lunedì 2 gennaio 2006

La tesi di Galli della Loggia sui "poteri forti"
Sociologia  o "complottologia" 



Secondo Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera del 31-12-05) chiunque sostenga la tesi dell'esistenza di "poteri forti" capaci di influenzare la politica è un "primitivo" , un "illiberale", un "panpoliticista" (nel senso che antepone la politica a tutto), e infine un seguace delle più assurde e stupide teorie "complottiste"
Ora, quel che veramente stupisce è l'incapacità di Galli della Loggia di fare i conti con la realtà, in particolare con la sociologia, che insegna che le società moderne, sono società complesse, fondate sull'interazione tra numerosi gruppi sociali, tra i quali ci sono anche quelli che invece Galli dell Loggia riconduce all'interno del ben educato quanto mitizzato concetto di "società civile": magistratura, alta dirigenza statale, grande industria, alta finanza, editori. Quei gruppi insomma che altri, erroneamente, secondo lo storico, ricondurrebbero nell'alveo del concetto di "poteri forti".
Il vero punto della questione, sia che si tratti di "società civile" o di altro ideologismo liberale, è che i vari gruppi sociali (tra i quali ne vanno inclusi molti altri: sindacati, associazioni, partiti, eccetera), acquisiscono potere sulla base della propria forza politica ed economica. E non è detto che i più forti siano sempre i migliori sul piano morale. Del resto ogni società, per sussistere nel tempo (per autoperpetuarsi), ha necessità di istituzioni stabili, e anche in questo caso, visto che le istituzioni sono il prolungamento sociologico dei gruppi più forti, non è detto che siano anch'esse, dal punto di vista morale le migliori. Esistono, sono lì da tempo, e la maggior parte della gente comune ubbidisce perché le ritiene "eterne" (anche se ovviamente non lo sono). E' anche scontato, sociologicamente parlando, il fatto che di regola i gruppi e le istituzioni al comando, soprattutto in campo economico, difficilmente cedono, o condividono, il potere con altri, benché qualche volta si decidano a cooptare gli elementi avversari più malleabili Di qui tuttavia resistenze e conflitti con quelle forze che sul piano politico rifiutino la cooptazione.
Pertanto i cosiddetti "complottisti", che non sono esenti ovviamente da esagerazioni spesso ridicole, hanno una visione molto più realistica, e sociologicamente fondata, di Galli della Loggia.
Il quale, confondendo, l'ideale con il reale: la mitizzata "società civile" della scuola liberale con la società capitalistica concreta,dimentica come insegnava Hegel che la "società civile" è il luogo degli interessi economici. E dove ci sono interessi economici, come sottolineava Marx ci sono conflitti. E dove ci sono conflitti, come notava Pareto, un pensatore liberale che Galli della Loggia dovrebbe conoscere, ci sono vinti e vincitori: poteri forti e poteri deboli. 

Carlo Gambescia

sabato 31 dicembre 2005

Dal 2005 al 2006
 Da Bush a Bush




Il 2005 (20 gennaio) si è aperto con l'insediamento di Bush e si è chiuso con le elezioni irachene (15 dicembre).
Si tratta di due avvenimenti emblematici. Perché?
La seconda presidenza Bush indica, e conferma, il disegno interventista statunitense, soprattutto verso il mondo arabo e islamico: la rielezione di Bush porta con sé la promessa di nuovi conflitti, o comunque dell'inasprimento di quelli che sono in corso.
Le elezioni irachene, alle quali sembra abbia partecipato il 70 per cento della popolazione, indicano per alcuni osservatori una speranza di pace e convivenza; per altri una seria possibilità di ulteriori divisioni, conflitti civili, religiosi ed etnici.
Ma tra i due avvenimenti va collocato un terzo evento, particolarmente significativo: quello del dramma degli attentati terroristici di Londra e Sharm. Attentati che indicano, una oggettiva estensione del conflitto mediorientale, alle città europee, o comunque alle località "lambite" dal turismo di massa dell'Occidente.
Quali previsioni allora per il 2006?
Il terrorismo è collegato all'interventismo americano. Da questo punto di vista, il fatto che una parte della popolazione irachena, quella privilegiata da Washington (Sciiti e Curdi) aspiri alla pace significa poco, dal momento che dal processo di "pacificazione nazionale" finora sono stati esclusi i Sunniti (che per alcuni osservatori si sono autoesclusi; ma gli stessi osservatori dovrebbe spiegare perché ...) , in precedenza privilegiati da Saddam.
Quindi c'è un fortissimo scontento che può alimentare il terrorismo interno ed esterno, e c'è da parte dell'amministrazione Bush l'assoluta incapacità politica di affrontare, in termini non puramente militari, il recupero dei Sunniti.
Dispiace, ma nel 2006, il quadro politico internazionale potrebbe peggiorare, o comunque, sicuramente, non migliorare. L'incapacità americana è da un lato dettata dalla volontà (basta dare uno sguardo alla nuova costituzione irachena) di frammentare politicamente l'Iraq, mettendo gli uni contro gli altri; e dall'altro lato dalla cieca credenza nella propria superiorità militare e tecnologica.
Una miscela esplosiva. Della cui pericolosità gli americani, a cominciare da Bush, che in questo senso chiude il 2005 e apre il 2006 come il famoso pilota-cowboy del Dottor Stranamore a cavalcioni di un missile, non si rendono minimamente conto. 

