venerdì 7 dicembre 2018

Riflessioni
La verità sulle tasse




L’uso  leva fiscale da parte del potere politico si perde nella notte dei tempi. Però uno dei principi fondamentali della libertà dei  moderni, che grosso modo risale, concettualmente, alle rivoluzioni democratiche (britanniche,  americana e  francese), rimanda al no taxation without  representation dei coloni americani ribellatisi alla corona  inglese. In sintesi: nuove  tasse possono essere approvate solo con il voto del popolo, o comunque dei suoi rappresentanti, liberamente eletti.
Si tratta di un principio liberal-democratico  che non ha precedenti nella storia e probabilmente  proprio per questa ragione  è  tuttora  inviso ai governanti, da sempre affamati di denaro pubblico, ieri per fare le guerre,  oggi per costruire il consenso, senza troppi morti e mutilati. 
Infatti, le democrazie welfariste  sulle tasse e sul meccanismo del do ut des con i diversi gruppi sociali  hanno costruito la loro fortuna politica.  Due, i  principi-base propugnati  per favorire l’obbedienza sociale  : 1) attraverso le  tasse si proteggono socialmente i cittadini; 2) attraverso le tasse  si toglie al ricco per dare al povero.
Il punto però  è che la crescita della pressione tributaria, se non supportata da una crescita, pari se non superiore del Pil (per semplificare), si risolve nell’impoverimento generale o nella distruzione delle classi produttive ed economicamente creative.  Certo, si possono  anche  recuperare  con la frusta tutti i mancati introiti da evasione fiscale, ma se un’economia non cresce, non cresce… E perciò  non resta altro che la divisione sociale  della triplice fame e della triplice miseria.
Purtroppo, il principio dell’approvazione delle nuove tasse da parte del popolo è  stato aggirato attraverso la sostituzione degli  ideali liberali di uno  stato  con funzioni  ridotte  con quelli socialisti dello stato provvidenza. Al principio della rappresentazione si è sostituito quello della protezione da ogni tipo di rischio. Pertanto il principio difeso dai coloni americano è mutato così:  more taxation, more protection.
Si capisce benissimo, come, sotto questo aspetto,  ogni tentativo di protesta fiscale, venga oggi visto e giudicato dal potere  un atto eversivo  - attenzione -  di un ordine sociale e politico rivolto alla protezione totale  del cittadino: quindi per il suo bene (del cittadino).  Chiunque invochi  il principio della representation è subito liquidato come  incivile:  un asociale   che non capisce i fondamenti “morali” del more protection. E qui va spiegato un fatto politicamente curioso.
I cittadini si sono talmente immedesimati nella parte in commedia, che, se e quando protestano, evocano, al tempo stesso,   meno tasse e  più protezione sociale. Il che è impossibile,  come detto,  se non cresce il Pil. E perché il Pil cresca, è necessario che una parte,  delle risorse produttive,  sia  sottratta al fisco. Il che  avviene o  in modo legale, attraverso la riduzione della pressione fiscale, o illegale attraverso l’evasione fiscale, che di regola però vede volatilizzarsi i capitali  verso altri lidi più remunerativi.  Come è normale che sia, dal momento che, piaccia o meno,  la verità economica si vendica sempre.
Il punto però  è che resta difficile tornare indietro politicamente.  E quindi ridurre la pressione fiscale. Per quale ragione?  Perché, per  chi gestisce i fondi pubblici sarebbe come tagliare le radici dell’albero sul quale è  comodamente seduto.  Sicché, nessun politico  ha  voglia  né  coraggio di spiegare  in modo chiaro  ai cittadini che protezione sociale e pressione tributaria crescono di pari passo.   
Ovviamente, la politica  si auto-giustifica, o evocando  capri espiatori: l’evasore, il banchiere, il miliardario,  tutte persone, bollate come egoiste che, secondo la vulgata welfarista,  si sottraggono al more protection.  Oppure, si salva in corner,  aumentando a dismisura  il debito  pubblico, pur di mantenere   a galla,  una specie di titanic welfarista, comunque destinato a sprofondare nei debiti e nel fiscalismo. 
Allora qual è la verità sulle tasse?  Che in Italia, gli unici che, negli  ultimi venticinque anni,  hanno tentato timidamente di prendere posizione al  riguardo, opponendosi all'andazzo, sono stati i professori di Monti.  Quasi tutti processati in piazza.

