lunedì 31 ottobre 2011


RinTron(y)ati...
La "battaglia di Ponte Milvio"


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Nei primi anni Cinquanta del Novecento, Claude Lévi-Strauss, il celebre etnologo, definì il consumismo natalizio, che allora si affacciava nelle vetrine e nelle case europee, come il primo passo verso un gigantesco mutamento culturale e antropologico (nel senso dello stile di vita indotto). Qualcosa di simile ai mutamenti succedutisi nelle culture arcaiche in seguito all'introduzione dell’acciarino a pistone e della piroga a bilanciere... Insomma, per Lévi-Strauss, fatte le debite proporzioni, grazie al culto secolare di Babbo Natale e alla produzione di massa, stava nascendo l’homo consumans.
Perciò, perché meravigliarsi, sessant'anni dopo, di quella che un nostro amico ha definito, scherzosamente, la “battaglia di Ponte Milvio”? Riferendosi, ovviamente, non allo storico scontro tra Costantino e Massenzio, ma alla “guerra pacioccona” ( mica tanto però ), per aggiudicasi un televisore a prezzo stracciato, come prometteva l’astuta campagna pubblicitaria. Una battaglia che ha visto radunarsi, davanti all’ingresso del nuovo centro commerciale Trony (di Ponte Milvio appunto), migliaia di persone a caccia di gadget audiovisivi. Una folla a mala pena contenuta, tra calci, spintoni e vetrine rotte, da vigilantes privati e vigili comunali. Naturalmente, strade bloccate, automobilisti infuriati, eccetera... Incluse le scontate polemiche politiche tra sindaco e oppositori…
Come commentare? Mah… L’homo consumans, se ci si perdona la caduta di stile, se ne frega… L’impulso all’acquisto è difficilmente controllabile: una cosa lo muove, il comprare, e a ciò si attiene, comprando. Tutto qui. Va notato, che tra la folla, spiccavano immigrati di tutte le razze. Perciò la mutazione, intuita da Lévi-Strauss, ora è completa.
Piccola notazione: quando economisti e banchieri inneggiano agli spiriti animali del capitalismo, fanno riferimento a comportamenti tipo l' “inTronato” di Ponte Milvio. Perché, attenzione, nel cacciatore di Ipad a prezzo scontato il comprare si accompagna al rivendere, come nella migliore tradizione capitalista… Leggere per credere: «Ho comprato quattro televisori: uno è per mio cugino, uno per me e gli altri due invece li rivendo così ci guadagno qualcosa e mi ripago il mio». Così un “inTronato”, tutto soddisfatto.
Perciò l’ homo consumans, se ci si passa il latino maccheronico, è anche venditores. Le due cose vanno sempre insieme. Perché? Perché è così. È il capitalismo bellezza…
Del resto come ha risposto alle critiche la direzione della Trony? Scusandosi con la città, anche tangibilmente (perché si promette di pagare gli straordinari dei vigili). Ma con la compiaciuta sottolineatura, «di avere creato 50 nuovi posti di lavoro e rilanciato un punto commerciale che era agonizzante».
Insomma, la Trony, quasi meriterebbe il titolo di benemerita, come l’Arma dei Carabinieri… Dulcis in fundo: anche l’incasso è stato notevole, 2 milioni di euro in poche ore. E vissero così tutti felici e contenti…
E l’automobilista “incazzato”? Come si dice a Roma, ha fatto “du’ fatiche”… Ma poi, siamo così sicuri che nessuno tra quelli di passaggio si sia messo in fila? Magari abbandonando la vettura in mezzo alla strada? Perché con le mutazioni antropologiche non si scherza… Quando nel consumatore scatta il “riflesso” allo shopping compulsivo, non si può fare nulla. Salvo abbatterlo, come si fa con gli elefanti quando improvvisamente caricano…

Carlo Gambescia
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venerdì 28 ottobre 2011


Le intuizioni di Federico Caffè e Argo Villella
Borse “sottovetro”?



