giovedì 20 ottobre 2011


Gilbert K. Chesterton, Il profilo della ragionevolezza, Lindau 2011, pp. 254, Euro 21,00.

http://www.lindau.it/


Facciamo un gioco: il lettore provi ad aprire una qualsiasi storia dell’economia per cercare anche il più piccolo accenno al Distributismo… Bene, anzi male, perché non ne troverà uno, dicasi uno, di accenno…. Stessa cosa nei manuali e dizionari economici. Certo, ci sarà sempre una bella e ampia voce dedicata al problema della distribuzione del reddito, ma non alla redistribuzione della proprietà.

Insomma, dagli economisti accademici, il Distributismo, legato ai nomi di Hilaire Belloc, dei fratelli Chesterton, di Vincent McNabb e Arthur Penty, continua a non essere preso in considerazione, neppure come curiosità teorica. Perché? La risposta è nel celebre libro, pro-distributismo, di Gilbert K. Chesterton, Il profilo della ragionevolezza ( The Outline Sanity,1921), meritoriamente pubblicato da Lindau ( pp. 254, euro 21,00 ), nell’ottima traduzione di Federica Giardini, attentissima alle sfumature e, soprattutto, capace di restituire il burrascoso clima del tempo, grazie a un intelligente apparato critico. Puntualissima anche la nota biobibliografica, opera di Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana.
Dicevamo che la risposta è nel libro. Chesterton, come scrive fin dalla prima pagina, non se la prende con la proprietà privata, ma con l’iniziativa privata: « Oggi un borsaiolo è considerato un campione dell’iniziativa privata, ma sarebbe forse esagerato definirlo un campione della proprietà privata. Il fatto è che il capitalismo e l’affarismo, nei loro recenti sviluppi, hanno predicato l’espansione degli affari anziché la conservazione dei beni personali; nel migliore dei casi hanno tentato di travestire il borsaiolo attribuendogli alcune virtù del pirata. Quanto al comunismo, corregge il borsaiolo solo vietando le borse e le tasche ». Insomma, il « bolscevico è la conseguenza e la punizione del bucaniere» capitalista. Dal momento che entrambi puntano alla concentrazione totale del potere sociale: i Rossi aspirano al potere dello stato; i Bianchi, per così dire, al potere dei grandi monopoli privati.
Per contro, il Distributismo interviene direttamente sul potere sociale, frazionando la proprietà. Rileva giustamente Chesterton: «Il punto su cui insistiamo è che il potere centrale ha bisogno di poteri più piccoli per esercitare una funzione di bilanciamento e di controllo, e che questi poteri devono essere di vario tipo: individuali, collettivi, ufficiali, e così via. Alcuni probabilmente abuseranno del loro privilegio, ma preferiamo questo rischio a quello dello Stato o del monopolio che abusa della sua onnipotenza».
Risulta chiaro come alla base del Distributismo ci sia l’idea di sussidiarietà: tutto quel che può essere gestito dai poteri minori, non deve mai essere assorbito e manipolato da poteri maggiori. L’esatto contrario di ciò che accade quando il mercato capitalistico viene abbandonato a se stesso: nell’assenza di regole, infatti, i poteri minori sono subito fagocitati dai poteri maggiori delle imprese più grandi e aggressive.
Dietro il Distributismo c’è il Tomismo, in particolare quello valorizzato da Leone XIII, nonché - va onestamente riconosciuto - una visione medievaleggiante dei rapporti sociali. Senza mai però esagerare nel culto del bel tempo che fu: Chesterton, infatti, resta un uomo pratico, come qui: « Di seguito, per esempio, descrivo una mezza dozzina di interventi che favorirebbero il processo del Distributismo (…): 1) la tassazione dei contratti per scoraggiare la vendita di piccole proprietà a grandi proprietari e per incoraggiare il frazionamento di grandi proprietà tra piccoli proprietari. 2) Qualcosa di simile alla legge testamentaria napoleonica e alla soppressione della primogenitura. 3) Assistenza legale gratuita per i poveri in modo che la piccola proprietà possa sempre difendersi contro la grande. 4) la volontà di tutelare gli esperimenti per tornare alla piccola proprietà, anche attraverso dazi e persino dazi locali. 5) sovvenzioni per favorire il successo di questi esperimenti, 6) Una lega per promuovere la destinazione a uso pubblico delle proprietà e alte iniziative simili».
Se uniamo a questi punti, gli altri cavalli di battaglia del Distributismo, come la lotta alla grande distribuzione, la cogestione e la compartecipazione agli utili, lo sviluppo del cooperativismo, ci troviamo davanti a un progetto sociale in rotta di collisione con quella visione darwiniana dell’economia che sembra tuttora attrarre cattedratici e bucanieri. Il che, per contro, spiega il velo di oblio che tuttora avvolge il Distributismo.
Basterà un libro a smuovere le acque stagnanti della cultura e della pratica capitaliste? Difficile dire, l’accademia sembra più impermeabile che mai … E i bucanieri dei grandi oligopoli speculativi più tronfi di prima. Tuttavia, le cose belle e importanti non sono mai facili, richiedono impegno. E probabilmente vanno perseguite proprio perché nobili e difficili. Il Distributismo pare essere una buona causa: un modo per riformare il capitalismo dei prepotenti e sottrarre persone, spesso disperate, alle pericolose sirene del socialismo di stato.
Perché, allora, non tornare a discuterne, proprio partendo da questo bel libro, ripetiamo, meritoriamente pubblicato da Lindau ?

