martedì 11 ottobre 2011


Strumentalizzazioni
Perché non lasciare 
in pace Giuseppe Pella?


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«C’era bisogno di un governo di tregua quando il Presidente Einaudi diede l’incarico a Giuseppe Pella. E anche se ebbe vita breve, fu un’esperienza importante e utile, che segnò il futuro dell'Italia repubblicana». Così il presidente Napolitano, giovedì scorso da Biella, centro operaio e laniero.
Cosa dire? Che non fu proprio un «governo di tregua». Anzi. Quindi l’ esempio, dispiace dirlo, è improprio. Nonostante, i giornali amici (del Centrosinistra), si siano subito attivati per fabbricare un Pella ad uso e consumo di un Governo tecnico, magari a guida Mario Monti. E così, chi ha messo il luce, il liberismo di Pella; chi ne ha magnificato il feeling con Luigi Einaudi, la comune piemontesità, e via cinguettando…
In realtà, Pella, pur essendo un difensore del mercato, se ci si passa la “botta” di retorica, fu anzitutto un patriota italiano. Perciò, è vero che il suo monocolore post-elezioni del giugno 1953 (quelle che avevano visto abortire il progetto di stabilizzazione al Centro, malgrado il premio di maggioranza introdotto dalla cosiddetta “Legge Truffa”), venne, se si vuole, imposto da Einaudi, ma è altrettanto vero che durò appena 142 giorni. E in condizioni precarie, come vedremo. Pella cadde il 5 gennaio del 1954, prima mal sopportato, poi scaricato da una Dc, tenuta insieme a fatica dallo stanco De Gasperi, che sarebbe morto nell’agosto di quell’anno.
Ma perché cadde?
Lasciamo la parola a Giano Accame (Una storia della Repubblica): «Pella assunse all’improvviso un carisma nazionale per il repentino esplodere della Questione di Trieste (…). Tito chiedeva l’annessione del territorio libero di Trieste, dicendosi disposto a concedere in cambio l’internazionalizzazione della sola città di Trieste, Pella replicò il 13 settembre con un’orazione in Campidoglio (“Sappiano i fratelli triestini che la loro causa è la causa di tutti gli italiani…”). Uno spostamento dimostrativo di truppe [italiane, ndr] ai confini orientali provocò entusiasmo a destra, ma indulgenze anche a sinistra, dove al Pci filomoscovita e in rotta con il comunismo secessionista di Tito non dispiaceva la fermezza di Pella sia nel contrastare le pretese jugoslave , sia nel subordinare alla questione di Trieste gli impegni contratti dall’Italia con l’Alleanza Atlantica».
Un linguaggio quasi alla D’Annunzio, che dispiacque al fin troppo prudente De Gasperi. Il quale, dopo i gravi incidenti triestini in novembre (tra l’altro, a Pella fu impedito di partecipare ai funerali dei sei dimostranti uccisi dalla polizia britannica), fece pervenire al Presidente del Consiglio, “via” Scelba, il seguente messaggio: «Il Paese ha bisogno di un governo idoneo a fronteggiare la situazione interna e internazionale diventate molto critiche, specie dopo i fatti sanguinosi di Trieste. E il Governo Pella non dà alcuna garanzia di poter essere all’altezza del compito» . Dopo nemmeno due mesi, il Governo cadde. Il povero Pella, reo di uno scandaloso amor di patria, finì nel purgatorio politico fino al 1972, quando venne richiamato da Andreotti, come Ministro delle Finanze in un modesto monocolore pre-elettorale… Per poi finire di nuovo in soffitta, dove solo soletto, nel 1981, affronterà l’ultimo viaggio. Dopo tanto Purgatorio, probabilmente, verso il Paradiso,
Signor Presidente Napolitano, un giorno o due dopo (non ricordiamo bene...), Lei ha dovuto precisare che il richiamo al Governo Pella «era un richiamo storico senza riferimenti all’attualità». Le crediamo sulla parola. Del resto, tra l’amor di patria mostrato di Pella e quello light di Monti & Co., sempre allineati e coperti con i mercati internazionali, c’è un abisso. Ma il punto resta un altro: come abbiamo mostrato il “richiamo storico” rimane improprio… Non fu un «governo di tregua», ma di guerra o quasi. E su tutti i fronti, a partire dall'atteggiamento politico della Dc fino a quello di Tito dell' Amministrazione interalleata di Trieste…