Carlo Gambescia

venerdì 30 dicembre 2005

Mario Draghi nuovo Governatore della Banca d'Italia
Una nomina "al contrario"




La nomina di Mario Draghi a Governatore della Banca d'Italia è una tipica nomina "al contrario". Infatti il nuovo Governatore è l' anti-Fazio per eccellenza: Fazio era cattolico e legato ad ambienti vaticani, Draghi, non lo è almeno pubblicamente, ed è legato alla cosiddetta finanza laica; Fazio era al di sopra delle fazioni politiche ( in modo molto particolare, ovviamente: nel senso che ha "aiutato" sia Fiorani che Consorte), Draghi è sbilanciato a sinistra (nel 2001 dopo la vittoria di Berlusconi si dimise da Direttore Generale del Tesoro); Fazio era dalla parte delle banche italiane (probabilmente troppo), Draghi è dalla parte di quelle straniere, e favorevole a una spiccata globalizzazione creditizia e finanziaria; Fazio temeva Wall Street e gli Stati Uniti, Draghi considera l'America, come scrive "Repubblica" di ieri, "la sua seconda patria".
Questo significa che Draghi farà l'esatto contrario di quel ha fatto Fazio. In particolare, Draghi, che tra l'altro è stato cinque anni alla Banca Mondiale (1984-1989), "aprirà", per quello che gli sarà istituzionalmente possibile, alle banche straniere, e probabilmente, a quelle inglesi e Usa.
Ci sono infatti due episodi, sui quali i giornali di ieri hanno sorvolato, che permettono di fare una previsione del genere.
In primo luogo, Draghi, come Direttore Generale del Ministero del Tesoro (1991-2001), partecipò al famosa riunione (2 giugno 1992) del panfilo Britannia, dove per sua stessa ammissione tenne una relazione sulle privatizzazioni italiane, allo scopo di mettere in contatto gli esperti italiani con i rappresentanti delle principali banche d'affari inglesi, ovviamente presenti. Niente di male, ma in seguito, come è noto, le banche d'affari della City si assicurarono, a danno delle banche italiane, ghiotte commissioni come consulenti ben pagate dei gruppi da privatizzare...
In secondo luogo, Draghi dal 2002 è vice presidente per l'Europa della banca d'affari, , statunitense Goldman Sachs, che insieme alla Merril Linch, è stata advisor del Banco di Bilbao nell'Ops per l'acquisto della Bnl. Carica alla quale ora dovrà rinunciare. Tuttavia come Governatore della Banca d'Italia Draghi si troverà nella condizione di vigilare e soprattutto decidere sull' offerta degli spagnoli, da lui in precedenza patrocinata...
Va pure detto che Draghi, quando vuole, sa essere conciliante. Ai tempi del Mit, come ricorda Modigliani nelle sue memorie (Avventure di un economista, Laterza 1999, pp. 224-229), Draghi, suo studente, firmò con lui e con i giovani colleghi Baldassarri e Bruni, un articolo sull' "Espresso" (3-febbraio 1974) in cui si criticava la politica delle svalutazioni competitive di Carli, allora Governatore dell Banca d'Italia. Ma diciotto anni dopo (estate 1992), Draghi come Direttore Generale del Tesoro, non avrà nulla da eccepire, prima sulla dissennata difesa di Ciampi della Lira e poi sulla successiva svalutazione, che favorirà chi aveva in precedenza puntato contro la Lira, e soprattutto, le multinazionali straniere, che così potranno acquisire a prezzi stracciati le azioni delle imprese pubbliche privatizzate.
E si rischia che non finisca qui. Dal momento che fra sei o dodici anni, Draghi potrebbe essere il candidato ideale per la presidenza di una Banca Europea, ancor più condizionata di oggi, dagli Stati Uniti e dal capitale bancario e finanziario euro-americano.
Con Fazio, certo, uomo dai mille difetti, si è estinta una specie: quella del Banchiere Centrale che "serve" gli interessi nazionali. Il futuro, può piacere o meno, è rappresentato da uomini come Mario Draghi: pochissima Italia, poca Europa, tanta, forse troppa America. 

Carlo Gambescia

giovedì 29 dicembre 2005


Profili/6 
Marshall McLuhan (e Pound)



Dopo un lungo periodo di silenzio, i giornali sono tornati ad occuparsi di Marshall McLuhan (1911-1980). Del resto così vuole la logica mediatica degli anniversari. Infatti il prossimo 31 dicembre ricorrerà il 25° anniversario della sua scomparsa.
Resta comunque un peccato che si sia cessato di studiarlo come invece si dovrebbe. McLuhan rimane un pensatore importante, non conformista, che può aiutare a capire, l'enorme potere manipolatorio, conquistato dai media moderni. Il suo è un pensare per archetipi e per forme analogiche: dietro i fenomeni linguistici (non bisogna dimenticare che McLuhan proveniva da studi letterari, era professore di Inglese) lo studioso canadese scorge un pensiero morfologicamente strutturato, e tra i due fattori l'enorme potere creativo ma anche manipolatorio, quando cade nelle mani sbagliate, della lingua, a ogni livello, popolare, "mediatico" e colto.
Va qui ricordato un suo libro, il primo, molto importante, The Mechanical Bride: Folklore of Industrial Man (1951, trad. it. La sposa meccanica: folclore dell'uomo industriale, Sugarco 1994) , dove studia la cultura popolare dell'uomo di oggi (soprattutto attraverso la pubblicità, come potere manipolatorio) frutto di una mescolanza di parole e immagini (i fenomeni linguistici) dietro cui si cela una struttura profonda che ha come forme (archetipiche) sesso e tecnologia.
Sotto questo aspetto è molto importante, ma poco studiato, il rapporto di McLuhan con Ezra Pound. In Italiano si può vedere la Corrispondenza (1931-1979) di Marshal McLuhan, a cura di Corinne McLuhan, Matie Molinaro, Francesca Valente, pref. di Gianpiero Gamaleri (Sugarco 1990, ed. or. Letters of Marshall McLuhan, Oxford University Press 1987 ) dove sono pubblicate alcune sue lettere a Pound (1948-1957), ma non quelle di risposta del grande poeta (si veda l'articolo in argomento di Edwin J. Barton al sito http://www.epas.utoronto.ca/mcluhan-studies/mstudies.htm ). Dalle lettere di McLuhan, che abbracciano il delicatissimo periodo dell'internamento di Pound al St Elisabeths Hospital, oltre alla grande ammirazione nei riguardi di Pound ( si veda ad esempio il lusinghiero giudizio sui Canti Pisani, p. 111) , affiora il comune interesse per il potere creativo della lingua, ma anche per i pericoli di una sua volgare manipolazione, ad esempio a fini economici, o puramente pratici.