Carlo Gambescia

mercoledì 19 ottobre 2011

Gli Indignados secondo Buttafuoco
Una questione di neuroni...



.È serio liquidare come fascisti i luddisti urbani di San Giovanni? No. Il fascismo è una categoria storica, non antropologica. Oppure, altro giro altra corsa, cogliere la palla al balzo, per magnificare la Marcia su Roma e azzerare quella su San Giovanni? Come appunto fa Pietrangelo Buttafuoco, ormai ritagliatosi nel clubino Eyes Wide Shut de “il Foglio”, il ruolo, con mascherina o senza, del fascista-letterato-prestato-al-giornalismo.


No. Anche perché si rischia di ridurre il più generale fenomeno sociale degli Indignati a una questione di alfabetizzazione, o peggio ancora, come vedremo.
Ma lasciamo la parola a Buttafuoco: « Troppo comodo, poi, pensare che possano fare epoca. Sarà globale, infatti, la mobilitazione - ci sarà tutta una canea a muoversi - ma tutti questi indignados sono così a corto di concetti, di parole e di raziocinio che è proprio un’esagerazione andargli addosso con gli idranti della forza pubblica. È sufficiente farli parlare. Di tutti questi indignados, infatti, quelli interpellati a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dalla piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo microfono non riusciva a cavargli un costrutto che fosse uno, due parole messe in croce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stessa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi dare una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi» ( http://www.ilfoglio.it/soloqui/10790 ).
Che analisi profonda! Notare, «tre neuroni»… Quindi non è solo una questione di alfabetizzazione. L’indignados nostrano parrebbe essere proprio scemo. E qui viene il bello, perché Buttafuoco chi designa come rivoluzionario-tipo? Adriano Sofri… Uomo indubbiamente ricco di neuroni, ma privo, stando ai giudici, di qualsiasi tessuto umano e morale... Cosa vogliamo dire? Che il ragionamento di Buttafuoco comporta due pericolose conseguenze: la prima, che i neuroni non fanno rima con umanità; la seconda, che i luddisti di San Giovanni, ammesso che ci riescano, dovrebbero prendere esempio da Adriano Sofri…
Morale, 4500 battute buttate via. Prive di un qualsiasi tentativo di analisi. Se non quello, molto "Bar Catania", di fare paragoni, in perfetto stile da laudator temporis acti, tra i rivoluzionari di ieri e di oggi. Il tutto, come da copione, fra uno sbadiglio, un colpo di stecca, un tiro di sigaro... Si potrebbe riderne, come capita quando si guarda un vecchio film di Franco e Ciccio. Si potrebbe... se non ci fosse il risvolto inquietante del rinvio a Sofri. Certo, nell’articolo le citazioni si sprecano. Necessità di allungare il brodo? Giudichi il lettore. In realtà, alcune espressioni di Buttafuoco sono frutto più di viscere che di neuroni. Quindi, malgré lui, molto Marcia su San Giovanni. Come qui, dove però salta il coperchio di ghisa del tombino fascista: «Quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”». Salvo poi lisciare, quando capita, la Gemeinschaft dei devoti atei alla versione del dio Barney… Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

martedì 18 ottobre 2011

Le stravaganti  tesi  di Luca Doninelli
Madonne profanate 
e cattolici postmoderni


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Ci sono “cattolici” - le virgolette sono d’obbligo - che si fanno del male da soli. Uno di questi è Luca Doninelli . Leggere please, ciò che ha scritto su “il Giornale” di ieri, a proposito delle profanazioni di sabato scorso: «L’immagine della statua distrutta e calpestata ieri a Roma ci rinvia a quelle figurazioni romanzesche, dove la distruzione, prima che nell'atto materiale che la compie, consiste nel fatto che qualunque cosa vale qualunque altra cosa: un'automobile, una sigaretta, una statua di Maria, un computer. C’è stato, sicuramente, anche un calcolo nel gesto di Roma, un piccolo progetto stupido, la volontà di “andare oltre”, forse addirittura un filo della vecchia ideologia che vede nell'eliminazione delle religioni dal mondo una specie di liberazione dell'umano» ( http://www.ilgiornale.it/interni/cade_lultimo_tabu_la_madonna_distrutta_e_unoffesa_alluomo/17-10-2011/articolo-id=552060-page=0-comments=1 ).

