mercoledì 11 luglio 2018

L’audizione di Paolo Savona
Una mina vagante…




La diciamo subito fuori dai denti. Il professor Paolo  Savona se la tira:  si ritiene il  più furbo del quartierino Banca d’Italia. Perché da lì proviene. 
Savona,  come tutti coloro  che,  pur essendo giunti al top  hanno  ottenuto molto meno di quel che desideravano,  ora che  un pugno di stupidelli  razzisti  gli ha dato una pistola,  finalmente non  a tappi, vuole saldare i conti.   Come il Conte d Montecristo  si vuole  vendicare di un Draghi, molto più giovane di lui,  che però è arrivato dove è arrivato;   di un Visco  meno intelligente e colto, sempre di  lui, che però  non schioda dalla Banca d’Italia, eccetera, eccetera.  E, dulcis in fundo, Savona  ce l'ha a morte con  un’Europa, che strutturalmente -  parliamo del giro degli economisti di Bruxelles -  non se lo è mai filato. Insomma,  zero tituli:  nessun  "ueincarico"  prestigioso. 
Di qui il suo rancore, che nasconde,  da furbetto del quartierino (sempre dalla "sagrestia" della Banca d'Italia proviene...),  evocando la necessità di  più integrazione bla bla bla,  ma  solo per distruggere quel poco di integrazione che l’UE ha  faticosamente  costruito.  A cominciare dalla moneta unica, che  Savona vuole affossare, proponendo però (non sia mai...)  una specie di supermoneta, nel senso dei poteri sul cambio e in ultima istanza, di cui ieri ha parlato, pretescamente,   nell’audizione  davanti alle Commissioni di Camera e Senato.           
Savona gioca al rialzo, finge di essere pro-Europa, un’Europa del Futuro, perfetta,  per sfasciare, quel poco che c’è, sicuramente imperfetto, ma che esiste.
Al di là di queste prese in giro eurostellari,  da far andare a nozze uno  storico come Svetonio ( e anche Mel Brooks), dell’audizione di ieri  colpisce un passaggio, diciamo tecnico. Citiamo da Huffington Post:

«Poi avverte il problema non è "se attuare o meno le promesse" fatte all'elettorato, "cosa indispensabile", ma piuttosto "quali siano i modi, e tra questi i tempi" in cui farlo, senza fretta di far crescere la spesa corrente. "La politica è la seguente- suggerisce Savona - rilanciare gli investimenti in misura tale da avere una crescita del Pil che consenta di diminuire il rapporto debito pubblico-Pil, sincronizzando il ritmo di spesa corrente necessaria per l'attuazione dei provvedimenti indicati al ritmo con cui cresce il gettito fiscale".»

Savona nasce econometrista (e io "lo nacqui" direbbe Totò...), quindi crede, come un Bagnai qualsiasi, nella possibilità di prevedere e  governare politicamente i macro-fattori della produzione.  Perciò dà  per scontato che il nesso tra investimenti pubblici e crescita del Pil sia prettamente causale: si mette una monetina, pubblica, si spinge un bottone, privato e pubblico,   e il Pil cresce.   In realtà, si tratta semplicemente - regoletta che vale per  tutta la "scienza"  econometrica -   di scelte di scenario, sulla base di fattori condizionali, che quindi mutano continuamente.  Servirebbero invece  scenari infiniti pari a scelte infinite... Il che non è umanamente possibile  se non al prezzo o  di astrazioni algebriche (quindi pura teoria),  o  di riduzionismo  operativo (quindi  pura pratica).  Diciamo che l'econometrica è una non scienza sospesa tra teoria e pratica. Un nulla strutturato.   
Per contro,   Savona  parla addirittura  di  cose miracolose come la  sincronizzazione del ritmo della spesa corrente con quello del gettito fiscale.  Roba da madonnine che piangono...  Chi  va a parlare  con i sindacati? Lui?  Basta un nulla,  una Camusso che abbia dormito male ad esempio,   e le  cifre  programmate vanno a farsi friggere… Per non parlare del sonno, quasi  sempre inquieto, dei   vari  microsindacati, ad esempio quelli del pubblico impiego.  Certo, a causa degli investimenti,  il Pil può crescere,  ma solo quello nominale, a prezzi correnti.   Chiamalo se vuoi,  gioco delle tre carte.

Riassumendo,  Paolo Savona rappresenta un mix di rancore (personale)  e di  saccenza (econometrica), una miscela esplosiva  che fa veramente paura.   Una mina vagante, per farla breve. 
A dire il vero però,  il professor  Savona  una cosa buona nella sua carriera  l’ha fatta.  Quando negli anni Ottanta del secolo scorso  era  Presidente del Credito Industriale Sardo  favorì   la pubblicazione  della gigantesca ed eccellente Storia del pensiero economico italiano di Oscar Nuccio, economista scomodo, di intelligenza e cultura straordinarie, (uno scandalo accademico, morì professore associato a stento), caro amico di Savona, che in quell’occasione si comportò con un vero mecenate rinascimentale (*). 
E di questo gli siamo ancora grati.   Solo di questo però. 
Carlo Gambescia 