Carlo Gambescia
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lunedì 10 ottobre 2011

Oggi pubblichiamo l'interessante post su Steve Jobs dell’amico Carlo Pompei, eccellente grafico editoriale e altro ancora . Il suo sguardo è prezioso perché descrive “laicamente”, e dall’interno, quel che rappresentò, e continua a rappresentare, per gli addetti ai lavori la “Apple Revolution”. Perché, piaccia o meno, con la morte di Steve Jobs il mondo perde un uomo di genio. Del resto il padre del "Mac", vivendo nel XX Secolo, non poteva non incarnare la figura dell’imprenditore schumpeteriano per eccellenza, ossia del geniale innovatore, necessario volano di un sistema, quello capitalistico, che ovviamente come ogni altro universo umano va storicizzato e non demonizzato. Anche perché se Steve Jobs fosse vissuto in un' altra età storica chissà cosa sarebbe diventato... Sicuramente un uomo importante, perché il genio finisce sempre per emergere. Ma chissà in quale campo... D'altra parte, l'approfondimento di questi aspetti (genialità, peso della storia, destino, capitalismo), porterebbe troppo lontano... E, per contro, il solo accennarvi non implica alcuna condivisione dei peana post mortem , nè delle denigrazioni di certo anticapitalismo straccione. Nelle analisi delle grandi personalità, anche imprenditoriali, occorrono invece prudenza e maturità di giudizio. Di qui la necessità, che in futuro tornerà ancora più utile, di dare a "Cesare Jobs" quel che è di "Cesare Jobs" e al capitalismo quel che è del capitalismo. In proposito, si veda anche il bel post, molto equilibrato, dell’amico Valter Binaghi ( http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/10/08/facciamoci-del-bene4-con-un-omaggio-allintelligenza/ ). Dove tra l’altro, riprendendo alcune osservazioni di un comune amico, Riccardo De Benedetti, Binaghi critica, e giustamente, certe ridicole ricostruzioni marxiste-leniniste, alla Wu Ming per intendersi: patetiche denigrazioni di Steve Jobs, che fanno il paio con le untuose celebrazioni post mortem, cui accenna anche Carlo Pompei. Buona lettura. (C.G.)




