giovedì 22 ottobre 2026

Sciopero dei camionisti. Crispi, Bava Beccaris, Mussolini, Meloni: e oggi dov’è un Giolitti?

 


Non sappiamo ancora come finirà la vertenza dei camionisti, ma una cosa è già chiara: il governo Meloni sembra intenzionato a rispondere con il pugno di ferro. Le persone identificate sarebbero oltre 1.300; alcune sono state denunciate, altre sanzionate. Si parla inoltre di scortare i camionisti che vogliono continuare a lavorare o riprendere il lavoro. Il governo sostiene di voler garantire la circolazione delle merci e impedire che i blocchi paralizzino il Paese. Obiettivo legittimo, naturalmente. Ma è proprio qui che comincia il problema.

Nessuno può pretendere che il diritto di sciopero si trasformi nel diritto di impedire agli altri di lavorare. Né si può chiedere a chi deve rifornire un supermercato, trasportare medicinali o consegnare merci di rinunciare alla propria libertà per solidarietà con una vertenza sindacale. Lo Stato ha il dovere di tutelare la libertà di circolazione e di intervenire contro le violenze e le intimidazioni. Ma una cosa è far rispettare la legge, un’altra è trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da risolvere con una dimostrazione di forza. È questa distinzione che ci interessa.

 

Nel frattempo, una parte della sinistra sembra concentrarsi soprattutto sugli scaffali vuoti, sui rifornimenti che non arrivano, sui disagi che si producono nel Mezzogiorno. Disagi reali, almeno in alcune località e per determinati prodotti, soprattutto alimentari. Sarebbe sciocco negarli. Ma è altrettanto sciocco fermarsi alla fotografia del supermercato, come se bastasse mostrare un banco della frutta semivuoto per aver esaurito la questione. Il problema è più grande: riguarda il rapporto fra autorità pubblica e libertà di protesta, fra la tutela dell’ordine e la tentazione di eliminare tutto ciò che disturba il normale funzionamento dell’economia.

E qui, come spesso accade quando la politica italiana perde la memoria, conviene riaprire qualche vecchio libro di storia.

 

Nell’Italia postunitaria, soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento, il conflitto sociale fu spesso affrontato come una questione di ordine pubblico. I lavoratori che scioperavano non erano soltanto interlocutori con cui trattare: diventavano un ostacolo da rimuovere, talvolta con l’impiego dell’esercito. La repressione dei Fasci siciliani sotto Crispi, nel 1893-94, e la strage di Milano del maggio 1898, quando il generale Bava Beccaris fece ricorso all’artiglieria contro la folla, appartengono ai capitoli più cupi di quella storia. Episodi diversi, governi diversi, ma una medesima inclinazione: considerare la protesta sociale soprattutto come una minaccia alla tranquillità pubblica.

C’è poi un episodio meno noto, ma particolarmente istruttivo. Nel 1884, durante le agitazioni agrarie della "boje" (*),  come  nel Polesine, governava Depretis. Anche la sua politica non era immune da pratiche repressive, sebbene il contesto fosse diverso da quello della successiva stagione crispina. In quell’occasione, i militari furono impiegati per sostituire i mietitori in sciopero. Non era un caso isolato. Nell’agosto 1900, a Molinella, nel Bolognese, i soldati vennero mandati a mietere il riso mentre i lavoratori rivendicavano il rispetto degli accordi salariali. Nel maggio 1901, durante una nuova vertenza nella stessa zona, centinaia di militari furono nuovamente impiegati nei lavori agricoli.

La logica era semplice: se i lavoratori si astenevano dal lavoro, lo Stato provvedeva a farlo eseguire da altri. Il raccolto doveva essere salvato, gli agrari non dovevano subire le conseguenze economiche dello sciopero, la produzione doveva continuare. Tutto il resto passava in secondo piano.