Carlo Gambescia

giovedì 6 dicembre 2018

Auto, arriva l’ecotassa
Come costruire pessime vetture elettriche a "chilometro zero"...

La politica  antipolitica dei populisti  è   schizofrenica:  il governo populista italiano  con un emendamento alle legge di bilancio ha  introdotto una ecotassa sull'acquisto delle automobili ad alimentazione "classica", per forzare il passaggio alle vetture elettriche,  il cui acquisto  verrebbe  invece favorito attraverso ingenti  sgravi fiscali (*).  In Francia, dove per le stesse ragioni, di “transizione ecologica”,  Macron, che però è liberale, ha, da ultimo,  aumentato il prezzo del carburante per  il diesel,  i gilet gialli sono in scesa in piazza.
Chissà se i consumatori italiani si renderanno conto della gravità di questo emendamento e faranno altrettanto. Ne dubitiamo. Ormai sembra prevalere, e non solo in Italia, un atteggiamento schizofrenico: se una misura  è proposta dai populisti è buona, se invece, lo stesso provvedimento,  è avanzato dai liberali, allora è cattivo. Se non è schizofrenia politica questa…   
Ma c’è anche un altro aspetto, che rinvia alle conseguenze, tutte interne al mercato italiano, della schizofrenia  populista. Che, per dirla alla buona,  si può sintetizzare così:  come farsi del male da soli. 
Un provvedimento del genere, che è di tipo dirigista (anche se a prima vista  può non sembrare), porterà con sé, inevitabilmente,  una  serie di misure  per favorire, al tempo stesso,  la costruzione italiana di macchine elettriche e  la conservazione dei posti di lavoro: dal momento che il governo populista dovrà tacitare in qualche modo imprenditori e maestranze del settore inquinante (per così dire),  che appena appresa la  notizia  hanno iniziato a protestare.
Perché  -  si faccia attenzione -  il principale problema di politica economica in queste situazioni  è rappresentato dalla riconversione che, se attuata in ambito concorrenziale, stanti le rigidità del mercato italiano,   spingerà il consumatore a comprare, perché più convenienti, automobili elettriche  fabbricate altrove.  Con una inevitabile ricaduta nell'immediato in termini di profitti e occupazione. Di qui, il ricorso preventivo a  misure protezionistiche:  scelte che sono in perfetta sintonia con l’antieuropeismo e il  nazionalismo (propugnato)  dal governo populista che per Dna ha sposato la causa del  “comprare italiano”.  E se ne vanta.  Così  avremo -  se le avremo -  poche e mediocri, trabant elettriche a  “chilometro zero”.  
Interventismo statale  e protezionismo vanno di pari passo.  Con la scusa di proteggere il lavoro e le imprese italiane - ecco un tipico esempio di effetto perverso delle azioni sociali -   si rischia di rafforzare   quelle  rendite parassitarie  difese invece  dai sindacati degli imprenditori e dei lavoratori, due potenti lobby sociali  che soprattutto in Italia hanno tradizioni (come dire?) di  vista corta: il famoso uovo oggi invece della gallina domani.  Sicché,  per tutti, alla fine, pagheranno i consumatori che dovranno comprarsi dei cessi (pardon).
Si rifletta allora su un fatto importante:  come una misura fiscale, apparentemente presentata come innocua, rischi invece di causare un colossale riorientamento in chiave protezionista dell’economia italiana. E in peggio. 
 Carlo Gambescia

mercoledì 5 dicembre 2018

Troppo tardi per lamentarsi dei toni da Bar Sport
Salvini?
Un giostraio al potere





