domenica 23 dicembre 2018

Respinta anche  la Open Arms
I volenterosi carnefici di Salvini





Gli storici  pongono giustamente  la questione della  complicità del popolo tedesco nel favorire l’ascesa  e il consolidamento del regime  nazionalsocialista.  In effetti,  la deportazione e l' eliminazione fisica degli oppositori politici e di tutti coloro, a cominciare dagli ebrei, che avrebbero potuto minacciare la purezza della razza ariana,  non possono  essere liquidate  come il portato di  una semplice imposizione dall’alto. Infatti, come prova la ricerca storica, la stragrande maggioranza dei tedeschi condivise le finalità di grandezza dell’ideologia nazionalsocialista. E quando non aiutò fattivamente,  chiuse gli occhi  davanti alle nefandezze dei barbari nazisti.
Sotto quest'ultimo aspetto,  uno  storico ha parlato, coniando un termine ad hoc, dei "volenterosi carnefici di Hitler":  uomini e donne  che sostenevano  che la   legge è  legge e che va sempre rispettata,  anche nel caso  di donne,  bambini, deboli,  malati.  A differenza degli hitleriani convinti, per i quali donne e bambini incapaci di lavorare,  deboli e malati, andavano eliminati proprio perché tali, i volenterosi carnefici  si nascondevano  dietro il dura lex, sed lex. Insomma, si autogiustificavano, eleggendosi a cittadini solerti nei riguardi della legge,  perché, “altrimenti poi uno fa come gli pare”. 
Cosa vogliano dire?  Che  è  giusto criticare e condannare Matteo Salvini  sull' infame scelta di chiudere i porti, scelta  contraria non solo alle leggi internazionali della navigazione, ma a ogni criterio, anche  minimo di  umanità.  Ma, d'altra parte, non si può ignorare, che escluse alcune minoranze,  più o meno eroiche,  la stragrande maggioranza degli italiani lo appoggia, adducendo le stesse ragioni dei  volenterosi carnefici di Hitler.
Si sfoglino i giornali di oggi : dalle prime pagine (*),  è scomparso o quasi l’ennesimo atto di crudeltà dell’infame giostraio, perfino orgoglioso (“la pacchia è finita”) di sbattere  la porta in faccia a una nave, la Open Arms ("A braccia aperte")   con trecento persone a bordo ( uomini,  donne e bambini).   Segno, che la stampa, anche a grande tiratura e non esplicitamente di destra,  ha intuito che una larga maggioranza di  italiani è dalla parte  di Salvini.  Sicché ne asseconda la volontà, , silenziando le torve e minacciose politiche del leghista,  pur di   non  perdere copie,  finanziamenti,  nonché  il favore di un potere così amato dal popolo.  E poi, “la legge è legge”.  
Certo.   Infami.  Quale legge? Quella di Salvini? Come quella di Hitler?  Chi scrive si vergogna di essere italiano. I nostri  non auguri di Buon Natale  ai  volenterosi carnefici di Salvini.


Carlo Gambescia  

sabato 22 dicembre 2018

Dove ha sbagliato l’Occidente?
 Troppe grigliate... 