Volano le borse… Almeno così oggi riferiscono i giornali a proposito dell’euforia in Borsa, salita al massimo, «dopo l’accordo raggiunto nella notte a Bruxelles sulle misure per battere la crisi del debito sovrano di Eurolandia». Notare, «Eurolandia»… Come se l’Europa fosse un enorme parco giochi. Ma, in fondo, che cos’è diventata la Borsa? Se non un gigantesco casinò per pochi ricchi speculatori. Non è più, sicuramente, uno strumento di finanziamento delle imprese. E non è una nostra fissa, visto che già altre volte abbiamo affrontato l’argomento sul nostro blog. Ma, come dire, le cose ripetute giovano… Dal momento che non pochi storici dell’economia (si pensi solo al grande Braudel) hanno rilevato che con l’avvento del capitalismo manageriale ( e con la conseguente distinzione tra proprietà azionaria e direzione strategica affidata ad amministratori delegati), l’aspetto speculativo è passato in primo piano. Insomma, la Borsa non è più strumento di finanziamento delle imprese, se non per finta… Perché non prenderne atto?
Alla creatività del capitano d’industria, padre-padrone di un’impresa, oggi si è sostituito il mordi e fuggi di anonimi gruppi di azionisti che tengono in ostaggi volatili amministratori delegati. Parliamo di un mondo lontano anni luce da quell’impresa creativa, un tempo osannata da Schumpeter. Naturalmente, il gigantesco sviluppo delle comunicazioni e la crisi dello stato-nazione hanno fatto il resto. Soprattutto la crescente assenza di un controllo politico dell’economia ha accelerato la tempistica della crisi economica mondiale, segnata da crisi borsistiche sempre più gravi e frequenti.
Ormai le Borse decollano e atterrano, solo per ragioni speculative. Un andamento troppo oscillante che, come sta accadendo, moltiplica gli effetti negativi. Allora, che fare? Chiudere la Borsa come abbiamo scritto qualche tempo fa? Misura dirompente e forse di non facile attuazione. Sospendere temporaneamente, come talvolta viene fatto, alcune tipologie di transazioni a rischio? Misura accomodante e di fin troppo facile attuazione.
Perché, invece, non provare a conservare la Borsa, ma, come dire, "sottovetro"? Insomma, mantenerla solo per chiunque desideri giocare d’azzardo con i titoli, come al Casinò. Proprio per sganciare la Borsa da qualsiasi relazione con i valori reali dell’economia e delle singole imprese.
Si tratta di un’ ipotesi avanzata a suo tempo da studiosi non ostili al capitalismo come Federico Caffè e Argo Villella, ai cui libri rinviamo i lettori. Del primo si veda La solitudine del riformista, (Bollati Boringhieri); del secondo, Quale capitalismo?, (Liguori Editore). Soprattutto per un approccio tecnico al problema.
Caffè e Villella sostengono la necessità di eliminare definitivamente la finzione del finanziamento alle imprese mediante la Borsa. E in che modo? Aprendo in chiave esclusiva e crescente, i canali dell’impresa a banche e risparmiatori, tramite l’acquisto di azioni di prestito non trattabili in Borsa. Scrive Villella: « “In un’ economia vitale deve formarsi una giusta quota di risparmio che deve fluire, attraverso il prestito, alle attività produttive intese in senso lato, garantendo mediante un equo tasso di interesse una mercede al prestatore. Se si forma un sano risparmio questo non può che andare verso il prestito (…) Riportare dunque il capitale di prestito alla sua oggettiva funzione significa ridimensionare la tendenza alla speculazione eccessiva ed alla avidità finanziaria». E la Borsa? In questo modo si trasformerebbe in una piazza “sottovetro” , dedita allo scambio di titoli privi di qualsiasi valore atto a finanziare e ricapitalizzare le imprese. Certo, si tratta di una specie di scommessa. E poi come si dice, "fatta la legge, trovato l’inganno"… Noi, da non economisti, probabilmente in modo ingenuo, riproponiamo idee di altri, magari facilmente manipolabili sotto il profilo politico ed economico. Ma perché non provare?