Ci si lamenta, come oggi Battista sul “Corriere della Sera”, dei toni da Bar  Sport di  Matteo Salvini, che proprio ieri  ha mandato a quel paese il procuratore capo di Torino, Armando Spataro.  
Diciamo che è troppo tardi per  storcere il naso, ora che il più  bravo del Bar Sport è  Vice Presidente del Consiglio, e per giunta  adorato da quella stessa “gente” aizzata per decenni   contro “la casta” dalle pagine dei principali quotidiani italiani. Quelli a grande tiratura proprio come il “Corriere”: giornaloni, per  dirla tutta, che  nei toni  hanno preceduto,e di gran lunga, la canea Social.  
Ci si dovrebbe invece interrogare sulle ragioni della caduta della deferenza politica. Probabilmente - cosa del resto nota -  Tangentopoli,  fu  il momento topico   in cui  per la prima volta nella storia della Repubblica vennero messi  sotto processo e polverizzati  per via giudiziaria,  a furor di media e popolo, i partiti  moderati e riformisti  che avevano governato l’Italia fino ad allora.  
Con Tangentopoli,  la formula magica  “uomini politici uguale ladri”, da sempre apprezzata dall’italiano collettivo, diventò da argomento antipolitico, politico. Il “piove, governo ladro”, venne legittimato. E in pompa magna.  Con gravissimi effetti di ricaduta sull’antropologia politica e culturale degli eletti e degli elettori.
Pertanto,  è inutile lamentarsi se un personaggio come Salvini che, se non avesse sfondato con la politica  si sarebbe sistemato come giostraio, con l'hobby magari del tifo estremo,  appaia  oggi  ai suoi elettori come il più bravo del Bar Sport.
Esiste una via d’uscita?   I corsi di galateo politico, possono avere senso,    quando  il mondo intorno - insomma, la società -  si mostra  capace  di apprezzare le buone maniere istituzionali,  la sobrietà di parola, la prudenza politica, e  così via.
L'esatto contrario dell’ Italia di oggi  che  si è tramutata in un  gigantesco Bar Sport.  Dove vince  il politico dalla battuta facile e dall’insulto gratuito. Quel politico che,  come da contratto, riesca a provare,  con applicazione sistematica,  di non nutrire rispetto per nessuno.  Pertanto Salvini, che eccelle nel genere,  continuerà a comportarsi  da rozzo  giostraio. Tra applausi ed evviva. Perché dovrebbe cambiare?
La deferenza politica, che rinvia all’idea di rispetto tra le persone, e più in generale alla socializzazione diffusa  del principio di autorità, nelle democrazie è sempre in pericolo, dal momento che il principio di sovranità ha radici in un popolo che invece sembra gradire i modi spicci e le scorciatoie demagogiche. 
Di riflesso,  quanto più si vezzeggia il popolo tanto più si favoriscono  i personaggi come Matteo Salvini. Non lo diciamo noi,  ma forse il primo sociologo della storia, un certo Aristotele, assai diffidente dei risvolti demagogici della democrazia. Pertanto, nei governanti, occorre prudenza e anche stile istituzionale.  Proprio ciò che è mancato dal 1992 in poi.
Sicché ci ritroviamo con un giostraio al potere. E capotifoso.