Carlo Gambescia

mercoledì 28 dicembre 2005

Il libro della settimana: Eric Voegelin, Hitler e i tedeschi,  pref. di Riccardo De Benedetti, Edizioni Medusa, Milano 2005, pp. 264, Euro 24,00.


http://www.libreriauniversitaria.it/hitler-tedeschi-voegelin-eric-medusa/libro/9788876980077


Eric Voegelin è probabilmente il filosofo politico più complesso e affascinante del XX secolo. Nasce a Colonia (1901), studia a Vienna, esule dal 1938 negli Stati Uniti, torna in Germania nel 1958, muore negli Stati Uniti nel 1985, dove era ritornato nel 1969, Nei suoi numerosi scritti la storia delle idee politiche e sociali è studiata alla luce di tre concetti fondamentali (ovviamente si semplifica): trascendenza, rappresentanza ed esistenza. Tre forme idealtipiche ( non però nel senso della sociologia "operativa" weberiana) che esprimono, e riassumono, l'esperienza simbolica dell'uomo, come interiorizzazione e pratica di vita. Pertanto questo libro appena pubblicato dalle Edizioni Medusa (edizionimedusa@tiscalinet.it), che riprende integralmente il 31° volume delle sue Opere complete (University of Missouri Press, Columbia 1999) si rivela utilissimo, per due motivi.
Il primo, perché offre un'interpretazione filosofica, della tragedia tedesca, che sulla scia di Hannah Arendt, riconduce la cosidetta "banalità del male" in cui si esaurì il totalitarismo bruno, nell'alveo più generale del rifiuto di ogni forma di trascendenza da parte dei moderni.
Il secondo, perché permette di capire da vicino, come "funzionano" sul piano dell'indagine filosofica concreta, le categorie interpretative di Voegelin. In questo senso Hitler e i tedeschi è una buona introduzione alla filosofia politica voegeliniana.
Perché, nella Germania nazionalsocialista, si chiede Voegelin, si giunge a praticare il "male", come un elemento di pura amministrazione burocratica? Per due ragioni.
In primo luogo, perché come per tutto l'immanentismo moderno, anche Hitler si colloca tra coloro che rifiutano la trascendenza come riconoscimento nell'uomo di un elemento divino-umano-divino, che in termini di "imago Dei", lo accomuna ai suoi simili
In secondo luogo, perché il rifiuto della trascendenza, visto che l'uomo non può vivere (in termini di valori "rappresentati simbolicamente" e "vissuti esistenzialmente" ) senza "credere", favorisce la sostituzione della religione trascendente con la "religione immanente" o politica fondata su pseudo-valori come razza, stato, ideologia, che invece di unire (in nome di una comune umanità) dividono gli uomini. Di qui l'automaticità, la normalità, la "credibilità" (con tutto quello che ne consegue sul piano pratico-burocratico) dell'idea di una necessaria divisione tra gli uomini, ma anche della paradossale necessità di sopprimerla, una volta per tutte, eliminando non le divisioni, in nome della comune umanità, ma sopprimendo quegli uomini che "rappresentano", solo con la propria "esistenza" (il semplice "esistere"), idee contrarie, a quella pseudo-religiose dominanti.
Merita una lettura attenta anche l'ottima introduzione di Riccardo De Benedetti, che oltre a restituire il vero spirito dell'opera voegeliniana, ne evidenzia tutta l'attualità. Che consiste nella necessità di tornare a credere nella trascendenza vera, e non in quella mascherata, ieri rappresentata dalle religioni politiche, e oggi da quella economica, incarnatasi nel culto efficientistico del mercato. 