Carlo Gambescia

giovedì 27 ottobre 2011

Il libro della settimana: Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio 2011, pp. 335, euro 21,00. 

http://www.marsilioeditori.it/


A pagina 53 dell’ultimo libro di Geminello Alvi (Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio, pp. 335, euro 21,00) si scrive che Pitirim A. Sorokin completò la pubblicazione di Social and Cultural Dynamics, tra il 1937 e il 1942, facendo uscendo uscire i primi tre tomi nel 1937 e “altri due volumi” entro il 1942. Il che è inesatto, perché il capolavoro sorokiniano si componeva, e compone di quattro volumi, e il quarto, l’ultimo, fu pubblicato nel 1941. Inoltre, Alvi riporta alcune citazioni sulla fortuna immediata dell’opera tratte dalla nuova introduzione, all’edizione ridotta del 1985, scritta da Michel P. Richard. Dalla quale si evince - abbiamo il testo sulla scrivania - contrariamente a quanto scrive Alvi, che l’opera di Sorokin, fin dall’inizio divise la critica. Altro che “fin troppo, direi, all’epoca incensato”, come invece sembra reiventare l’economista marchigiano.
Certo, sono peccati veniali. Però, come disse un tale, a proposito di quei commercianti pronti a rubare sul peso, magari solo pochi spiccioli: «Sì va bene, ladri di galline… ma un pollo oggi, un pollo domani»… Per carità, Alvi è un dotto e rispettabile scrittore di economia e altre cose ancora, forse troppe, ma - ecco il cattivo pensiero - se trattasse le sue fonti, come sopra, all’insegna di un pollo al giorno, i lettori un bel dì potrebbero pure sentirsi fregati… O no?
In effetti, quest’ ultima sua fatica delude, e molto. E per una semplice ragione. Non c’ è nulla nuovo, per chi ovviamente abbia iniziato a seguirlo fin da Le seduzioni economiche di Faust (1989): Alvi da oltre vent’anni reitera, per ogni dove, la sua tesi, tra l’altro, neppure freschissima, almeno per chi conosca fin dall’inizio i suoi maggiori (Steiner, Sombart, Dumézil e Adriano Olivetti). Quale tesi? Che il capitalismo, come scrive a pagina 130, «non è riducibile, come mostrano i paradossi cinesi, alla venalità individuale, ma richiede, in dosi crescenti, complicità statali. Consiste d’individualissima invidia, persegue il lusso del superfluo, ma richiede lo stato di guerra o in stampa di banconote. Solo un individualismo in espressione paradossale: di parca anarchia, che non perseguisse l’economia del superfluo e limitasse il potere statale, sarebbe poi risanante».
Perciò il riferimento nel titolo all’ideale cinese (in senso negativo, di incubo), vuole sottolineare la «naturale tendenza al dispotismo dello stato capitalistico», che rischia in futuro di accomunare, sotto le insegne del capitalismo di stato, l’esperienza cinese e occidentale. Insomma, siamo davanti alla solita riproposizione dell’ antico leitmotiv caro a ogni pensiero reazionario: quello di capitalismo e comunismo, come facce della stessa moneta. Che novità!
In realtà, Alvi, probabilmente perché in fondo consapevole del pericolo involutivo racchiuso nell’anticapitalismo romantico, oppone - altro cavallo di battaglia - il capitale, come frutto di un atto creativo e solidale, al capitalismo, quale venale accumulazione fondata sull’invidia… Quindi al capitalismo come “è” contrappone il capitalismo come “deve” o “dovrà” essere”: un’ auspicabile e ordinata anarchia delle coscienze, al servizio di un capitale solidale e decumulabile grazie al dono puro; al fatto oppone la norma morale. Grave errore metodologico.
Comunque sia, come può avvenire questo mutamento? Lasciamo a lui la parola: «Nel cuore c’è un granello infinitesimo e nascosto. Ogni agire fraterno, e il dono, il lavoro devoto e buono, l’armonioso fare, lo saldano a questa economia, che il sonno consueto non sa: l’economia vera svela l’io umano, al lavoro con gli dei del creato».
Che dire? Bolle d’aria in bello stile, anzi bellissimo… Alvi sembra però ignorare un problema di fondo: quello che l’Io ( i cuori, eccetera.) , se non determinato, è sicuramente condizionato dalla società e dai valori dominanti. Ciò significa che la filosofia delle anime (magari pure belle e a fin di bene), senza una buona sociologia dei gruppi sociali, e delle costanti comportamentali cui essi rispondono, non porta da nessuna parte. Olivetti, ad esempio, provò a entrare in politica. E mal gliene incolse, perché dovette scontrarsi, completamente impreparato, con le idee dominanti, molto strutturate e aggressive. Anche Alvi, per esperienza personale, dovrebbe pur saperne per qualcosa…
Ricapitolando, se la rivoluzione delle anime si propone solo il cambiamento interno, al massimo potrà produrre alcune comunità di spiriti eletti, pure città delle parole. Se invece, vuole puntare sul cambiamento esterno, deve accettare le idee di conflitto e di politico, come divisione in amici e nemici, anche all’interno della stessa città, passando dalle parole ai fatti. E con tutto quel che ne consegue, anche di brutto. La “mitezza fraterna”, di cui tanto parla Alvi, purtroppo, da sola non basta. Il che non comporta l’obbligo di celebrare guerre, rivoluzioni e carneficine varie ( insomma, di trasformarsi in guerrafondai). Ma solo quello di ragionare in modo realistico. In realtà, molti dei difetti che Alvi imputa al capitalismo appartengono, come insegna la sociologia dei Pareto, dei Mosca, dei Michels, a tutte le organizzazioni umane… Quindi per dirla con Machiavelli, guai ai profeti disarmati. E che soprattutto, come Alvi, la facciano troppo lunga. Perché 335 pagine per dire le stesse cose di vent’anni fa, sono francamente troppe.