Ma nel 1900 intervenne Luigi Einaudi, con un articolo pubblicato sulla Stampa il 28 agosto, intitolato Il ritiro dei soldati da Molinella. Einaudi contestava proprio l’impiego dell’esercito a vantaggio dei proprietari. Lo Stato, sosteneva, non doveva trasformare la forza pubblica in uno strumento di una classe sociale contro un’altra. Una cosa era impedire che gli scioperanti costringessero altri a non lavorare; un’altra era sostituire gli scioperanti, consentendo ai proprietari di sottrarsi alle conseguenze economiche della vertenza.

Einaudi  (nella foto sotto a sinistra) scriveva sotto il governo Saracco, succeduto a quello del generale Pelloux e precedente al governo Zanardelli, nel quale Giolitti avrebbe assunto il ministero dell’Interno nel maggio 1901. La distinzione è importante. La riflessione di Einaudi precedeva l’avvio della politica giolittiana di neutralità nei conflitti fra capitale e lavoro e ne anticipava alcuni principi fondamentali.

Quanto a Giolitti, che fu presidente del Consiglio dal 1903 al 1905, dal 1906 al 1909 e dal 1911 al marzo 1914, si può dire che non fu un liberale senza contraddizioni. La sua politica non impedì che si verificassero interventi repressivi. Tuttavia, se si leggono le sue Memorie, si comprende che per Giolitti l’ordine pubblico non poteva coincidere con la tranquillità degli agrari o degli industriali. Il conflitto sociale faceva parte della società moderna. Lo Stato non doveva sopprimerlo per principio, bensì impedire che degenerasse in violenza, lasciando che le parti si confrontassero. Era una scelta politica liberale, non una concessione sentimentale al socialismo.

 

Con il fascismo, la direzione fu opposta. Le squadre fasciste si presentarono anche come forze capaci di ristabilire la normalità durante gli scioperi, sostituendosi ai lavoratori e assicurando la continuità di servizi e attività produttive. Si vantavano di far funzionare i trasporti, di spazzare le strade, di rimettere in moto ciò che le agitazioni operaie avevano fermato, di distruggere il potere socialista nelle campagne. Come mostra la classica ricostruzione di Angelo Tasca sul fascismo delle origini, la propaganda era trasparente: mentre i lavoratori scioperavano, i fascisti lavoravano, oppure costringevano, pistola alla mano, ferrovieri e braccianti a far circolare i treni e a mietere il grano. Ferrovieri e lavoratori agricoli avrebbero rappresentato il disordine; i fascisti, i difensori dell’efficienza e della disciplina.

Era una rappresentazione funzionale alla strategia squadrista: screditare le organizzazioni operaie, spezzarne la capacità di mobilitazione e presentare la violenza contro di esse come una necessaria opera di restaurazione dell’ordine. Poi arrivò la soppressione della libertà sindacale. Con la legge del 3 aprile 1926 e i successivi provvedimenti dell’ordinamento corporativo, il regime impose un sistema sindacale controllato dallo Stato fascista e rese penalmente perseguibili sciopero e serrata.

 

La sequenza merita di essere ricordata: prima si delegittima il conflitto, poi lo si presenta come un danno arrecato alla collettività, infine si elimina la libertà che permette di esprimerlo. Naturalmente, nessuno sostiene che l’Italia di oggi sia quella di Mussolini. Ma la storia serve proprio a riconoscere le tentazioni ricorrenti, non a dichiarare identici regimi profondamente diversi.

Ed eccoci a Meloni. Fratelli d’Italia ha radici nella tradizione missina e postfascista: è un dato storico, non un’accusa da agitare come un talismano. Non basta, naturalmente, la genealogia di un partito a dimostrare che ogni sua decisione riproduca il passato. Occorre guardare alle politiche concrete, alle misure adottate, al modo in cui vengono giustificate. Ma quando la risposta a un conflitto sociale diventa soprattutto una prova di forza, quando il problema viene raccontato come una questione di sicurezza prima ancora che come una vertenza economica, qualche domanda è inevitabile.

