Che cosa dobbiamo pensare di quei giovani che devastano le strade, aggrediscono le persone, saccheggiano i negozi? Che rispondano delle loro azioni, naturalmente. La responsabilità è individuale e non può essere cancellata né dall’età né dal disagio sociale. Sono persone, homines sui iuris: soggetti responsabili, non semplici prodotti dell’ambiente. Ma proprio per questo non possiamo trasformare le colpe di alcuni in una condanna collettiva, né usare la violenza di pochi per restringere le libertà di tutti.
Il problema, insomma, non è scegliere tra l’indulgenza e la repressione. È distinguere tra il necessario esercizio della forza pubblica, entro i limiti della legge, e la tentazione di trattare ogni conflitto come una minaccia all’ordine costituito.
La democrazia pluralista, del resto, non è una società senza conflitti. È una società che li riconosce, li rende visibili e cerca di governarli attraverso regole e istituzioni. Ralf Dahrendorf, in Classi e conflitto di classe nella società industriale (Laterza 1974) ha mostrato quanto il conflitto sia connaturato alla struttura delle società moderne. Charles Tilly, in Conflitto e democrazia in Europa, 1650-2000 ((Bruno Mondadori, 2007) ne ha ricostruito i rapporti con l’evoluzione delle istituzioni democratiche. Naturalmente non tutti i conflitti sono democratici, e la violenza non diventa legittima solo perché si presenta in strada. Ma una democrazia che pretende di eliminare il conflitto anziché regolarlo finisce per mettere sotto tutela anche il dissenso pacifico.
E qui veniamo al governo. La risposta annunciata alle tensioni di questi giorni consiste anche nell’invio di altri 500 militari a Milano. Si prospetta inoltre un nuovo intervento legislativo in materia di sicurezza. Al momento in cui scriviamo, si tratta di misure annunciate, non di provvedimenti definitivi di cui sia possibile valutare il testo e gli effetti concreti (**). Possiamo però discutere l’indirizzo politico, che si inserisce in una sequenza di interventi già adottati dal governo Meloni.
Una domanda sorge spontanea: davvero l’ordinamento italiano è privo degli strumenti necessari per perseguire chi aggredisce, devasta o saccheggia? Il codice penale non è stato abrogato. Le forze dell’ordine non sono disarmate sul piano giuridico. E il governo ha già varato misure che hanno ampliato gli strumenti repressivi in nome della sicurezza. Anche troppo a dire il vero. Prima di aggiungere nuovi divieti e nuove facoltà di intervento, sarebbe ragionevole dimostrare che quelli esistenti siano insufficienti e spiegare con precisione perché.
La sicurezza è un bene pubblico. Ma non è una parola magica, capace di rendere automaticamente ragionevole qualsiasi misura venga presentata in suo nome. Il punto liberale è proprio questo: anche il potere che agisce per proteggere i cittadini deve essere limitato dalla legge, sottoposto a controlli e chiamato a giustificare le proprie decisioni. Altrimenti la sicurezza, da condizione della libertà, rischia di diventare il suo avversario.
L’immagine di altri 500 militari nelle strade di Milano evoca inevitabilmente una pagina tragica della nostra storia: il maggio 1898, quando il generale Bava Beccaris fece sparare con i cannoni sulla folla che protestava contro il rincaro del pane. Non confondiamo epoche e circostanze: oggi non siamo nel 1898 e l’invio di militari non equivale, di per sé, a sparare sui manifestanti. Ma proprio la memoria storica dovrebbe suggerirci prudenza. Quando il conflitto sociale viene rappresentato soprattutto come un problema di ordine militare, si rischia di smarrire la distinzione tra chi commette reati e chi esercita un diritto.
La confusione non è innocente: permette di presentare nuove restrizioni come una risposta ovvia a un’emergenza, senza discutere abbastanza il prezzo che pagheranno le libertà di tutti.
Non è una novità. La destra italiana di governo mostra spesso una marcata inclinazione a identificare l’ordine con l’autorità e l’autorità con la capacità di proibire. Se si esclude la Destra storica, che con i briganti non scherzò — ma c’era anche da consolidare un’Italia appena unita —, i suoi precedenti più inquietanti si ritrovano nella repressione di Bava Beccaris e, su tutt’altra scala, nel fascismo, che fagocitò ogni libertà. Giorgia Meloni, per dirla con una battuta, ha illustri padrini simbolici: un generale repressore e un dittatore fascista.
In realtà, uno Stato liberale non si misura dalla quantità di divieti che riesce a introdurre, né dal numero di uniformi che può schierare. Si misura dalla capacità di garantire la sicurezza senza trasformare il cittadino in un suddito e il dissenso in un sospetto. Ma che cosa ne sa Meloni dello Stato di diritto? Sembra Pinocchio in mezzo a due carabinieri: Bava Beccaris e Mussolini. E qui, per dirla con Mourinho, siamo a zero tituli.
La sinistra, dal canto suo, non sembra offrire un contributo molto più utile. Una parte del dibattito ha liquidato l’iniziativa governativa come un diversivo rispetto allo sciopero degli autotrasportatori e alle difficoltà economiche. Può darsi che il calcolo politico esista, e sarebbe ingenuo escluderlo. Ma ridurre tutto a una manovra di distrazione significa evitare la questione più importante: quali limiti si vogliono porre all’esercizio del potere? Non basta smascherare una possibile convenienza elettorale. Bisogna discutere il merito delle misure, i loro effetti e la loro compatibilità con le libertà costituzionali.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha condannato le violenze e richiamato l’esigenza di un’analisi intelligente e approfondita. È un richiamo condivisibile. Non sarebbe corretto attribuirgli, sulla base di queste parole, un’approvazione preventiva delle misure annunciate. La questione si porrà quando il provvedimento sarà definito e arriverà nelle sedi istituzionali competenti. Sarà allora importante che le garanzie costituzionali non vengano considerate un intralcio alla sicurezza, ma una parte essenziale della sicurezza stessa.
Non siamo ingenui. Sappiamo che le manifestazioni possono degenerare, che le forze dell’ordine devono poter intervenire e che chi commette reati deve essere perseguito. Ma proprio perché prendiamo sul serio questi problemi rifiutiamo la scorciatoia autoritaria: quella che sfrutta le violenze per far passare l’idea che più potere al governo significhi automaticamente più sicurezza per tutti.
Uno Stato di diritto non promette l’assenza del conflitto. Garantisce che il conflitto possa esprimersi senza che la legge diventi un’arma nelle mani di chi governa. Punire chi devasta è doveroso; intimidire chi protesta pacificamente è un’altra cosa. Confondere le due situazioni non rafforza la democrazia: la indebolisce.
Cinquecento soldati (senza dimenticare ulteriori misure repressive) possono forse rendere più visibile la presenza dello Stato. Non possono sostituire una politica capace di affrontare le cause dei problemi, né cancellare le tensioni di una società pluralista. E soprattutto non possono rispondere alla domanda decisiva: quanto spazio resterà al cittadino per contestare il potere, quando il potere avrà imparato a chiamare ogni dissenso un problema di sicurezza?
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/10/giovani-traditi-o-viziati.html .




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