giovedì 29 gennaio 2015

Il libro della settimana: Montesquieu, Tutte le opere [1721-1754],  a cura di Domenico Felice, testo francese e fronte, Bompiani Il Pensiero Occidentale, Milano 2014, pp. CCLI-2694, Euro  65,00.

http://www.bompiani.eu/libri/tutte-le-opere-1721-1754/


Non è un "attacco" ( o "cappello")  molto accademico,  all’altezza  del  Montesquieu, Tutte le opere [1721-1754]  (Bompiani),  nuova e curatissima edizione ad opera di Domenico Felice, ma non possiamo contenerci:  se, messi alle strette, dovessimo scegliere  quale volume portare sulla famosa isola che non c’è, sceglieremmo questa  Bibbia  protoliberale, che introduce, con quella semplicità tipica delle grandi menti, ai misteri della sociologia, della storia e della politica e molto altro ancora. Detto questo, indossiamo panni  reali e curiali e così,  condecentemente,  vestiti, per dirla con un altro grande, occupiamoci  del nostro  tesoretto. 
Innanzitutto il curatore, Domenico Felice,  professore associato di storia della  filosofia presso l'Università di Bologna (Dipartimento di Filosofia e Comunicazione), è uno specialista di fama internazionale: Prix de l'Académie Montesquieu 1991,  Membro "associé" dell'Académie Montesquieu.  Oltre alle numerose pubblicazioni e curatele  di e su Montesquieu, Felice  anima un sito web (www.montesquieu.it) ad alto tasso di scientificità.  Perciò dal punto di vista filologico la raccolta è impeccabile, come del resto  si evince  dal ricchissimo apparato critico, bibliografico, dalle Appendici ai testi, dalla invigilata riproduzione dei preziosi Indici degli Argomenti trattati, nonché dalla eccellente Introduzione. D'altra parte, tutto quel che Bompiani pubblica nella splendida  collana  “Il Pensiero Occidentale”  è delegato  a  studiosi di cristallina fama.  Il che spiega  l'elevata qualità scientifica di un progetto editoriale,  ideato e diretto dal compianto Giovanni Reale.
Nel volume  sono raccolte, in una nuova traduzione (a cura  di Domenico Felice, Riccardo Campi, Stefania  Stefani,  Davide Monda, Piero Venturelli, Giovanni Paoletti, Rolando Minuti), le opere pubblicate in vita da Montesquieu: le Lettres persanes (1721), il Temple de Gnide (1725), le Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence (1734), il Dialogue de Sylla et d’Eucrate (1745),  l’Esprit des lois (1748), la Défense de l’Esprit des lois (1750), il Lysimaque (1754) .
Dicevamo dell’ Introduzione di Domenico Felice. E c’è un perché: siamo davanti a un’ottima traccia espositiva, di grandissima qualità,  che favorisce la lettura e, per dirla tutta,  facilita il lavoro del recensore, specie se umile sociologo come chi scrive.  Innanzitutto,  siamo d’accordo  sulla  natura  stratigrafico-evolutiva del continente Montesquieu: nella sua vita mentale  nulla è lasciato al caso,  non smarrito procedere a tentoni o per prove ed errori,  bensì un percorso di  progressivo  e ragionato approfondimento di alcuni temi iniziali (poi esistenziali),  legato, per successive approssimazioni, allo svolgersi  della sua esperienza esistenziale, segnata  dallo studio inteso,  dai viaggi,  ma anche dal radicamento   e  dall'orologio, ora lento, ora più rapido,  del vivere pratico del  giurista e dell’amministratore. 
Quali i  temi di fondo? La dialettica tra dispotismo e libertà,  interpretata  come corposa dinamica sociologica tra istituzioni e individuo,  ma anche quale frutto della dialettica  tra il  carattere di un popolo e il  divenire storico delle sue istituzioni;  l’alternarsi di decadenza e progresso, quale conflitto tra le ragioni della conquista e del ripiegamento vittorioso su stessi; il valore della dignità umana, soppesato sulla bilancia dello stoico antico,  ferito al cuore  dalla lezione del cristianesimo e consapevole della necessità  di una giustizia baluardo, autonoma,  capace di mitigare, e nel caso anche opporsi a ogni forma di assolutismo politico.  Felice,  parla, e con ragione, dello sforzo gigantesco di creare  una “scienza universale dei sistemi politico-sociale” puntando su due ordini di cause: fisiche e morali. Di qui,  i giudizi,  per cui è famoso Montesquieu, sui rapporti  tra clima caldo e servitù politica, tra grandi spazi  e assolutismo politico,  tra quest’ultimo e la decadenza sociale ed economica.  Quindi cause fisiche, cause morali, ma anche “accidentali” ed “essenziali”, sulla scia dei grandi anatomisti sociali da Aristotele a Sorokin.  Ecco un esempio del suo approccio, tratto dalle Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence (1734):