Carlo Gambescia

mercoledì 26 ottobre 2011

Pensioni 
La vera posta in gioco
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Oggi vorremo scrivere qualcosa sulla questione pensionistica, che però vada oltre l’attuale disputa, degna del peggiore teatrino politico. Un tema che abbiamo più volte affrontato, ma, come si dice, repetita iuvant... Entriamo perciò subito in argomento. Quando si discute di pensioni, si dovrebbe evitare di restringere i tempi storici del dibattito alle cosiddette “riforme” degli ultimi 15-20 anni. Per quale ragione? Perché si tratta di un grave errore politico (oltre che storico), dal momento che si finisce per non considerare quel che l’assicurazione pensionistica obbligatoria ha rappresentato nelle politiche economiche e sociali del Novecento: un elemento di pace sociale e di consenso alla società capitalistica. Il che non è poco.
Qualche dato. L’assicurazione pensionistica (insieme con altri programmi sociali) venne introdotta in Europa Occidentale e nell’America del Nord (Stati Uniti e Canada), grosso modo, nella prima metà del Novecento. Ad eccezione della Germania e della Danimarca dove l’assicurazione pensionistica obbligatoria risaliva, rispettivamente, al 1889 e al 1891. Ecco qualche indispensabile dato storico sulla nascita del sistema pensionistico: Austria (1906), Svezia (1913), Italia (1919), Francia (1910), Olanda (1913), Italia (1919), Belgio (1924), Canada (1927), Finlandia (1937), Norvegia (1938), Stati Uniti (1935), Svizzera (1946),
Ovviamente, per ragioni di spazio, ci dobbiamo limitare ad alcune semplificazioni e indicazioni generali, probabilmente noiose, ma utili per capire i veri termini della questione, come il lettore scoprirà più avanti . Chi voglia approfondire, può leggere o consultare in argomento P. Flora e A. J. Heidenheimer, Lo sviluppo del welfare state in Europa e in America, il Mulino 1986: un piccolo classico.
Torniamo a noi. La periodizzazione, sopra indicata (1889-1946), è importante perché fa capire che le pensioni vennero introdotte in un momento di massima pressione delle lotte operaie, e di grande diffusione, dopo la Rivoluzione russa (1917), del cosiddetto pericolo rosso. Il che significa che il capitalismo probabilmente accettò il diritto alla pensione in termini tattici e strumentali. O se si preferisce obtorto collo . E non per convinzione sincera e profonda. Del resto la storia dell’uomo non è, né sarà mai, un pacifico e gentile minuetto…
Altro punto storico importante: a quando risale, il consolidamento del welfare state (e dunque del diritto alla pensione)? Al trentennio post-Secondo Guerra Mondiale. Quando il crescente conflitto con il comunismo russo (e il conseguente pericolo rivoluzionario interno) terrorizza l’establishment capitalistico. E quando, invece, si inizia a mettere in discussione il sistema pensionistico? Quando il pericolo rivoluzionario, diminuisce fino a ridursi a zero, prima negli anni Ottanta, con il riflusso delle lotte operaie in Europa ( avvenute nel decennio1968-1978), e poi con la definitiva uscita di scena dell’Unione Sovietica (1991). Dopo di che, negli anni Novanta, si procede, in tutto il mondo occidentale, al crescente smantellamento del welfare state, invocando ufficialmente motivazioni legate alla spesa pubblica e al calo demografico ( ad esempio, la legge italiana di riforma delle