Carlo Gambescia


martedì 4 dicembre 2018

Macron,  ultimo imperatore liberale?
I gilet della bocciofila





Come i lettori avranno ormai capito, e da un pezzo,  su queste pagine non si liscia il pelo ai populisti.  Non si deve chiedere scusa a nessuno.  L’Europa e l’Occidente, nonostante il veleno di nemici e disfattisti,  sono ancora economicamente forti. L’euro a differenza del rublo russo, e in concorrenza con il dollaro americano,  è appetito, apprezzato  e "tesaurizzato"  ovunque.
Politica e società sembrano invece meno forti. La politica tentenna, ora   sotto tiro  è  Macron, difensore della civiltà liberale in Francia. La società civile, per contro, si piange addosso, trovando consolazione  nelle leggenda populista delle élite cattive contro il popolo buono.
Richiamiamo  l’attenzione dei lettori su un fatto preciso. Tutti coloro che evocano questa  presunta frattura  sono d’accordo su una cosa:  vogliono più  servizi sociali e meno tasse.  Un tempo si diceva botte piena, moglie ubriaca. Insomma, fare la bella vita a spese di qualcun altro. Quella vita glamour,  che, i gilet  gialli  credono sia patrimonio di élite,  egoiste e stupide dedite alla sodomia e al vizio. Come del resto  è stato loro  inculcato  da movimenti, partiti,  mass media, sondaggisti  irresponsabili, o forse fin troppo responsabili   perché  al soldo di qualche potenza anti-occidentale e anti-europea. 
Invece, le cose  non stanno così. Questo è solo ciò che  si vuole far credere a una plebe post-moderna in overdose da servizi sociali e prigioniera dell'isteria da Social.  Prendere nota o appunto: a differenza delle classi dominanti  pre-1789,  le nostre élite,  soprattutto quelle economiche,  producono ricchezza  e  lavoro. Tutti i santi giorni.  Eppure, le si assimila artatamente  alla  decadente e improduttiva aristocrazia francese pre-rivoluzionaria.
Proprio perché si bevono  certe  certe stupidaggini,  i populisti  si   comportano  come  bambini viziati, vezzeggiati dai media e probabilmente, ripetiamo,  fomentati segretamente dall’esterno. Come dicevamo,  Macron però  tentenna.  Evidentemente,  non si  fida dell’Armée.
Due fatti,  per capire alcune differenze sociali di fondo. 
Il primo. Un’amica suora, mi riferiva che, tornata nelle  Filippine,  a distanza di dieci anni,  ha  trovato  un villaggio, prima  popolato di fantasmi, laceri e sporchi, ora  in pieno sviluppo,  grazie a una superiora delle suore locali,  capace di infondere  insieme al cristianesimo  un’etica del lavoro e dell’impresa.  I fantasmi con  camicie a brandelli, che vivevano in baracche, si sono tramutati in operai e mezzadri,  fieri della  nuova condizione.  Ora, abitano in casette pulite,  i figli vanno a scuola, coltivano, producono e vendono, anche  all’estero,  una specialità locale, brevettata,  para-farmaceutica, come diremmo noi.  E vogliono progredire. Non sedersi e aspettare  che scenda  la manna dal cielo.
Il secondo. Un amico italiano, che va e viene dalla Francia, mi raccontava che  in una località nei pressi del confine italiano, i gilet gialli locali  dopo avere occupato l’autostrada e distrutto la barriera per il pedaggio hanno  eretto baracche abusive, con barbecue  e  campo da bocce. Tra di  loro,  ci sono pensionati, ben pasciuti,  e  giovani  che  sognano  una vita in vacanza. Da pensionati, insomma. Passano il tempo giocando a carte e   alla rivoluzione: una volta a settimana, mettendo  a ferro e fuoco Parigi.

Traduzione:  da un lato,  abbiamo  un villaggio  filippino,  fiero di crescere, trasformarsi e integrarsi nell’economia mondiale. Dall’altro un pugno di scioperati, che vuole chiudersi in casa e  buttare la chiave.  I filippini lavorano, i francesi  giocano alle  bocce.
Alla fin fine, i bocciofili gialli (altro che gilet…), sono tigri di carta, capaci  solo  di incunearsi,  come sabato scorso, negli interstizi urbani  di una polizia, mal comandata e priva di ordini precisi, se non quello di non rispondere alle provocazioni. E si è visto come è finita.
Un consiglio a Macron, da un amico italiano: nessun tentennamento. Eviti di passare alla storia come l’ultimo imperatore liberale. La rivolta può essere ancora sedata, se serve soffocata e se proprio occorre schiacciata.   Punti sulle truppe più fidate, in senso figurato e letterale. E indaghi e  renda pubbliche, una volta individuate e provate, le  connivenze  tra  movimenti di protesta e  potenze straniere.  La Francia non deve cedere al populismo. Ad ogni costo.


