giovedì 19 luglio 2018

Nomine Vigilanza Rai e Cda, altro giro, altri lottizzati…
La grande abbuffata



E così  Giampaolo Rossi si dà una bella salvata… Auguri.  Diciamo che ha vinto al Superenalotto della Lottizzazione.  Proposto da FdI, del resto altro non avevano, lo hanno infilato nel Consiglio d’Amministrazione Rai. Il “Secolo d’Italia”, come i legittimisti a Vienna, esulta. Grande professionista.  Sì,  sono sempre grandi professionisti… Andatevi a leggere ciò che scrive Rossi sul blog del “Giornale”… Roba da far rizzare i capelli a Putin e Trump messi insieme.
Il discorso, ovviamente, vale per tutti gli altri vincitori della Lotteria  Rai.  E per gli incarichi, presenti e futuri (dal direttore del telegiornale  al collaboratore a contratto). Ovviamente,  si comincia sempre dalla Commissione di Vigilanza.  Insomma,  partitocrazia pura. Roba da manuale (Cencelli). Però nessuno protesta.   A Roma, si dice -  traduco -   che  fratelli e sorelle discutono tra di loro, ma quando mamma arriva con la pastasciutta, tutti zitti,  con le forchette in mano. E se la sinistra sindacale (Fnsi e Usigrai)  ha   alzato  la voce, è  perché i compagni questa volta sono rimasti a bocca asciutta.  Hanno tolto loro le forchette… Altro che amore per  la Costituzione e per la libertà d’informazione.
La Rai,  un flaccido corpaccione pubblico,  sopravvissuto a tutto e tutti: da Fanfani  e Togliatti  a Salvini e Di Maio.  Il vero cancro statalista è Viale Mazzini, dove un tempo  giocavano i bambini, per dirla con Renato Zero.
La Rai andrebbe privatizzata senza se e senza ma. Subito,  a calci in culo (pardon).  Altro che Commissione di Vigilanza, membri nominati dal Tesoro,  tetti di qua, tetti là… Altro che " prove di maturità",  come scrive il solito politologo etrusco,  che spera, lisciando il pelo  ai nuovi padroni gialloverdi,  di essere, prima o poi,  invitato al banchetto.   
Sul principio spartitorio  sono tutti d’accordo: dividersi soldi,  prebende, rimborsi (un tempo pure le donne) e lavorare il meno possibile…  Dopo di che,  inizia  la grande abbuffata...  


Carlo Gambescia             

mercoledì 18 luglio 2018

"Pensioni d'oro", borghesia e pentaleghismo
Botta   e risposta  tra  Teodoro Klitsche de la Grange e Carlo Gambescia




Caro Carlo,
l’attuale dibattito sul blocco della rivalutazione delle pensioni “d’oro” è… kafkiano, per non dire peggio.  Il governo asserisce la volontà di istituire (??) il blocco di quelle oltre € 4.000,00 (o 5.000,00) mensili nette, l’opposizione – soprattutto il PD – di voler difendere i diritti quesiti dei pensionati (che difensori! leggete il seguito).
In effetti “giustizialisti” e “garantisti” confondono la situazione reale, che è questa:
a) l’art. 24, comma 25 del decreto 06/12/2011 n. 201, convertito dall’art. 1 L. 22/12/2011 n. 2011 ha “bloccato” la rivalutazione monetaria dei trattamenti pensionistici superiori a 3 volte il minimo (cioè a circa € 1.500,00 lordi). Ciò risale al governo Monti, appoggiato (anche) dal PD che lo votava in Parlamento, e la dice lunga sulla volontà del PD di difendere i “diritti acquisiti”.
b) La sentenza della Corte costituzionale n. 70/2015 dichiarava l’illegittimità costituzionale del suddetto art. 24, comma 25 del Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201. La dichiarazione di incostituzionalità, con la pubblicazione della decisione della Corte Costituzionale, faceva venir meno immediatamente detta norma.
c) Col decreto legge n. 65 del 2015 il legislatore (sempre a maggioranza PD), nell’intento esternato di ottemperare alla sentenza 70/2015 introduceva una (parzialmente) diversa disciplina della rivalutazione automatica delle pensioni per gli anni 2012 e 2013 (e, già che c’era, anche per i successivi). In particolare, riconosceva la rivalutazione in misura proporzionale decrescente anche alle pensioni – prima escluse – comprese tra quelle superiori a tre volte il trattamento minimo INPS e quelle fino a sei volte lo stesso trattamento. Per cui dai tempi di Monti chi gode di una pensione lorda superiore a 6 volte il minimo (poco più di € 3.000,00 mensili lordi), si vede tuttora bloccata la rivalutazione.
d) Allo stato la rivalutazione (“perequazione”) delle pensioni superiori al limite indicato (poco più di € 3.000,00 lordi, e cioè circa € 2.200,00 – 2.300,00 netti) è ferma. Ne consegue che i “rigoristi” grilloleghisti alla fine propongono, portando il limite a € 4.000,00 (netti) di sbloccare le pensioni inferiori a detto limite (con beneficio, pare, di oltre 500.000 pensionati). Cioè non sono cattivi rigorgiustizialisti, come vengono dipinti.
Dall’altro che i presunti “garantisti” sono, come al solito, poco o punto credibili, perché sono proprio quelli che, con governi, da loro appoggiati o costituiti, hanno bloccato le pensioni “d’oro” che ora, all’opposizione, dicono di voler difendere.
Per quanto mi riguarda, essendo un pensionato  d’”argento”  (cioè a pensione semi-bloccata) mi auguro soprattutto di non avere difensori dei miei diritti come quelli che si proclamano tali: vadano a difendere gli altri.
Ma, caro Carlo, non ho notato nessun articolo che riconducesse la questione ai dati reali.
Si conferma così che la recita nel teatrino della politica (e  dell’opinione pubblica) avviene con la maschera che si indossa. E non in base alle azioni concrete e ai fatti avvenuti.
Con i miei più cari saluti,
Teodoro Klitsche de la Grange