martedì 10 luglio 2018

Guerra, una storia


Ricordavo,  di Piero Visani, storico militare e giornalista, alcuni  densi  articoli su “Linea”,   dedicati  al tema  del suo ultimo libro, Storia della guerra dall’antichità al Novecento (Oaks Editrice, 2018, pp. 190. euro 18,00). All’epoca,  affascinato dal sapere di Visani,  pregustavo il piacere di veder riunito e sviluppato in volume  un materiale così interessante.  E così è stato.
Ho tra le mani il primo di due tomi, il secondo sarà dedicato alle  Guerre Mondiali e alla movimentazione politica e bellica indotta.
Diciamo subito che lo stile è eccellente. Il che non sempre è scontato, dal momento che scrivere di storia è una cosa, scrivere bene un’altra.  Visani ha stile nitido e coinvolgente.
Quanto ai contenuti, va subito sottolineato (non è una critica) che la distribuzione della materia è alquanto diseguale:  poco  meno  di quaranta pagine su  poco più di centosessanta (di testo) sono dedicate all' antichità e al medioevo; all' età moderna una quarantina,  mentre al solo Ottocento sessanta pagine. Per inciso, densissima  e accurata la bibliografia ( venticinque pagine).
A dire il vero, la  particolare  scelta distributiva risale a Visani. Insomma,  è  intenzionale:  "Si tratta -  scrive -  di un libro assai sintetico, che cerca di evidenziare gli aspetti che sono apparsi di maggior rilievo all'autore, che talvolta mescolo deliberatamente la trattazione storica con riferimenti ed esperienze di carattere personale" (p. 9). Ciò significa che  Modernità e Otto-Novecento sono  giudicati dal punto di vista della teoria e pratica militari  il top del top. Visione, storicamente evolutiva, che sarebbe piaciuta anche a un pacifista e progressista (ante litteram)  come il marchese di Condorcet.
Effettivamente,   Visani non perde un colpo.  L’essenziale c’è tutto. Certo, su  Atene e  la sua flotta si sorvola. Stesso discorso per Roma, che rubò l’arte ai Cartaginesi, facendo di necessità virtù. Di Bisanzio forse si poteva ricordare, al di là della questione generale (ben posta comunque), di  come,  mescolando sapientemente,  sapere militare e arti diplomatiche,  svuotò il potenziale imperialistico delle  Crociate,  almeno fino alla Quarta. Steven Runciman (tra l'altro citato) ne parla diffusamente, con decorosa invidia britannica.  
Ottimo il capitolo sugli Arabi, dove ben si coglie il cambiamento di prospettiva in direzione della guerra religiosa (ma molto  ideologica, nel senso dell'avversione, di principio,  per l' altro da sé). Non da meno quelli  sui Condottieri ( figure di solito sottovalutate  nelle storie in argomento, non però negli studi di Piero Pieri,  storico con il quale, crediamo, Visani si sia laureato) e sul Tercio (la grande fanteria spagnola,  per eccellenza) . Visani  coglie  molto  bene  anche il significato storico e militare della Guerra dei Trent’anni,  nel senso  di una   post-secolarizzazione dei conflitti,  il che non significa che le guerre, dopo la pace di Westfalia,   si tramutarono  in scambi di affettuosità. In effetti, ci fu un calo della tensione bellica, nonostante Luigi XIV e i suoi teorici della pre- LineaMaginot.  E  nel secolo successivo, la Prussia di Federico il Grande ne approfittò per armarsi fino ai denti.
Si potrebbe parlare per il Settecento di una decrescita quasi felice, dei mezzi e risorse (di ogni tipo), in ambito militare,  andata poi perduta con la Rivoluzione francese  e l’arrivo di Napoleone, massimo  teorico dell’offensivismo e degli  attacchi di massa per colonne:  nemico insomma  di quel  difensivismo settecentesco, per alcuni quasi un grazioso minuetto,  teso  a risparmiare uomini, mezzi e popolazioni. Offensivismo che invece, alla lunga, perderà Napoleone, inceneritore di combustibile  umano,  come avviene  regolarmente al tavolo del poker, quando le risorse economiche non sono infinite.
Al dualismo, da manuale,  tra guerra di offesa e difesa,  che va  al di là dei ghirigori morali su guerra giusta e ingiusta,  un dualismo, ma dimenticarlo, che  ha solcato concettualmente la storia della guerra,  Visani dedica, qui e là, pagine interessanti.  Si tratta di una questione  aperta, oggi resa ancora più complicata  dalla tecnologia.  Meglio difendersi o attaccare per primi?   Visani, da acuto storico (belle le annotazioni sugli antichi romani del vis pacem  para bellum) risponderebbe che attaccare per primi è ottima cosa, ma che per farlo, semplificando, si deve essere primi -  o quanto meno ci si deve sentire tali -  anche nella vita, per così dire.  Si chiama consapevolezza dei propri valori. E volontà di lottare per essi. Per inciso,  l'Occidente è avvisato. Ovviamente, il consiglio è mio: perché Visani - pur nell'equidistanza, peraltro ammirevole dello storico -  si metterebbe a ballare la rumba  in caso di spengleriana caduta.    
Battute a parte, sproporzionato,  per l'economia del volume, anche cognitiva,  sembra invece lo spazio concesso alle tre  guerre del Risorgimento italiano , tra l’altro lungo le linee di una storiografia revisionista, per citare da Maturi  (nel senso della linea Cattaneo-Spellanzon-Pieri), non proprio amichevole verso Cavour, moderati e diadochi della Destra storica.  Un revisionismo (per carità, da palati sottili, nulla a che vedere con la canea postborbonica di oggi), poi sposato anche da Gramsci e dalla storiografia fascista, non però strettamente volpiana: un revisionismo, ripetiamo, anche da socialismo tricolore,  che piaceva a Giano Accame, ad esempio.  E che  cercava l' isola della "guerra di popolo"  (di contro, la "guerra regia") che non c’era e non poteva esserci…  Crediamo, che di ciò, Visani, che conosce i vizi e virtù  di Clio,  sia perfettamente consapevole.
Nella media, per così dire,  i capitoli dedicati alla Guerra di Crimea e alla Guerra Franco-Prussiana. Del primo,  si segnala, ottimamente colto,  il nascente contrasto tra quello che poi ai giorni nostri  sarà definito giornalismo embedded  e non embedded.  Di Napoleone III,   invece Visani ricorda l'attenzione verso la tecnologia militare, ma anche l'ingenuità nel  fidarsi troppo o troppo poco dei suoi generali.  E probabilmente pure del nemico Bismarck.      
Piero Visani
Eccellenti i capitoli dedicati  alla guerra navale nel Settecento-Ottocento (il che fa ancor di più rimpiangere la diseguale trattazione per l’antichità) e alla Guerra di Secessione americana:  quest'ultimo,  un vero  gioiellino storiografico, per conoscenza delle questioni e obiettività. Del resto,  molto originale anche il capitolo dedicato alle  Guerre coloniali, argomento di solito non sufficientemente sviluppato dalla trattatistica standard ( tra l’altro, già anticipato, alcuni capitoli prima,  nell’analisi della Guerra d’Indipendenza americana).  Visani coglie molto bene la natura anticipatoria degli eventi, sia sul piano dei sistemi di arma, sia su quello del cittadino soldato politico, sia su quello della guerra, che oggi definiamo asimmetrica: per bande,  guerriglia  e soprattutto terroristica. Ma  individua anche, con l'occhio allenato dello storico, quel misoneismo, che spesso caratterizza i contemporanei.  Come ad esempio allora avvenne a proposito della mitragliatrice, del trinceramento e dei campi di concentramento per le popolazioni civili riottose.  Con la Prima Guerra Mondiale, alle cui soglie il libro si chiude, tutto andrà a posto.  Per così dire, la dissonanza  cognitiva  si  ricomporrà. Sul campo.
Della  "Grande  Guerra", frutto di profonde istanze talassocratiche,  Visani si occuperà, come anticipato,  nel secondo volume.   In qualche misura (questa però è mia), la storia della guerra sembra procedere, lungo i millenni,  da un mare all’altro, dall’Egeo all’Atlantico, dall'Atlantico al Pacifico e poi di nuovo indietro, fino  al Mediterraneo orientale, dove l'atmosfera,  proprio di questi tempi,  sembra essersi nuovamente arroventata.    
Nel Novecento, tuttavia,  lo sguardo dei popoli,  inquieto,  si  volgerà verso  cielo.   Sia nel senso dei sistemi d’arma, sia in  quello  delle fedi, politiche e religiose. Perché  sarà guerra totale.  Di acqua, terra e soprattutto aria.  A Piero  Visani,   il compito di spiegarci, nel secondo volume, come e perché. Ad  maiora!    
Carlo Gambescia