pensioni è del 1995). Da questo punto di vista, le cosiddette rivoluzioni liberiste rivendicate dalla Thatcher e da Reagan, negli anni Ottanta, sotto il profilo della revisione del sistema pensionistico, furono ben poca cosa. La vera svolta avviene solo negli anni Novanta, quando la sinistra si appropria del thatcherismo-reaganismo: si pensi, ad esempio al ruolo del blairismo, e alle forti limitazioni introdotte dal premier laburista nel sistema pensionistico britannico. E, si parva licet, si pensi all’ attuale posizione del Partito Democratico, in particolare alla cosiddetta "ala liberal", favorevole all’ allungamento dell’ età necessaria per andare in pensione.
Ora, nessuno nega che in passato vi siano stati abusi (si pensi alle “pensioni baby”in Italia), e che il problema pensionistico vada riesaminato alla luce dell’evoluzione demografica. Tuttavia, il vero punto della questione è di principio, ossia riguarda il diritto alla pensione. Che attualmente è sotto tiro, nonostante le "rassicurazioni", molto interessate, fornite da questo o quel politico. Cosa sta accadendo?
Per un verso si punta a ridimensionarlo, elevando l’età pensionistica e abbassando il valore delle pensioni, per l’ altro vi si contrappone il diritto al lavoro delle generazioni più giovani, cercando però di estendere la pratica del lavoro flessibile e poco pagato, anche in termini contributivi. Di qui, il rischio della progressiva impossibilità, per i giovani, di “costruirsi” una pensione e un futuro ( considerati soprattutto i bassi emolumenti). E per gli anziani di godersi la pensione da subito e in età ancora decente.
Un vicolo cieco, per tutti: per i pensionati di oggi e soprattutto per i giovani. I quali - è così banale ripeterlo - saranno gli anziani di domani…
Chiunque sia politicamente attento al sociale dovrebbe perciò interrogarsi sulla reale posta in gioco, ossia sulla volontà di certo capitalismo senza scrupoli, che sembra intenzionato a fare un passo indietro verso la prima metà dell’Ottocento. E così cancellare qualsiasi diritto alla pensione. Del resto, per gli imprenditori, come dire, più rapaci, non si tratta di una mission impossible. Considerata, appunto, la possibilità di delocalizzare o comunque di reperire nel Sud del mondo mano d'opera a buon mercato, più che diposta a trasferirsi in Occidente.
Insomma, per l’ideologia mercatista l’uomo dovrebbe lavorare tutta la vita, o almeno fino ad “ esaurimento” fisico. E poi, magari, accontentarsi di una pensione ai limiti della sopravvivenza.
Il che però è veramente contraddittorio. Perché se è vero che l’ iperliberismo continua a blaterare di un “diritto dell’uomo alla felicità privata”, è altrettanto vero, come del resto giustamente sostiene certo liberalismo sociale, che il lavoro “creativo” è una componente necessaria del diritto alla felicità. Di riflesso, ecco la contraddizione, come conciliare, di fatto, il diritto alla felicità privata con l’infelicità pubblica, causata dalla crescente diffusione del lavoro precario e dall’ attacco, ormai sistematico, al diritto a una pensione dignitosa? Come conciliare la crescente produzione di beni di consumo con la riduzione del potere di acquisto di stipendi, salari, e soprattutto pensioni? Come vivere, in questo quadro così incerto, tutti (giovani e anziani), “felici e contenti”?
E non sono domande da poco. Purtroppo.