***

Caro Teodoro,
un giorno, quando saremo vecchi,  ai giardinetti,   mi dovrai spiegare  perché la borghesia  italiana, quelle delle professioni (la tua), della cultura (la mia), del merito,  delle imprese,  eccetera,  si arrese, un dì,  al peggiore populismo giallo-verde…
La lettera che mi scrivi è un chiaro esempio, per dirla con Mao,  come sai pensatore caro a noi  borghesi,   di preferire  il Dito alla Luna ("Quando il saggio  indica, eccetera, eccetera").  Per  favorire  chi?   Salvini e Di Maio? Due analfabeti funzionali:  nel senso dell’analfabeta che alla lotteria della stupidità  democratica   ha vinto il biglietto fortunato della Vice Presidenza del Consiglio,  alta "funzione" politica.  
Il dito, caro Teodoro, è il blocco delle pensioni, di cui parli. Che non discuto.  Tu dici per cinquecentomila pensionati.  E sia.   Però tu, fissando il Dito,  non vedi la Luna.  Quale  Luna?  Quella, nera, che si va preparando: della tosatura con il ricalcolo di tutte  le pensioni.   E sai come?  Con il passaggio al contributivo  per tutti, quindi anche per quelli che sono andati in pensione con il retributivo ancora  negli anni Novanta.
Si parla di tagli del  40 per cento.  E secondo l'Inps, sarebbero  circa due milioni gli italiani che ricevono la pensione da oltre trent'anni ( andati a riposo,  prima  delle riforme del 1996), non tutti settanta-ottantenni.  Pertanto chi oggi prende 5.000 euro (lordi o meno) ne prenderà 3.000, chi 4.000, 2.400.  Si dice che i cacicchi pentaleghisti  non taglieranno le pensioni retributive "meno alte" e che sarà rispettata la concorrenza con le minime,  da elevare e finanziare, (balla colossale, come vedremo) con i tagli alle "pensioni d'oro"  Io non mi  fiderei. Probabilmente,  ci sarà solo  lavoro aggiuntivo  per giudici di merito, ricorsisti e pagliette.  
E sai perché  si vuole tosare il  pensionato retributivo?  Ecco le parole magiche:  “Per ragioni di equità”. Evocate, intorno al totem degli anticasta,  dai vari capi tribù   giallo-verdi:  da Fico, Di Maio, Taverna, a Salvini, già "comunista padano" e Bagnai, che forse lo era senza aggettivi.  Fatti anche un giretto per i  forum.   In  quelli più evoluti (vabbè, si fa per dire), si mettono in  discussione i diritti quesiti dei pensionati  retributivi, assimilandoli a quelli degli aristocratici del 1789:   diritti quesiti, anche quelli,  su terreni, castelli e corvée,   si legge,   "giustamente"  calpestati dai giacobini.       
Quindi si prepara  un  altro  4 Agosto  all'insegna della retroattività.  Altro che il Dito dei blocchi.  E in nome  di che cosa?   Di una grande  menzogna.  Le cosiddette "pensioni d’oro". Come scrivevo giorni fa,  non sono d’oro, sono pensioni alte:  i quattro-cinquemila euro al mese, non si capisce ancora se netti o lordi, rinviano a una “platea” di trenta massimo quarantamila percettori: parlamentari ( poco più di mille ex,  già colpiti da un primo provvedimento, in attesa però di approvazione al Senato), primari, magistrati, funzionari dello stato, docenti universitari,  dirigenti privati, alcuni ordini  professionali.  Pensioni che sono frutto, nella maggior parte dei casi, di quello stesso  calcolo retributivo, di cui hanno goduto  tutte le forme pensionistiche prima delle riforme fine anni Novanta, eccetera, eccetera.  L’unica differenza,  dovuta al merito,  era  ed è  che l’ultimo stipendio, quello più favorevole (la base, al tempo, repetita iuvant, per tutti, del calcolo retributivo individuale), non poteva non essere - e non può non essere, da che mondo è mondo -   più elevato  per un funzionario che per un usciere.
Perciò  a parte il risparmio ridicolo, si mente di nuovo. E solo perché un team di ex falliti e di analfabeti economici e funzionali, con il contributivo per tutti, vuole colpire il merito: chi nella vita si è impegnato nello studio e nel lavoro.  E scusami la chicca (ma è  per specialisti come noi):   follia delle follie si vuole mantenere il contributivo all'interno dello schema generale a ripartizione, visto che lo schema a capitalizzazione (fondi, eccetera),  nel Paese dei Pulcinella anticapitalisti,   non è mai decollato...  
Possibile, caro Teodoro, che la borghesia italiana, in particolare quella liberale,  di cui noi due facciamo parte, anche questa volta, messa alla prova storicamente, si stia dividendo?  Tra una maggioranza  rappresentata, tra gli altri,  da  avvocati e giuristi come  te, del tuo valore, dico,  che fissa  il  Dito?   Dito che un tempo rimandava al faccione di  Mussolini,  come oggi  rinvia  alle brutte facce  di Salvini e Di Maio? E una minoranza di inascoltati, in cui io mi riconosco, che invece guarda la Luna  della libertà e del merito? E che quindi non può che essere contro il populismo?
Con i miei  più sinceri saluti,  

Carlo Gambescia

            

martedì 17 luglio 2018

Gli  Scritti postumi (1757-2006) di Montesquieu a cura di Domenico Felice
 Un liberale triste