Grazie, Steve…
di Carlo Pompei


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Quando, nel 1984, ci fu il lancio dell’Apple Macintosh (allora nessuno lo chiamava confidenzialmente “Mac”) con il famoso spot orwelliano mandato in onda durante la finale del SuperBowl, ci incuriosì a tal punto che, stanchi di righe e righe di programmazione su monitor neri a fosfori bianchi o verdi, ci si ripropose di acquistarne uno non appena fosse stato commercializzato in Italia. Così non fu, perché a 18 anni si hanno pochissimi soldi in tasca. Poi, di lì a poco, in occasione della leva militare a Milano - città già tecnologicamente all’avanguardia - ci fu modo di sperimentare il nuovo arrivato della casa dal logo con la mela morsicata multicolore. Per inciso, il logo, fortunatamente, era già alla sua seconda versione.
Una volta in congedo, grazie anche all’intraprendenza (e i soldi) di un amico, si partì per la “grande avventura”. Il Macintosh che si riuscì ad acquistare costava l’equivalente di cinque stipendi (suoi), ma già li valeva tutti, nonostante il piccolo monitor in bianco e nero, che però era finalmente con sfondo bianco, così da emulare un foglio di carta.
Nottate intere a comporre giornali finti, a disegnare, a ritoccare foto a colori fidandosi delle scale di grigio, con quello spirito “affamato e folle” che dal 2005 è diventato il tormentone oggi citato da tutti. Il commento delle persone che ci vedevano armeggiare con quella strana scatoletta con pulsante e filo alla destra della tastiera (il mouse), era più o meno questo: “bel giocattolo, ma che ci fate?”. Ebbene, quel “giocattolo”, ben prima dell’esordio di ipod, ipad, iphone etc., negli anni a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90, ha rivoluzionato il mondo dell’editoria introducendo il concetto, ma anche le modalità, del moderno desktop publishing o DTP, ovverosia l’editoria elettronica. Cambiarono molte cose, in effetti, e - come in ogni rivoluzione - ci furono sconfitti e vincitori: chi non si adeguò alle nuove procedure, vide ridotto - o sparito - il proprio lavoro, ma non se ne può certo fare una colpa alla Apple. Sarebbe come criminalizzare l’inventore del motore a scoppio per aver soppiantato cavalli e carrozze agli inizi del ‘900.
I tradizionalisti conservatori staranno storcendo il naso su questo concetto e, in parte, siamo d’accordo con loro, ma non è forse quello stesso spirito che mosse i futuristi? Contraddizioni inevitabili in un mondo in continua evoluzione-involuzione, evidentemente.
Oggi c’è la fila per dire qualcosa di buono e bello sul conto di Jobs, ma sono tutti sinceri? Si va dagli immancabili fanatici del “santo subito” ai “convertiti”. L’altro genio (o opportunista eticamente discutibile?), Bill Gates - fondatore di Microsoft - che si dice dispiaciuto della scomparsa del rivale, a metà anni ‘90, con manovre più o meno chiare, lanciò il famoso “Windows ‘95”, una brutta copia (a pagamento) del sistema operativo (gratuito) installato su ogni Macintosh. Fu un colpo basso che fece rischiare molto alla Apple, la quale, in quel periodo, complice la concorrenza spesso sleale e qualche scelta oggettivamente sbagliata, non navigava in buone acque. Poi Steve Jobs riprese le briglie e le cose andarono come tutti sappiamo; e Microsoft fu condannata dall’antitrust americano per alcune “scorrettezze”.
Anche quando si parla di Jobs non sono tutte “rose e fiori”, come lui stesso ammetteva, ma questo, purtroppo o per fortuna, fa parte del gigantesco gioco economico del quale faceva (e facciamo) parte. Infatti, oggi, la cosa più triste - oltre alla sua morte, ovviamente - è che venga ricordato quasi esclusivamente per gadget pressoché inutili alla produzione, ma che tanto hanno elevato il fatturato di Apple negli ultimi dieci anni. Jobs si rese conto - come al solito prima di altri - che bisognava commercializzare qualcosa di “inutile utilità”, appunto, ma che avesse la valenza di satus symbol e un prezzo abbastanza alto per poter mantenere in vita la sua creatura originale: il Macintosh, appunto. Al proposito, una menzione particolare merita il meno noto - ma altrettanto geniale - cofondatore di Apple, Steve “Woz” Wozniak, vera mente informatica degli inizi, più che commerciale e stilistica, del fantasioso duo.
In conclusione, quegli stessi che chiamavano giocattolo il “Mac”, oggi si pavoneggiano con l’ultimo modello di iphone, ma, quasi tutti, non hanno mai veramente usato il Macintosh. Nonostante ciò, ci sono molte persone che sono passate da “Win” a “Mac”, ma quasi nessuno che abbia fatto il contrario…
Comunque grazie, Steve, ora riposa in pace.
Se soltanto si potesse fare un “mela-z” (annulla ultima operazione su Mac) alla tua morte.
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 Carlo Pompei
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Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. A scuola mise subito in evidenza le proprie capacità di “fuoriclasse”. Come? Venendo "buttato" fuori dall’aula dai professori, un'ora sì, l'altra pure… Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”. Perché, come spesso ricorda agli amici, "c’è il mutuo da pagare".

venerdì 7 ottobre 2011

III Settimana nazionale contro la violenza
Può bastare l’educazione?
di Carlo Gambescia