Trump ha deciso di ritirare le  truppe dalla Siria. E parla di dimezzare, come primo passo verso il ritiro totale, quelle in Afghanistan.  È un suo diritto, nessuno può impedirlo. Il rischio però  è quello di ritrovarsi, in prospettiva,  due stati fondamentalisti in un’area geopolitica chiave. Inutile indagare sulle motivazioni  di Trump, che vanno dal cretinismo politico puro  al  tentativo di mettere in difficoltà  Putin, lasciandolo solo davanti al nemico.
E in Europa? Ci si occupa di pensioni e caro benzina. 
Dove ha  sbagliato l ’Occidente?  Che cosa hanno fatto di male Europa  e  Stati Uniti   per meritarsi i populisti?  Per i quali l’unica politica estera è quella di chiudersi in casa e buttare la chiave? 
Il discorso sarebbe lungo, ma in linea di principio il grande errore commesso  dall’ Occidente si chiama disarmo morale: la rinuncia a celebrare e difendere  i valori che lo hanno fatto grande.
Qualche esempio?  Ci si vergogna di essere ricchi. Ci si vergogna di un grande passato militare. Ci si vergogna di aver  creato la democrazia parlamentare. Ci si vergogna della  propria forza economica, prodotta dall'espansione universale del  libero mercato.
Purtroppo, sul singhiozzo dell’uomo bianco  non può essere costruito nulla di buono. Il populismo,  in qualche misura, è una continuazione del pacifismo di sinistra, con altri mezzi, nel senso che all’’internazionalismo sostituisce il protezionismo, politico, economico e sociale.  Il che spiega, abbondantemente, il  ripiegamento politico  dei Trump, delle Le Pen,  dei Salvini, eccetera, eccetera.
L’errore dell’Occidente  consiste nel  credere che ci si possa ritirare dalla storia, per occuparsi solo di grigliate. E  invece la storia, come la verità,  si vendica.  Sempre. 


Carlo Gambescia        
      

                        

venerdì 21 dicembre 2018

Polemiche e chiarimenti
Il tradimento giallo-verde…



Il tema è sempre quello classico, sociologicamente classico,  del rapporto istituzione-movimento. Tradotto: per una forza politica, diciamo diffusa elettoralmente,   un conto è stare all’opposizione e promettere tutto a tutti, un altro coagularsi in struttura di governo, dunque farsi istituzione,  e  mantenere promesse contraddittorie, come quella di   aumentare le pensioni e abbassare le tasse.
Oggi, soprattutto le Opposizioni,  inclusi non pochi media,  si divertono a evidenziare le contraddizioni racchiuse nella legge di bilancio del Governo giallo-verde, che ha già avuto l’approvazione di Bruxelles. Gioco stupido e controproducente.  Che segnala l’immaturità della democrazia liberale italiana. Che non è cosa di oggi.  
Non si comprende ancora  che  il gioco politico al ribasso, moltiplica le tensioni nel Paese, e soprattutto incoraggia l’elettore medio, che non vede oltre il suo naso, a protestare in modo irresponsabile.  Questa non è democrazia, bensì demagogia. Come se non fossero bastati, venticinque anni  - a far tempo da Tangentopoli -  di delegittimazione delle istituzioni rappresentative e dell’economia di mercato.
Molti giornali rimproverano al Governo giallo-verde, e in particolare ai Cinque Stelle, teorici della democrazia diretta,   l’uso del "Canguro" per l’approvazione della Legge di Bilancio: di uno strumento, usato largamente anche dai governi precedenti, e in passato criticati, proprio per questa ragione, dai grillini.
In realtà,  il potere   -  attenzione non la Costituzione  -   ha le sue regole specifiche, che valgono per tutti, e che si traducono in forzature,  legate ufficialmente a questioni di  necessità e  urgenza (come per il reiterato ricorso allo strumento del  decreto-legge),  dettate invece ufficiosamente da un precisa costante metapolitica: la  conservazione del potere,   regolarità che trascende le forme di regime.
Il liberalismo, storicamente parlando, almeno da Humboldt,  ha cercato di riorganizzare,  costituzionalmente,  le costanti del potere, riconducendole nell’alveo di una democrazia procedurale e dei limiti.  Il punto è che gli uomini al governo delle leggi, che presuppone il "capire", e quindi l'accettazione ragionata delle regole,   preferiscono, di massima, quello di un uomo, e quindi il credere, ripudiando i limiti,  nel realizzatore, in colui che, di volta volta,  incarni   una qualche  "Idea", senza badare troppo  alla pericolosità, quando sussiste,  del suo contenuto messianico.
Si tratta di una questione, che si è costantemente riproposta, assumendo la veste della monocrazia politica, anche nelle democrazie parlamentari. Si pensi al culto del leader, anche negli abiti del "dittatore" parlamentare,   che non nasce con Berlusconi, ma che  per l’Italia unita, risale a Cavour.
La  vera questione quindi  è rappresentata dal tasso di liberalismo, e dunque dal  giusto  equilibrio, o equazione individuale istituzione-movimento,  racchiusa nella personalità politica del leader. E Cavour, Giolitti e De Gasperi,  ne restano l'esempio migliore.   
Certo, il tasso di liberalismo dei leader alla guida del nostro governo è pari a zero. Tuttavia, è assolutamente inutile contestarli, scendendo sullo stesso piano.  Anche perché, nonostante i populisti al governo, l’ Italia è ancora nell’UE, e addirittura la legge di bilancio ha avuto il placet della Commissione.  Probabilmente,  nella sua  implementazione, come Bruxelles ha saggiamente intuito, i giallo-verdi si incarteranno.
Pertanto,  che bisogno c’è di alimentare, ora, una inutile cagnara antipolitica? 