Carlo Gambescia               

lunedì 3 dicembre 2018

Invidia e società
L’abito da sera  firmato di Virginia Raggi…

La prima  reazione, quella volgare,  tipo Social,  potrebbe essere  un feroce, “Ma come, “Sindaca” Raggi,  le borse di coccodrillo no, gli abiti da sera firmati, sì?” (*).
Ma sarebbe stupido e soprattutto inutile per capire quanto l’invidia sociale sia  diventa  argomento politico corrente. Anche perché,  tirare in ballo abiti e borse firmate per screditare politicamente l’avversario, significa innanzitutto essere  a corto di argomenti politici seri  e  credere, per intendersi, che l’abito faccia il monaco. 
E qui occorre una spiegazione preventiva. Esistono due tipi di invidia sociale.
La prima è  quella  generativa, che, ad esempio, spinge  l’operaio  volitivo a farsi capace imprenditore, il commesso sveglio a  mettersi in proprio, l’impiegato di ufficio dotato di volontà a progredire negli studi per diventare dirigente,eccetera, eccetera.
La seconda invece è pseudo-generativa, perché, come accennato, scambia l’abito con il monaco. Detto altrimenti: status e ruolo sociale  con la rappresentazione sociale dei medesimi. Una condizione che può essere rappresentata, da un abito, da un’automobile, da uno stile di vita,  eccetera, eccetera.
Ora però,  l’invidia pseudo-generativa  ha comunque una funzione sociale latente, perché stimola i consumi, indica  modelli  e stili culturali,   generando  una competizione, tra mediocri,  che pur non andando a influire direttamente sui processi di mobilità sociale,  crea un clima di ottimismo e perfino di euforia sociale che influisce sui livelli di crescita del sistema produttivo. E, come è noto,  più la “torta sociale”  cresce, più diventano forti gli stimoli alla mobilità tipica invece dell’invidia generativa.  In sintesi, l’una non può prescindere dall’altra.
Di conseguenza,  l'uso politico dell’invidia sociale  è un’arma a doppio taglio. Certo,  si usa nasconderla sotto  nomi fittizi ma evocativi:  le leggi suntuarie degli antichi; i pubblici falò savonaroliani delle vanità; il  maximum giacobino delle ricchezze;  il raccorciamento fascista  delle distanze;   le leggendarie  pensioni d’oro condannate dai  pentastellati.
In questo modo però,  per un verso si raccoglie il consenso politico  dei falliti, dei rinunciatari e dei mediocri,  mentre,  per l’altro,  si determina  il "grippaggio"  dei   meccanismi congiunti dell’invidia generativa e pseudo-generativa, che, in termini di combinato disposto, come abbiamo detto,  stimolano gli individui migliori e  dinamici. Il sale di ogni società. 
Virginia Raggi alla prima del Rigoletto   (1 dicembre 2018)

Ora,  se si tratta di una società immobile, per così dire pre-moderna, i danni sociali provocati dall’inaridimento delle due forme di invidia, sono limitati. Ma se  la società è mobile, come la moderna,  i danni sociali possono assumere il carattere dell’irreparabilità.
Inoltre, come di regola avviene, la verità sociale  si vendica sempre, soprattutto nelle società mobili. Dove, l’invidia pseudo-generativa, essendo   alla portata di tutti (e deve essere così), anche dei mediocri (quelli del vorrei ma non posso), continua a influire sulle relazioni sociali.  Fino a quando, ovviamente,  i livelli di reddito reggono, o meglio riescono a resistere,  grazie al ruolo determinante  dell’invidia  generativa nel moltiplicare ricchezza e mobilità sociale.        
Il che spiega, il contraddittorio atteggiamento politico dei moderni sostenitori, semplificando, degli ideali savonaroliani, come i pentastellati ad esempio. I quali,  pur condannando  l’invidia generativa, la più vitale,  restano prigionieri,  come tutti i mediocri,  dell’invidia pseudo-generativa, quella di coloro che credono che l’abito faccia il monaco.  O per essere più chiari,  coloro che reputano  che borsa di coccodrillo e  abito da sera firmato  facciano  una “Signora”.  E tra costoro, evidentemente, c'è  la “Sindaca” Raggi.  