 


Il governo ha il diritto, anzi il dovere, di impedire blocchi illegali, violenze e intimidazioni. Ma deve farlo sulla base di condotte accertate, con misure proporzionate e nel rispetto delle garanzie. Scortare un camionista che vuole lavorare non è di per sé una violazione della libertà di sciopero. Può essere una misura legittima per garantire la libertà di circolazione. Il problema nasce se l’intervento viene accompagnato da una concezione generale secondo cui chi protesta è, in quanto tale, un nemico della collettività.

Perché oggi si tratta di camionisti. Domani potrebbe trattarsi di ferrovieri, dipendenti pubblici, lavoratori industriali o altre categorie, magari dei servizi, che decidano di fermarsi per difendere le proprie condizioni economiche. Una volta accettato il principio che la protesta è legittima soltanto finché non disturba il normale funzionamento delle attività produttive, dove si stabilisce il limite? E chi lo stabilisce?

Si faccia attenzione: la libertà di sciopero non garantisce che uno sciopero riesca, né che le sue rivendicazioni siano giuste. Garantisce che i lavoratori possano organizzarsi e astenersi dal lavoro senza che lo Stato intervenga sistematicamente per neutralizzare gli effetti della loro scelta. La libertà di lavorare, a sua volta, non autorizza nessuno a costringere altri a lavorare. Il compito dello Stato liberale è tutelare entrambe, non sacrificare l’una sull’altare dell’altra.

Ecco perché sarebbe utile, anche a sinistra, andare oltre la denuncia dei disagi nei supermercati. Se i rifornimenti mancano, bisogna accertare dove, in quale misura e per quali ragioni. Se ci sono infiltrazioni criminali, si indaghi e si proceda sulla base delle prove. Ma non si può gettare un sospetto generalizzato sui camionisti, soprattutto su quelli del Sud, evocando possibili connivenze mafiose come se bastasse un’insinuazione per delegittimare un’intera categoria. Le responsabilità sono individuali: un principio che vale per i manifestanti come per chi li accusa.

 


E allora la domanda del titolo non è una provocazione fine a se stessa. Crispi (a sinistra nella foto, a destra Giolitti), Bava Beccaris, Mussolini, Meloni: e oggi dov’è un Giolitti? 

Non cerchiamo un uomo provvidenziale, né intendiamo equiparare la repressione di fine Ottocento, la dittatura fascista e l’azione di un governo democraticamente eletto. Cerchiamo una politica liberale capace di distinguere fra l’ordine pubblico e gli interessi di chi pretende che nulla disturbi il normale funzionamento delle cose.  Perché uno Stato liberale non deve impedire il conflitto sociale: deve impedire che diventi violenza, senza trasformare la protesta in una colpa.

Carlo Gambescia

(*)  "Bolle": la protesta sta per traboccare, come una pentola piena d'acqua sul fuoco del camino.

 

Volumi consultati

L. Einaudi, Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I (1893-1902), Einaudi, Torino, 1960, pp. 216-218. Si può consultare qui: https://www.luigieinaudi.it/doc/il-ritiro-dei-soldati-da-molinella/

G. Giolitti, Memorie della mia vita, Garzanti, Milano, 1992, pp. 119-123.  Si può consultare qui: https://archive.org/details/memoriedellamiav01giol/page/n5/mode/2up  (edizione 1922)

V. Tomasin (a cura di), La boje in Polesine. Documenti 1884-’85, Amministrazione provinciale di Rovigo, Rovigo, 1985.

L. Preti,  Le lotte agrarie nella Valle Padana, Einaudi, Torino, 1955.

M. Cuzzi, L’esercito e l’ordine pubblico: il caso di Milano (1898) , in R. H. Rainero e P. Alberini (a cura di), Le forze armate e la nazione italiana (1861-1914), Stabilimento grafico militare, Roma, 2003, pp. 141-165. Si può consultare qui: https://musei.difesa.it/allegati/Atti%202002%20-%20le%20forze%20armate%20e%20la%20nazione%20italiana%201861-1914/files/downloads/Atti%202002%20-%20le%20forze%20armate%20e%20la%20nazione%20italiana%201861-1914.pdf. 

A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al 1922,  Editori Laterza, Bari 1974, 2 voll.

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