Carlo Gambescia                

giovedì 20 dicembre 2018

 Il M5S  chiede l’intervento dell’ Esercito per riparare le strade di Roma
Gli imbecilli al potere



Chi ci segue, ricorderà  che all’indomani  del crollo del Morandi, suggerimmo l’intervento del Genio Militare (*). A emergenza si doveva rispondere con un provvedimento straordinario. Come si dice oggi:  ci stava.   Il Genio avrebbe potuto costruire  accanto al ponte caduto, un ponte provvisorio, eccetera, eccetera.
E invece i Cinque Stelle aprirono  subito la caccia ai nemici del popolo… Storie di ordinaria follia grillina...   Ora, si dichiara addirittura che il nuovo ponte verrà inaugurato nel 2020. Vedremo.
E invece dove si evoca l’opera del genio militare? Dove non c’è nulla di "emergenziale", ma solo due anni di pessima  amministrazione comunale grillina.  Eppure, l’ultima trovata della “Sindaca” Raggi, già avvocato esperto in xerox,  è di impiegare il Genio Militare  per riparare le  buche di Roma. Però -  ecco il lato  tragicomico -  dal momento che i militari  non hanno sufficienti  macchine asfaltatrici  lo stato dovrebbe finanziarne l’acquisto. 
Che dire?  Roba da Venezuela. Dove il privato è  fuori corso, e ogni questione è  competenza dell’Ejército Popular. Attenzione però,  a Roma,  il Comune  dovrebbe fornire i materiali al Genio: i conglomerati bituminosi, le ghiaie, eccetera, eccetera. Neppure a Ouagadougou capitano cose del genere. Che figura, davanti al mondo...
Materiali  che  il Comune  dovrà  comunque  acquistare dai privati,  visto che l’Italia non è la vecchia Germania comunista di Honecker,  a ciclo economico integrato.  Di qui  - orrore! -  l’odiato mercato libero, cacciato dalla  porta, che rientra dalla finestra…
Rivolgersi direttamente al mercato privato, no?  Esistono imprese che si occupano di queste cose. E che probabilmente, asfaltano meglio del Genio militare. Storica istituzione, certamente. Ma che tra l’altro, con tutte le missione italiane  in giro nel mondo, di altro si dovrebbe occupare.  Sotto questo profilo, si attendono segnali di vita, da parte dei vertici del Genio Militare e (perché no?) dello Stato Maggiore...  
Insomma, gli imbecilli al potere.  E non pensiamo solo ai  Cinque Stelle…
  