                                      

lunedì 9 luglio 2018

Premio Strega.  La vittoria di Helena Janeczek
La solita pappetta conformista sulla guerra civile spagnola



Sapete come ha titolato “Repubblica”, il giornale più letto dalle prof col cerchietto? “ Premio Strega. Dopo quindici anni la vittoria è donna”. Come se, magari da sempre, il problema dei problemi fosse questo, da tradurre nel risultato di una  partita di calcio:   Donne 1 - Uomini 0. 
Insomma, uomini contro donne. Chi vince? Chi Perde?  Proviamo, almeno per una volta,  ad essere seri?
Il  romanzo   di Helena Janeczek,  La ragazza con la leica, che racconta la storia di Gerda Taro, prima fotogiornalista   morta  in guerra  e  compagna di un’altra icona  Rober Capa,  è la  solita pappetta di sinistra, pure fredda,  sulla guerra civile spagnola, in chiave di primavera anarchica.  Non per niente la storia si dipana dalla mitica Barcellona, dove gli anarchici, prima che i compagni di  merende comunisti, li passassero a fil di spada uno per uno, fucilavano chiunque avesse natali borghesi: donne, uomini,  militari, preti, suore, e così via.  Insomma, il solito mitema scassapalle (pardon) della rivoluzione tradita,  che risale  alle  disavventure  del compagno Trotsky.
C’è invece un romanzo che andrebbe letto, altro che la minestrina della  Janeczek:  il grande ciclo  in più volumi di José María Gironella sulla guerra civile e dopo. Ricordiamo solo il titolo, famosissimo, del primo dei tre (poi quattro) tomi, Los cipreses creen en Dios . Tradotto  dalla Longanesi, casa editrice di destra ( o quasi),  negli anni Cinquanta, con veste editoriale, che ridicolmente si ispirava alle corride. Evidentemente,  per confondere le acque e non incorrere nella scomunica della sinistra. Sempre coraggiosi i postfascisti…  
Gironella invece di coraggio, ne aveva da vendere.  Scrittore sensibile, fisionomia intellettuale da studioso e ricercatore, ma uomo difficile,  umbratile, pieno di conflitti interiori, che   non poteva non farsi nemici,  a destra e sinistra.   Del resto  il suo romanzo non faceva sconti. Chi scrive ha  imparato di più sull'humus della guerra civile spagnola nelle sue pagine, che leggendo, come pure è stato,  numerosi libri di storia. 
Gironella va a fondo, scava nel destino dei personaggi,  ma anche nei determinismi sociali, dell'una e dell'altra parte.  Talvolta con ironia, perfino umorismo,  ma sempre con rispetto per i protagonisti ( e non sono pochi) di quel che era e rimane una dramma collettivo: una tragedia greca in pieno Ventesimo Secolo. Altro che le primavere anarchiche e il femminismo con l'autoscatto...
Gironella osserva, soffre, descrive,  usando però uno stile semplice, mai sciatto, che giunge a tutti.  Tra l’altro  nel romanzo lo scrittore tratteggia, da vero incisore di anime, due figure di inviati filorepubblicani, giornalisti e fotografi, tra i quali  una donna, che potrebbe ricordare Gerda Taro: soave e manichea. 
Gironella,  scomparso ottantenne nel 2003,  che pure viaggiò in Italia, ma poco tradotto del resto, non vinse neppure la Palmetta di Civitella...  Ignorato dagli uomini e dalla storia. Di sinistra. E pure di destra, per grassa ignoranza.
Il punto critico  è che in Italia,  Gironella  non piaceva a quella stessa intellighenzia di sinistra, prigioniera della menzogna à la carte: comunista coi comunisti,  anarchica con gli anarchici, sessantottina coi sessantottini, femminista con le femministe. Occhiuta, dolente e paracula (pardon). Che  però  ha sempre dettato legge nei premi letterari, a cominciare dallo Strega. Che schifo. 