Carlo Gambescia

martedì 25 ottobre 2011

Giustizia? Non basta la parola





In tempi dove la corruzione politica sembra (si fa per dire…) dilagare. può essere interessante interrogarsi sull’idea di giustizia. In realtà, che cos’è la giustizia?
 Un passo alla volta. Dobbiamo innanzitutto distinguere fra due tipi di giustizia: giustizia metaumana, quella del Signore in barba bianca che si affaccia tra le nuvole, e la giustizia umana, che implica, giudici, avvocati, secondini, agenti delle tasse, ispettori del lavoro, eccetera. La giustizia metaumana rinvia a un piano superiore. E si fonda sulla distinzione tra un ordine assoluto (superiore) e un ordine umano (inferiore). Parliamo di un’ opposizione fondata sul principio che la giustizia, la “vera giustizia”, non è di questo mondo. Si pensi al passo del Vangelo di Matteo: « Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di questi è il regno dei cieli».
 La giustizia umana, invece, per dirla con quella vecchia volpe di Proudhon è «tutta umana, nient’altro che umana; è farle torto riportarla da vicino o lontano, direttamente o indirettamente, a un principio superiore o anteriore all’umanità» (La Giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa). Di conseguenza non potendo fondarsi su un principio superiore, la giustizia umana deve basarsi sul principio dell’unicuique suum («a ciascuno il suo»).
 Tuttavia, come determinare ciò che spetta esattamente a ciascuno? Dal momento che il principio di giustizia interna (quel che io credo mi spetti, in termini di redistribuzione di diritti e beni soggettivi), di regola, non collima mai perfettamente con il principio di giustizia esterna (quel che la società ritiene che mi spetti, in termini di redistribuzione di diritti e beni oggettivi)?
Da questo “scollamento”, infatti, sorgono i conflitti e l’appello dei differenti attori (individui o gruppi sociali) alla formulazione e applicazione di un criterio di giustizia “giusto”. Di regola, finiscono per esistere tanti modi di intendere l’unicuique suum , quanti sono i soggetti in conflitto… Non esiste perciò soluzione definitiva, almeno in questo mondo. Ecco perché, come scriveva Thomas Mann, «la giustizia non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia”» ( Disordine e dolore precoce).
 Spesso la corruzione nasce nelle pieghe dello “scollamento” tra giustizia interna e giustizia esterna. E soprattutto in contesti dove la giustizia metaumana non gioca più alcuno ruolo, né sul piano interiore né su quello esteriore.
Il corrotto - e ovviamente il corruttore - considera inadeguato quel che la società ritiene che sia giusto per lui (in base allo status). Di qui il tentativo di procurarsi “beni personali aggiuntivi” in qualsiasi modo. Oppure è la stessa società, se priva di principi di giustizia esterna, a favorire, grazie al vuoto anomico, la generale “ricorsa”, spesso feroce, ai “beni personali aggiuntivi”. E qui ci fermiamo. Perché ora dovrebbe essere chiaro quanto sia difficile contrastare la corruzione in una società segnata da un più o meno prevedibile scollamento tra le due forme di giustizia (interna ed esterna). E per giunta priva di qualsiasi forma di credenza, almeno in parte condivisa, nei valori di giustizia esterna o metaumana. O no?