Carlo Gambescia

mercoledì 19 dicembre 2018

Più vicino l’accordo con Bruxelles?
L’Europa geniale

La passata estate si è molto discusso sulla possibilità di civilizzare i “barbari populisti”. Chi era per il sì, come Galli della Loggia, chi per il no, come Panebianco.
Chi scrive ha sempre indicato - e continua a  indicare  -  in questo governo, e nei populisti in generale,  un pericolo per la democrazia liberale.  Tuttavia,  l’Italia è una cosa,  la Polonia e l’Ungheria un’altra. Parliamo di  nazioni, queste ultime, da sempre governate in modo autoritario e perciò estranee alle tradizioni della democrazia parlamentare e liberale.   Subire  il tallone comunista e  fascista non attribuisce alcuna patente postuma di liberalismo.  
L’Italia invece ha ben altre tradizioni.  Pur, se in modo imperfetto,  il nostro Paese può vantare una cospicua eredità liberale. Il fascismo, resta comunque, una parentesi,  disastrosa, ma parentesi. Poiché la storia ha un suo peso, il riformismo liberale italiano, espressosi attraverso uomini come Cavour, Giolitti, Turati,  De Gasperi, e su scala minore e con sfumature politiche spesso assai differenti, Nenni, Fanfani,  Moro, Craxi e Andreotti, può facilmente spiegare l’atteggiamento piuttosto cauto di Tria e Conte, ovviamente incoraggiato, seppure nell’ombra (ma neppure tanto, stando ai retroscenisti) da Luigi  Di Maio e Matteo  Salvini:  una scelta   che sta portando all’ accordo sul bilancio con l’Europa.  Vedremo,  cosa accadrà  nei prossimi giorni.
In realtà,   quel che emerge  -  la "ciccia" insomma,   al di là dei retroscena -  è   la superiorità del metodo  liberale della negoziazione.  Il fattore discutidore, da sempre criticato dai nemici del liberalismo, rivela tutta la genialità dell’Ue.  Ciò che, storicamente e sociologicamente, la distingue. Insomma,  l' Europa resta la nostra amica geniale, per usare una terminologia letterario-televisiva  alla moda.
Per quale ragione?  Perché, nonostante  il linguaggio truculento di Salvini e Di Maio,  l’Unione Europea, non ha mai perso la calma, e una volta giunta al nocciolo delle trattative concrete ha confermato   tutta la forza tranquilla  della democrazia liberale.  Certo, anche i  “barbari populisti” hanno fatto alcuni passi indietro:  segno che il metodo, non è solo forma ma sostanza,  quindi   prudenza  (contagiosa) che può aiutare a cogliere  la lezione, come scrivevamo qualche giorno fa, della forza di gravità della politica (*).  
Per ora, si è accettata  la revisione al ribasso del rapporto fra deficit e Pil nominale, dal 2,4% al 2,04%.  Resta da vedere cosa accadrà dell’ aggiustamento del deficit strutturale,  che invece  non prende in considerazione i provvedimenti una tantum al netto dell’andamento del ciclo economico. Anche qui, nei prossimi giorni, scopriremo cosa bolle in pentola.
Ovviamente, resta in piedi, inalterata, in tutta la sua natura, ideologicamente strampalata, quanto meno a uso propagadistico,  la politica economica  giallo-verde: una vagonata di pericolose fregnacce (pardon) che  oltre a non produrre occupazione rischia di appesantire il debito pubblico italiano in un contesto di bassa crescita economica.
A onor del vero, va sottolineato che i mercati,   quelli che secondo la retorica populista e sovranista  “comandano in casa nostra”, non  hanno mostrato impazienza:  lo spread, seppure alto, non ha infierito  sul  mercato del debito pubblico italiano.   
Per tornare alla questione della civilizzazione dei “barbari populisti”,  diciamo che l’Europa, mostrando una intelligente pazienza,  sembra  puntare alla socialdemocratizzazione  dei populisti italiani, e probabilmente del populismo  in generale (si veda  l’atteggiamento paziente verso i gilet gialli, anche di Macron).   Lo stesso discorso di Draghi a Pisa, fitto di richiami alla "questione dell’equità sociale"  si muove nella stessa direzione.  Il potente Presidente della Banca Centrale Europea,  detto per inciso,  alla fin fine,  ragiona politicamente come Visco, Vincenzo, ex Ministro delle finanze ulivista con Prodi e D’Alema.  Non dunque  come l'altro Visco,  Ignazio,  attuale Governatore  della Banca d’Italia, tecnocrate puro.
Il riformismo, è uno dei due volti della democrazia liberale, l’altro  è quello,  se ci si perdona la ripetizione,  liberale. Ripetiamo: la forza tranquilla dell’Europa è rappresentata dal tentativo di ricondurre, mostrando flessibilità nelle trattative, i  “barbari populisti” nell’alveo, semplificando, socialdemocratico.  Riuscirà?   Molto dipende dalla natura profonda degli stessi barbari. Vedremo,  nei prossimi giorni.
Chi, infine,  prova di non avere capito nulla,  anzi, di continuare a non capire nulla di riformismo e liberalismo,  è l'ineffabile Silvio Berlusconi, che pur di raccattare voti all’estrema destra ha subito rinfacciato la marcia indietro a Salvini.  Il Cavaliere  è veramente un caso disperato di cretinismo politico. 
Per fortuna però,   c’è l’Europa, la nostra amica geniale.  Liberale  riformista.  