Carlo Gambescia                              

  

domenica 8 luglio 2018

Populismi. Quando si tocca il fondo 
Schiaffoni, non guardaroba e rolex




Prima il fatto, per così  dire…

«Sui social Salvini attacca il giornalista Gad Lerner che si fa fotografare vestito di rosso. “Maglietta rossa e rolex, fantastico”, tuona Salvini. “Tranquillo, costa sicuramente meno dei suoi numerosi cambi d’abito quotidiani - rassicura Lerner -. Il mio è un vecchio Rolex d’acciaio comprato nel 1992 grazie ai primi guadagni televisivi.» 


Ecco  a cosa  è ridotto il discorso pubblico in Italia. Difendi gli immigrati? Venditi il rolex e ospitali a casa tua.  Non li difendi? Li vuoi buttare a mare?   E allora  indossa la maglietta rossa che le mamme dei barconi  mettono ai bambini per renderli visibili ai soccorritori. Tipo campagna Benetton.
Sia come sia,  questo, ormai,  è il livello standard  delle polemiche politiche, a destra e sinistra.  Si chiama populismo. Secondo  la vulgata, diffusa non solo sui i Social, i politici devono vivere in capanne, nutrirsi di bacche, imboccare poveri e  malati. 
È ovvio che in una società complessa, ricca, libera, concorrenziale,  tutto ciò sia impossibile. Però, ecco la grande menzogna populista, si deve  credere che tutto ciò sia ammissibile e praticabile.  
Naturalmente,  si tratta di una rappresentazione, alla quale in realtà non crede nessuno, soprattutto  gli stessi Social, dove invece, a destra come a sinistra,  la cultura del "difendere gli ultimi" è di gran moda.   Però,  la  si usa  come un’arma appuntita  per  colpire l’avversario: c'è sempre qualcuno che è più povero di te; c'è chi difende gli italiani, chi i clandestini, chi va a Porta Pia, chi ama la zia, chi prende il Sessanta, e così via...  
Del resto un orologio e  un abito  di lusso sono qualcosa di intuitivo,  giungono a tutti, non c’è bisogno di applicarsi:  siamo al livello zero della contraddizione, infantile: “Tu hai una trombetta, io no”, “Tu hai due orsacchiotti io ne ho uno”, e così via. Dunque sul piano propagandistico si tratta di un mezzo efficacissimo, il tasso di comprensione  è quello di un bambino di sei anni.
Purtroppo, sembra non esserci  rimedio.  Il populismo è una forma di infantilismo politico.  Si dirà,  l’infanzia è una fase della vita, si cresce, si matura, quindi si può cambiare. Giusto. Se non che  tra la politica e l’età dell’uomo le somiglianze non sono di tipo evolutivo, ma strutturale,  nel senso che l’infantilismo, è una costante metapolitica.  Insomma,  non qualcosa che  ci si lascia dietro le spalle come potrebbe essere l’infanzia, ma che  si riaffaccia ciclicamente, in genere nelle fasi di crisi, quando le classi dirigenti, fanno un passo indietro, rifiutando le proprie responsabilità, per caricarle, vigliaccamente,  sulle spalle di un   popolo, che in realtà,  oltre il puro e semplice voto -  se si vuole , un sì o un no -  non è in grado andare. Si chiama demagogia politica.         
Nel disorientamento generale, finiscono così per prevalere le risposte più facili, per l’appunto infantili, demagogiche.  Quindi per contrastare il populismo  serve una classe politica dirigente (non solo politica, dunque), composta di uomini maturi  (per restare in metafora), in grado di opporsi, in primo luogo,  alla semplificazione del messaggio e, in secondo luogo,  capaci di prendere quelle decisioni che un popolo bambino non è assolutamente in grado di prendere, soprattutto se viziato dai maestri della demagogia.
Si dirà,  ma come, il liberalismo moderno si è sviluppato intorno alla critica del “padre politico”, per esaltare quella del figlio maturo che va per la propria strada? E ora ci si dice, che i padri, devono tenere in pugno i figli? Come la peggiore forma di tradizionalismo sociale?
Touché.  Però se si vuole salvare il liberalismo, come impongono le leggi della metapolitica, a partire da quelle amico-nemico, leggi o costanti che vanno oltre le ideologie e le forme di regime, l’infantilismo politico populista va schiacciato.   E con ogni mezzo, prima che sia troppo tardi.
Nell’antica Roma, nelle fasi critiche, soprattutto di grave pericolo esterno ( e cosa c’è di più  lontano dal liberalismo aristocratico, della demagogia populista?), veniva nominato un dittatore che restava in carica sei mesi. Per poi ritornare tutti, una volta superato il pericolo, alla  normalità. Roma repubblicana, non era una liberal-democrazia, però, come spiegano gli storici, a cominciare da Polibio, era un sistema misto, come le moderne costituzioni liberali,  che in qualche modo  si reggeva sui  pesi e contrappesi  del senato aristocratico, delle assemblee popolari,  e del potere a rotazione dei consoli e in caso di necessità sui poteri assoluti  di un dittatore pro tempore.  Carica che, con Cesare, ma dopo un lungo periodo (secolare) di sommovimenti e disastri politico-sociali, si trasformerà  in carica perpetua.  Ma si tratta di un’altra storia. 
Il problema di fondo è quello di anticipare il nemico politico, schiacciarlo prima che divenga troppo forte. E che, come capita,  si diventi come lui.  
Probabilmente, siamo già in quest’ultima fase.  Quindi potrebbe essere difficilissimo intervenire: trovare un dittatore liberale.  Come dicevamo,  destra e sinistra sono  ormai così assuefatte al discorso pubblico populista, che discutere di orologi e abiti sembra essere la cosa più normale del mondo, pur sapendo il populista  in cuor suo,  che al posto di  Salvini  e  Gad Lerner si comporterebbe nello stesso modo.  Ecco il lato menzognero del populismo, corrotto da invidie infantili. 
Insomma, il populista, come ogni  bambino egoista, decide lui chi far giocare con il proprio pallone. Salvo che  un padre cosciente dei propri doveri, finalmente,  non decida  di  prenderlo  a schiaffoni, ordinando di far giocare tutti.   Schiaffoni,  non  guardaroba, rolex e altre leziosaggini  infantili...    