http://www.giunti.it/libri/filosofia/scritti-postumi-1757-2006/

Ci siamo già occupati  della eccellente  edizione di Tutte le opere (1721-1754) di Montesquieu, magnificamente curata da Domenico Felice, professore  di Storia della Filosofia dell’Università di Bologna,  massimo specialista,  non  solo italiano, dell’opera di quello che può essere considerato, a tutti gli effetti, il padre delle moderne scienze politiche e sociali (*). 
Ovviamente, un’ affermazione del genere,  non potrà  non scatenare  le  reazione dei vari specialisti, dai sociologi, immersi nel presente della politica sociale,  che  non studiano più la storia disciplinare, agli storici delle idee,  che di genealogia in genealogia  risalgono  spesso fino ad Adamo ed  Eva, ignorando l'animus delle questioni
Esageriamo?  Diciamo che  si tratta di un aspetto sociologico  che Domenico Felice coglie perfettamente  nella sua nota editoriale  al volume che abbiamo tra le mani,  dove sono  raccolti  gli  Scritti Postumi (1757-2006)  di Montesquieu, “stessa  strada, stessa porta”,  per dirla con Lucio Battisti, nel senso che si tratta del secondo volume delle Opere,  pubblicato  in quel gioiello di collana  filosofica  che  risponde al nome glorioso de "Il Pensiero Occidentale" (**).  Per  inciso, ne seguirà un terzo, l’ultimo,  che raccoglierà lo Spicilège e   Geographica II (il primo in veste integrale,  il secondo parziale),  qualche scritto privato e la Correspondance.  Se ci  si perdona la caduta di stile,  ma i tempi populisti, forse, consentono: pancia, anzi mente mia (nostra), fatti capanna... Inutile ricordare l'imponenza dell'apparato critico. Siamo a livelli scientifici altissimi (sia dia un'occhiata, su questa pagina,  alle riproduzioni dell'Indice generale:  iconografia, parola grossa per un modesto blog, che però  ha un suo perché).
Dicevamo di  un aspetto sociologico, ben colto dal curatore. Quale?  Il professor  Felice,  molto opportunamente cita Berlin, teorico degli effetti perversi delle azioni sociali  e profeta,  spesso dimenticato,  del realismo politico.  Parliamo di quel   fenomeno   altrimenti conosciuto  come eterogenesi dei fini. Che, di regola,   una sociologia costruttivista, pronta  a farsi stampella dell’interventismo politico,  ignora totalmente, confidando fin troppo nelle  "sorti progressive", derise da Leopardi (forse troppo...).
Ora, Montesquieu,  si presenta come il primo paladino, sociologicamente  parlando,  di una idea chiave, non del tutto in sintonia, con la marcia trionfale dell'Illuminismo. Quale? Egli oppone alla felicità la libertà (riprendiamo l'intuizione del professor Felice...).  Di più:  libertà in senso relativistico, quella che un determinato contesto, garantisce e condivide…  Quindi, libertà al plurale: le libertà.  Si dirà, ma allora Adam Smith?  E ancora prima Locke? Per fare solo due nomi importanti del Gotha protoliberale.
Semplificando al massimo,  Smith  identifica la libertà  con gli interessi, Locke con l’esercizio della proprietà (senza però gli eccesso imputatigli  ingiustamente dal Macpherson), Montesquieu, pur non disdegnando  gli interessi e i parafernalia proprietari,  crede nella forza moderatrice dell'interesse (qui siamo debitori di Hirschman), non tanto  in sé per sé (come mano invisibile),  quanto come  sforzo, meglio ancora se  individuale,  nel  dominare le passioni, e  in primo luogo, la passione delle passioni:  quella per il potere troppo esteso (inteso come  pervasiva mano visibile).
Ciò significa che Montesquieu  non ritiene possibile che la mano visibile e la mano invisibile siano sufficienti,  al buon vivere sociale,   soprattutto se e quando agiscono separatamente:   l'equilibrio sociale (o pace, in senso filosofico- politico) può essere raggiunta solo attraverso il giusto trade off tra  le due mani, frutto di un sistema di istituzioni, rispettoso dei meccanismi sociali  segnati da un costume,  che riflette  principi  e cause (la "natura",  per cui agiscono le istituzioni), storicamente e sociologicamente determinati,  quali  proprietà assolute di  ogni sistema sociale, per  usare la terminologia di Talcott Parsons,  altro maestro dimenticato, ma del secolo XX.   
Tagliare questo nodo,  ricorrendo alla  pura e semplice  volontà di semplificare le cose, tipica del profeta sociale di turno (ma anche del tecnocrate, si badi bene), significa ignorare  gli effetti perversi delle azioni sociali: quel volere il bene di tutti, in chiave ideale, dunque la felicità, per poi ottenere, in pratica,  il male, per ogni singolo, dunque l’infelicità.  Andare insomma, semplificando, contro principi e cause delle cose sociali:  totalitarismo (di destra o sinistra) docet.   Il che rinvia al senso sociale delle cose, non in  chiave olistica,  ma di flusso e riflusso (la classica curva a campana) dei fenomeni sociali.
Ora, in molti degli  scritti confluiti  nel volume curato da Domenico  Felice, in collaborazione con altri specialisti e traduttori, tutti bravissimi, è  possibile  ritrovare le tracce di ciò  che può essere chiamato il realismo sociale di Montesquieu.  Bisogna leggere con attenzione, soffermarsi e riflettere: la scelta è molto ampia si va   dalla  Mémoire sur les dettes de l’État (1715) all’ Essai sur goût e  Mémoire sur le silence à imposer sur la Constitution (1753-1755), Pensées (1720-1755) e Voyage[s] (1728-1732) fino  all’’Essai sur les causes qui peuvent affecter les esprit et les caractères. (1734-1738 ca.).   
La  raccolta include  anche  scritti  scientifici (1716-1726)  come nel caso del  Discours de la cause de l’écho;  monografie   filosofiche e morali : si pensi  a l’Éloge de la sincerité (1719 ca.)  e  De la considération et de la réputation (1725);   lavori  poetici e  discorsi come i versi À Dassier (1753), nonché  il Discours de réception à l’Académie française  (1728), infine  romanzi filosofici come l’Histoire véritable (1734-1739 ca.) e  Arsace et Isménie (1748-1754 ca.).