Carlo Gambescia    

martedì 18 dicembre 2018

La riflessione
Marx e Smith, le due retoriche




1. Retorica dell' intransigenza e della transigenza
Quanto conta la  retorica in  politica? Dipende.  Innanzitutto però,  che cos’è la retorica?  È l’arte di persuadere con le parole  le persone. Politicamente parlando,  esistono due modelli  o tipi di retorica 
Il primo modello rinvia a una retorica dell’intransigenza,  che rifugge  dall’ironia della storia, nel senso che rifiuta l’ idea stessa di  effetto perverso o imprevisto  delle azioni sociali, per la serie si vuole il bene si ottiene il male ( e viceversa). Sicché questa retorica copre  e   appoggia qualsiasi disegno rivolto a cambiare le cose,  perché fiduciosa  nella costruzione  "a tavolino", della realtà politica e sociale.
Il secondo modello rimanda invece  a una  retorica della transigenza che  conosce e teme l’ironia della storia, dunque i pericolosi o comunque imprevisti effetti di ricaduta delle azioni sociali.  Di qui la prudenza, proprio perché si  ha consapevolezza, per  parafrasare un antico adagio,  che l’uomo propone e la mano invisibile del sociale  dispone:   si parte in molti, fedeli a un'idea, si torna in pochi e disincantati; si vuole aiutare qualcuno e invece gli si dà il colpo di grazia.  E così via.

2. Marx e Smith
Come rappresentante del primo  modello di retorica può essere indicato  Marx.  Il quale con la sua idea di socialismo scientifico, creò una potente macchina retorica da guerra.  Che, puntando sull'abbellimento retorico  della  programmazione delle azioni individuali, dunque su un'idea sociologicamente  sbagliata,   ha provocato solo disastri. E i catastrofici  risultati sono sotto gli occhi di tutti
Come rappresentante del secondo modello di retorica può essere scelto Adam Smith. Il quale, partendo dall’imprevedibilità collettiva di  azioni individuali mosse dall’interesse (neutralmente inteso, privo di accezioni morali),   non costruì  alcuna macchina da guerra,  ma semplicemente  mise in guardia, soprattutto il potere politico, dall’idea di poter scientificamente programmare le azioni umane. E gli ottimi  risultati di questa prudente retorica sono sotto gli occhi di tutti.           