Carlo Gambescia



domenica 2 dicembre 2018

Piccoli putiniani crescono
Guai in vista


I lettori ricorderanno  il nostro scandalizzato  editoriale su Dugin, ospite del celebratissimo programma di Lucia Annunziata (1).   Non era che  una specie di antipasto…  Perché  grandi manovre sono in corso   tra Saxa Rubra  e Viale Mazzini, dove un tempo giocavano i bambini, come cantava Renato Zero.  
Andrebbero perciò  approfondite  - per ora si tratta di voci -  le new entries  tra i commentatori  e collaboratori del Tg2, ora  diretto, da un cultore degli uomini forti, come Gennaro  Sangiuliano.  Perché  potremmo ritrovarci con  Bannon e soprattutto  Dugin (per non fare altri nomi)  in complottistiche prime serate da estrema destra, capaci di far apparire  addirittura come volteriane certe  uscite politiche  di  Casa Pound. 
Ma lo sguardo va proiettato anche fuori d'Italia.  Ad esempio, nella diretta in gallico di  “Russia Today”   sui gravi incidenti di  Parigi,  circolava la  versione che in Francia si protesta perché tutti i governi francesi dagli anni Settanta in poi avrebbero fallito l’obiettivo della piena occupazione. Capito? La piena occupazione, una cosetta così... (2).  Sottotesto: l’economia di mercato non funziona, guardate invece  quanto è bravo Putin…  Evitando, naturalmente, di ricordare i programmati  tagli alle pensioni dei cittadini post-sovietici, che però  vivono, come si viveva  a Matera negli anni Trenta. Altro che gli italiani di oggi, alle prese con l’obesità  o  i pasciuti  gilet  gialli francesi.
Per tornare a noi, le pagine italiane di Sputnik,  voce di Putin (tecnicamente o meno, si guardi alla Luna non al dito),  ci informano che “gli italiani sono stufi del solito mainstream antirusso” e che "la Russia e il mondo post sovietico sono una materia  tanto temuta quanto sconosciuta in Occidente” (3)
Insomma,  l’Italia,  che  ha  visto nascere giganti come Wolf Giusti ed  Ettore Lo Gatto per ricordare solo due tra i tantissimi emeriti slavisti,  dovrebbe tornare a scuola?  Bah…
A dire queste cose  è  l’editore Sandro Teti,  intervistato da  Sputnik:  erede al trono di una illustre casata di editori filosovietici, oggi, come pare,  filorussi.  E forse punta di diamante dello schieramento editoriale e  culturale, prossimo venturo,  dei putiniani italiani.  E infatti, quando si dice il caso, Teti  ha pubblicato proprio un libro sulla "russofobia" (4), autore un giornalista e politico conservatore  svizzero, sembra  con cittadinanza russa.  
Esageriamo? Talvolta a pensar male…  Basta  andare sul  catalogo (5)  per scoprire  tra direttori di collana,  prefatori, postfatori, curatori,  di libri  pubblicati a Mosca e dintorni, i più bei nomi dell’anti-americanismo italiano: da  Cardini a Chiesa e Canfora.  Si veda per tutti  Attacco all’Ucraina,  volume collettaneo, dove spiccano i soliti noti dell’anti-occidentalismo, che sulla questione, pur tra distinguo e sfumature, riciclano la versione più favorevole ai russi (6). 
Ovviamente, a differenza della Russia,  in Europa e Occidente, si può pubblicare e scrivere di bip bip (  "tutto",  per evitare accuse di russofobia, di questi tempi...).  Anche,  bip bip ( "contro").   Quindi buon lavoro a Sandro Teti, per carità. 
Però, dal momento che il confine tra cultura e propaganda può essere sottile,  è bene che  i lettori siano informati di quel che sta accadendo.  E soprattutto delle possibili conseguenze politiche.  Si pensi, ad esempio,  ai viaggi di Conte e, ancora prima, di Salvini e collaboratori  a Mosca,  nonché, come accennavamo, della svolta  sovranista  Rai.
I piccoli  putiniani italiani  stanno crescendo.   E potrebbero essere dolori.  Anzi,  bip bip...

Carlo Gambescia


(2)   https://www.youtube.com/watch?v=5vcAv8u-RMs  . In particolare da 7:14. 
  
                              