Naturalmente, per ragioni di spazio (e leggibilità),  la lista non è completa. Il che valga però  come invito alla lettura di questa bella raccolta...
Esiste   poi  un  nodo  di fondo in Montesquieu: quello del ruolo della  politica e di come coniugarla  con il rispetto delle libertà, storicamente condizionate, dai costumi e dai principi e cause  che animano, "naturalizzandoli" (nel senso però di "seconda natura" culturale),  i diversi sistemi sociali.  Sotto questo aspetto la lettura  delle  Pensées  (pp. 1440-2567),  per consistenza di pagine,  quasi la metà del volume, risulta fondamentale. Un'occasione ( e sfida) euristica  da non perdere. Giustamente, come nota  Domenico Felice,

«le Pensées, d’altro canto, non solo costituiscono il più rilevante e coinvolgente “serbatoio”  montesquieuiano di riflessioni, congetture e confutazioni a noi giunto. Il Presidente,  vi attinge, sì, non pochi materiali per pressoché tutti i “parti intellettuali” – realizzati, abbozzati o solo immaginati - ,  ma esse possono e forse debbono al medesimo tempo considerarsi una composizione autosufficiente da ogni punto di vista. Le Pensées rappresenterebbero, allora, non un mero “cantiere”, bensì molto di più: in verità, in numerosissimi casi esse si spingono assai al di là di quanto ci consegnano i libri stampati  ed è possibile, pertanto, considerarle un’opera a sé stante, una creazione del tutto autonoma. Tale testo dà anche conto di un Montesquieu affatto “intimo”, che  manifesta, tra l’altro,  interessi ben più vari, ampi e approfonditi  di quanto non emerga dalle opere edite, e ancor più ricchi di humanitas genuina, di profonda attenzione alla diverse sfumature della natura e della storia, cosi come a quelle che contraddistinguono la vita specifica degli esseri viventi” ( Nota al testo, p. 1431).  

Humanitas, il lettore prenda appunto. Soprattutto,  di questi (brutti) tempi in cui le sfumature costano e si contabilizza  perfino la disperata  banalità del mare.  E non aggiungiamo altro.
Dicevamo,  prima, del ruolo che Montesquieu attribuisce alla  politica.  Ruolo  lapidario:  il politico - se inteso come sfera autonoma -   può essere definito uno spettatore storico. Ma non un lugubre convitato di pietra: pensiamo  a un  notaio, inflessibile. Di che cosa?   Dei  giganteschi movimenti di popoli e istituzioni. Si chiama anche "restare a guardia dei fatti". E registrare.  Lasciamo la parola a Montesquieu.

«100. Di tanto in tanto nel mondo avvengono inondazioni di popoli che introducono dappertutto i loro usi e costumi; l’inondazione dei mamomettani ha portato con sé il dispotismo, quella dei popoli del Nord [d’Europa] il governo dei nobili. Ci sono voluti Novecento anni  per abolire quest’ultimo governo e istituire in ogni stato il governo di uno solo. Le cose rimarranno tali e quali e sembra probabile che si arriverà secolo dopo secolo, ad una forma estrema di obbedienza, fino a che un qualche caso non cambierà la predispozione mentale e renderà gli uomini indocili quanto loro erano un tempo. Ecco come vi è stato un flusso e riflusso di dominio e libertà (I miei pensieri,  p. 1497). 


La politica, allora,  come  prolungamento del potere sociale, a sua volta dettato  dalla dialettica  tra dominio e  libertà.  Di qui, il senso dell’attesa storica,  notarile se si vuole,  anche però come   possibilità -  entro certi limiti  -  di gestire istituzioni, che secondo  il contesto (cause e principi di un sistema sociale), consentano  la migliore forma di governo possibile.   Fermi restando,  il ruolo del caso (oggi diremmo il “cigno nero”, così di moda)  e della necessità:  la natura del clima e delle istituzioni politiche. Parliamo (seguendo Montesquieu) della costituzione sostanziale, che pesa,  eccome.
Determinismo, forse, e  di quello buono?  Sì, ripetiamo,  un lato notarile sussiste. Resta innegabile.  Ma Montesquieu   tiene conto, come dicevano,  anche  degli effetti perversi delle azioni sociali, soprattutto quando le passioni dominano sugli interessi, non tanto dei singoli, quanto delle istituzioni. E puntano sulla mission impossible della grande riforma sociale. Hayek lo chiama  - giustamente - costruttivismo. Sicché,  anche il più bravo dei notai non può restare impassibile. Perciò essere consapevoli, come il protoliberale Montesquieu,  che gli uomini  tendendo a  semplificare le cose, provocando impreviste conseguenze, spesso disastrose, è  già un bel passo in avanti. Di più,  una eredità da difendere.  
Montesquieu, come sistema di pensiero (per così dire),  resta una specie di crocevia tra un liberalismo triste (proto o meno), consapevole degli istinti carnivori dell’uomo  e un determinismo, che,  per quanto moderato,  non può non prendere atto  della  curva a campana inevitabilmente  delineata dal ciclo del dominio e della libertà (***).  Siamo davanti a una scienza politica e sociale  che può insegnarci ancora molto.  Anche come difendersi dai populismi e dagli analfabeti funzionali che credono di restituire dignità agli uomini  aumentando le pensioni minime. Con le mancette...  Ma questa è un'altra storia. Da buco della chiave.
https://polinice.org/2013/11/05/le-virtu-nascoste-della-scalinata-di-trinita-dei-monti/
Nessuna critica, allora? Una sì. Come "cittadino romano", se si vuole " Romano de Roma" , chi scrive, non  perdonerà mai  al   Montesquieu dei  Voyage[s],  fra le tantissime, acute,  osservazioni, il giudizio, esteticamente ingiusto, sulla “Scalinata di Trinità dei Monti”, allora  nuova di zecca…

«[…] È di cattivo gusto. Manca  di una specifica architettura e quasi non si vede nemmeno, tranne le prime rampe. Misura all’incirca un decimo di miglio e , fin dall’inizio, le rampe scompaiono. Occorreva fare un  bel lavoro e disporre delle belle colonne. Del resto,  era un’opera  tanto scadente che in parte è crollata» (Viaggio in Italia, Roma, Primo Soggiorno, p. 571).

Capito? Andavano disposte "delle belle colonne". E perché non un bel timpano?  Un frontone? Eccetera, eccetera?   Diciamo che nessuno è perfetto.  Neppure Montesquieu.  

