domenica 4 ottobre 2026

Un appello alla sinistra: riformare o radicalizzare?

 


Guardiamo a ciò che sta accadendo in Europa.

In Francia, migliaia di studenti protestano contro classi sovraffollate, carenza di insegnanti e condizioni spesso degradate degli edifici scolastici. Le ragioni della protesta, dunque, sono tutt’altro che inventate. Ma proprio la Francia, patria della grande tradizione scolastica centralizzata di matrice napoleonica, dovrebbe insegnare che la scuola non può essere risolta a colpi di statalismo. Più risorse possono essere necessarie; ma servono anche autonomia, responsabilità, merito, valutazione e pluralismo. Non tutto ciò che non funziona nel settore pubblico si aggiusta semplicemente aggiungendo altro settore pubblico.

In Spagna, invece, la protesta ha un bersaglio preciso: la casa. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in circa cinquanta città per denunciare l’aumento degli affitti e la difficoltà, soprattutto per i giovani, di trovare un’abitazione. Anche qui il problema è reale. Ma la risposta di Pedro Sánchez va nella direzione di una crescente regolazione del mercato della casa: maggiore protezione degli inquilini, limiti agli aumenti degli affitti, restrizioni agli acquisti dei grandi investitori, penalizzazioni fiscali per gli immobili vuoti e rafforzamento del patrimonio abitativo pubblico. Non si tratta, almeno per ora, di una patrimoniale generale né di espropri generalizzati. Ma la direzione è chiara: governare sempre più direttamente il mercato della casa.

E qui la domanda liberale è inevitabile: se le case sono poche e costano troppo, non sarebbe più utile aumentare l’offerta, semplificare le regole urbanistiche, ridurre la fiscalità e favorire gli investimenti invece di rendere progressivamente meno conveniente affittare?

E in Italia? Il paradosso è ancora più evidente. Il Partito democratico, che pure conserva una tradizione riformista alla quale potrebbe ancora attingere, si prepara a costruire il cosiddetto “campo largo” insieme al Movimento 5 Stelle: un’alleanza nella quale le differenze su economia, politica estera e guerra in Ucraina non sono affatto marginali.

Ecco allora il bivio davanti al quale si trova la sinistra: riformare o radicalizzare.

Questo articolo vuole essere soprattutto un appello: “Sinistra, indossa gli abiti del riformismo. E fallo senza paura di essere liberale”. Cioè meno tasse, più meritocrazia, aiuti sociali concentrati sulle fasce che hanno realmente bisogno, difesa della proprietà privata, libertà d’impresa e responsabilità individuale. E, naturalmente, piena difesa dei diritti civili.
 

Qui rientra anche l’immigrazione. Una sinistra liberale dovrebbe essere pro migranti, perché la libertà di movimento e la dignità della persona appartengono alla sua tradizione, ma senza trasformare l’accoglienza in assenza di regole. E soprattutto senza inseguire la destra sul terreno delle politiche securitarie. La sicurezza è necessaria; il securitarismo è un’altra cosa.

La sinistra, insomma, dovrebbe essere liberale sui diritti economici come sui diritti civili. E in politica estera: pro Occidente, pro Ucraina, pro Europa, pro globalizzazione, pro multilateralismo e, se necessario, pro riarmo. Di pacifisti, del resto, la storia mostra che sono piene le fosse.

Ma c’è un punto ancora più importante: il miglior alleato di un mondo senza guerre è il libero mercato.
Non perché il commercio renda improvvisamente buoni gli uomini. Ma perché gli scambi creano interessi reciproci, interdipendenze e costi della guerra. Dove gli uomini possono commerciare, investire, produrre, possedere e arricchirsi liberamente, la cooperazione diventa anche una convenienza concreta. La pace non è soltanto un sentimento: è anche un ordine di convenienze.