Ma quale filo! Come tanti altri cattolici postmoderni ( a destra e sinistra), quelli che devono stupire per contratto coniugando Foucault, Testori e Agostino, Doninelli oppone alle più sode certezze ideologiche, legate alla natura anarcoide delle profanazioni di sabato ( o come dicono i questurini “anarco-insurrezionaliste”), incerte epistemologie, fatte di figurazioni bislacche, che rinviano a un immaginario nichilismo post-moderno segnato da non-luoghi ideologici, pseudo-deserti dove il black bloc distruggerebbe automobili e Madonne solo per il gusto distruggere. Compri tre, paghi due...
Troppo comodo. In Spagna nel 1936 gli anarchici ne fecero di cotte e di crude. E solo perché - ecco il punto - credevano in un mondo migliore, da imporre però con la violenza (certo, non minore di quella praticata dagli avversari fascisti), distruggendo chiese e uccidendo a migliaia sacerdoti e suore…
La matrice è quella, non è mai cambiata. E rinvia al nichilismo anarchico del “Né Dio Né Padrone” ("Plus de Dieu, Plus de Maître") . Il resto è fuffa postmoderna, dispensata da Doninelli, e con larghezza. Infatti, dove va a parare? « La mia impressione - scrive - , però, è che l'insulto di ieri non sia l'espressione di questo tipo di atteggiamento. Il contesto in cui si colloca quel fatto - non la manifestazione in sé, ma la grave crisi non solo economica ma culturale e antropologica che attraversa il mondo - lo pone a un diverso livello di gravità. Questa non è più una bestemmia cristiana: semplicemente, non è più niente, e in questo niente sta il vero orrore della cosa.Il simbolismo mariano travalica il cristianesimo. Maria è amata da musulmani e buddisti: io ho visto con i miei occhi l'immagine di Maria in case islamiche, uomini completamente atei, colpiti da un grave dolore, rivolgersi in preghiera a Lei. Maria rappresenta un destino di tenerezza che ogni uomo, credente o meno, desidera per sé, nel profondo di sé».
Bel presepio relativista, complimenti. Ma perché non chiedere al musulmano e al buddista cosa ne pensano, tutti e due, di Medjugorje, ad esempio? Per non parlare dei protestanti… La tenerezza è una cosa, Maria Vergine, e sottolineiamo Vergine, un’altra. A meno che, come Doninelli, non si desideri sguazzare nella caramellosa palude del sentimentalismo postmoderno.
Eventualmente, un vero elemento di riflessione, può essere rappresentato dal fatto che oggi dall’ateismo scientifico e organizzato dei marxisti ( tipo Museo dell’Ateismo, come nella Russia e nell’Albania comuniste), si sta tornando indietro, a quello bestiale e disorganizzato, degli anarchici… Perché questa ciclicità? Forse perché non esistono più i grandi partiti comunisti, e neppure, per reazione, quelli socialdemocratici di un tempo. E quindi si torna indietro all’anarchismo pre-marxiano, quale deriva dell’attuale società globalizzata, dove i padroni sono tornati a fare i padroni.

Carlo Gambescia

sabato 15 ottobre 2011

Pressoché certi del prossimo "balletto" politico sulle responsabilità dei gravi incidenti di oggi pomeriggio, ci permettiamo di riproporre un nostro post di qualche tempo fa, nella speranza che possa offrire alcuni elementi di riflessione generale. (C.G.)



Roma, Piazza San Giovanni, sabato 15 ottobre, ore 18.


Sociologia della violenza



.Proprio non ci siamo… Certe tesi, di nuovo in circolazione, rivolte a giustificare l’uso della violenza “operaia” contro quella “sistemica”, sono francamente preoccupanti. Il che ci spinge a proporre qualche riflessione sociologica sulla questione del rapporto tra violenza e politica. Un tema più volte discussso sul nostro Blog. Ma, come si dice, Repetita juvant…