Carlo Gambescia


(*)  Sempre qui:  https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2015/01/il-libro-dellasettimana-montesquieu_29.html  .
(**)  Montesquieu,  Scritti postumi (1757-2006) I miei pensieri - I miei viaggi - Romanzi filosofici - Memorie e discorsi accademici - Poesie, a cura di  Domenico Felice,   Bompiani Il Pensiero occidentale, Giunti Editore S.p.A /Bompiani, Firenze-Milano 2017, pp.  LXXXI- 2668. Si vedano anche il sito del curatore,  http://www.domenicofelice.it/montesquieu-4/,  nonché la "Biblioteca elettronica"  su Montesquieu:   http://www.montesquieu.it/main.htm .  Indispensabili strumenti di lavoro.    
(***)  In argomento si rinvia al  nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI) 2012.


lunedì 16 luglio 2018

Decreto dignità, clandestini, pensioni d'oro, reddito di cittadinanza
Il governo dei falsari



Ma  questo  "Decreto dignità" che cosa ha di dignitoso? Tra l’altro si  usa lo strumento del  decreto legge, che  imporrebbe  i requisiti dei casi straordinari di  necessità e  d'urgenza.
Prevede un provvedimento contro il caporalato estivo nel campagne? No. Prevede misure immediate contro il pizzo? No.  E allora cosa prevede?  La modifica delle forme contrattuali di assunzione a tempo determinato  E dov’è l’urgenza? E dove la necessità?   Tra l’altro si tratta di misure che possono provocare, come attesta l’Inps,  il calo della assunzioni  e la perdita di  futuri  posti lavoro. Tradotto: meno lavoro per tutti, a termine come a tempo indeterminato. Pertanto le misure andrebbero valutate,  calibrate, tarate,  Meditate insomma. E  invece, l’Analfabeta Economico, n. 1, Luigi Di Maio,   che addirittura presiede due ministeri, economici per eccellenza (Sviluppo e Lavoro),  grida al complotto.  E stigmatizza  la non sintonia di Tito Boeri, Presidente dell’Inps, stimato professore di economia,  con il governo giallo-verde.  Giustamente Boeri, nella replica,   parla di negazionismo economico. I fatti non possono mentire.  Di Maio,  però sì.
Salvini, l’altro Analfabeta Funzionale (nel senso dell'analfabeta  che esercita una funzione pubblica), diciamo il n. 2,   oggi canta vittoria,  perché Francia, Spagna, Germania, e altri paesi   hanno accettato di prendere una cinquantina di profughi  a testa.  Il punto è quando? E come?  Perché  i clandestini sbarcati vanno prima identificati, nella nazione  di  arrivo.  Quindi  l’Italia:  e tutti conosciamo  tempi di biblici della burocrazia italiana.  Anche,  il Presidente del Consiglio,  Giuseppe Conte,  che Analfabeta Funzionale  non  è (almeno non del tutto, ma sarebbe interessante indagare sul  suo concorso a cattedra), canta vittoria: “È passato in Europa il principio, eccetera, eccetera”. Sì, ma prima i clandestini vanno  identificati.  Dunque, altra menzogna, di Salvini e Conte.  
Ultimo punto. Anzi menzogna. Le cosiddette "pensioni d’oro".  Non sono d’oro, sono pensioni alte:  i quattro-cinquemila euro al mese, non si capisce ancora se netti o lordi, rinviano a una “platea” di trenta massimo quarantamila percettori:  parlamentari ( poco più di mille ex,  già colpiti da un primo provvedimento, in attesa però di approvazione al Senato), primari, magistrati, funzionari dello stato, docenti universitari,  dirigenti privati, alcuni ordini  professionali.  Pensioni che sono frutto, nella maggior parte dei casi, di quello stesso  calcolo retributivo, di cui hanno goduto  tutte le forme pensionistiche prima delle riforme fine anni Novanta eccetera.  L’unica differenza,  dovuta al merito, è che l’ultimo stipendio, quello più favorevole (la base del calcolo retributivo individuale),  non poteva non essere - e non può non essere, da che mondo è mondo -   più elevato  per un funzionario che per un operaio.  A parte il risparmio ridicolo, si mente, di nuovo. E solo  perché  un team di falliti ( per ora di successo, grazie al "popolo sovrano") e di analfabeti economici e funzionali   vuole colpire il merito: chi nella vita si è impegnato nello studio e nel lavoro.     
Si dice infine, che i risparmi, sulle “pensioni d’oro” verranno usati per finanziare il Reddito di cittadinanza. Ora, a parte che i risparmi sono risibili -   milioni contro miliardi di euro -   il Reddito di cittadinanza evocato, dall’Analfabeta Economico n. 1, Di Maio, non è tale. Tecnicamente è un Reddito di integrazione al minimo,  collegato alla ricerca di un lavoro. Per contro,  il  Reddito di cittadinanza, spetterebbe a tutti, ricchi e poveri, solo perché cittadini. Altra menzogna dunque.
Ecco chi ci  governa. Una banda di falsari. Anche perché,  se potessero stamperebbero banconote su banconote...  La chiamano sovranità monetaria. Loro, i falsari. Gli economisti, invece, inflazione galoppante.    

Carlo Gambescia          
          

sabato 14 luglio 2018

 Liberilibri  pubblica  La politica come destino di Valitutti
Liberali con l’elmetto?





Ottima  l’idea,  dopo la pubblicazione de  La Libertà della scuola, (Liberilibri, Macerata  2009 *),  di riproporre, benché a una certa distanza,  il Salvatore Valitutti  attentissimo  filosofo  liberale della politica.  Tra l’altro,  la scelta di  rieditare  La politica come destino (Liberilibri, Macerata 2018 **), preceduta,  da un’ introduzione di Teodoro Klitsche de la Grange, giunge puntualissima in un momento in cui il liberalismo italiano sembra non sapersi decidere tra il populismo e l’antipopulismo,  e proprio  dinanzi a  un governo giallo-verde che  in realtà è tutto, eccetto che liberale.

