lunedì 19 ottobre 2026

Giovani, traditi o viziati?

 


I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse di destra – “La Verità”, “il Giornale”, “Il Tempo” e “Libero” – sparano a zero sui giovanissimi protagonisti degli scontri di questi giorni. A Milano, secondo ANSA, circa l’80 per cento dei fermati sarebbe minorenne (*). La sinistra, invece, sembra dividersi: almeno a giudicare da alcune testate, come “Domani” e il “Fatto Quotidiano”, più caute nel mettere al centro la responsabilità individuale; mentre “Repubblica”, la “Stampa” e il più moderato “Corriere della Sera” sembrano preferire una distribuzione delle responsabilità fra giovani e contesto sociale.

Insomma, giovani traditi o viziati? Le vetrine sfasciate e le macchine incendiate sono danni collaterali di una causa giusta, oppure siamo davanti a piccoli criminali che crescono? Il contesto politico è troppo radicalizzato perché i giudizi siano sereni. Da una parte, una certa opinione pubblica, anche colta e non necessariamente di sinistra, pratica da anni l’innocenza preventiva: “Sono giovani, bisogna comprenderli, possono sbagliare”. Dall’altra, una destra intellettualmente sbrigativa oppone la colpevolezza preventiva: “Sono giovani, devono stare al loro posto, imparare a obbedire e, possibilmente, smettere di fare domande”.



Così è. Sono due pedagogie speculari: la prima libertaria, nella sua versione indulgente; la seconda securitaria, nella sua versione autoritaria. Ma che cosa ci dicono i rapporti sulla violenza giovanile? E soprattutto, che cosa sappiamo davvero dei giovani italiani?

Sappiamo di appesantire il discorso (e di annoiare il lettore), ma non possiamo non partire da alcuni dati, perché le impressioni sono una cosa e i numeri un’altra. Il rapporto di Save the Children “(Dis)armati”, pubblicato nel marzo 2026, restituisce un quadro meno rassicurante di quello suggerito da certe assoluzioni di principio, ma anche meno apocalittico di quello evocato dalla destra. L’Italia rimane fra i Paesi europei con livelli relativamente contenuti di criminalità minorile. Eppure, fra il 2014 e il 2024, il numero dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni denunciati o arrestati per rapina è passato a 3.968, più del doppio; quello relativo alle lesioni personali è arrivato a 4.653, quasi il doppio; le segnalazioni per rissa sono salite da 433 a 1.021. Anche i minorenni segnalati per porto abusivo di armi o di oggetti atti a offendere sono aumentati: da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024 (**).

 

Non sono numeri da liquidare come propaganda. Ma non autorizzano neppure a parlare di una generazione perduta. Il medesimo rapporto segnala che i minorenni e i giovani adulti segnalati agli Uffici di servizio sociale per i minorenni dall’autorità giudiziaria sono diminuiti di oltre un terzo nell’arco di vent’anni, passando da circa 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024. Attenzione, però: si tratta di indicatori diversi, che non si possono sovrapporre. Le denunce e gli arresti non sono condanne definitive e, da soli, non consentono di misurare tutta la violenza effettivamente commessa. L’aumento dei casi registrati per alcuni reati è un dato importante, ma non basta, da solo, a spiegarne le cause.

Insomma, non siamo autorizzati né a minimizzare né a generalizzare. Alcuni comportamenti violenti sono aumentati, mentre il quadro complessivo è più articolato di quanto suggeriscano le cronache: il problema esiste, ma non coincide con la caricatura di un’intera generazione di delinquenti in erba.

Un’altra indagine di Save the Children, “Stavo solo scherzando”, pubblicata nel febbraio 2026, documenta la diffusione di comportamenti aggressivi e di controllo nelle relazioni tra adolescenti. Un adolescente su quattro dichiara di aver subito violenza fisica in una relazione; il 28 per cento riferisce che proprie immagini intime sono state condivise senza il suo consenso e il 29 per cento dichiara di essersi sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati (***). Si tratta di dichiarazioni degli adolescenti intervistati, non di dati amministrativi relativi a episodi accertati giudiziariamente. Un quadro più ampio dei comportamenti e delle esperienze dei giovanissimi emerge anche da una pubblicazione Istat dello stesso anno. Non parliamo più di vetrine e cassonetti, ma di rapporti interpersonali. Eppure il filo che lega i fenomeni merita attenzione: la difficoltà a riconoscere nell’altro una persona titolare di diritti, non un oggetto da usare, intimidire o sottomettere.

Naturalmente, nessuna di queste ricerche dimostra che la causa della violenza sia una presunta pedagogia di sinistra. Sarebbe una conclusione troppo comoda. Ma è altrettanto comodo invocare genericamente il disagio sociale, come se le condizioni di vita cancellassero la responsabilità individuale. Le cause sociali vanno indagate; le responsabilità personali, quando accertate, vanno riconosciute. Non c’è contraddizione.