Che cos’è la violenza?
In primo luogo, la violenza è un reale fattore sociale e storico. E di che si tratta? La violenza consiste nel rimuovere con la forza fisica - fino alla totale eliminazione - gli ostacoli sociali (individui e/o gruppi) a quella che può essere definita, in ultima istanza, l'espansione della volontà di potenza insita nell’uomo. Volontà che può essere culturalmente sublimata, ma non soppressa. A cicli alterni, e secondo le circostanze, riappare, per poi scomparire di nuovo, ritornare, e così via. La violenza, insomma, ha una sua storia naturale segnata da un andamento ciclico, condizionato, come vedremo, culturalmente.
In secondo luogo, la violenza è giustificata o condannata a seconda delle convenienze e sulla base di retoriche politiche differenti. Ad esempio, il terrorista per giustificarsi parlerà di risposta alla violenza del sistema; il poliziotto che reprime si appellerà al rispetto della legge, qualificando, la sua violenza, come uso legale della forza pubblica contro gli eversori.
In terzo luogo, il giudizio sull’ uso della violenza muta sulla base della risposta storica: i vincitori presenteranno sempre se stessi come difensori della pace e gli sconfitti come guerrafondai, e così via.
In quarto luogo, l’intensità della violenza usata contro un ostacolo sociale (individui e/o gruppi) resta legata al grado umanità che gli si riconosce: quanto più l’ostacolo sociale è considerato di natura aliena o sub-umana, tanto più la violenza esercitata sarà rivolta alla sua completa eliminazione. Pertanto l'esplosiva miscela odio-violenza andrebbe sempre maneggiata con grande cautela. E mai con quella superficialità che spesso affiora in certi dibattiti, anche in Rete, dove, ad esempio, si parla fin troppo genericamente di “violenza sistemica”, non tenendo presente, appunto, che più si spersonalizza umanamente l’avversario, più si corre il rischio di sposare la causa della “soluzione finale”.
In quinto luogo, proprio perché la violenza ha una sua storia naturale, non ha un limite oggettivo, se non quello della totale distruzione reciproca o di una delle due parti. Ma esistono invece - e per fortuna - limiti culturali, come dire soggettivi (sempre riferiti all'individuo e/o gruppo sociale), che di regola riescono a ciclicizzarla, sublimarla, controllarla. Le teorie pacifiste, di ispirazione religiosa o meno, ne sono un esempio. Ma anche quelle ispirate al diritto naturale. Come pure le moderne teorie procedurali della politica di stampo liberale. Oppure quelle del cosiddetto “dolce commercio” come apportatore di pace eterna e universale. Sono “retoriche” ( o narrazioni, come è di moda dire) che possono piacere o meno, ma se ci si passa l'espressione, tali teorie "aiutano": rendono l'uomo più riflessivo. Per alcuni anche troppo. Ma questa è un'altra storia.
In sesto luogo, la benevolenza, non sopprime per sempre il nemico né la violenza. Dal momento che è il nemico stesso a designare un certo ostacolo sociale (individui e/o gruppi) come proprio nemico. Il che significa che si può pure porgere l’altra guancia, ma se il nemico, come di regola accade, ha prescelto e deciso di distruggere "proprio quel certo ostacolo sociale", ogni benevolenza del prescelto o dei prescelti sarà inutile.
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Fine di un ciclo?
Pertanto il vero problema, che ogni gruppo sociale si è sempre trovato a dover risolvere, pena la propria autodistruzione, resta quello di come individuare un giusto equilibrio storico e sociologico tra limiti (o vincoli) culturali e dinamica naturale e ciclica della violenza. In alcune epoche ci si è giunti consapevolmente, in altre meno.
Sotto questo aspetto la società contemporanea ha abilmente sublimato e proceduralizzato la violenza, proprio perché uscita da un gravissimo conflitto bellico (la Seconda Guerra Mondiale), dove si era fatto un uso inaudito della violenza.