Nel corso del  mese di ottobre si terrà in Italia la III Settimana nazionale contro la violenza.  Promossa  nelle scuole (ma non solo), dal  Dipartimento per le Pari Opportunità. Si tratta di un’iniziativa  che ha  lo scopo di favorire la prevenzione verso ogni forma di violenza e discriminazione,  in base alla razza, al sesso,  alle scelte  religiose,  sessuali,  eccetera… Tutto molto nobile e interessante, non c’è che dire. Del resto, cercare di  spegnere  il  fuoco del  razzismo  prima che divampi, distruggendo tutto,  è opera  sempre apprezzabile.  Tuttavia, forse si dovrebbe ragionare più a fondo sulle radici sociali della violenza, senza, ovviamente opprimere…  troppo i nostri lettori. 
Una prima distinzione, generica, va fatta tra forza e violenza. La forza è una forma di violenza legalizzata,  mentre la violenza non è altro che forza extra-legale. Nel mondo moderno, la legalità dell’uso della forza è sancita dalle leggi (il cosiddetto stato di diritto). Va da sé che coloro che non condividono “quelle” leggi (che autorizzano l’uso della forza), parificano “quella” forza alla violenza.  Ciò significa che di fatto  ogni distinzione tra forza e violenza è soggettiva ( o comunque ideologica), perché concerne il grado di accettazione individuale delle leggi che ne autorizzano l’uso. Quindi, più correttamente,  si dovrebbe parlare sempre di violenza.
Una seconda distinzione,  riguarda la finalità della violenza. Per alcuni la violenza è soltanto un mezzo per ottenere altri fini. Si pensi alla violenza rivoluzionaria  tesa a far nascere  una nuova società; oppure alla violenza bellica  dispiegata in guerre che, come retorica impone,  “devono mettere fine a tutte le guerre”…
Per altri, più sbrigativamente, la violenza è sempre fine a se stessa. Quest’ultima, curiosamente, è la posizione di coloro che o non accettano o adorano la violenza: dei pacifisti come dei guerrafondai.
Una terza distinzione,  concerne la violenza collettiva e individuale. Di regola, la violenza individuale viene punita dai codici mentre quella collettiva resta più difficile da individuare e punire. Perché? La violenza del singolo è sempre più individuabile e gestibile fisicamente, mentre quella collettiva no ( si pensi al concetto, assai vago, di “violenza delle istituzioni”…). Il punto è che l’uomo tende  ad attribuire ai fenomeni collettivi cause collettive, spesso astratte.  Di qui,  la conseguente difficoltà a trovare un accordo sulle cause concrete e sulla legislazione penale relativa proprio alle  cause collettive...   Il che tuttavia non significa che non esistano situazioni collettive di sofferenza, ad esempio una grave disoccupazione.  
Insomma, la violenza (anche sotto forma di forza legalizzata), piaccia o meno, è una componente dei rapporti sociali. Non vogliamo  entrare qui nel merito della questione delle questioni: se l’aggressività nell’ uomo sia  eliminabile o meno. Anche perché, in concreto,  le società, da sempre, cercano di limitare la violenza (illegale) ricorrendo ad altra violenza (legale). Fondandola, di volta in volta,  sui valori più differenti (religiosi, morali, giuridici). Certo, l’educazione -  a cominciare dalle Settimane nazionali contro la violenza - può  influire, culturalmente, sul ricorso individuale e sociale alle cosiddette vie di fatto…  Ma fino a un certo punto. Vediamo perché.
In primo luogo, spesso l’educazione implica l’accoglimento psichico nel singolo  del concetto sociale di violenza (legale) quale  deterrente alla  violenza (illegale). Così però  anche l’educazione finisce per basarsi sulla “minaccia” di altra violenza. Su questo concetto torneremo più avanti.
In secondo luogo, le società,  pur respingendo pubblicamente la violenza ne sono in realtà intrise.  Si pensi solo al moderno concetto di “guerre giuste”, esplicitato a suon di bombe.  Oppure a quella schizofrenia sociale, oggi sotto gli occhi di tutti, di certi  personaggi politici,  i quali per un verso predicano la pace e per l’altro praticano la violenza. E sempre  con il sorriso sulle labbra.
In una situazione del genere,  segnata dal  culto ipocrita della non violenza, tentare di contenere la violenza vera  non è facile. Anche perché il vero punto della questione è rappresentato dal concetto di minaccia: “promettere” all’altro qualcosa che susciti in lui preoccupazione, timore, paura… Un atto, che pur non essendo in se stesso “violento”, si appella all’ uso possibile della violenza:   una pratica che caratterizza le più diverse forme di relazione sociale, sia individuali, sia di gruppo, da quelle contrattuali ( “se eviterai di adempiere…”) a quelle educative (“se non farai il buono… ”) e politiche ( “se non pagherai le tasse…”; “se invaderai, la mia patria…”).
Pertanto, la violenza rinvia sempre alla minaccia, ossia a  un’altra azione che racchiude in sé “l’idea” di violenza. Ciò indica una sola cosa: che la minaccia, quale  violenza virtuale,  è  una componente ineludibile, di tutti i rapporti i sociali.
Concludendo,  la violenza rinvia alla minaccia, la minaccia alla paura di subire una qualche  violenza (fisica, psichica, morale, sociale).  Pertanto, come dicevamo all’inizio,  le  Settimane nazionali contro la violenza sono benvenute. Anche se, in realtà,  il problema principale resta un altro. Ed è  di tipo costitutivo o  socio-antropologico. Insomma, piaccia o meno, siamo fatti così:  viviamo, pur usando la ragione,  come psichicamente sospesi tra violenza e  minaccia di una violenza.  Per giunta, ammesso e non concesso che si possa modificare la natura dell’uomo, in che modo liberare il mondo sociale dalla paura? Soprattutto quando, come oggi, la paura viene usata a giustificazione della cosiddetta società della sorveglianza? Una società,  dove, per i suoi membri, la sicurezza  sembra  contare più della libertà?         