Non ci si accusi  però  di inquinare la nostra  recensione, scivolando nella triviale attualità  politica. I lettori sono avvisati: piaccia o meno,  i nodi, che a nostro modesto avviso,  Salvatore Valitutti scioglie, diremmo limpidamente,  sono  proprio quelli del romanticismo politico e dell’occasionalismo, criticati da Carl Schmitt, il cui pensiero è al centro di questo studio,  ma  purtroppo da lui praticati, come perpiscacemente mostra Valitutti. Schmitt, al riguardo,  se ci si perdona la battuta, predicava bene e razzolava male.
In sintesi: il nodo attualissimo che Valitutti dipana è  quello di un liberalismo, che, addirittura tra i liberali, si vorrebbe romanticamente  vedere per questa primavera-estate,   con  indosso l'ornamento  di un  elmetto. Populista  o  chissà anche di altro tipo... Corsi e ricorsi, roba da liceo. Però...
Va ricordato che il saggio di Valitutti, in prima battuta uscì per Bulzoni nel 1976, abbinato a un interessantissimo e tagliente studio di Karl Löwith sempre su Schmitt, uscito nel 1935.  Operazione, che forse Liberilibri, avrebbe potuto ripetere e completare.  Ma non è questo il vero punto. Löwith può anche attendere tempi, economicamente, migliori.
Grazie alla  rigorosa e chirurgica dissezione del pensiero schmttiano,  che ruota intorno, come ben si sa,  al concetto di amico-nemico,  Valitutti  prova una cosa fondamentale:  che quest’ultima dicotomia, in sé, se non interpretata, oggi diremmo,  come regolarità o costante, quindi come categoria euristica della scienza  politica,  rischia inevitabilmente  di  trasformarsi  in   una scatola vuota che, di volta in volta,  si può riempire con qualsiasi contenuto.  Di qui,  l’occasionalismo romantico, che scorge nel politico vincente di turno  il protagonista della lotta dicotomica.
Che cosa vogliamo dire?  Se, come nel caso di Schmitt, una grande scoperta (la dicotomia amico-nemico come caratterizzazione del politico), manca di una adeguata accettazione del pluralismo sociale e di una separazione tra morale e politica le cose rischiano sempre di mettersi male. E non solo sul piano scientifico, euristico, se si vuole.  
Innanzitutto,  come mostra Valitutti, con grande finezza,   l’antropologia negativa ( o pessimistica che è alla base della dicotomia amico-nemico) è di  tipo morale.  Sicché,  Schimtt  reintroduce, se ci  si passa la caduta di stile, dalla finestra ciò che precedentemente  scaccia dalla porta: c’è un nemico perché l’uomo è cattivo. Ma  "cattivo" resta categoria "morale", non  "politica".   E allora dov’è l’autonomia del politico? Insomma, la grande intuizione schmittiana -  ecco la  superba  lezione di Valitutti -   pur  essendo feconda, resta tale, probabilmente insoluta,  perché ignora sia l’autonomia del  politico, sia, come ora vedremo,  l’importanza del pluralismo sociale.
Salvatore Valitutti

Quest’ultimo punto, rappresenta un altro nodo cruciale del pensiero schmittiano,  che mal si concilia con il pensiero liberale, nonché con la scienza politica.  Per Schmitt  il politico, implica l’unità interna, per poter meglio agire  verso il nemico esterno. Il che è vero sul  piano militare (quando tuona il cannone, ci si stringe, eccetera, eccetera), ma non su quello della vita civile (dove le divisioni sono feconde, eccetera, eccetera). E, come mostra Valitutti,  probabilmente  riprendendo alcune osservazioni di Löwith,  non si può ridurre l’agire politico all’agire militare:  c’è la milizia, quando occorre (quindi l'eccezione), c’è il civile, borghese o meno, che costituisce la norma (dunque la regola). Ora, fare della milizia, la regola o comunque  un dispositivo (quello del conflitto amico-nemico), in grado di coonestare un approccio bellico alla vita civile è completamente  fuori luogo.  Di più:   portò Schmitt, per primo, nelle braccia di Hitler, o comunque  -  certo, indirettamente,  per contiguità, diciamo atmosferica, antiliberale  -   ne favorì l’ascesa.
Ed è questo, crediamo,  sia   l’errore commesso anche  da  Teodoro Klitsche de la Grange, che nella sua dotta introduzione, evoca, distinguendoli,  un liberalismo “esangue” che rifiuta Schmitt, e un “liberalismo “forte” che invece  ne accetta i principi dicotomici. Ora,  una cosa  è accettare una teoria del politico, che ha tra le sue regolarità e costanti  ( Freund e  Miglio)  anche quella del conflitto amico-nemico, un’altra quella di ridurre la politica a pura e semplice milizia innervata come un tumore  sulla onnipotente  dialettica amico-nemico. Dialettica - ecco il vero punto -  “nemica” a sua volta di quel pluralismo, che stando,  non proprio all'ultimo arrivato,  Tocqueville, rappresenta  il sale stesso della democrazia liberale.  Una lezione, poi ribadita anche da Max Weber (tra l'altro, sul punto, citatissimo da Valitutti).  
A tale  proposito, non è fuori luogo segnalare  un altro ottimo volume di Valitutti, I partiti politici e la libertà (Armando Armando Editore, Roma 1966) -  per inciso,  crediamo sia, davvero, il suo magnum opus,  che  meriterebbe di tornare in libreria.  Perché ricordarlo?  In quel libro, Valitutti,  fornisce, tra le altre tantissime  intuizioni,    una  preziosa  separazione concettuale  tra  partito burocratico e partito militarizzato. Un'indicazione che sembra delineare  la sua  critica, in nome del pluralismo liberale, alla dicotomia schmittiana.   Nel partito burocratico c’è una distinzione tra organismi burocratici (come puri congegni) e associati, invece  nel partito militarizzato -  ecco l’ infeconda unità  schmittiana -   una totalitaria identità tra disciplina militare di partito e associati.