In questo processo un ruolo essenziale è stato giocato dallo sviluppo economico, dalla nascita del welfare state, dalla democrazia sociale e pacifista (all’interno). Fattori che hanno consentito al mondo occidentale e industrializzato, di “proceduralizzare” e “anestetizzare” la violenza, puntando su un sistema di garanzie sociali, di cultura consensuale e di procedure economiche e sindacali, durato più di sessant'anni. E che ora, come evidenziano le recenti avvisaglie, non solo in Italia (contestazioni, anche violente, sequestri di dirigenti, manifestazioni di massa come in Grecia), sembra stia entrando in crisi.Infatti, il rischio che si apra un nuovo ciclo, come dire, della violenza predominante, interno all’Occidente, non è da escludere. Dove, attenzione, il pericolo maggiore è quello della violenza acefala a spirale: del colpo su colpo, segnato appunto dal vortice violenza extra-istituzionale/violenza istituzionale; vortice capace di risucchiare tutto e tutti. Che già si va profilando, soprattutto in alcune grandi periferie urbane europee, anche grazie a quell'ossessione per la sicurezza, agitata come uno straccio rosso dai governi di destra. “Straccio” davanti al quale il "toro" teorico e giustificativo della vecchia violenza di classe - "contro la violenza borghese" o “sistemica” - sembra aver già pavlovianamente preso posizione, minacciando di partire a testa bassa. Il che però non significa che la violenza extra-istituzionale - risanatrice per alcuni - possa di per sé, aprire chissà quali prospettive future di libertà e progresso. La violenza è sempre e solo violenza. E come abbiamo già detto ha una sua storia naturale. E rimane solo violenza, anche se nasce da una situazione di oggettivo disagio. Non basta toccare, magicamente, il punto limite della disorganizzazione sociale.
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Il vero problema
Il vero problema è come lo si tocca, con chi, e con quali progetti ricostruttivi. Perché, in effetti, quel che per ora manca è un serio progetto alternativo. Anche perché all’orizzonte non scorgiamo una classe dirigente alternativa capace realizzarlo, né un’elite culturale onesta e sincera, né un movimento sociale ben radicato che non sia puro ricettacolo di “spostati”. Di qui la puerilità di certi dibattiti.
E' poi così difficile capire che l'interpretazione qui proposta della violenza quale fattore storico e sociologico ciclico non implica alcun giudizio di valore? Ma solo la necessità, come saggezza sociologica impone, di comprendere che la storia – meccanismo assai complesso - non ammette scorciatoie o salti. Di conseguenza la violenza per la violenza non serve a nulla. Anche se frutto di risposte meccaniche a oggettivi processi sociali di disgregazione: non esistono solo il "Sociale" o solo l'Economico, come meccanismi auto-riproduttivi, esistono anche il "Culturale" e il "Politico" che influiscono (spesso in modo determinante), completandoli dal punto di vista dei significati profondi, i meccanismi sociali ed economici .
Il vero problema delle rivoluzioni non è tanto ( o solo) conquistare il potere, quanto quello di gestirlo "dopo la vittoria" : di come trasformare (recependo il costruttivo insegnamento delle grandi rivoluzioni borghesi) la violenza rivoluzionaria, anche dura, in sincero, solido e democratico consenso popolare. O se si preferisce la violenza in “forza” culturale e politica: il pugno chiuso in mano tesa e aperta. E per far questo servono uomini, idee chiare e istituzioni, non chiacchiere pseudo-rivoluzionarie da intellettuali frustrati e cinici , pronti a mandare al massacro sempre gli altri: gli ingenui idealisti, spesso giovanissimi. Quasi sempre tra i primi a cadere.
In questo senso la vera missione della sociologia resta quella teorizzata da Auguste Comte: Savoir pour prévoir, prévoir pour prévenir. Ovviamente senza esagerare, perché esiste anche il rischio scientista e tecnocratico. Ma questa è un'altra storia...