                                                                Carlo Gambescia

giovedì 6 ottobre 2011


Il libro della settimana: Armando Torno, Il paradosso dei conservatori, Bompiani 2011, pp. 106, Euro 14,00.

http://bompiani.rcslibri.corriere.it/

Mentre si legge Il paradosso dei conservatori (Bompiani 2011, pp. 106, euro 14,00), ultima fatica di Armando Torno, ci si sente sul treno sbagliato, come quel personaggio interpretato dal giovane Verdone in "Borotalco", senza però avere alcuna possibilità di scendere, anche lanciandosi dal finestrino, prima di Civitavecchia… Perché il libro, a maggior ragione una volta letto e chiuso, non offre alcuna via di fuga. Dal momento che nelle sue pagine, come nell’arcinota notte hegeliana, tutte le vacche, conservatrici o progressiste, sembrano avere lo stesso colore: «Chi scrive, osserva Torno, è convinto che il conservatorismo sia un sentimento, un bisogno istintivo più che un’ideologia. Anzi senza infingimenti si potrebbe (…) dividere l’umanità attuale in conservatori e in chi si appresta a diventarlo. Non è una questione legata alla giustizia o alla verità, è semplicemente un bisogno esistenziale dell’uomo ». Insomma, anche il progressista più acceso sembra destinato a diventare conservatore… Di qui, secondo l’editorialista del “Corriere della Sera”, il carattere paradossale (politicamente parlando) di ogni conservatorismo.
Che dire? Troppo facile, addirittura banale. Soprattutto se quel «bisogno esistenziale», viene ricondotto nelle limacciose acque del non sempre maestoso fiume dell’ egoismo umano. Infatti, secondo Torno, « l’egoismo (…) camuffato, sistemato, agghindato in mille modi, con il linguaggio mutato a seconda del momento e della bisogna, diventa il punto di partenza di qualcosa che si desidera conservare ». E su queste basi Torno fa rientrare nel conservatorismo di oggi (ma crediamo anche di ieri), la conservazione della bellezza e della virilità, dell’ambiente, del posto di lavoro, delle strutture burocratiche, culturali e scolastiche. Per contro, le istituzioni politiche non ne farebbero parte. E per quale ragione? Perché, a suo avviso, il conservatore, proprio perché guidato dall’egoismo non può andare tanto per sottile. E così l’una equivale all’altra. Come dire, primum vivere...
Diciamo che Torno, per buttarla sul filosofico-sociologico, coniuga Hobbes e Pareto, senza però avvedersi che ogni buon conservatore è innanzitutto un realista politico. Soprattutto quando si passa, dalle sensibilità collettive all’agire politico e storico del singolo uomo di stato.
Cosa vogliamo dire? Che il vero conservatore considera l’egoismo solo uno dei moventi umani con il quale fare i conti, senza però esagerare. In realtà, si conserva sempre ciò che merita di essere conservato. Insomma, viene sempre fatta una scelta di valore. Il puro egoismo: quel difendere ciò che è mio solo perché mio, non sempre paga. In questo senso, per fare un esempio storico, nel processo unitario italiano, l’Austria, rappresentava il (valore) passato, il Piemonte il (valore) futuro. Cavour, saggiamente, puntò sulla sintesi realistica (dei valori): una monarchia (il passato) estesa all’Italia unificata, ma costituzionale e liberale (il futuro). Ovviamente, ebbe un peso rilevante anche la sua abilità nel muoversi tra gli egoismi delle varie potenze europee e le passioni del movimento unitario italiano.