Non è un’idea soltanto teorica. Basta guardare all’Ottocento, almeno alla sua parte centrale. Dopo il 1815, per diversi decenni, l’Europa conobbe una relativa stabilità tra le grandi potenze, mentre si allargavano gli scambi, diminuivano in molti Paesi le barriere commerciali e crescevano ferrovie, navigazione, telegrafo e circolazione dei capitali. Non fu un secolo senza guerre, naturalmente: basti pensare alla Crimea, alle guerre d’unificazione italiana e tedesca e ai conflitti coloniali. Ma proprio in quel periodo prese forma l’idea che commercio, progresso tecnico e pace potessero alimentarsi reciprocamente.

Il libero scambio anglo-francese degli anni Sessanta ne fu uno degli esempi più significativi. E non è casuale che, pochi decenni dopo, nel 1881, il Ballo Excelsior di Luigi Manzotti – che oggi è motivo di ilarità – portasse alla Scala una fantasmagorica celebrazione della scienza, della tecnica, delle grandi vie di comunicazione e della fraternità fra i popoli. Il traforo del Cenisio, il canale di Suez, il telegrafo, l’elettricità: il progresso era diventato uno spettacolo e, soprattutto, una fede civile.

Quel mito del progresso continuo, che oggi possiamo giudicare ingenuo, non cadde dal cielo. Era anche il prodotto di una lunga stagione nella quale gli uomini avevano cominciato a scoprire che potevano diventare più ricchi gli uni con gli altri invece che soltanto gli uni contro gli altri.

 E forse è proprio questa la lezione che la sinistra dovrebbe riscoprire: il mercato non è il contrario della solidarietà. Può esserne una delle condizioni. E la pace, prima ancora di essere una predica, può essere il risultato di interessi che conviene a tutti non distruggere.


Questa potrebbe essere una delle grandi risposte della sinistra all’avanzata dell’estrema destra che attraversa l’Europa. Non inseguirla sul suo terreno e non pensare di contrastarla spostandosi ancora più a sinistra.
La modernità liberale e capitalistica non ha realizzato il paradiso in terra — e non lo realizzerà mai — ma ha prodotto, attraverso mercato, proprietà, innovazione, libertà individuale e concorrenza, una crescita della ricchezza e delle possibilità di vita senza precedenti nella storia. E qui sono di esempio gli ottant’anni che sono seguiti alla Seconda guerra mondiale: un periodo nel quale, pur tra crisi, disuguaglianze e battute d’arresto, una parte crescente dell’umanità ha conosciuto livelli di benessere, salute, istruzione, mobilità sociale e aspettativa di vita che le generazioni precedenti non avrebbero neppure immaginato.

Naturalmente, in questa storia c’è stato anche il welfare. E guai a dimenticarlo. Ma forse, con un pizzico di welfarismo in meno e di responsabilità individuale in più, oggi non ci troveremmo davanti a quello che potremmo chiamare individualismo assistito: individui sempre più gelosi della propria autonomia, ma sempre più pronti a chiedere allo Stato di proteggerli dalle conseguenze delle proprie scelte e delle inevitabili incertezze della vita. È una contraddizione che, sotto altre forme, può alimentare persino il cosiddetto welfarismo sciovinista della destra: più protezione pubblica, purché riservata anzitutto ai “nostri”.

 


Il problema, dunque, non è abolire il welfare, ma riportarlo alla sua funzione propria: proteggere chi è davvero in difficoltà senza trasformare la protezione in dipendenza, e la solidarietà in una pretesa permanente verso lo Stato. E soprattutto in una spesa pubblica inarrestabile che strangola l’economia di mercato.

Le grandi utopie socialiste e comuniste hanno invece promesso di correggere l’imperfezione della società fino a cancellarla. Quando hanno cercato di trasformare quella promessa in un ordine politico, il risultato è stato spesso l’opposto: più Stato, più potere concentrato, meno libertà.

Ecco perché il vero problema della sinistra contemporanea non è diventare più radicale. È decidere se vuole ancora inseguire l’utopia dell’uguaglianza perfetta o misurarsi con la realtà, necessariamente imperfetta, della libertà.

Perché il capitalismo liberale (espressione che non ci piace del tutto) non promette il paradiso. Promette soltanto che nessuno avrà il potere di costruirlo per tutti gli altri.

Ed è forse questa la sua più grande lezione politica.

Carlo Gambescia

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