3. Ironia e storia
La  riprova della bontà politica e storica, oltre che sociologica,  della retorica della transigenza è data da due eventi.
Il primo,  che il capitalismo  storico, non è stato programmato “a tavolino”, ma scelto per evoluzione istituzionale, come effetto  delle libere decisioni  di individui tesi a perseguire i propri interessi.  
Il secondo, che discende direttamente dal primo, rinvia a quelli che possono essere definiti gli effetti sociali  imprevisti  del capitalismo, tra i quali c’è il socialismo scientifico,  che erroneamente, ha ritenuto il capitalismo una costruzione artificiale, ad opera di “uomini cattivi”.  Di qui la sua idea -  del socialismo scientifico -  di costruire “a tavolino” la società comunista, degli uomini buoni e uguali. Ora, qualsiasi retorica dell’intransigenza, proprio perché  discende da una visione  costruttivista della società,  prescinde inevitabilmente,  al contrario della retorica della transigenza,  dall’idea degli effetti perversi o imprevisti  delle azioni  umane, di cui il socialismo scientifico è una  vera propria prova vivente.  Il socialismo ha necessità di certezze e proprio per questo  è privo di ironia.  Storica e sociologica.

 4. Concetti vuoti
Abbiamo citato l’esempio del socialismo scientifico. A dire il vero, rilevanti  tracce di costruttivismo sociale e politico, e di un conseguente  e abbondante uso della  retorica dell’intransigenza, possono essere   individuate con facilità  nel discorso pubblico contemporaneo.
L’uso di  concetti vuoti  come   “equità  sociale” e   “primato nazionale”  rinvia decisamente  a ipotesi costruttiviste, che vanno oltre la normale dinamica economica degli interessi individuali, perché tese  alla redistribuzioni sociale e politica di ciò che viene reputato importante dal punto di vista redistributivo o,  come si dice,  “della collettività”,  altro concetto vuoto.  
Nel caso dell’ “equità sociale”, ci si riferisce,  gonfiandola,  alla  sperequazione dei redditi; nel secondo, del “primato nazionale”,  a  una  sperequazione di potere tra le nazioni, artatamente dilatata. 
In realtà,  stratificazione dei redditi e del potere mondiale, da che mondo è mondo,  sono sempre esistite. Il motore della storia è dato, per l’appunto,  dall’  imprevedibilità delle stratificazioni e dall'eterogeneità sociale.  E  non dall' eliminazione di esse, una volta per sempre, come sostengono i costruttivisti, o  di rimbalzo, i profeti armati della retorica dell'intransigenza, rossi o neri che siano.

5. La società di mercato come effetto imprevisto
Insomma, la retorica  costruttivista  dell'intransigenza si risolve in  un processo circolare dove ciò che deve essere redistribuito viene giustificato dalla redistribuzione. E la redistribuzione da ciò deve essere redistribuito. In pratica, il processo è tutto, l’individuo  è nulla.
Di qui l’uso, ripetiamo,  per persuadere  le persone,  della retorica dell’intransigenza.  Alla quale si oppone, come abbiamo cercato di illustrare una retorica della transigenza, di cui la  nostra analisi  è un esempio.
Il punto però è che, gli esseri umani al capire preferiscono il credere.  Spesso confondendo le  leggende e i miti  sociali  con i propri interessi.  Sotto questo aspetto,  la creazione dal nulla della moderna società di mercato è una specie di  miracolo storico:  un effetto di ricaduta, non previsto, delle società precedenti. Un'istituzione sociale, semplificando,  che si è sviluppata,  senza che nessuno sapesse,  cosa si stava costruendo. Sicché  i suoi inconsapevoli costruttori   ancora si interrogano sulla sua natura.  Mentre  chi  vuole distruggerla,  presuntuosamente,  ritiene  che sia stata edificata, ripetiamo, da “uomini cattivi”.  E anche questa, come detto, è una formula vuota:  purissima retorica dell’intransigenza.  
                
Carlo Gambescia


lunedì 17 dicembre 2018

Una  lezione di  onestà intellettuale
Sgarbi quotidiani...