Carlo Gambescia

martedì 27 dicembre 2005


Polemiche (da seguire)
I cattolici tradizionalisti 
italiani e gli Stati Uniti




Sicuramente a molti è sfuggita la dura polemica che infuria all'interno dell'universo cattolico-tradizionalista italiano. Si tratta di una "guerra culturale" (e non solo), tuttora in corso tra i cattolici tradizionalisti, che volenti o nolenti, in nome del realismo politico si sono schierati con Bush, e i cattolici tradizionalisti che non condividono tale scelta, e vedono invece nell'Islam (e ovviamente non nelle sue componenti terroristiche), un prezioso interlocutore, culturalmente e geopoliticamente meno lontano del pensiero neoconservatore e degli Stati Uniti. Le due posizioni rispecchiano sul versante mediatico e culturale le scelte di una serie di riviste e gruppi intellettuali, e possono essere riassunte, sul piano delle persone, da due note figure di intellettuali cattolici come Roberto de Mattei, fondatore e presidente del Centro Lepanto, e Franco Cardini, già presidente dell'Associazione Culturale Identità Europea. A grandi linee, e facendo torto ad entrambi, si può dire, che il primo è su posizioni filoamericane, il secondo filoislamiche.
Per comprendere la durezza della polemica si consiglia però di leggere l'ultimo fascicolo della rivista "Alfa e Omega" (n.4, maggio-agosto 2005, pp. 103-134, < rivista-alfaeomega@tiscali.it), diretta dal bravo Siro Mazza, dove è riportato un vero e proprio "botta e risposta" tra Francesco Mario Agnoli, attuale presidente di "Identità Europea", Luigi Copertino, valente studioso dello gnosticismo filosofico-politico da un lato, e Claudio Bernabei del Centro Culturale Lepanto dall'altro.
Sul piano della storia e della cultura, le tesi di Agnoli e Copertino sono sicuramente più convincenti. Dal momento che è giusto sostenere che il rapporto tra cristianesimo e Islam è di lunga data, e che proprio per questo, ha garantito una migliore conoscenza, e di riflesso, pur tra alti e bassi, una buona convivenza tra i due mondi, grazie soprattutto alla comune visione non materialistica. Meno convincenti le tesi di Bernabei, che oltre a sopravvalutare il ruolo storico giocato attualmente dagli Usa, poca cosa rispetto a quello giocato in passato dall' Europa cattolica e dall' Islam, non tengono conto, di quel pragmatismo, a sfondo materialistico e gnostico, che anima la cultura conservatrice americana, che oggi si dichiara erede di quella cristiana ed europea, e che invece può finire per corrompere tutto quello che tocca, come osserva puntalmente Copertino
Tuttavia, sul versante "politico" immediato (e dunque non storico e culturale) potrebbe aver ragione Bernabei, dal momento che ai cattolici tradizionalisti anti-neocon,   in effetti, manca una sponda politica "forte", sia in Italia e in Europa che nel mondo Islamico. Di qui la necessità di una scelta "prudenziale", come scrive Bernabei, in favore degli Stati Uniti di Bush. Scelta che tuttavia, nel lungo periodo, potrebbe rivelarsi pericolosa, proprio per la difficoltà di liberarsi dalla morsa del pragmatismo materialistico di cui sopra.
E' una situazione molto complicata, e questo spiega anche la durezza della polemica, che vede le ragioni culturali e storiche (di lungo periodo) essere dalla parte dei tradizionalisti anti-Bush, e quelle politiche immediate (di breve periodo), dalla parte dei tradizionalisti pro-Bush.
I primi sperano nella ragioni della storia, i secondi in quelle della politica.
E tutti insieme si appellano a Dio.
Carlo Gambescia


***

Siamo lieti di pubblicare, come replica al commento del gentile lettore LeggendaNera, una densa nota di Luigi Copertino.
Ci auguriamo ne nasca un dibattito chiarificatore e soprattutto dirimente sotto il profilo metapolitico . (C.G.)