Ma si pensi, per venire al Novecento, a figure come Giolitti, Churchill, de Gaulle, saggi maestri di realismo politico. Soprattutto quando si pensa ai loro avversari, tutti mossi da un fuorviante sacro egoismo patrio: Sonnino (prima, difensore del «Torniamo allo Statuto»; dopo, dell’ingresso in guerra, la Prima, sul filo del colpo di stato); Chamberlain ( patrocinatore di un’egoistica e rovinosa pace a tutti costi con Hitler) e Pétain ( gretto profeta di un’ inesistente Francia pre-democratica ).
Perciò, Torno fa molto male a citare, come esempio di buon conservatorismo nostrano, il marchese Alessandro Guiccioli, deputato, alto funzionario e diplomatico dell’Italia liberale. Spirito, in realtà, profondamente reazionario, perché nemico delle istituzioni parlamentari. E persino dei pubblici comizi: « forma di manifestazione barbara, pericolosa, antiquata, ingannevole», come scrisse nel suo Diario di un conservatore. Titolo, tra l’altro, inventato a tavolino dalle Edizioni del Borghese, quando nel 1973 ripubblicarono il libro. Effettivamente poi finito, come ricorda Torno, tra gli scaffali dei Remainders. Probabilmente perché “schifato” un po’ da tutti, anche da liberaldemocratici e moderati, proprio per il suo taglio più reazionario che conservatore. Per contro, Guiccioli, non poteva non essere apprezzato da Federzoni, non meno nemico delle istituzioni parlamentari, di cui Torno cita il necrologio. Ma questa è un’altra storia…
Più condivisibile, resta invece, il giudizio di Torno su Sergio Romano: « Si può essere conservatori solo con l’atteggiamento critico di Sergio Romano, ovvero salvando nel proprio spirito quegli anticorpi che consentono di non abbandonarsi alla pigrizia mentale dei pregiudizi o di diventare banali reazionari, di rivedere criticamente idee consolidate e di porsi tante, anzi tantissime domande su quella cosa che in molti chiamano ancora storia» .
Giusto. Ma è appunto ciò che evita di fare Torno, quando al creativo revisionismo storico oppone il determinismo degli egoismi umani, scivolando così verso la deriva del conservatorismo psicologico, se non addirittura biologico.
E questo, e non quello del titolo, è il vero paradosso del libro. Purtroppo.

Carlo Gambescia


mercoledì 5 ottobre 2011

Wikipedia  
I nipotini di Goebbels
 di Carlo Gambescia



Purtroppo,  stiamo scivolando verso un mondo,  dove la differenza  tra verità e falsità  rischia veramente di non esistere più. E  di sparire in nome di uno pseudo-diritto all’informazione,  sempre più  somigliante al  diritto divino medievale.  A causa del quale  salivano però  sul  trono anche i  re fannulloni,  solo  perché  unti dal Signore.   
Leggere per credere.  Ecco un passo, molto significativo, del  comunicato di  Wikipedia  Italia,   apparso ieri  sull’omonimo sito al posto delle solite pagine  enciclopediche. (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011 ).  E con una finalità precisa:  contestare  l’obbligo  al   diritto di rettifica,  giustamente esteso anche a siti informatici e blog dal  Disegno di Legge sulle Intercettazioni:

« Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita. Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni. Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine. Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all'opinione del soggetto che si presume danneggiato. Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l'introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti».