Carlo Gambescia




sabato 7 luglio 2018

Lo scontro Salvini-Boeri sulle pensioni?
Bolle d'aria in brutto stile





C’erano una volta i patti agrari…
Come è cambiata la società italiana. E in meglio. Nessuno sembra però ricordarsene. In sintesi: dai contadini scalzi e  affamati ai pensionati ben pettinati che santificano le grigliate.
Se una volta,  ancora negli anni Cinquanta,  i governi  cadevano sui “patti agrari”,   oggi  rischiano   di cadere sulle pensioni. Però,  il bello (o il brutto)  è che tutto il dibattito italiano sulle pensioni è viziato da alcuni sofismi,  da ragionamenti cavillosi e falsi (anche se apparentemente coerenti),  che non viziavano la vicenda della  regolamentazione dei rapporti  tra impresa agricola e manodopera, in particolare di quelle  forme antichissime di relazione economica come  la colonia parziaria.
Sostanzialmente si ragionava, e in modo razionale,  di margini  da rosicchiare. La torta era quel che era.  Dopo di che la riforma agraria, lo sviluppo economico, l’apertura dei mercati mondiali, il cambiamento dei costumi,  insomma il progresso sociale, resero le campagne socialmente innocue. E fu meglio così.  

Polemiche inutili
Sulle pensioni invece siamo dinanzi  all’ inarrestabile portato di quelle stesse  trasformazioni  sociali ed economiche che modificarono  radicalmente la struttura lavorativa della società italiana,  svuotando giustamente  le campagne e riempiendo fabbriche e uffici. Qualcosa, che però, nel senso delle conseguenze delle conseguenze, è ancora in corso. Qualcosa  da affrontare subito con mezzi adeguati e argomentazioni coerenti.
Invece,  si pensi solo  alla polemica tra Salvini e Boeri,   si discute, praticamente,  del  nulla: bolle d'aria in brutto stile...  Perché, in nome dello stesso giustizialismo sociale che ormai attraversa tutti gli schieramenti  politici, si continua a dare erroneamente  per scontato che l’unica base possibile di un sistema pensionistico  sia quella a ripartizione (ci riferiamo al sistema generale, non per così dire  al calcolo individuale delle pensioni, che può essere contributivo  e retributivo, punto sul quale torneremo più avanti). 

Lo schema a ripartizione
Lo schema a ripartizione, che è quello, a grandissime linee,  ancora in funzione (soprattutto come mentalità),  implica  che  le pensioni erogate siano  pagate con i contributi di chi è in servizio.  In buona sostanza l’onere pensionistico è ripartito sui lavoratori correnti. Il tutto si regge, su un patto esplicito o meno di solidarietà  tra generazioni. Insomma, il meccanismo  impone un elevato altruismo e un senso comunitario, a dir poco eroico.  E spieghiamo perché.
Sociologicamente parlando,  si regge  su  un contratto esplicito o implicito tra generazioni diverse di lavoratori (quindi assai differenti per  mentalità, atteggiamenti, comportamenti),  per mezzo del quale, le  pensioni, per dirla in sociologhese,  degli attuali  attivi (che in tal modo nulla devono accantonare per il loro ciclo vitale inattivo) saranno pagate da chi lavorerà in futuro.
Insomma, si investe  sulla solidarietà intergenerazionale, verso gli altri.