Caro Gambescia,
noi non ci conosciamo personalmente ma siamo stati entrambi collaboratori della rivista, ora defunta, “Pagine Libere”. Ho sempre letto i suoi interventi con interesse. Scopro solo ora il suo blog, molto interessante, ed è per questo che Le scrivo soltanto a distanza di quasi due anni dal suo ottimo commento, del 27 dicembre 2005, circa la polemica intercorsa, sulle pagine di Alfa e Omega, tra i cattolici filobushisti ed i cattolici antineocons. Lei ha capito perfettamente, nel merito, quel contenzioso. Non altrettanto posso dire di LeggendaNera. Essendo stato in ballo dal nostro interlocutore, ed additato come un pericoloso “eretico” infiltratosi in ambito cattolico, mi consenta un piccolo intervento chiarificatore. Mi è già capitato, in passato, di essere trasversalmente, da destra e da sinistra, oggetto di fuorvianti aggettivazioni e del contrario. Stando alla ristrettezza spirituale di certi detrattori il sottoscritto sarebbe ad un tempo fascista e comunista, filosemita ed antisemita, integralista cattolico e pericoloso sovversivo che se la intende con interlocutori di sinistra. Cristianamente, accetto e sopporto tutto ma non posso accettare l’accusa, infondata, di “marcionismo” e gnosticismo che mi si muove da parte di Leggenda Nera. Non per la mia persona ma per il solo puro amore di verità La prego di pubblicare quanto segue.
Non ho soci ma solo amici. Blondet è tra questi amici ma non è mio “socio”. Così come non sono miei “soci”, ma cari amici, gli aderenti ad Identità Europea, l’associazione culturale, fondata da Franco Cardini, assolutamente laicale ma cattolica, e della quale sono in Abruzzo il responsabile. Nessuno di noi svolge attività lucrative quando si fa cultura.
Con buona pace di LeggendaNera, non ho nessuna difficoltà ad ammettere la mia provenienza giovanile dalla destra radicale. Ma, al tempo stesso, non ho difficoltà ad ammettere che le mie letture giovanili di Evola e Guénon si sono limitate ai soli testi più “politici” o più utilizzabili politicamente come “Orientamenti”, “Gli uomini e le rovine”, “Rivolta contro il mondo moderno” e “La crisi del mondo moderno”. Tutto qui! E tutto in forma molto ma molto blanda, pur avendo respirato l’aria dell’ambiente della destra giovanile durante la militanza liceale. Il mio è in fondo, e non lo dico per piaggeria ma solo perché è oggettivamente vero, un percorso esistenziale, culturale e spirituale molto simile, salvo l’esito accademico che per me non c’è stato, a quello che Franco Cardini ha descritto ne “L’intellettuale disorganico” (Aragno, 2001), la sua “autobiografia” che invito LeggendaNera a leggere per capire. Qualche anno fa recensendo, sulla rivista Avallon (n. 50/2002), un libro dedicato ai contenuti cristiani dell’opera di Tolkien, scrivevo, onde descrivere l’itinerario della mia generazione, che è quella della destra giovanile a cavallo degli anni ’70 ed ’80, quella, per intenderci, dei “Campo Hobbit”, quanto segue: “… vent’anni fa, coinvolti nella generosa confusione adolescenziale, che ci spingeva a mettere insieme le idealità del fascismo socialista e di sinistra (il defeliciano fascismo/movimento opposto al fascismo regime) alle pulsioni tradizionaliste e reazionarie di Evola e Guénon di cui più tardi molti di noi scoprirono l’origine gnostica … non potevamo intenderne (dell’opera di Tolkien) il senso altamente cristiano”. Ecco, questa è stata la mia giovanile frequentazione della destra radicale ed esoterica: vi sono entrato da “sinistra”, dalla “sinistra fascista”, alla scoperta del sacro, sebbene un sacro (ma allora non lo capivo) del tutto ambiguo. Un percorso che sarebbe sfociato nel nichilismo, prometeico esoterico o produttivista poco importa, se, dopo l’abbandono della “confusione adolescenziale”, in una terribile notte di oscurità spirituale, non mi fossi ritrovato ad invocare ed ottenere, immeritatamente, dalla Vergine Maria (“per Mariam ad Iesus), la grazia della Luce e dell’incontro con Cristo. Si tratta di un evento personale sul quale non mi dilungo. Ma, in seguito a quell’evento, è iniziato un percorso che, dopo avermi fatto transitare attraverso la provvidenziale opera di Attilio Mordini (so bene che in Mordini, ed anche questo lo capito mano a mano che quell’Incontro invocato ed ottenuto si consolidava, sussiste una qualche influenza del tradizionalismo esoterico, anche se non bisogna esagerarla fino, come fanno alcuni, a “scomunicarlo”: rimane il fatto che comunque non si può dubitare della provvidenzialità dell’opera mordiniana per molti, come me, provenienti dalla destra radicale), mi ha portato ad un’adesione totale al Cattolicesimo. Un’adesione, ripeto, totale e non inquinata da marcionismo. Onde convincerlo, invito Leggenda Nera a leggere in proposito due miei articoli (“La teologia cristiano-sionista del cardinale Kasper”, in http://www.effedieffe.com/, e “Fratelli maggiori e fratelli minori”, in http://www.jerusalem-holy-land.org/,) dei quali trascrivo in nota alcuni passi, del tutto allineati con la prospettiva paolina (1). Da parte dello scrivente, non c’è nessuna negazione, marcionita, della continuità ed unità tra Antico e Nuovo Testamento ma solo evidenziazione, oggi troppo codardamente taciuta anche all’interno della Chiesa, della discontinuità tra la Fede di Abramo, che era il Cristianesimo ante litteram (“Prima che Abramo fosse, Io sono” Gv. 8,58), ed il giudaismo post-biblico, che è un’altra religione rispetto alla fede veterotestamentaria adempiutasi in Cristo. Nessun marcionismo, dunque, ma solo un “caveat” lanciato a quei cattolici che, anche sulla scorta di Alain Bensacon, credono che la religione giudaica post-biblica sia la stessa fede abramitica che è, essa e non il giudaismo post-biblico, la paolina “radice santa”.
Per quanto poi riguarda, più in generale, lo gnosticismo invito LeggendaNera a leggere quanto da me scritto (“La gnosi spuria smascherata – la ricerca filosofica e teologica di Ennio Innocenti) nel volume collettaneo “Ennio Innocenti – in septuagesimo quinto aetatis suae amici et sodales – fraternitas aurigarum in Urbe 2007” (scritti in onore di don Ennio Innocenti, purtroppo non reperibile in rete ma scrivendo direttamente a don Ennio Innocenti è via Capitan Bavastro 136 - 00154 Roma). In tale saggio faccio mia la definizione di gnosi spuria che l’insigne teologo romano, di formazione schiettamente tomista, ha formulato, nella sua opera “La gnosi spuria”, in termini assolutamente espliciti, anch’essa riportati in nota (2). Sulla scorta della migliore tradizione teologica cattolica, lo scrivente distingue senza riserve tra trascendenza ed immanenza, armonizzate sulla base dell’analogia entis, e senza cadere in alcun panteismo ad un tempo prometeico (non accettazione della dipendenza creaturale dall’Essere trascendente) e negatore della bontà del reale ossia nichilista (negazione degli enti creati come illusione – maya – della manifestazione apparente del pleroma cosmico che sarebbe l’unico reale nella sua essenza di “Tutto/Nulla”). Un panteismo, per l’appunto, gnostico.
Infine, veniamo alla questione Massignon ed Islam. Di Massignon, che era un grande esegeta e teologo cattolico nonché sacerdote di Santa Romana Chiesa, lo dico subito, ho notizie solo indirette, ma ho letto alcune opere di un suo grande allievo, il teologo ed esegeta francescano, docente in diverse Università pontificie, recentemente scomparso, padre Giulio Basetti Sani.