Come per  l’imperscrutabile diritto divino cui abbiamo accennato, anche  il comunicato,  è firmato,  da una entità  impenetrabile: «Gli utenti di Wikipedia».  Qual è il succo?  Io posso scrivere quel che voglio, mettendo tra parentesi, proprio in senso letterale,  l’assenza di fonti verificabili (come in non poche voci di  Wikipedia),  tu, il «soggetto che si presume danneggiato»   devi subire, salvo rivolgerti a un giudice, sperando che faccia giustizia.  Nel frattempo  -  molto tempo,  vista la durata media dei processi in Italia  -  tutti  potranno  leggere, rileggere, ripetere e diffondere quel che è stato scritto di non veritiero sul tuo conto.    
Un certo signor Goebbels, morto suicida a Berlino nel 1945, sosteneva nei  suoi  Diari che nelle propaganda, grazie alla ripetizione, tutto diventa possibile…    
Ognuno, evidentemente, ha i maestri che si merita.   
 

                                                             Carlo Gambescia       

martedì 4 ottobre 2011

La manifestazione di Piazza del Pantheon
Ma quale “legge bavaglio”!


Premessa:  la libertà è responsabilità.  Dove la responsabilità latita, servono regole autoimposte dal gruppo professionale cui si appartiene. E quando le regole “di gruppo” sono insufficienti, allora interviene, il ‘supergruppo”:  lo Stato. Detto altrimenti,  si ricorre alle leggi, se necessario, penali.
Chiaro? E invece, no, almeno per alcuni. Ad esempio, per quelli  che si sono ritrovati ieri l’altro (pochi, a parte i soliti descamisados), nella romana Piazza del Pantheon, per protestare contro la “legge bavaglio”.  Infatti, il caso delle intercettazioni (a sbafo del contribuente, tra l’altro), rientra pienamente, come dicevamo,  nell’ambito  di una regolazione di tipo penale. Per quale ragione? Perché con   la scusa della parola magica “libertà di stampa”,  come è sotto gli occhi di tutti,  si veicolano  informazioni -   più di frequente gossip -   che spesso si rivelano fasulle o estranee alle indagini. Condannando così, pubblicamente,  persone incolpevoli o addirittura estranee ai fatti.  Per  dirla in modo brutale: li si sputtana coram populo.  Violando il sacrosanto principio della presunzione innocenza,   teorizzato dal diritto penale moderno e recepito dalla nostra Costituzione.
Altra cosa invece è la preservazione del ruolo giocato dalla magistratura. Alla quale deve essere lasciata la massima libertà di utilizzare gli strumenti più adatti alle indagini, incluse le “intercettazioni telefoniche e ambientali”. Perciò, mentre condividiamo le misure, non tenere,   verso  editori e  giornalisti, non siamo d’accordo sulle limitazioni all’uso delle intercettazioni da parte della magistratura. Eventualmente,  potrebbero essere introdotte pene severissime per le cosiddette “talpe” che, dall’interno degli uffici giudiziari, “passano notizie”, spesso politicamente mirate,  alla stampa compiacente (e pagante in vario modo...).
Chiunque, in questo caso, difenda la libertà dei giornali, se in buona fede, è un “idealista” che non ha mai messo piede in una redazione. Dove, come in tutti gli ambienti, lavorano persone per bene e persone “per male”. Spesso, quelle “per male” sono motivate dalle ambizioni più varie ( professionali, politiche, eccetera…). Nulla di male, per carità.   Naturalmente,  fin  quando   non  entri  in gioco l’onorabilità delle persone. Per buttarla sul colore (ma quando ci vuole, ci vuole…):  spesso  siamo davanti a individui frustrati, perché relegati a occuparsi di “giudiziaria”.  E per una semplice ragione: perché incolti e poco “bravi a scrivere”.  Talvolta si tratta di “vecchi marpioni”, talaltra di “giovani professionisti”… In alcuni casi sul gossip velenoso alcuni giornalisti hanno costruito la propria fortuna.  Anche gli editori però non scherzano:  spesso  utilizzano i giornali, di cui sono proprietari, come strumenti di pressione al servizio di finalità non trasparenti.. Il che, in effetti,  non è una novità.
Ovviamente, esistono le eccezioni. Che non sono poche, a dire al vero. Ma i giornali seri, come i nostri lettori sanno,  hanno vita difficile.  Purtroppo.  
Concludendo, ma quale “legge bavaglio”! Da  certi “reati” una comunità deve difendersi. Perciò massima libertà all’uso delle intercettazioni da parte della magistratura, ferrei controlli invece sugli abusi commessi da certa stampa.  Libera da tutto, ma non dal denaro e dall’ambizione sfrenata di uomini, in fondo,  piccoli piccoli.
                                                                                                                                 Carlo Gambescia