Lo schema a capitalizzazione
Ma esiste anche un altro schema, assai diffuso nel mondo anglo-americano, quello a capitalizzazione (ripetiamo, non si parla per ora del calcolo individuale),  che consiste nella modalità per cui  le risorse per il pagamento delle pensioni provengono dalla capitalizzazione, operata da un gestore, dei contributi versati   dai lavoratori e dalle imprese.  Nel sistema a capitalizzazione, i contributi versati sono investiti dal gestore in un fondo a rischio più o meno calcolato, secondo lo schema della capitalizzazione composta. Al momento del pensionamento, il lavoratore ritira il proprio montante contributivo, cioè quanto versato sino alla quiescenza, maggiorato degli interessi maturati usufruendone in un’unica soluzione o sotto forma di rendita vitalizia.  Resta  più che evidente, sociologicamente parlando, che il sistema a capitalizzazione, esclude qualsiasi  patto esplicito o  meno tra generazioni. Non rinvia ad alcun altruismo coattivo,  né comandamento  comunitario,  come del resto, cosa fondamentale,   all'  accrescimento, via  deficit spending, della base lavorativa.  Siamo, insomma, agli antipodi, del mito sindacale della piena occupazione.
Insomma, si investe, sulla solidarietà generazionale, verso se stessi.


Chi di ripartizione ferisce…
In qualche misura, se il sistema a ripartizione,  è costretto a pagare il prezzo degli alti e bassi del ciclo economico (nei prezzi, materie prime, costo e quantità del lavoro, eccetera, eccetera), quello a capitalizzazione li asseconda,  traendone il meglio nei termini di investimenti   del  portafoglio titoli.
Sembra la scoperta dell’acqua calda…  Eppure in Italia, dove si è tentato con le riforme, soprattutto  tra il 1995 e il 2007, di affiancare nel privato (parliamo sempre delle modalità generali), alla modalità a ripartizione quella a capitalizzazione, i cosiddetti fondi pensione, tutto si è risolto in una bolla di sapone: i  vettori del meccanismo a capitalizzazione  non sono mai partiti.  Si è sparato a salve. 
Ecco perché, come dicevamo all’inizio, Salvini e Boeri discutono del  nulla:  il sistema a ripartizione  - e Boeri da tecnico dovrebbe conoscere gli enormi  vantaggi  di quello a capitalizzazione, e invece tace - impone   quote crescenti   di lavoratori  attivi e correnti, che poi siano  bianchi, neri, gialli, eccetera,  è questione politica non economica. O comunque del tasso di razzismo condiviso o meno. Inoltre, quel che è più grave,  è che il  "cargo cult  ripartizione"   si nutre della  credenza mitica  in  un ciclo economico, cosa praticamente impossibile, in perenne rialzo (insomma, contraddistinto solo dagli  alti..). Per contro,  l’economia, tecnicamente parlando (come scienza),  imporrebbe  - e di corsa -  il passaggio integrale al metodo a capitalizzazione,  il solo in grado  di assecondare,  tramite i  fondi di investimento,  gli alti e bassi del ciclo economico e di "spalmarli" sul portafoglio titoli dei futuri percettori di pensioni.
E se qualche fondo dovesse comportarsi in modo disonesto? Esistono le leggi penali.  Il sacrificio di alcuni, favorisce molti altri. Il rischio vale la candela: per ora, piaccia o meno, il bilancio della libertà economica  risulta  positivo.       

 Danno su danno
Inoltre, alla rigidità dello schema a ripartizione, va ad  aggiungersi  il mutamento del sistema di calcolo individuale delle pensioni, passato dal 1995 a oggi, dal metodo retributivo a quello contributivo. In modo pasticciato però.   Innanzitutto qual è la differenza?
Nel sistema retributivo la pensione corrisponde a una percentuale dello stipendio del lavoratore: è collegata all’anzianità contributiva e alle retribuzioni, in particolare quelle percepite nell’ultimo periodo della vita lavorativa, che di regola sono le più favorevoli; nel sistema contributivo, per contro, l’importo della pensione dipende dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore nell’arco del ciclo lavorativo.
Dal momento però che  la modalità generale del nostro sistema  è quella a  ripartizione,  i lavoratori correnti, continuano, e continueranno,  a pagare la  differenza:  oggi,  a chi è andato in pensione  con il metodo retributivo,  e  domani, per garantire i minimi (come impone il sistema a ripartizione fondato sul patto di solidarietà)  tra coloro  che fruiscono, con il metodo contributivo, di pensioni  più basse derivanti da lavori  differenti,  come del resto impone la divisione del lavoro sociale e le differenti competenze a  capacità umane.   Non tutti,  pur partendo pari ai blocchi,   hanno la  stoffa per divenire dirigenti, tanto  per dirla brutalmente.                       

Il prezzo dell’anticapitalismo
Di qui, per ritornare sul punto, dal momento che  ci si propone invece di  conservare un sistema  integrale (più o meno) a ripartizione,  sorge  la necessità di un’espansione della base lavorativa, che però non può non essere frutto di un’espansione economica, alla quale tuttavia  1) non si  può comandare, perché legata agli alti e bassi del ciclo economico, e che 2), almeno nel mondo post-industriale,  si fonda  su un mercato del lavoro che  muta  nella  composizione,  nelle quantità di addetti, nelle competenze, nelle retribuzioni. Come si può intuire,  il sistema a ripartizione è un circolo vizioso.  
Quel che purtroppo  manca all’Italia, per così dire, delle ricorrenti, ma sempre uguali,  riforme  pensionistiche,  è quella vivace cultura capitalistica del merito, della responsabilità, del profitto,  valori che sono  alla base del sistema a capitalizzazione.