In fondo, la “politica come destino”,  paventata  da Valitutti,  è ben rappresentata proprio da questo rapporto identitario, assoluto, quindi oggettivamente  l' opposto,  ripetiamo,  di qualsiasi pluralismo liberale.  Si torna, insomma, al nodo del romanticismo politico e dell'occasionalismo. Ai vagheggiamenti di  un qualche ordine salvifico che unisca  contro  un capro espiatorio. Con l'elmetto, ovviamente.  
Su queste basi, Schmitt, come detto, abbracciò  Hitler,  Klitsche de la Grange -  l’amico  non ce ne voglia, la nostra stima è immutata -  rischia di abbracciare Salvini e Di Maio, quali improbabili  portatori, soprattutto il primo,  di  un “liberalismo forte”.  Che ci dovrebbe eroicamente  difendere dalle insidie di una potenza aeronavale come  Malta.  
Insomma,  da Cavour a  Salvini, passando per Schmitt.  Che dire?Evoluzione al contrario: dall'uomo alla scimmia. Purtroppo, al peggio non c’è mai fine.    Povero liberalismo italiano…

Carlo Gambescia

venerdì 13 luglio 2018

Trump e  Salvini? 
Due "agitatori"...




Strano  che nessuno abbia  ancora  applicato a  Trump e  Salvini, per quanto ne sappiamo,  i modelli di personalità politica  elaborati  dal grande politologo americano  Harold D. Lasswell. Schemi concettuali  che,  semplificando,  possiamo ricondurre a tre grandi tipologie: a) l’agitatore, dal carattere drammatizzante; b) il burocrate o amministratore, freddo e distaccato nel trattare  gli uomini ; c) l’agitatore, divenuto amministratore  che può applicare i principi drammatizzanti, impregnati di manichee astrattezze teoriche, alla gestione  politica, ma può anche sussistere, per contro, il caso dell’amministratore, che perso tutto il suo potere, si  trasformi in agitatore, o che addirittura, deluso,  si tramuti, distaccandosi dalla politica attiva, in teorico puro (*).
Trump  e Salvini  - fatte, ovviamente, le debite proporzioni, soprattutto geopolitiche -  appartengono, per ora,   alla categoria  dell’agitatore(diventato)-amministratore. Due personalità politiche,  nelle quali, di fatto (per la serie il bruco e la farfalla), sembra però  prevalere ancora la tipologia "agitatoria".
Per il Novecento, buoni  esempi storici di agitatori divenuti amministratori  sono rappresentati  da Hitler,  Mussolini, Lenin, Stalin.   Agitatori puri invece sono  Giannini,  Nenni, Berlusconi,  e per venire al presente, Corbin,  Mélenchon.  Per contro,  Amministratori con capacità di agitatorie, Churchill, Reagan, la signora Thatcher, Obama, Blair, Craxi, Macron, Putin.  Amministratori puri,  il nostro De Gasperi, Andreotti,  Togliatti,  e per venire all’oggi lo spagnolo Rajoy, la teutonica signora Merkel.
Trump e Salvini, benché al governo,  appartengono alla categoria degli agitatori puri. Di qui la loro imprevedibilità e  incapacità di rapportarsi con i criteri di una normale amministrazione. Si pensi all’atteggiamento di Trump al vertice Nato: indecifrabile.  Ha discusso con tutti ma dichiarato di essere in buoni rapporti con tutti..  Oppure,  alla scelta  di  Salvini che prima  ha minacciato il finimondo sui giudici,  salvo poi recarsi al Colle, per uscirne,  dichiarandosi uno strenuo difensore, come il Presidente Mattarella,  dell'indipendenza della magistratura...   
Il vero  amministratore, in realtà,  non formula mai richieste estreme, proprio per evitare disonoranti dietro-front: si pensi, ad esempio,  a un  Trump  che minaccia, ogni due minuti, l’uscita dalla Nato, oppure a un Salvini che  evoca  l’uscita dell’Italia dall’UE.  Senza far  seguire i fatti alle parole.  O qualcosa che sia più di una minaccia. Insomma, il ridicolo è sempre in agguato. Ma anche il tragico. 
Purtroppo - ecco le controindicazioni -   l’imprevedibilità,  soprattutto quando discende  dall’alto, non fa bene alla politica, all' economia e alla società.  Crea false aspettative,  tensioni diffuse, angoscia sociale,   perché del  "doman  non v'è certezza", sensazione collettiva, quest'ultima,  che finisce per prendere forza propria, a prescindere dal suo valore di verità (come corrispondenza fattuale).  
Ovviamente, sempre a proposito del lato tragico, l’agitatore  può trasformarsi in amministratore, conservando tuttavia  gli aspetti più oscuri della sua personalità politica primaria. Per fare un esempio -  che però  potrebbe suscitare ilarità nei lettori -  Hitler promulgò  leggi antisemite, Salvini e i pentastellati leggi anticasta.  Fermo comunque restando, nel governo giallo-verde, quel  ripugnante atteggiamento,  per ora più agitatorio che reale,  nei riguardi dell’immigrazione, clandestina o meno,  che, frutto  avvelenato di una pericolosa chiusura verso l'altro, verso il diverso da sé, rinvia  "per li  rami" al razzismo novecentesco.      
Il leader agitatore, convertito o meno all’amministrazione, è una  mina vagante. Purtroppo, quanto più si manifestano capacità agitatorie  tanto  più si fa  crescere, intorno a sé,  l’appeal politico-elettorale. La gente comune, a prescindere dalle logiche (condizionali) di contesto storico,  in prima battuta crede alle parole e quanto più esse erompono nella routine, compiacendo il risentimento sociale ed evocando miracoli, tanto più risultano affascinanti e credibili, proprio grazie al clima di un  "doman  non v'è certezza" istituzionalizzato, a prescindere da qualsiasi giudizio di realtà.  È  la  logica del cinema e della letteratura di evasione, che risponde a una , razionalmente inspiegabile, domanda,  racchiusa nel cuore di ogni uomo.  Un semplicissimo, perché no?  Moltiplicato però per mille dai mezzi di comunicazione sociale.    
In qualche misura,  per l’agitatore  la politica è  la continuazione della letteratura  catastrofista, oggi così tanto di moda,  con altri mezzi.   Ecco il lato oscuro -  andando oltre le ipotesi dei Lasswell -  della "politica spettacolo".   Il che spiega un fatto,  se si pensa  ai disastri combinati  dal  nazismo e dal comunismo, movimenti politici  all'inizio ( e non solo) giudicati benevolmente e ritenuti addirittura credibili...  Quale fatto?  Come  il  Ventesimo Secolo  sia riuscito, e tristemente,  a superare i confini tra realtà politica e immaginazione.       