Carlo Gambescia
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venerdì 14 ottobre 2011


Ucronie
E se non ci fosse stato Berlusconi?



Ipotesi azzardata ma non troppo. 29 marzo 1994, l’Alleanza dei progressisti guidata da Achille Occhetto, che include l’intera sinistra, vince le elezioni prendendo una valanga di voti. Grazie all' Italia che crede in quel "nuovo che avanza", pompato dalle sole reti Rai (visto che, come scopriremo, Berlusconi ha liquidato per tempo le sue televisioni...), la " gioiosa macchina da guerra" di Occhetto riceve il settanta per cento dei voti. Praticamente, alla sua destra restano il Movimento Sociale con il 10 per cento dei voti, la Lega con un altro 10, il Patto Segni (inclusivo dei Popolari) e il Centro Cristiano Democratico con il 5 per cento a testa.
Gianfranco Fini, soddisfatto del risultato, radicalizza le posizioni neofasciste. E accusa Occhetto di voler trasformare l’Italia in paese meticcio, comunista e pieno di gay. Un linguaggio politico che galvanizza l’intero stato maggiore del partito. I saluti romani si sprecano.
Patto Segni e Centro Cristiano Democratico, nemicissimi del “fascista Fini” promettono invece di esercitare un’opposizione democratica e responsabile. La Lega, pur reclamando il Federalismo, sembra disposta a trattare con i vincitori, anche perché avverte il fiato sul collo dei giudici di Mani Pulite.
Negli anni successivi, l’Italia viene governata da una coalizione, che apre gradualmente al Patto Segni e al Centro Cristiano Democratico, escludendo Rifondazione, anche grazie alla nuova legge elettorale maggioritaria, imposta dal duo “trasversale” Veltroni-Segni (come scrive giulivo il “Corriere della Sera”), che introduce il quorum del 15 per cento per entrare in Parlamento. E così il Centrosinistra, privo dei rissosi alleati di Rifondazione e capeggiato dal professor Romano Prodi, giudicato da mercati e banchieri più affidabile di Occhetto, privatizza l’economia, riforma le pensioni, introduce per tutti il lavoro flessibile, azzera il debito pubblico. Guadagnandosi il plauso dei mercati, dei banchieri, di Confindustria. Anche i sindacati, pur non capendo, si adeguano, visto che al Governo c’è una bella fetta di sinistra.
Del resto, ora gli insegnanti di scuola media superiore accettano di essere trasferiti da Caltanissetta a Gorizia e di andare in pensione a settantacinque anni; le cause civili durano tre mesi ( inclusa la Cassazione); nessuno paga più tangenti (anche in natura); tutti pagano le tasse; la mafia si è autosciolta; immigrati e italiani vivono tutti insieme, felici e contenti. Infine, le televisioni, ora completamente private, Rai compresa, continuano, nonostante la retraite di Berlusconi, a mandare in onda, tra il giubilo degli italiani, culi e tette...
Ciliegina (politica) sulla torta: nel 2004, un ictus cerebrale malcurato in una clinica di Abbiategrasso, costringe Bossi ad abbandonare la politica. La sua uscita di scena si ripercuote sulla Lega, che nel giro di qualche mese si sgretola, dividendosi in fazioni sub-regionali e cantonali.
E il Movimento Sociale e Rifondazione? Oltre a scontrarsi fisicamente nelle piazze, tentano di cavalcare la protesta, in realtà molto ridotta, nonostante l’inizio della crisi mondiale. Ma la polizia sorveglia. Infatti, dopo l’approvazione della “Legge Veltroni” sui “fasciocomunisti” i “partiti non rappresentati in Parlamento” e “incitanti all’odio razziale e sociale” rischiano lo scioglimento d’autorità. Al riguardo, va ricordata, la plateale protesta di Gianfranco Fini, che in occasione della sua promulgazione, si è fatto incatenare in camicia nera all’Obelisco Mussolini del Foro Italico.
Del resto, secondo Prodi, attuale Presidente del Consiglio, intervistato ieri sera dalla direttrice del Tg1, Bianca Berlinguer, “il Paese, grazie alle moderate riforme del Centrosinistra, finora ha vissuto senza alcuna preoccupazione. Quindi, non si capisce perché gli italiani protestino: qualche piccolo sacrificio, a causa della crisi, potrà fare loro solo bene”…
E Berlusconi? Il Cavaliere, dal dicembre 1993 risiede negli Stati Uniti, dove si occupa di produzione cinematografica e musicale. Le sue televisioni sono state acquisite da Murdoch nel gennaio del 1994, poi subito rivendute dal magnate australiano, più interessato a Fox, ai cinesi, e infine trasmigrate nel portafoglio mediatico di Carlo De Benedetti. Ora, Berlusconi, come spesso dichiara dalla sua villa di Beverly Hills dove vive con la giovane consorte, la cantante Lady Gaga, considera gli Stati Uniti la sua nuova patria. Secondo alcuni fonti, sembra che il Cavaliere, alla non più verde età di settantacinque anni, voglia fondare, come neo-cittadino americano, un terzo partito: "Forza Stati Uniti"... Va detto che, dopo quasi vent’anni, non si è ancora compresa bene la ragione del suo trasferimento negli Usa. All’epoca, dopo un accenno al desiderio di “scendere in campo”, Berlusconi venne fatto oggetto, come si dice in burocratese, di alcune misteriose informative. Di qui, forse, come alcuni ritengono, la sua decisione di desistere, anche perché molto diffidente nei riguardi non tanto dei giudici quanto degli avvocati… Per i quali, come ha dichiarato di recente, ne riferiamo testualmente: “Io, Berlusconi, non ho mai speso un soldo, minga sun stupid”.

Carlo Gambescia
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P.S.
Dimenticavamo,  Antonio Di Pietro, oggi,  dirige la Procura di Campobasso.

giovedì 13 ottobre 2011

Ci sono recensioni che aggiungono valore a un libro, indicando piste, e recensioni puramente descrittive, spesso inutili. Ora, lo scritto dell’amico Teodoro Klitsche de la Grange (*) appartiene al primo “tipo”. E quindi siamo onorati di pubblicarlo. Infatti, la sua recensione, al di là dell'esposizione dei contenuti, pur interessanti, de Il golpe inglese, invita a riflettere su un fatto importante, diremmo decisivo, e di regola ignorato da coloro che dividono in angeli e demoni i protagonisti del pluriverso politico: "Le potenze non sono 'buone' o 'cattive' per scelte ideologiche o morali: le potenze proteggono i loro interessi (in fondo è la 'vocazione' degli Stati) e in questo i 'buoni' inglesi equivalgono ai 'cattivi' sovietici o ai 'discoli' americani (e viceversa)". Buona lettura. (C.G.)

.Il libro della settimana: Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, Il golpe inglese, Chiarelettere, Milano 2011, pp. 354,  € 16,00.