Carlo Gambescia


lunedì 24 ottobre 2011


Il linciaggio di  Gheddafi 
L’ ipercorpo del dittatore


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Non desideriamo entrare nel merito delle grandi questioni internazionali, ma solo fare qualche riflessione sociologica partendo da non corpo di Gheddafi: spintonato, trascinato, colpito, offeso.
È la sorte, ora si legge, di tutti i dittatori, soprattutto se in vita crudeli e violenti. Parliamo delle immagini di un linciaggio telediffuso quasi in tempo reale, grazie ai cosiddetti prodigi della moderna tecnologia telefonica. Ormai da anni ai corpi curatissimi di conduttrici e veline televisive vanno regolarmente ad affiancarsi le immagini del corpo sanguinolento del dittatore di turno, caduto nella polvere. Si pensi alla sorte di Ceauşescu e di sua moglie Elena, subito fucilati. I cui corpi, disarticolati come quelli di usurate marionette, fecero il giro del mondo. E nei giorni in cui si festeggiava il Santo Natale… Anno di grazia 1989.
Perciò il corpo di un dittatore caduto, per le major televisive così attente alle fasce protette, è un non corpo… Un ammasso di carne e ossa senz’anima che può essere mostrato a tutti. Si potrebbe perciò parlare di “carcassa”, come per un animale. Anche se, come è noto, quel che resta di una scimmietta sezionata, può essere televisivamente mostrato, solo come pubblico esempio della cattiveria di scienziati dediti a spaventose sperimentazioni.
Probabilmente, alla stessa stregua, si mostra il non corpo di Gheddafi (la “carcassa”), quale esempio, di quel che può produrre, per reazione (il linciaggio), la sanguinosa sperimentazione politica, imposta dal Colonnello alla Libia. Diciamo che è come se si concedesse alle scimmiette, di cui sopra, facoltà di vendicarsi, prima nelle piazze, poi in televisione.
Va però ammesso che, storicamente, gli sconfitti hanno sempre torto. E che la sacralità di un corpo, purtroppo, non è mai data una volta per tutte. La storia mostra tombe di monarchi, principi e papi violate dai vincitori. Ovviamente, a loro volta, monarchi, principi e papi…
Talvolta, il non corpo riacquista la sua dignità nel momento cui lo si seppellisce. Proprio allora, la volontà, politicamente prevalente, di tenere nascosto il luogo della sepoltura, prova la paura del vincitore anche verso una povera “carcassa” . Si teme, infatti, che il non corpo possa trasformarsi in mito politico, ossia in ipercorpo.
Lascia veramente senza parole, la grande capacità umana, in primis culturale, di trasformare, anche senza volerlo, il corpo celebrato in vita di un capo politico, prima in non corpo, umiliato e offeso, poi in ipercorpo, glorificato e amato. E così via, avanti e indietro per la storia…
E qui si pensi, solo per fare un piccolo esempio, alle spoglie di Benito Mussolini, passate attraverso le fasi appena ricordate, da Piazzale Loreto al Cimitero di Predappio, tuttora meta di consistenti pellegrinaggi politici. Va però rilevato che la mancanza, per le ragioni più diverse, di un preciso luogo di sepoltura, come ad esempio per Cola di Rienzo, vissuto nella Roma trecentesca, mostra di non influire sulla sua fama postuma. Ricordiamo (anche per ricordarlo...), con l’amico Giano Accame, lunghe e interessanti discussioni, legate all’attualità, proprio sull’ ultimo dei tribuni romani… Per non parlare delle leggende medievali fiorite intorno alle ceneri di Giulio Cesare che, in certo senso, ne hanno corroborato il mito.
Ciò significa che un corpo politico, se appartenuto a un vero politico, non si “corrompe” mai.