Carlo Gambescia

                                         

(*) Si veda H.D. Lasswell, Potere e personalità (1948), in Id., Potere, politica e personalità, a cura di M. Stoppino,  Utet, Torino  1975, pp. 399-594.                          

       

giovedì 12 luglio 2018

Gli italiani hanno tifato per la Croazia
Incorreggibili


Modric,  stella del calcio  croato
Un amico sondaggista ha avvalorato la mia sensazione, piuttosto sgradevole,  provata mentre  ieri sera  guardavo Inghilterra-Croazia.  Quale? Gli italiani tifavano  per  i croati.
Si dirà, perché stupirsi, in genere, negli eventi sportivi,  le persone  si identificano con i più deboli. E la nazionale croata, un paese di  quattro milioni di abitanti, rappresenta un esempio da manuale...
I  conti però non tornano.  Perché tra Inghilterra e Brasile o Inghilterra  e Argentina, paesi popolatissimi (in senso relativo),  gli  italiani, di regola,  tifano Brasile e Argentina. Certo, per noi,   l’Argentina, è una specie di seconda patria. Però - ecco un altro punto interessante - se il  Brasile gioca contro l’Argentina, gli italiani tifano per il Brasile.
Crediamo che la “teoria del paese più  piccolo e simpatico perché tale” non spieghi  proprio nulla. Anche perché il vero è problema è perché gli italiani, al di là degli eventi sportivi,  non guardino con favore (eufemismo)  alla nazionale  britannica. Insomma,  perché sono incorreggibili.
La risposta, in fondo,  è più  facile di quel che  sembri.  Di mezzo c’è il fascismo: vent’anni di lavaggio del cervello, dalla vittoria mutilata al “dio stramaledica gli inglesi”  hanno lasciato il segno. Le memoria sociale  è un fatto strutturale si compone di pieghe profonde che incidono, talvolta per trend plurisecolari,  sulle rappresentazioni collettive. Inoltre,  non può essere dimenticato che in Italia il fascismo ha potuto contare  sulla greve  eredità del cattolicesimo controriformista.  
Parliamo  di quell’  odio diffuso verso  l’Inghilterra, perché patria (una delle) del protestantesimo, della democrazia rappresentativa, del libero commercio, del liberalismo; un odio celebrato dal fascismo  come   una specie di culto nazionale.  Dimenticando che  l’Inghilterra, o meglio la Gran Bretagna -  unitamente  alla Francia -  favorì invece l’unificazione  italiana.  Londra  manifestò  sempre grande simpatia per Mazzini, Garibaldi, Cavour e per le vicende post-risorgimentali.  Lo stesso Churchill, inizialmente, prima della svolta totalitaria  degli anni Trenta, mostrò addirittura apprezzamento verso Mussolini. Sicché nel dopoguerra si sono accettati gli Stati Uniti, obtorto collo, ma non  la Gran Bretagna, poi, tra le altre cose, identificata, calcisticamente (ed erroneamente) con la sola  Inghilterra. 
Si prenda  allora  il  caso della Croazia.  Una terra, dove anche a causa della politica fascista, gli italiani hanno molto sofferto, fino a perdere  tutto, case, beni,  vite. Una bruttissima pagina di storia. Eppure ieri sera, intorno a me, le finestre aperte  rimbalzavano la fase  ascendente della curva a campana della partita,  fino all’ esplosione di   italica  gioia al gol della vittoria croata.
Ovviamente, lo sport deve avvicinare.   E non è assolutamente giustificato  coltivare l’odio etnico. Quindi ben vengano le simpatie filocroate. Però, ripetiamo, il punto è un altro. Quale?  La  profonda  e radicata  inimicizia per gli inglesi e -   perché capita -   per il popolo britannico, facendo di tutta l’erba un fascio.     
A quale conclusione si può giungere?  Intanto, i  decerebrati politici, i dichiaratamente politicizzati, sono pochi.   Parliamo dei cosiddetti fascio-comunisti, quelli  che, come il cane di Pavlov, appena ieri sera si è accesa la  lampadina della partita,  hanno identificato, sbavando, i croati con Mussolini, Pavelic, Hitler da una parte,  Stalin, Tito dall’altra. L'importante è che ci sia una tradizione totalitaria da celebrare  come un vittorioso mastino da combattimento.   Sempre pronti però  - gli stessi tifosi -  a dividersi in caso di Italia-Croazia:  i fascisti con l’Italia, i comunisti con la Croazia…   In fondo, tutti insieme,  sono fermi al quadro apocalittico della “guerra civile europea”.
Ciò  che invece  preoccupa (o dovrebbe), soprattutto oggi nella surriscaldata atmosfera sovranista che agita l’Europa,  è l’ignoranza politica diffusa.  Sembra che settant’anni di pace, ideali europei, libertà e prosperità  siano passati invano. La nazionale inglese, sorta di immagine simbolicamente cumulativa della Gran Bretagna,  viene tuttora considerata dai tifosi italiani la “Perfida Albione”.
Sì,  la "generazione Erasmus", i viaggi, l’inglese basico,  i cantanti,  la birra,  fish and chips,  eccetera, ma purtroppo, come per  l’antisemitismo,  altra eredità  fascista e nazista (quanto meno per traslazione dal cattolicesimo reazionario), alla prima occasione salta fuori l’odio per la patria del liberalismo. L’ebreo è sempre ebreo, l’inglese è sempre inglese:   egoista,  avido, uno  che vuole vivere  alle spalle degli altri.
Come sociologo, considerati  i brutti tempi  “sovranisti”,  il tifo degli italiani per la Croazia  consiglierei di  non  prenderlo sottogamba.  Perché è qualcosa che affonda le radici nel sottobosco ideologico  tra le due guerre mondiali e, più giù ancora,  nel pensiero reazionario. Qualcosa dietro cui si nasconde un che  di verminoso, malato, fosco:  siamo dinanzi a  un  virus patogeno  che alla lunga può corrodere le nostre società.
Dimenticavo, God Save the Queen!
Carlo Gambescia