Paludi Pontine. Probabilmente, un modo come un altro per attaccare il fascismo, che a dire il vero, da buon ultimo, mise cappello e orbace sui progetti papali.

Ma il punto non è questo. Tozzi, senza mezzi termini, promette di lanciarsi in raffronti epocali con la deforestazione amazzonica, altro mito ecologista, secondo alcuni.

Si legga qui (dalla sua pagina Fb):

“Vi raccontiamo una storia italiana che è un paradigma dei sapiens: trasformare i valori in prezzi e sacrificare ambiente in cambio di economia. La bonifica integrale dell’Agro Pontino, il più grande massacro di alberi mai perpetrato in Europa in un singolo episodio. Almeno in quegli anni, però, non si era sviluppata una sensibilità ambientale e sembrava che la modernità fosse l’unico rimedio a povertà e malattie. Ma oggi, come facciamo a invocare ancora le stesse scuse per deforestare l’Amazzonia? Riaprire il cold case della bonifica pontina per non commettere lo stesso irrimediabile errore. Sabato 18 #Sapiens 21.45 @raicultura @instarai3”.

Si parla di un fazzoletto di terra rispetto alla Foresta Amazzonica. Eppure Tozzi deve terrorizzare lo spettatore e soprattutto condannare il capitalismo, il nemico principale del pensiero ecologista, che, a questo punto, come abbiamo scritto più volte, non è altro che la prosecuzione dell’ideologia comunista con altri mezzi: quelli del controllo dello stato ecologista su tutto e tutti. Si potrebbe parlare, per parafrasare Lenin, di dittatura del proletariato ecologista, sparso su quell’ “Unico Pianeta” celebrato da Tozzi. Un progetto utopico e illiberale. C’è veramente di che tremare.

Un sola osservazione, il denaro ( quel “ trasformare i valori in prezzi”, come scrive schifato Tozzi), libera l’uomo: 1) perché permette di elevarsi a prescindere dalle proprie condizioni di partenza; 2) perché neutralizza i rapporti tra persone, in passato legate all’omaggio feudale e alla corvée; 3) perché facilità gli scambi, favorendo la libertà di consumi e investimenti.

In sintesi: più denaro, più libertà, meno denaro, più servaggio feudale.

Forse Tozzi rimpiange un’epoca in cui il contadino era costretto a lavorare quattro-cinque giorni a settimana sulle terre padronali e due giorni (e anche di nascosto la domenica) sulle sue microscopiche proprietà, spaccandosi la schiena per poi essere pagato in sementi… Su questi punti e altri, per capire il gigantesco cammino percorso dall’uomo, si legga l’aureo libretto di Sergio Ricossa, Storia della fatica (Armando).

Ci sfugge per quale ragione specifica, profonda, forse psichica, Mario Tozzi continui a gettare palate di merda (pardon) sul sistema capitalistico, inventandosi foreste amazzoniche nell’Agro Pontino. Di sicuro, però, viene meno alle sue responsabilità di scienziato.

Si dirà che non è così e che molti scienziati ne condividono le idee. In realtà, all’interno del mondo scientifico le posizioni sono molto più articolate. Non tutti hanno sposato la tesi dell’ecologia profonda che pone   sullo stesso piano l’uomo e la zanzara.

Ma questa è un’altra storia. Diciamo pure una pena al giorno…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.facebook.com/mariotozziofficial/?locale=it_IT .

martedì 14 febbraio 2023

Elezioni regionali e premio fedeltà

 


Chi vince nelle democrazie liberali è sempre bravo e affidabile? Nel senso che voti ricevuti, da una parte, e preparazione e serietà politica dall’altra, godono di una perfetta rispondenza? E allora chi perde? Non ha alcuna preparazione politica? Nel senso di una classe dirigente qualificata e affidabile ? Insomma in grado governare.

Altro problema, se è così, come si misura la qualità di una classe dirigente? Possono bastare i voti ricevuti come passaporto per il buongoverno?

Ovviamente, vanno considerate anche variabili, più o meno tecniche, come l’affluenza, le alleanze, lo spessore del discorso pubblico, l’ideologizzazione dell’elettorato, la costruzione del consenso, il rapporto con i gruppi di influenza e pressione.

Da ultimo, ma non ultimo, resta il giudizio sulla capacità degli eletti. Che, come dicevamo, è il più difficile da individuare perché rimanda alla selezione delle élite interne a un partito.