Conclusioni o quasi
Il lettore può perciò capire le ragioni per le quali  sorvoliamo  sulle batracomiomachie  interne al sistema a ripartizione:  tra coloro - leggendo, magari ad alta voce, quel  che segue,  si usi un tono fantozziano -  che sono andati in pensione con il metodo retributivo, più favorevole (“ I parassiti dei vitalizi e pensioni d’oro”), e coloro che si apprestano o sono andati  in pensione con il metodo contributivo, meno favorevole ("L'Italia degli invisibili in cerca di dignità").
La cosiddetta battaglia  “anticasta” ( a parte il numero ridottissimo ed economicamente ininfluente dei soggetti “ a rischio”,  circa trentamila) è il  frutto velenoso di una cultura antimeritocratica, alla radice anticapitalista. Siamo davanti a un vero e proprio gap culturale e operativo che  di rimbalzo  intossica il discorso pubblico.  Che finisce per svolgersi intorno al nulla  e tramutarsi quasi sempre in  scontro tra tifosi, per giunta della stessa squadra (quella della modalità a ripartizione), come  tra Salvini e Boeri.
Servirebbe invece quella  fredda  lungimiranza, che  accompagnò, ad esempio, il dibattito sulla riforma agraria del 1950. Ma i protagonisti erano democristiani, liberali, riformisti, capivano l' importanza di sciogliere i  nodi sociali.  Che Dio li benedica.    

Carlo Gambescia           


venerdì 6 luglio 2018

Italia allo sbando,   senza opposizioni politiche, culturali, economiche
E intanto gli italiani fanno il bagno a Cesenatico...




Probabilmente la ragione più grave della crisi determinata dall’arrivo al governo dell'Italia di due forze antisistemiche,   è rappresentata dalla colpevole  assenza di un' opposizione politica, culturale, economica, in grado di riassorbire quel sordo risentimento "anti-casta" che ha condotto a Palazzo Chigi due pericolosi  falliti di successo come Di Maio e Salvini.
Il lettore, ora,  può riprendere fiato.  Cominciamo dalla  politica.
Il Partito Democratico ( e "avanzi" esterni) ribatte al populismo giallo-verde, con un populismo altrettanto agguerrito. Praticamente, si assume lo stesso atteggiamento razzista, indirizzandolo però contro  Cinque Stelle e Lega.
Forza Italia non esprime né una politica sinceramente liberale, né una politica  riformista. Di fatto (e di diritto),  resta  a rimorchio delle decisioni di Salvini, chiosando. In attesa, non si sa bene di che cosa.
Fratelli d’Italia, ciò che resta del mondo post-missino e post-aennino, sembra essere  tornato alle origini: praticamente,  ha riscoperto le sue radici e rivendica un populismo d'antan  ancora più acceso di quello salviniano.
Degli altri oppositori politici, i singoli diciamo,  si sono perdute le tracce.
Sul piano culturale, in Italia, l’unico mondo, seppure minoritario, che potrebbe opporsi al governo giallo-verde, resta quello liberale. Che però è molto diviso. Semplificando:   tra individualisti apolitici, individualisti politici, individualisti prepolitici. Gli apolitici, non prendono partito e disdegnano la battaglia giornalistica. Ad esempio, le loro firme sono sparite dal “Foglio”. Gli individualisti politici, si guardano intorno, aspettano (cosa è facile intuirlo...), nascondendosi dietro un “lasciamo lavorare il governo giallo-verde”. I prepolitici, invece,  ritengono che, come altri servizi di mercato, anche il governo  abbia  un suo cartellino con il prezzo. Se rimarrà competitivo, non avranno dubbi da che parte stare.
Quanto al mondo economico,  grandi imprese (poche), medie (tante), piccole (troppe),  tutto sembra risolversi, anche questa volta,  nel trattare al ribasso,  mettendosi nelle mani di Confindustria,  per ottenere o vedere confermato qualche privilegio, magari a cascata, anche per l'indotto. Nessuna battaglia di principio, come prova il suo  scialbo bollettino giornaliero, "Il Sole 24ore".  Perciò, se il governo giallo-verde  dovesse cadere il mondo economico, senza battere ciglio,  tratterebbe subito con i successori.  La sua regola aurea, piaccia o meno,  è  the show must go on. Come per i teatranti.
E gli italiani? Il “Popolo Sovrano” che fa?   Diciamo che,  secondo i sondaggi d’opinione, i due terzi stanno, ovviamente,  dalla parte di un governo che odia gli immigrati,  promette di mandare tutti in pensione a sessant’anni,  celebra il posto fisso sotto casa,  vuole elargire il reddito di cittadinanza. 
L’altro terzo è confuso, tranne pochi individui di educazione superiore,    vaga   alla ricerca di un’isola che per ora non sembra esserci.  Alcuni però,  tra gli anziani, tra coloro che hanno vissuto a dieci, dodici anni  la tragedia delle due guerre ( guerra mondiale e civile),  avvertono  un grande disagio. 
Per carità, si tratta di sociologia impressionistica. Ad esempio, secondo  una nostra cara vecchia amica  ebrea, che per un pelo, riuscì a schivare  il rastrellamento romano  dell’ottobre del 1943, le parole  d’ordine  del governo giallo-verde,  ricordano  certa lugubre e allucinata euforia fascista, presente negli sguardi obliqui di Di Maio, Salvini e di numerosi  ministri e viceminstri. Come se -  ha aggiunto -  avessero  un retropensiero, innominabile, qualcosa da nascondere...  
Parole forti, indubbiamente, che provengono da una  ottuagenaria. Che però fiuta, in modo quasi animalesco,  il pericolo.  Perché c'era. 
Cosa dire? Che intanto gli italiani, come recitava  una vecchia canzone, fanno il bagno a Cesenatico... 