Questo libro, basato quasi interamente su documenti degli archivi di Stato britannici, ha destato qualche sorpresa, non appena uscito, per la tesi di fondo sostenuta; ovvero che “Ogni volta che gli italiani hanno provato a decidere del proprio destino, gli inglesi sono intervenuti”. In realtà ciò che sorprende di più è la sorpresa: la Gran Bretagna, dati gli interessi che aveva nel Mediterraneo, e in particolare la non disponibilità (allora) di risorse petrolifere proprie – quelle del Mare del Nord erano di là da venire – non fece altro che comportarsi secondo la logica da (grande) potenza, influenzando la politica, specie in quei paesi che avevano minori possibilità e/o volontà di opporsi.
In particolare questo è ancora più evidente per i fatti successivi al secondo conflitto mondiale. Scrivono gli autori nell’introduzione “Conclusa la guerra, a differenza degli americani, Londra non considera gli italiani un popolo che ha combattuto la propria liberazione dal nazifascismo al fianco degli Alleati, ma come una nazione sconfitta. E dunque soggetta alle leggi dei vincitori. Il nostro paese non può avere un regime pienamente democratico. Non può provvedere autonomamente alla propria sicurezza. E, soprattutto, non deve seguire una linea di politica estera basata su un proprio interesse nazionale”. Il tutto sintetizzato in un colloquio tra Churchill e il delegato apostolico di Pio XII nel 1945, nel quale lo statista inglese dopo averlo rassicurato che “l’Italia godrà di eccellenti condizioni” (di pace) aggiunge “l’unica cosa che mancherà all’Italia è una totale libertà politica”. E in effetti la guerra si fa, seguendo Clausewitz, per costringere il nemico a fare la nostra volontà: quando questi è sconfitto, è nella logica del “politico” che debba, in misura di maggiore o minore, fare la volontà del vincitore. Per verificare la quale basta leggere tre documenti. Il primo è la dichiarazione di Yalta sull’Europa liberata, nella quale, tra l’altro, le potenze vincitrici U.S.A., Gran Bretagna e URSS si riservano il diritto d’intervento e prescrivono l’obbligo di cambiare la costituzione per i paesi dell’Asse e occupati dall’asse; il secondo è il Trattato di pace tra l’Italia e i vincitori, con clausole che disciplinano l’ordinamento interno (gli autori ricordano l’art. 16, ma non era il solo, come rilevato da Vittorio Emanuele Orlando nella discussione del Trattato alla Costituente); il terzo la stessa Costituzione vigente, che si adegua alle direttive politico-istituzionali dei vincitori.
Che poi a tutto ciò si accompagnasse anche l’influenza politica dei vincitori sul vinto, spesso esercitata con atti riconducibili agli arcana imperii è cosa che non meraviglia: quando lo si enuncia pubblicamente su documenti ed atti pubblici (spesso insolito) a maggior ragione lo si fa con azioni riservate e talvolta illegali.
Che è poi l’argomento di gran parte del libro “Nel dopoguerra, la storia dei conflitti invisibili tra Roma e Londra si snoda lungo un sentiero strettissimo. Delimitato, da un lato, dalle strategie di una gran parte della classe dirigente italiana, desiderosa di entrare a pieno titolo nel gioco delle grandi potenze economiche; dall’altro, dalla dottrina Churchill, con le sue successive rielaborazioni”; e la Gran Bretagna “mette in campo la sua rete d’influenza e le sue quinte colonne, sempre pronte a scattare al minimo segnale di pericolo”. Quinte colonne spesso costituite dagli ex sconfitti, come il Principe Borghese e ambienti neo fascisti; dall’altro dagli ex partigiani vicini agli alleati occidentali, Edgardo Sogno tra i più influenti. Ma anche più spesso da ambienti anglofili (e massonici) legati alla Gran Bretagna da comunanze ideali (ed ammirazione), nonché da interessi. In particolare la politica “sotterranea” inglese prendeva di mira due personaggi, Enrico Mattei e Aldo Moro, e un partito: il PCI.
L’effetto di tale “rete di protezione” è stato (tra gli altri) di occultare la reale influenza inglese negli affari italiani; leggendo i documenti si pensa “al modo in cui gran parte del mondo politico, degli ambienti intellettuali e dell’informazione italiani tendono ancora oggi ad affrontare nodi della nostra storia... accreditati opinionisti che hanno ‘occupato’ ogni spazio dedicato alla memoria per imporre la loro chiave di lettura, ripetuta come un mantra: tutto è nato, si è sviluppato e si è consumato esclusivamente dentro i nostri confini, senza alcuna responsabilità di menti e mani straniere”: questo è un velo calato sulla storia “si poteva dire all’opinione pubblica, per esempio, quanto le vicende interne italiane fossero condizionate dalla dottrina di Churchill?”. Evidentemente no: sarebbe stato un colpo mortale all’agiografia costruita sulla vittoria degli alleati, e sul contributo datovi dagli italiani.
In conclusione il libro è interessante e da leggere perché racconta fatti e argomenta tesi del tutto inconsueti e trascurati, per via della “rete di protezione” e dell’intento agiografico accennato.
Due notazioni per concludere: se è vero che gli inglesi hanno influito nella politica italiana, è vero del pari che metodi simili sono stati ascritti all’onnipresente CIA e al KGB; probabilmente certi ed ancor più verosimili perché rientranti nella prassi politica, in particolare dei vincitori verso gli sconfitti. Le potenze non sono “buone” o “cattive” per scelte ideologiche o morali: le potenze proteggono i loro interessi (in fondo è la “vocazione” degli Stati) e in questo i “buoni” inglesi equivalgono ai “cattivi” sovietici o ai “discoli” americani (e viceversa).
In secondo luogo: credere che i vincitori vogliano fare gli interessi degli sconfitti (talvolta succede o succede che non se ne approfittino troppo) è ingenuo e alla lunga una classe dirigente che lo pratica finisce per chiudere la nazione nella beatitudine dell’impotenza politica, cioè nella prona e volontaria servitù. Rafforzata anche da quella anglofilia, o meglio ammirazione per il sistema liberaldemocratico che nella Gran Bretagna ha visto la propria matrice. Ma a tale proposito è bene concludere realisticamente che se è ingenuo pensare le Nazioni e la prassi politica svincolate dagli interessi, tra tanti “interessati” è meglio, conservando la propria autonomia, intendersi con chi ha nel proprio DNA il rule of law e l’habeas corpus, che fidarsi di coloro che hanno Tribunali rivoluzionari e campi di concentramento.
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Teodoro Klitsche de la Grange