Selezione, dispiace dirlo, che si fonda su criteri come la fedeltà e non la preparazione. Diciamo che questo è il punto debole dei sistemi liberal-democratici. Di regola, all’interno di un partito, tra un candidato fedele o preparato, si preferisce sempre quello fedele alle gerarchie. Criterio che spesso non offre alcuna garanzia sul piano della “qualità”. Sono cose scritte, e magnificamente, da Roberto Michels più di un secolo fa.

Ieri la destra ha stravinto. In particolare sembra che gli elettori abbiamo premiato Fratelli d’Italia. Ergo, sono anche i più preparati e affidabili?

Sul punto, per fare un piccolo test, si legga attentamente cosa ha dichiarato, proprio ieri, sulla violenta uscita di Berlusconi contro Zelensky, uno dei politici, più in vista di Fratelli d’Italia, Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, cognato di Giorgia Meloni.

“Le parole di Silvio Berlusconi sull’Ucraina non le condivido, come mi pare di capire non le condivida l’intero governo. Dal punto di vista dell’azione concreta, siamo in linea con quanto Berlusconi e il suo partito hanno sottoscritto nel programma. Se eventualmente uno cambia idea, lo pone nei tavoli o negli atti parlamentari. Se questo non avviene, vuol dire che andiamo nella direzione giusta e continuiamo a confermarlo” (*).

In Ucraina è in gioco la libertà dell’Occidente e il ministro Lollobrigida riduce la questione a un punto programmatico.  A qualcosa che si mette ai voti… Per capirsi: si riduce l’adesione alla Nato a una questione elettorale. Insomma, se le critiche a Zelensky fossero state nel programma di governo, il ministro Lollobrigida, da perfetto notaio, non avrebbe aperto bocca. Qui, a differenza di un partito liberale che crede nella liberal-democrazia, si apre l’altra questione: quella dell’affidabilità ideale, culturale se si vuole, di Fratelli d’Italia.

Lollobrigida, come molti suoi colleghi di partito, sembra ignorare le radici ideali dell’Alleanza Atlantica che ha le sue origini culturali negli anni di un gigantesco conflitto tra la liberal-democrazia e il nazi-fascismo.

Il punto è che Lollobrigida proviene da un partito che si è integrato passivamente nel sistema politico italiano e che pur cambiando nome più volte (Msi, An, FdI) non hai mai fatto i conti con le sue origini fasciste. Di qui, quell’Occidentalismo senza anima, diciamo “programmatico”, opportunistico, utilitaristico, che caratterizza il governo Meloni e l’ esternazione del suo ministro.

In sintesi, la qualità e l’affidabilità della classe politica di destra e in particolare di Fratelli d’Italia sono pari zero.

Si rifletta: o Lollobrigida è un ignorante che non conosce la storia del Novecento, quindi non è qualificato come politico e come ministro, o la conosce, ma sulla base di un’ interpretazione fascista, antioccidentale e antiliberale, quindi non è affidabile. Tertium non datur.

E, cosa ancora più grave, in tutti e due i casi, emerge nettamente la responsabilità di un partito, come Fratelli d’Italia, che, confermando le tesi di Michels, sceglie i suoi ministri puntando sul premio fedeltà, addirittura di famiglia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2023/02/13/ira-di-zelensky-contro-il-cav-lollobrigida-non-e-il-governo_417cfc75-613d-40dd-8b08-f3d34a86f454.html .

lunedì 13 febbraio 2023

Il “semplificazionismo” berlusconiano

 


Berlusconi è un grande semplificatore. Tranne quando finisce davanti ai giudici. Allora, grazie a legioni di grandi avvocati strapagati, che un cittadino normale non può permettersi, va a caccia di cavilli. Il quel caso non semplifica mai, anzi.

La sua uscita di ieri su Zelensky è un esempio di puro “semplificazionismo” berlusconiano. Qui, non interessa perché abbia crocifisso un uomo politico coraggioso. Probabilmente per basse ragioni elettorali e di “sporca” cucina tra alleati o addirittura peggio. Forse fino a sconfinare, secondo alcuni, nell’alto tradimento.

Intanto, però, leggiamo cosa ha dichiarato:

“Bastava che Zelensky cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto. Quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore (…). Per arrivare alla pace il presidente americano dovrebbe prendersi Zelensky e dirgli è a tua disposizione dopo la fine della guerra un piano Marshall per ricostruire l’Ucraina Un piano Marshall di 6-7-8-9mila miliardi di dollari a una condizione: che tu domani ordini il cessate il fuoco, anche perché noi da domani non ti daremo più dollari e non ti daremo più armi. Soltanto una cosa del genere potrebbe convincere questo signore ad arrivare a un cessate il fuoco ” (*).