Ecco in una parola, la Storia dei Romani. vinsero tutti i popoli con le loro massime; ma allorché ci furono riusciti, la loro repubblica  non poté  più reggersi: si dovette cambiare governo, e massime  contrarie alle prime, adottate nel nuovo governo, provocarono la caduta del loro governo. Non è la fortuna a dominare il mondo: lo si può chiedere ai  Romani che ebbero un continuo succedersi di risultati  favorevoli  quando si governarono secondo un certo progetto, e un susseguirsi ininterrotto  di rovesci allorché  si comportarono secondo uno diverso. Ci sono cause generali , sia morali sia fisiche, che agiscono in ogni monarchia , che la innalzano, la  mantengono o la fanno cadere; tutti gli accidenti sono sottoposti a queste cause; e, se  l’esito di una battaglia, ossia una causa particolare, ha mandato in rovina  uno Stato  vuol dire che esisteva  una causa generale per cui  quello Stato doveva perire a séguito di una sola battaglia, In una parola, il movimento principale  trascina con sé tutti gli accidenti particolari (p. 771) .

Ecco un altro esempio  tratto dall’Esprit des lois ,  sempre a proposito dei Romani,  dove però  si parla anche di altro, in particolare  dell’equilibro fra i poteri  e degli effetti di ricaduta di un cattivo bilanciamento:

Bisogna sottolineare che i tre  poteri possono essere ben distribuiti  in rapporto alla libertà del cittadino, ma non esserlo altrettanto bene in rapporto alla libertà de cittadino. A Roma, poiché il popolo  deteneva la maggior parte del potere legislativo, una parte del potere esecutivo e una parte del potere giudiziario, si trattava di bilanciare  un grande potere con un altro. Il senato aveva sì una porzione del potere esecutivo e qualche  ramo del potere legislativo, ma ciò non era sufficiente per controbilanciare il popolo. Bisognava che il senato prendesse parte  al potere giudiziario, e vi prendeva parte  quando i giudici erano scelti tra i senatori. Ma allorché i Gracchi privarono  i senatori del potere giudiziario, il senato non poté  più resistere al popolo. Essi colpirono dunque la libertà della costituzione per favorire la libertà del cittadino, ma questa si perdette con quella (p. 1269).

Montesquieu intuisce che  la “pesantezza” del politico  viene sempre  dopo quella della società,  da lui vista come  processo  interattivo fra  istituzioni, ceti,  classi:  ( pre-durkemiani?) blocchi di rappresentazioni istituzionali e  sociali che  finiscono per essere più forti degli uomini  che ne fanno parte.  Di qui,   la necessità, per evitare forme di monopolio politico, di trovare  una  buona sintonia, storica e sociologica,  fra istituzioni e credenze. Il famoso equilibrio dei poteri. Una "tregua" procedurale? Non soltanto.  Forse, anche correndo il rischio di forzare il suo pensiero o  semplificarlo troppo,   crediamo che  Montesquieu abbia in qualche misura anticipato, come nel passi citati sui Romani,  il concetto di  costituzione materiale (da affiancare a quello di formale):  non solo forme giuridiche, per mitigare, dividere il potere e "proceduralizzarlo", ma  anche  idee e forze sociali che progrediscono con, attraverso e contro gli uomini. Una mappa dei poteri sociali (non strettamente politici (in senso essenzialista), sui  quali Montesquieu si libra raggiungendo altezze degne dell' aquila reale, come provano  le sue  canoniche  indagini   tese  a stabilire il  principio (“ciò che lo fa agire”)  e la natura (“ ciò che lo fa essere quello che è”) delle tre  principali forme  politiche individuate, esito del suo sapere trasversale (non solo giuridico-legalistico, insomma):  repubblica ( principio: virtù politica; natura: governo di molti), monarchia (principio: l’onore; natura: governo di molti), dispotismo (principio: governo di uno solo, senza vincoli di  legge; natura: paura).
Sotto tale aspetto non condividiamo( o condividiamo  solo  a metà)  le  critiche mossegli da uno studioso che  per altri aspetti apprezziamo, Julien Freund, il quale nell’Essence du politique,   accusa Montesquieu di formalismo. Gli rimprovera di cloroformizzare giuridicamente il ruolo dirompente della  ragion politica. Ciò in parte è vero, ma  dipende  dal fatto che Montesquieu, a sua volta,  crede nella ragion sociologica: nella "forza", come ricordato,  della costituzione materiale e morale di una società.   Sintetizzando, forse troppo,  all’ “auctoritas non veritas facit legem” di Hobbes,  Montesquieu oppone un “veritas (sociologica) non auctoritas  facit legem”…
Ovviamente, il nostro è solo un modesto spunto interpretativo, debitore delle classiche pagine di Aron su Montesquieu, giustamente ricordate da Felice nella finissima Introduzione. Insomma, un pensiero ricco e arioso, che si confronta con la "pesantezza", talvolta claustrofobica del sociale. Di qui,  l'importanza di leggere o rileggere Montesquieu. Diremmo il dovere, soprattutto in un momento storico, come il nostro, in cui il  paventato dispotismo orientale, sul quale Montesquieu ha scritto pagine definitive,  sembra incombere su di noi, come  ha provato il terribile eccidio di Parigi.  Insomma,  se ci si perdona il tono:  lettore avvisato, mezzo salvato.  Crisi o non crisi,  correre subito  il libreria.  È un ordine. O quasi.  

Carlo Gambescia                      

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