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Teodoro Klitsche de la Grange è avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica "Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

mercoledì 12 ottobre 2011

Il  Nobel Economia 2011 è andato a Thomas Sargent e Christopher Sims
 Aria fritta


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Mai come quest’anno il premio Nobel per l’Economia indica quanto la riflessione economica sia ormai lontana dalla realtà… E non solo per l’incapacità, ampiamente dimostrata, di rispondere in modo sensato alla crisi, bensì perché i due vincitori, gli statunitensi, Thomas Sargent e Christopher Sims vivono veramente in uno spazio stratosferico, tutto loro, composto di equazioni e calcoli quantitativi che non addentano alcuna realtà. Gli studi dei due economisti, in particolare quelli sugli impatti dei cambi di policy su produzione, inflazione e occupazione, sono tutt’al più compitini ben fatti…. Perciò è verissimo, come recita la motivazione della Royal Swedish Academy of Science che il loro lavoro ha «posto le basi della moderna analisi macroeconomica». Il che però, ecco il punto, non è certamente un merito…
Il lettore non dia perciò retta alle dichiarazioni di altri inciucio-economisti, apparse sui giornali, dove si afferma che i due Nobel verificano le ipotesi, eccetera, eccetera. Sì, è vero, Sargent e Sims verificano, ma solo sulla lavagna… Si tratta, insomma, di verifiche su collezioni macroeconomiche di numeri, che rinviano ad altre cifre, basare su altre stime, e così via… È il trionfo della convenzione, anzi del convenuto, come accordo tra economisti sul valore convenzionale di alcune variabili (ad esempio pil ) oppure sulla composizione del livello medio dei prezzi (dei titoli di Borsa, per farne un altro…). Sui quali, altra convenzione, si eserciterebbero, considerati i margini di incertezza (sempre però secondo il famigerato mezzo pollo a testa della statistica…) le scelte razionali degli uomini. Insomma, peggio di “Cosa Nostra”.
E non lo diciamo noi che abbiamo il dente avvelenato, ma ingenuamente lo riconoscono gli stessi inciucio-economisti, credendo di magnificare i due vincitori… Come, ad esempio, Giacomo Vaciago: «Sono due tra gli economisti più famosi al mondo: Sims è più quantitativo, più econometrico, è il padre-padrone delle stime economiche con i modelli Var di autoregressione vettoriale e cioè delle stime economiche effettuate con grandi computer, con cui si verificano la bontà delle teorie. In altre parole Sims è uno che non esprime opinioni, ma riporta stime. Dei due però è Sargent il più famoso. È lui che ha fondato la scuola delle aspettative razionali».
A Roma, per buttarla sul dialettale, a Vaciago si risponderebbe così: “Ma de che stamo a parlà!”… Di stime su altre stime: fumo su fumo. Di nulla praticamente… E, in particolare, l’econometria, soprattutto nella versione Sims, come nota Alessandro Roncaglia nel suo ottimo trattato storico (La ricchezza delle idee), si allontana progressivamente sia dalla realtà, sia dalla teoria economica (quella, anche agli antipodi ma sana, di Hayek e Keynes ad esempio). E per una ragione molto semplice: perché il Premio Nobel propone una «econometria ateoretica», basata su modelli e ipotesi di tipo matematico, sempre più perfezionati. Ma… dal punto vista matematico e non di una realtà, storicamente e sociologicamente segnata da conflitti, passioni, ideologie e istituzioni. Tutti aspetti, molto genuini, di cui la teoria economica, quella vera, a partire da Adam Smith e Karl Marx, invece ha sempre tenuto conto.
Ciò significa che se Smith e Marx oggi rinascessero, non vincerebbero il Premio Nobel Economia. Così va il mondo. Purtroppo.

Carlo Gambescia