La logica berlusconiania è quella del derubato che deve cedere il portafogli al ladro che lo minaccia con un coltello. Insomma, meglio derubati che morti.

Va riconosciuto che la maggior parte degli italiani, ragiona come Berlusconi. Pertanto il Cavaliere è in perfetta sintonia con un popolo dimissionario (data delle dimissioni: 8 settembre 1943) che non vuol sentir parlare di guerre. Figurarsi una guerra atomica. Perché quello stupido testardo di Zelenzky non accetta un bel pugno di dollari e se ne sta zitto e buono?

In realtà, ridurre l’aggressione russa a una pura e semplice questione di cocciutaggine di Zelensky significa ignorare: a) la storia dell’Ucraina, da sempre schiacciata dalla Russia ( e non solo); b) le leggi del diritto internazionale che condannano l’invasione di uno stato sovrano; c) il modello nazi ( se si preferisce autocratico)  delle rivendicazioni territoriali per fare tabula rasa di uno stato sovrano e schiavizzarlo; d) la difesa dell’Occidente euro-americano da un pericoloso nemico che vuole risolvere i suoi problemi interni ricorrendo alle guerre esterne e alle conquiste militari.

I quattro punti indicati rinviano a una questione che può essere rubricata come il grande ricatto russo. Che Berlusconi, portato a semplificare, sembra ignorare.

Non parliamo del gas ma di qualcosa di più sottile. Pensiamo all’uso intensivo, soprattutto retorico, da parte russa di una minaccia in realtà inattuabile come quella della guerra atomica. Minaccia che però permette a Mosca di avere mani libere sul piano della guerra convenzionale.

Detto altrimenti: più si tentenna nel centellinare armi all’Ucraina, più la guerra si allunga, più cresce il rischio di un incidente nucleare, quindi non voluto neppure dai russi. Che in pratica – qui la nostra tesi – starebbero bluffando sulla guerra nucleare.

Un bluff? Come però? Si segua questo ragionamento: se la guerra convenzionale è il massimo della politicità, perché c’è un vincitore, quella non convenzionale è il massimo dell’impoliticità, perché non ci sono né vincitori né vinti. E i russi, proprio perché vogliono vincere e dominare un mondo che produca per loro, possono usare le armi atomiche solo per errore. Possono però minacciare di usarle… Pertanto la retorica pacifista e le semplificazioni berlusconiane sono altrettanti punti messi a segno dai russi. Perché, se ci si passa l’espressione: la si butta in caciara atomica. Con i russi, però, nettamente superiori sul campo convenzionale. E in Ucraina.

Pacifismo e semplificazioni allungano la guerra, e più la guerra si allunga, più cresce il pericolo, frutto però di un incidente, dell’uso di armi non convenzionali, atomiche insomma.

Per contro, cedendo ai russi, come auspica il Cavaliere, si accresce solo l’appetito di Mosca che può contare sulla pavidità dell’Occidente e così vincere sul piano convenzionale, ossia prettamente militare (aerei, carri armati, truppe , eccetera). Sicché, oggi l’Ucraina, domani le Repubbliche baltiche, poi il ventre molle europeo e così via.

Perciò solo andando a vedere le carte russe, sul campo e su basi convenzionali, in tempi brevi e circoscrivendo l’azione militare alla liberazione dell’Ucraina (entro i suoi confini ora occupati dai russi), si potrà scoprire il bluff di Mosca. Perché di questo si tratta. Ne siamo sicuri. Del resto, per dirla con un’ espressione, che non dispiacerà a Berlusconi, “chi non risica non rosica”.

Ricapitolando, come si può intuire, la politica implica ragionamenti complessi. Che il Cavaliere semplifica in modo vergognoso. Per capirsi: da impaurito uomo della strada che cede al prepotente il portafogli o altro, pur di vivere tranquillo.

Dispiace dirlo, ma il momento è grave e ognuno di noi, soprattutto chi scrive, deve prendersi le proprie responsabilità. Perciò a nostro avviso, Berlusconi sembra comportarsi o da vigliacco, o da imbecille, o, come alcuni sostengono, da traditore.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/ucraina-berlusconi-da-premier-non-avrei-parlato-con-zelensky_78qYbNCROnonCA3K4rKZyg .