L’affiliazione abramitica della stirpe di Ismaele non è affermata da Massignon ma dal Genesi, nel capitolo 16, 11-12, laddove Dio, a mezzo del suo angelo, dice ad Agar, la schiava con cui Abramo aveva generato Ismaele e poi cacciata a causa della gelosia di Sara, e che è prossima alla morte nel deserto: "Ecco sei incinta, partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele, perché Dio ha ascoltato la tua afflizione. Egli sarà come un ònagro; con la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro lui e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli". E poi poco più in là, in Genesi 21,18, è aggiunto, con riferimento ad Ismaele, "ne farò una grande nazione". Orbene, un cattolico non può non chiedersi che senso abbiano queste promesse di Dio, senza però nulla concedere alla pretesa islamica di essere “il sigillo della Rivelazione” e fermo rimanendo l’assoluta centralità dell’Unica Mediazione Universale che è solo quella di Cristo. La risposta che Massignon, e sulla sua scorta, padre Basetti Sani danno è la seguente: i tempi di Dio non sono i nostri tempi sicché ciò che per noi storicamente viene dopo (l’Islam) nel Piano di Dio è semplicemente l’adempimento di una promessa veterotestamentaria in vista di avvenimenti escatologici futuri nei quali popoli, al momento non ancora giunti alla Pienezza della Rivelazione, ossia a Cristo, dovranno svolgere un qualche ruolo escatologico (nell’escatologia islamica, l’Impostore, il Dajjal, l’Anticristo, è ucciso da Isa, figlio di Maryam Vergine, ossia dal Gesù della Parusia: sarà pure un caso ma – si rifletta - ciò che attualmente impedisce ai fondamentalisti giudaici di ricostruire il tempio di Gerusalemme è il fatto che sulla spianata dove esso sorgeva sono state erette le due moschee di Omar e di Al Aqsa. Se non fosse per questo i rabbini fondamentalisti avrebbero già imposto al governo sionista israeliano di ricostruire il tempio per ripetere il sacrificio arcaico dello sgozzamento dell’agnello e “costringere” Dio – puro prometeismo! - a ricordarsi e rispettare il Patto stretto con Israele, “messia collettivo”, e consegnare a quest’ultimo la gloria sul mondo nel regno messianico promesso. Si tenga conto che l’eventuale ricostruzione del tempio da un punto di vista cristiano è un atto blasfemo: il Vero Tempio, distrutto e risorto in tre giorni, ed il Vero Agnello di Dio, sacrificato definitivamente per la salvezza del mondo, è Cristo Dio-Uomo, del quale l’antico ed abolito rito ebraico dell’agnello pasquale e l’antico tempio di Gerusalemme erano solo prefigurazioni. Quel tempio, ricostruito al ritorno dalla cattività babilonese e distrutto nell’anno 70 dopo Cristo, secondo le profezie veterotestamentarie avrebbe visto il Messia e non avrebbe potuto essere distrutto prima che il Messia fosse giunto: proclamando l’intenzione di ricostruirlo i fondamentalisti giudaici altro non fanno che affermare la “non-messianicità” di Cristo). In tal senso, ossia ipotizzando un ruolo escatologico ma Cristo-centrico e Cristo-direzionale dell’Islam, Maometto altro non sarebbe che un profeta veterotestamentario, storicamente post-litteram ma escatologicamente ante-litteram, mandato da Dio a preparare ai discendenti di Ismaele la futura piena conoscenza ed accettazione della Divino-Umanità di Cristo, che essi, gli islamici, come gli ebrei, comprenderanno solo alla fine dei tempi. Si prenda, ad esempio, la Sura III versetto 45 del Corano:"E quando gli angeli dissero a Maria: 'O Maria, Iddio ti annunzia la buona novella di un Verbo che viene da Lui, e il cui nome è: il Messia, Gesù, figlio di Maria, eminente in questo mondo e nella vita immediata ed ultima; egli è tra i vicini a Dio". Orbene, questo non è l'unico passo coranico in cui si proclama Cristo Messia e Verbo di Dio nonché la Perpetua Verginità della Madonna. Dico questo in via assolutamente ipotetica e soprattutto senza fare del facile ed ingenuo irenismo perché è indubitabile che l'Islam non riconosce (o almeno non ancora riconosce) la Divino-Umanità di Cristo. Tuttavia che questa, la Divino-Umanità di Cristo, sia adombrata nel testo coranico è argomento che non si può, neanche da parte mussulmana, respingere facilmente. Il ruolo dell’Islam, nel Piano Divino della Salvezza Universale, è certamente un ruolo che, comunque, lo vogliano o meno gli islamici, passa inevitabilmente, in un modo per il momento ancora non perfettamente comprensibile né storicamente evidente, per l’Unico Mediatore e Salvatore Universale Gesù Cristo, Dio-Uomo. Questo diceva Massignon, e dopo di Lui Basetti Sani. Quest’ultimo, ad esempio, ricorda che lo stesso Profeta Muhammad, più volte, ha confessato che il Mistero Divino per eccellenza, l’al-Ghayb della sura 7, non gli era stato rivelato. Padre Giulio Basetti Sani ritiene che l’al-Ghayb riguardi il Logos, la Parola, il Verbo di Dio. Quel Logos che, nell’incipit del suo Vangelo, san Giovanni, l’apostolo che Gesù amava, afferma essere in Principio, ossia all’inizio di ogni cosa, in quanto da sempre presso Dio, perché è Dio, ed afferma essersi incarnato, nel cuore verginale ed immacolato di Maria, in Cristo Gesù.
Come si vede, esiste un approccio cristiano all’Islam che riconduce del tutto quest’ultimo nell’alveo cristiano alla stregua di una rivelazione parziale e propedeutica, per i popoli germinati da Ismaele, all’accoglimento futuro ed escatologico della Pienezza della Rivelazione ossia Gesù Cristo, Dio-Uomo, il Verbo di Dio Incarnato. Se tutto questo è marcionismo e gnosticismo, allora credo di essere in ottima compagnia dal momento che quel grande scrittore cattolico che è Vittorio Messori, l’intervistatore di ben due Papi (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, quest’ultimo lo ha anche citato nel suo ultimo libro “Gesù di Nazareth”), ha avuto modo di scrivere (“Appunti sull’Islam” in Il Timone, n. 57, anno VIII, novembre 2006): “ (Massignon) Fu uno dei pochi che rifletté sull’enigma che sta dietro alla scelta di Maria – tanto venerata nel Corano – di apparire in un villaggio portoghese che porta il nome della figlia prediletta di Maometto, Fatima. Da Massignon ho imparato a riflettere sull’Islam non come fastidioso incidente, una sorta di errore della storia, ma come mistero da cui tentare di ricavare gli insegnamenti che, attraverso di esso, ha voluto darci il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. C’è una pista di pensiero indicata dall’islamista francese che mi ha sempre colpito ed è ancora tutta da approfondire. Osserva, infatti, Massignon che c’è un tempo storico e un tempo teologico. C’è, dunque, un calendario umano e c’è un calendario divino, per il quale non valgono le nostre categorie di ‘prima’ e di ‘dopo’, di ‘presente, passato, futuro’. Forse il sorgere dell’Islam va letto in questa dimensione che sfugge alle nostre categorie. Muhammad ‘dopo’ Gesù? Certo, secondo il nostro calendario: ma che ne sappiamo dei programmi divini, per i quali il Corano potrebbe essere una preparazione all’accettazione di un Vangelo per il quale ancora molti popoli non erano pronti?”. Permette LeggendaNera che si possa da, un punto di vista strettamente e fedelmente cattolico, indagare su questa – ripeto – (pura) ipotesi piuttosto che arruolarsi nelle schiere dello “scontro di civiltà”, parodia anticristica dell’“iter aut passagium ad Ierusalem” ossia di quel che noi ci ostiniamo a chiamare “crociata” e che tale non fu essendosi trattato di un “pellegrinaggio armato”? Non solo, poi, Messori è tra gli estimatori di Massignon ma anche un Pio XI, Papa pre-conciliare, il quale ebbe modo di incoraggiare gli studi islamisti del teologo e sacerdote cattolico con parole davvero lusinghiere. Ricevendo in udienza Massignon nel 1934, Pio XI definì la sua vicenda "una vocazione" e "un'elezione" che rimandavano a "una predilezione". I Papi pre-conciliari erano evidentemente molto più aperti di cuore che non i loro presunti nostalgici odierni. A questi ultimi basta l'immaginetta che essi si sono fatti di quei Papi e della Tradizione.
Per quanto riguarda, infine, Solov’ev, voglio ricordare a LeggedaNera che il grande scrittore russo, del quale comunque ammiro sinceramente la capacità “profetica” dimostrata nel suo “Racconto dell’Anticristo”, non sembra aver completamente superato le sue giovanili esperienze teosofiche che, in qualche modo, continuano a riverberare persino nell’importantissima opera testé citata, laddove, in chiusura del suo romanzo, il nostro fa seguire alla conversione di Israele l’apertura del millennio inteso come regno messianico sulla terra. Un cedimento al millenarismo, da sempre riprovato dalla Chiesa Cattolica ed anche da quella Ortodossa, che non può spiegarsi senza l’influenza della gnosi teosofica frequentata, prima della conversione, da Solov’ev. Sia detto, naturalmente, senza nulla togliere né alla grandezza dello scrittore né alla sincerità della sua conversione.
Chiedo scusa, caro Gambescia, per questa lunga invasione di campo, ma l’assurdità dei sospetti paventati da LeggendaNera mi ha costretto a tanto.
La saluto con stima e con cordialità
  Luigi Copertino