Si potrà pensare tutto  quel che si voglia  di Vittorio Sgarbi, ma l’aver concesso in un momento come questo, dove ormai  sembra  comandare il Politicamente  Corretto  di Destra, la cittadinanza onoraria di Sutri a Mimmo Lucano, è un bel segno di libertà, prima che politica, intellettuale:  virtù rarissima in Italia.  Complimenti.  Un bellissimo “Sgarbo quotidiano”…
Dicevamo libertà intellettuale… Perché?  Lucano, che a nostro avviso è un utopista di sinistra, quanto vi sia  di più lontano dalle nostre idee,   ha dovuto subire, e subisce, una campagna di intimidazione, non solo giudizaria, ma  anche fisica,   da  parte di quella  destraccia  che  pubblica sui suoi  giornali e  siti le stesse fandonie che quasi cento anni fa, giravano su Matteotti per delegittimarlo, e quasi giustificare,  il suo omicidio politico, da parte degli sgherri fascisti. E se tanto ci dà tanto...
Perciò bene ha  fatto Vittorio  Sgarbi, da vero liberale,   a prendere le distanze con una delle  sue iniziative clamorose da certa gentaglia. Inoltre, cosa fondamentale,  La  scelta del critico d’arte rivendica un principio basilare della civiltà liberale:  quello della disobbedienza  civile, che rinvia alla libertà di dissentire, anche quando si ricoprono ruoli  pubblici, come nel caso di Mimmo Lucano,  Sindaco di Riace,    difensore di una politica dell’accoglienza, certamente utopica,  ma che in un Paese Liberale ( e qui servono le maiuscole),  non può  tradursi, anzì non deve mai tradursi,   in persecuzioni  giudiziarie, degne di una dittatura.
Sgarbi tra l’altro dice una cosa interessante sui giudici:

«Sgarbi non manca di attaccare la magistratura. A chi gli ha chiesto un giudizio sulle considerazioni dei giudici del riesame su Lucano (socialmente pericoloso e in preda a delirio di onnipotenza): “Io credo che siano socialmente pericolosi loro e siano rispecchiati nella formula del delirio di onnipotenza, proprio quello che connota il mondo della magistratura. D’altra parte avevano fatto la stessa operazione anche con Salvini, che è finita male. Con Lucano hanno infierito con uno più debole, per il momento secondo la Costituzione è innocente”»


Infierire  “ con uno più debole”. Perfetto.  Perché in ultima istanza,  l’essenza del liberalismo,  è nel difficilissimo e precario equilibrio di  un  governo delle leggi  e non degli uomini.  Proprio, per consentire, al più debole di difendersi, su un piano di parità giuridica.  Ora, se  i giudici, infierendo politicamente,   sostituiscono al governo del leggi quello degli uomini in toga (violando tra l’altro, anche il principio liberale della separazione dei poteri),  lo stato di diritto  rischia di andare a fondo. Ripetiamo: le idee di  Mimmo Lucano, possono piacere o meno, come del resto quelle di Matteo Salvini, ma non devono mai diventare motivo di una persecuzione giudiziaria di natura politica.
Ammettiamo però, onestamente, che  i giudici che hanno  incriminato  Salvini, forse condividevano gli ideali utopici di  Mimmo Lucano,  mentre quelli che hanno  inquisito  quest’ultimo, probabilmente,  gli ideali (parola grossa) di Salvini. Con una differenza di peso politico, però. Quale? Che Salvini era ed è  Ministro dell’Interno, Mimmo Lucano, Sindaco, di un piccolissimo comune calabrese, che ora  rischia il commissariamento. Insomma,  siamo davanti al governo delle leggi o degli uomini?  E per sovrappiù, degli uomini, in toga o meno, che tuttavia sembrano essere più uguali degli altri... 
Allora,  non ci si può  non chiedere, quanto ancora si potrà  andare avanti così… E, per giunta, in un’Italia, dove  la “piccola” (definiamola così) giustizia civile e penale, viene amministrata  in modo elefantiaco e  il più  delle volte  superficiale.
Quanti "Sgarbi quotidiani" servirebbero?  Non osiamo enumerarli...  Che tristezza. Povera Italia.           

Carlo Gambescia