Il punto è proprio questo. La sinistra che assolve preventivamente rischia di trasformare il giovane in una vittima permanente, incapace di rispondere delle proprie azioni. La destra che condanna preventivamente lo riduce invece a un soggetto da sorvegliare e punire. Nel primo caso, il ragazzo non sarebbe responsabile perché condizionato dall’ambiente; nel secondo, dovrebbe essere responsabile soltanto nel senso di obbedire all’autorità. Due strade diverse per arrivare allo stesso risultato: non prendere sul serio la persona.

Qui occorre distinguere il libertarismo dal liberalismo. Una pedagogia libertaria intesa come indulgenza, come sospensione dei giudizi e dei limiti, non aiuta. La libertà non consiste nel poter fare tutto, tanto meno nel poter danneggiare gli altri senza conseguenze. Ma neppure la disciplina, quando diventa un fine in sé, educa alla libertà. Può produrre obbedienza, conformismo, risentimento. Non necessariamente cittadini.

Il liberalismo, dal punto di vista pedagogico, parte da un presupposto diverso: l’individuo è una persona libera, responsabile e titolare di diritti, ma proprio per questo deve rispondere delle proprie scelte. La libertà di ciascuno incontra il limite dei diritti altrui e della legge. Non è un privilegio concesso dall’autorità, né una licenza che ci attribuiamo da soli. È un ordine di convivenza, spesso spontaneo, fondato sul rispetto reciproco, sull’apprendimento delle regole e sulla responsabilità, nel quale nessuno, giovane o adulto, può pretendere di essere sottratto alle regole comuni.

Da questo punto di vista, la questione non si risolve invocando più repressione o più comprensione. Servono famiglie capaci di educare, scuole capaci di insegnare, istituzioni capaci di prevenire e, quando necessario, sanzionare. Servono anche politiche sociali che offrano opportunità concrete, senza trasformare l’assistenza in una giustificazione permanente di ogni comportamento. E serve soprattutto uno Stato che faccia rispettare la legge senza scambiare la sicurezza con il controllo indiscriminato delle persone. Insomma, occorre più liberalismo, diremmo in quantità industriale, meno buonismo a sinistra e meno cattivismo a destra.

Non crediamo, insomma, che i giovani siano tutti traditi, né che siano tutti viziati. Sono persone – si badi: personae, soggetti di diritto, non oggetti di pedagogia – in formazione, immerse in un mondo che gli adulti hanno contribuito a costruire e del quale non possono essere considerate le uniche responsabili. Ma proprio perché sono persone, e non semplici prodotti dell’ambiente, sono titolari di diritti e, al tempo stesso, chiamate a rispondere delle proprie azioni. Per sdottoreggiare in latino: homo sui iuris, l’individuo che non è proprietà altrui, ma titolare della propria autonomia. Non una creatura da plasmare a piacimento, né una vittima da assolvere per principio. Comprendere non significa assolvere; sanzionare non significa educare.

Fra la pedagogia dell’indulgenza e quella dell’obbedienza, noi scegliamo la libertà. Non una libertà senza limiti, ma una libertà regolata dal diritto, dal rispetto reciproco e dalla responsabilità personale. È qui che il libertario, se non vuole fermarsi alla protesta contro ogni autorità, deve incontrare il liberale: nel riconoscimento che il potere va limitato, ma che anche l’individuo deve conoscere i limiti della propria azione.

Perché il fine dell’educazione non è produrre ragazzi docili, che non disturbino il manovratore, né eterni minorenni ai quali tutto viene perdonato. È formare adulti capaci di pensare, scegliere e rispondere delle proprie scelte. Cittadini, insomma, non sudditi. E nemmeno vandali con una (presunta) buona causa in tasca.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/18/a-milano-ancora-scontri-meloni-convoca-il-vertice-sulla-sicurezza_7945d5b5-a8b2-4eed-96ae-375261367822.html .

(**) Rapporto integrale consultabile e scaricabile dal Resource Centre di Save the Children: https://resourcecentre.savethechildren.net/document/disarmati-unindagine-sulla-diffusione-della-violenza-giovanile-tra-percezione-e-realta-italy-2026/ . Sintesi e dati: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/disarmati-lindagine-sulla-violenza-giovanile-tra-fragilita-e-vuoti-educativi .

(***) Save the Children, “Stavo solo scherzando”: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/stavo-solo-scherzando . PDF integrale: https://s3-www.savethechildren.it/public/allegati/stavo-solo-scherzando.pdf . Istat, “Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi”: https://www.istat.it/produzione-editoriale/relazioni-opinioni-e-comportamenti-dei-giovanissimi/ .

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