P.S.
Quanto all’introduzione dell’  obbligo di rettifica anche per i blog,  amatoriali  e non,  per capire la necessità, crediamo basti  fare un giretto sul Web   autentica fabbrica delle più demenziali  ipotesi  complottiste, spesso  “firmate” solo con un nickname (pseudonimo). Come dicevamo, la libertà è responsabilità, regola che non può non valere anche per il blogger… 

                                                                                                                              

lunedì 3 ottobre 2011

Moody’s schizofrenica? 



E così Moody’s, ha tagliato anche  il rating di Eni, Enel, Finmeccanica, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Poste e Terna.  Quel che però stupisce  è la schizofrenia  di alcune  motivazioni.  Ad esempio,  per Unicredit il taglio è legato  al fatto che il gruppo dovrà  « migliorare il debole livello di redditività delle operazioni “core” in Italia».   Infatti, come si legge,   « nell’attuale situazione economica i bassi tassi di crescita e le misure di austerity del Governo costituiscono un ostacolo per il gruppo in Italia e negli altri mercati».  Il che  - si conclude -  «potrebbe aumentare le pressioni negative sulla redditività e sulla qualità degli asset» .
Il lettore, intanto,  prenda nota: se Unicredit, non cresce la colpa è delle misure di austerity varate dal Governo. E perciò del disinteresse pubblico  verso il  destino economico di Unicredit… 
Passiamo oltre.   Per Intesa Sanpaolo, sempre per Moody’s,   il taglio sarebbe invece dovuto  «sia all’esposizione diretta verso il debito sovrano italiano, sia al fatto che Intesa è concentrata soprattutto sulle attività interne, visto che il settantasette per cento delle entrate del gruppo sono generate in Italia».  Per  tale ragione,   si ritiene che «il profilo di credito di Intesa sia troppo legato al profilo di credito del governo italiano. E data questa correlazione  è poco probabile per Intesa avere un rating più alto di quello del governo italiano».
Anche qui il lettore prenda appunto: Intesa San Paolo ha in tasca troppo debito sovrano, agevolando così più del dovuto il  Governo:  i due fedifraghi (Berlusconi e Bazoli), insomma,  la farebbero proprio sporca… Mah…
Veniamo a  Eni.  Secondo  Moody’s, le possibilità che il gruppo, possa risollevarsi  grazie  al sostegno straordinario dal governo, per ora, sono diminuite «in modo significativo». Quindi si tira in ballo il Governo, ma questa volta  perché  rifiuta di  sganciare  aiutini…. Per le stesse ragioni   Moody’s ha abbassato anche il rating di Enel e di Finmeccanica.  
Veniamo allora alle conclusioni: per un verso (Unicredit,  Eni, Enel, Finmeccanica) si critica il Governo per il disinteresse mostrato; per l’altro (Intesa Sanpaolo) si boccia  invece  il  legame troppo stretto  tra banca e istituzioni di governo.  Ma c’è dell’altro: come nel più classico gioco delle parti,  Unicredit, dovrebbe guardare di più all’Italia, mentre Intesa San Paolo,  di meno… E magari,  in futuro,  imbottirsi ( tutte e due le banche, però), di tanti bei titoli spazzatura… Con quale scopo? Autoaffondarsi, e rapidamente  of course…   Solo per fare un grosso piacere a Moody’s.   E, in particolare, a chiunque vi sia dietro.  
Qui, evidentemente, si vuole speculare sul default dell’Italia.  Perciò per dirla con il vecchio Shakespeare, probabilmente c’è del metodo nella  follia di Moody’s.

Carlo Gambescia

P.S.  Il nostro ragionamento può valere  anche per le altre agenzie di valutazione…