Note
1) (Prima citazione) “… la neo-teologia di cui si fa portavoce il cardinale Kasper è fondata su una palese falsificazione ermeneutica della dottrina di san Paolo. Infatti, l’Apostolo delle genti nel capitolo 11, 16-24 della ‘Lettera ai Romani’ chiama ‘Olivo Santo’ la Fede di Abramo intendendo per tale, né poteva essere diversamente date le stesse parole di Cristo in Gv. 8,58 (‘Prima che Abramo fosse, Io sono’), il Cristianesimo ante litteram. Quindi, l’Apostolo passa ad affermare che da questo ‘Olivo’ l’Israele post-biblico, a causa – lo abbiamo già ricordato – del suo ‘indurimento di cuore’, è stato ‘reciso’. Gli israeliti che non hanno riconosciuto Cristo sono, per san Paolo, ‘rami tagliati’ per far posto ad altri ‘rami’, agli ‘oleastri’, ossia ai gentili, che così sono chiamati anch’essi da Dio alla salvezza. L’esegesi paolina deve essere letta, per essere interpretata nel suo vero senso, alla luce delle parole di Cristo in Gv. 15, 5-6 ‘Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e Io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi li raccolgono e li gettano nel fuoco e li bruciano’. Per san Paolo, dunque, la caduta di Israele ha permesso la salvezza dei pagani e ciò, con tutta evidenza, significa che Israele, sebbene soltanto temporaneamente, in attesa della fine dei tempi, è fuori dall’ ‘Alleanza non revocata’, ossia dalla Rivelazione di Dio ad Abramo compiutasi in Cristo. Alleanza che, intesa come complesso unitario di Vecchio e Nuovo Testamento, è detta ‘non revocata’ non nel senso che essa coincida, attualmente, con il giudaismo talmudico-cabalista post-biblico, come sostengono i neo-teologi alla Walter Kasper, ma nel senso, per l’appunto insegnato da san Paolo, che tale Alleanza, inizialmente pattuita nella sua forma Antica, è stata definitivamente adempiuta nella, e superata dalla, Nuova Alleanza stabilita da Cristo e che pertanto solo in Cristo, e non nell’Israele post-templare, essa ha trovato la sua continuazione e, quindi, la sua ‘irrevocabilità’. Al modo, cioè, del contratto definitivo che, includendolo, perfeziona e prende il posto del preliminare nell’Unico Patto tra i contraenti, ossia, fuor di metafora, Dio e l’umanità. Nella Lettera ai Romani, san Paolo non usa mai, come forzando il senso del testo pretende di sostenere Kasper, l’espressione ‘Alleanza non revocata’ attribuendola agli ebrei post-biblici ma sempre e solo alla Fede di Abramo, all’Olivo Santo, dal quale l’Apostolo afferma chiaramente che l’antico Israele ha in pratica apostatato. A riguardo degli ebrei post-biblici, san Paolo afferma chiaramente che essi, essendo stati un tempo eletti, ossia scelti, da Dio, ‘sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili’ (Romani 11,28-29). Con ciò l’Apostolo intende dire che il popolo ebreo, chiamato per primo da Dio, non sarà dimenticato nella sua attuale caduta perché, appunto, amato non per l’attuale sua apostasia ma per la fede dei suoi padri, fede che con il rifiuto di Cristo è stata dal popolo ebraico stesso rinnegata, e che pertanto esso alla fine dei tempi, e solo alla fine dei tempi, in virtù di quell’antica elezione che Dio non ha dimenticato, in quanto Dio mantiene sempre le sue promesse, sarà reinnestato nell’Olivo Santo della Rivelazione, nell’Albero della Vita che è la Croce di Cristo, il Logos fattosi Uomo.”. Ed ancora (seconda citazione):“... in tale passo (Rm. 11,28) l’Apostolo (san Paolo) non parla, come con sibillina ma significativa alterazione terminologica sostengono i giudaizzanti, di ‘Alleanza non revocata’, la quale comunque se, appunto, non è stata revocata non lo è stata nel senso, come ricordò Giovanni Paolo II a Colonia nell’anno 2000, che Essa, l’Antica Alleanza, ha trovato il suo adempimento definitivo e la sua continuazione nella Nuova Alleanza, ma soltanto di ‘chiamata, ossia elezione, irrevocabile’ a significare quel che lo stesso Apostolo, nella medesima Lettera, aveva affermato poco prima ossia che i suoi fratelli nella carne, per la durezza del loro cuore, sono ormai rami recisi dall’Olivo santo, essendosi allontanati per loro volontà dalla Fede dei Padri veterotestamentari, e che in tale condizione essi resteranno finché, alla fine dei tempi, non riconosceranno la divinità e la messianicità di Cristo per essere reinnestati di nuovo nel tronco vitale della Rivelazione. Reinnesto che sarà reso possibile dalla grande misericordia di Dio il quale, nonostante la loro abiura, non ha dimenticato di averli chiamati per primi alla Fede. L’esegesi paolina poggia, del resto, sulle stesse parole pronunciate da Gesù e rivolte alla Città Santa: ‘Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte:Benedetto colui che viene nel nome del Signore!’ (Mt. 23,37-39).”.