Carlo Gambescia

giovedì 5 luglio 2018

Decidere (politicamente) non è tutto
Immigrazione ed effetti perversi



Ieri discutevo con un amico  sulla relazione tra decisioni politiche e vita quotidiana, cioè la domanda che ci si poneva riguardava e riguarda  il ruolo della decisione  politica nella vita di ognuno di noi. Insomma,  quanto può incidere nell'agire quotidiano ciò che rappresenta il punto più alto, se si vuole "decisivo",  del processo "politico" ? 
Diciamo subito che è un quesito moderno. La questione nasce con le carte costituzionali, i parlamenti, le elezioni, eccetera. Quindi la domanda, che per primi si posero gli illuministi,  in particolare quelli vicini ai monarchi, a loro volta, illuminati, rinvia a un aspetto costruttivistico: di come sia possibile, cambiare la realtà politica,  sociale, economica a colpi di decisioni politiche.  Si chiama anche decisionismo. Però non è detto, che la decisione sia un valore in sé, come vedremo.
Ma, al di là di questa precisazione  - della natura moderna del quesito -  esiste un nesso  consequenziale tra decisione politica e trasformazione della vita quotidiana? E soprattutto come valutare  la tempistica della decisione?  Quanto tempo trascorre tra la decisione politica, l’implementazione e la socializzazione?
Si prenda ad esempio, la questione (caldissima)  dell’immigrazione: il  primo provvedimento  in materia risale alla cosiddetta  legge  Martelli (1990),  il  secondo   rinvia alla  Turco-Napolitano (1998),  il terzo  alla cosiddetta Bossi-Fini (2002).  Non va dimenticato infine il cosiddetto “pacchetto di sicurezza” che nel 2009 introduce  il reato di immigrazione clandestina, poi però depenalizzato (2015)
Diciamo che, a grandi linee,  sulla carta, formalmente,  la legislazione italiana in materia si è fatta via  via  più  restrittiva. 
Ha funzionato? Qual è stato l’impatto sulla vita quotidiana di 28 anni di provvedimenti? Nel 1990 gli stranieri residenti  erano 780.000. Nel 2018 sono 5 milioni. Grosso modo si è passati in quasi trent’anni dall’1,4 all’8 per cento circa della popolazione residente (*) 
Pertanto le varie misure  non hanno  funzionato, perché se il compito delle leggi era quello di  tenere i flussi  sotto controllo le cose sono andate in modo molto diverso, considerando anche la stasi demografica italiana, alla luce dello stesso apporto di natalità da parte dei residenti stranieri, che, altro dato interessante, una volta stabilitisi in Italia, sembrano  adeguarsi ai tassi di natalità italiani. Resta fuori dalla  nostra analisi l’apporto quantitativo dei clandestini, poiché non  esistono cifre sicure.
Una precisazione necessaria: non esiste, sotto alcun sistema o regime politico, l’implementazione perfetta.  La decisione politica, può anche essere di uno solo, ma l'implementazione rinvia alla struttura esecutiva, che rimanda, a sua volta, a processi di tipo burocratico. Di conseguenza,  il margine di errore resta  sempre elevato.  E di riflesso,  sul piano della socializzazione,  più  le decisioni politiche non giungono ad effetto ( o se vi giungono, ma in modo parziale),  più  le aspettative dei cittadini, che ne sono oggetto, prendono altre direzioni, quello  della protesta e della defezione  (voice ed exit, per dirla nell’elegante inglese delle scienze sociali), trasformandosi , come nel caso dell’immigrazione,  in terreno fertile  per le teorie complottiste, il  populismo  e  il  razzismo.  Il costruttivismo ha le sue controindicazioni. Purtroppo.
Insomma,  le decisioni politiche  incidono sulla vita quotidiana non solo  in chiave  positiva, ma anche  in chiave negativa,  quando, ripetiamo non giungono a segno.  La decisione  implica effetti  perversi di cui i politici dovrebbero tenere conto.  Di regola però, la risposta del politico, piuttosto rudimentale,  rinvia al meccanismo del rinforzo, come ad esempio nel caso dei provvedimenti sull’immigrazione in Italia.  Tradotto: si punta su misure sempre più restrittive. Si fa la voce grossa.  Uno sgolarsi, come abbiamo visto, che però  ha condotto a un nulla di fatto o quasi.    
Pertanto, bisogna fare  attenzione alle sirene dall’autoritarismo:  a quei soggetti politici che  in tema di immigrazione  invocano provvedimenti sempre più duri.   Il rischio, urlando urlando,  è quello, di alimentare le aspettative "etnocentrate" dei cittadini  e di spostare, a causa di più che  probabili fallimenti, il quadro politico  ancora più a destra .  Si chiama anche stato di polizia. Un mix di uniformi e inefficienza.
Cosa fare allora?   Difficile dire. Se ci chiudiamo, si rischia di perdere preziosa forza lavoro, se non ci chiudiamo, rischiamo voragini sociali e di bilancio.  Se proviamo a controllare i flussi, stante il margine di errore delle decisioni sociali, anche fisiologico, si rischia di far  crescere lo  scontento e il risentimento, nonché di spalancare le porte a un' occhiuta e sfaticata burocrazia.
Infine, si potrebbe decidere di non decidere, controllando al minimo le frontiere, diciamo laicamente,   sperando che i flussi si riducano da soli…   Laissez faire, laissez passer…
Una sola cosa è certa:  la decisione politica, di per sé,  non decide niente, o quasi. E anche decidere di non decidere è una decisione… Che dire amici lettori?   È la sociologia bellezza…       

Carlo Gambescia