Carlo Gambescia

venerdì 21 ottobre 2011

Riproponiamo il post di ieri, scritto a caldo, nel tardo pomeriggio. Non desideriamo, per ora, aggiungere altro sulla morte di Gheddafi. Salvo che si è trattato di un linciaggio, probabilmente, in quelle condizioni, inevitabile. Non è sicuramente una bella pagina finale... Tuttavia, noi occidentali che di teste sovrane ne abbiamo tagliate, e tante, dovremmo evitare moralismi postumi... Del resto la verità, anche in ordine alla natura ferina degli uomini, finisce sempre per vendicarsi. Andrebbe perciò evitato quel "doppiopesismo" storico e morale, magistralmente descritto da Joseph Ki-Zerbo, grande storico africano: "Quando un generale romano fa giustiziare suo figlio per motivi patriottici di disciplina pro patria, si fa passare il fatto per eroismo patriottico, quando Samori [condottiero africano del XIX secolo] fa altrettanto, si grida alla barbarie" (Storia dell'Africa Nera, Einaudi, 1977, p. 29). Probabilmente, Ki-Zerbo, se ci si perdona la divagazione, si riferisce all’episodio, riportato da Livio, del console Lucio Giunio Bruto, ottimo soldato, il quale però agli inizi del periodo repubblicano, fece condannare a morte il figlio Tullio, reo di aver appoggiato il ritorno dei Tarquini. E perciò presentato - in seguito, anche dalla storiografia moderna - come grande esempio di severità pro patria. Detto questo, va però sottolineato che il linciaggio di Gheddafi non costituisce neppure un buon inizio. Benché - principio in cui crediamo - l'osservatore intelligente degli eventi, se davvero intelligente, non debba mai dare nulla per scontato (C.G.)




“Gaddafi Killed”


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« Ho avuto sempre una simpatia vivace per il tiranno che sa essere tiranno fino alla morte… Penso che l’onestà dei farabutti sta nell’essere farabutti fino all’ultimo». (Palmiro Togliatti, “Il Lavoratore”, 8 marzo 1923)
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Gheddafi è morto. Ucciso, come riferiscono i media. Ma da chi? Dai rivoltosi? Sotto le bombe degli aerei Nato? E in quali circostanze? Combatteva? Fuggiva? In effetti però, sono informazioni secondarie. Politicamente parlando, la costruzione di una leggenda (nera o bianca che sia) su un personaggio storico, implica sempre la "reinvenzione" in base alle diverse necessità di umiliare, nobilitare, pacificare. Preferiamo perciò riflettere, anche se brevemente, su cose più importanti.
L’ uscita di scena del Colonnello comporterà pace, democrazia e progresso, come scrivono da mesi i media occidentali? Difficile dire.
Certo, la torta petrolifera non è piccola, quindi può darsi che le varie forze politiche, militari, burocratiche, tutte a sfondo tribale, riescano a trovare, in modo incruento, un utile accordo redistributivo, come dire, post-dittatura pretoriana. Molto dipenderà dall’atteggiamento dell’Occidente, e in particolare di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia: quel che andrebbe evitato è di appoggiarsi o addirittura aizzare le varie fazioni libiche, sperando, “dopo”, di poter incamerare la fetta più grossa di contratti petroliferi.
Non va neppure escluso che in Libia il vento del deserto, da solo e quindi non in conto terzi (si legga Occidente) , possa tornare a spirare forte, e con esso quello di un’anarchia “tribal-petrolifera”, all'insegna del tutti contro tutti, antica nelle affiliazioni, moderna per finalità economiche. E in quest'ultimo caso, gli europei - a maggior ragione - dovrebbero evitare di procedere in ordine sparso.
Di fatto, la Libia con la detronizzazione del Colonnello, si trova davanti a un difficile processo di transizione che impone scelte decisive. Semplificando: con Gheddafi la Libia era indipendente e laica, ma non libera e democratica, almeno dal punto di vista del costituzionalismo occidentale, adesso, senza il dittatore, può riscoprire la libertà (la libertà dei moderni…), ma rischia di perdere l’ indipendenza. La leadership libica, storicamente maturata, anche se pro o contro “con” Gheddafi, riuscirà a comprendere l’importanza della posta in gioco e muoversi con equilibrio e competenza tra indipendenza e libertà, senza scontentare nessuno?

Carlo Gambescia