sabato 1 dicembre 2018

La riflessione
I frutti velenosi  della Cultura Social



Oggi  vorremmo offrire ai lettori una  riflessione  sulla qualità, scarsa  o nulla,  del dibattito politico italiano (non solo italiano, ovviamente).  E sulle sue cause politico-culturali. Ma anche sulle conseguenze politiche.  Niente di approfondito, solo alcuni spunti.
Una premessa. In Italia è andata al potere la prima classe politica, stando anche  alle indagini in argomento, interamente proveniente dalla Cultura dei Social. Il che vale soprattutto per il Movimento Cinque Stelle. Stiamo assistendo a un esperimento.
Che cos’è la Cultura Social? Innanzitutto si tratta di una  cultura che si nutre esclusivamente dei  “prodotti” della Rete, e di tutto ciò che la Rete, indica come alternativo, alla cultura ufficiale, quella massmediatica dei giornali tradizionali, delle reti televisive, della scuola, dell’università, della cultura d’impresa, delle istituzioni sovranazionali, come quelle europee,  dei gruppi di pressione come il sindacato, nonché, contrastandola con fuoco alzo zero, della cultura veicolata dai partiti politici istituzionali, tutti: dalla destra alla sinistra.     
Ovviamente, tra i  “prodotti culturali” delle Rete, già visti di per sé come alternativa al sapere istituzionale,  sono privilegiati, secondo la logica scalare dell’estremismo del neofita, quelli alternativi tra gli alternativi. Approccio, che si è tradotto, una volta al potere, ad esempio, nell’appoggio ufficiale o semiufficiale ai NoVax.
Pertanto,  parliamo di una classe politica, ora di governo, che non solo odia la scienza, ma detesta  la democrazia rappresentativa, l'Unione Europea,  la stampa, i partiti  e i  sindacati:  tutto quello, che per anni, almeno quindici-venti, si è sistematicamente scomunicato sui Social, usando un linguaggio violentissimo,   nei vari forum, blog, eccetera, eccetera.  
Che tipo di preparazione può avere un uomo  politico formatosi in un clima del genere? A dir poco approssimativa e all’insegna di una visione manichea, resa ancora più miope dal culto del virtuismo politico.
Il problema italiano, tornando sulla questione del dibattito, delle cause e conseguenze,  è che il mondo istituzionale (preso nel suo complesso), al  quale la cultura dei Social si oppone da sempre,  si è presto adeguato, scendendo purtroppo  sul suo  stesso  terreno,  adottando  l' identico linguaggio, in termini concettuali e verbali. Sicché,  le principali voci dell’agenda politica, grosso modo dalla caduta del Governo Berlusconi, nel 2011,  sono  state imposte e fissate dalla Cultura Social,  determinando, come i progressivi  risultati elettorali  provano, il trionfo del Movimento Cinque Stelle.
Nel corso di questi anni si è totalmente rovesciata  la logica politica repubblicana, liberale ed europeista  Ad esempio,  il virtuoso processo di risanamento dell’economia  italiana è stato presentato come il  trionfo del male, ignorando  cifre che invece  indicavamo il contrario, come del resto prova quel  che sta accadendo in questi giorni a proposito del crollo del Pil (notizia di ieri).  Praticamente,  è passata la demonizzazione di Monti, Letta e Renzi. Alla quale gli elettori hanno creduto, premiando il Movimento Cinque Stelle.
Ora però, la Cultura Social, una volta al governo,  sta mostrando tutta la sua inconsistenza a fronte della più solida cultura di estrema destra,  rappresentata dalla Lega, con la quale divide il governo, partito che ha usato e usa  i Social per veicolare idee fascistoidi, più strutturate:  perché,  piaccia o meno (e a noi non piace), queste idee dominarono, organizzandosi, nell’Italia nel Ventennio per poi attraversare,  come il più classico dei fiumi carsici, l’Italia repubblicana, liberale ed  europeista, incautamente vezzeggiate  da  Berlusconi e  infine astutamente  recepite  da  Salvini.
In  sintesi, la Cultura Social ha quasi  distrutto un quadro istituzionale di tipo  liberale ed europeista, conquistando l’elettorato alla sua causa, elettorato che però ora rischia di essere consegnato alla cultura  più strutturata del fascistoide Salvini. Che potrebbe completare l’opera di devastazione della democrazia liberale  italiana ed europea.  Se ci si passa la battuta (o quasi), poco sociologica e d'antan:  i  Social, celebrati dai pentastellati  hanno scavato quel  solco con la democrazia liberale, che i neofascisti salviniani,  più organizzati, ora difendono e intendono allargare.
Dicevamo all’inizio della scarsa o nulla qualità del dibattito politico italiano. Un solo esempio: sulla stampa  si evidenziano i conflitti pseudo-politici tra Di Maio e Salvini, senza affondare mai la lama politologica sull’incompatibilità dei dioscuri del populismo sovranista con un quadro liberale ed europeista.  Non si capisce, insomma,  che in Italia è in corso un esperimento politico di assoluta gravità.  Ecco, semplificando al massimo, i frutti  velenosi della Cultura Social.
E che si fa invece?  Si continua ovunque a cantare (non solo sui giornali)  il ritornello  del dura o non dura (il governo), senza capire che la scelta non è tra una destra normale e una sinistra normale, ma tra il nullismo culturale social e lo strutturalismo  fascistoide.
Insomma, tra due forze arcinemiche delle democrazia liberale.  
Carlo Gambescia