2) Da E. Innocenti “La gnosi spuria” Vol. I :“Nell’interpretare la realtà, due soltanto sono i giudizi sull’essere: l’essere, infatti, o è dall’intelligenza umana interpretato come partecipazione oppure è interpretato come caduta. Sia nel primo che nel secondo giudizio le conseguenze sono di grande importanza e tali da influenzare tutto il vivere umano. L’essere è ‘partecipato’ da una fonte sapiente, libera ed amante: l’Infinito Iddio. Egli, pienezza di coscienza bontà e bellezza, partecipa il suo essere amando gli esseri che crea, ordinandoli in una collaborazione che rispecchia la sua perfezione, cui tutti – e l’uomo consapevolmente e liberamente – tendono. L’essere, invece, ‘cade’, primordialmente e necessariamente, da un’oscurità inconscia innominabile informe ed indeterminata, e tale caduta, che comporta la degradazione e la differenziazione degli esseri, dev’esser riassorbita nell’unità indifferenziata del tutto. Nella prima interpretazione l’uomo si innalza per dono divino. Nella seconda, invece, l’uomo s’illude d’erigersi immedesimandosi nel tutto. Vi sono altre caratteristiche che differenziano inconfondibilmente questi due tipi di gnosi: la ‘prima’ suppone la irriducibilità fra essere e non essere, Dio e gli esseri creati, lo spirito e la materia, la verità e l’errore, il bene e il male; la ‘seconda’ no. Inoltre: ‘nella prima’ ordine, gerarchia, obbedienza sono le direttive che discendono dai presupposti; ‘nella seconda’ il caos, l’anarchia, l’individuo eslege sono armonici con le premesse. Ancora: ‘la prima’ progredisce aprendosi al dono e all’influsso divino; ‘la seconda’ maturando la consapevolezza di sé e della propria fonte (or ora indicata: caduta e degradazione). La prima gnosi la chiamiamo ‘pura’, la seconda ‘spuria' ".

sabato 24 dicembre 2005


Buon Natale!












Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale!
Buon Natale a chi ti cerca una volta, e non ti cerca più...
Buon Natale a chi ti aveva cercato, ma...
Buon Natale a chi non ti cerca proprio...
Buon Natale a chi ti cerca perché è costretto a cercarti...
Buon Natale a chi ti cerca perché non è costretto a cercarti...
Buon Natale a chi ti cerca perché ti vuole fregare...
Buon Natale a chi ti cerca e non ti trova...
Buon Natale a chi ti cerca e ti trova...
Buon Natale a chi cerca se stesso...
Buon Natale a chi non cerca se stesso...
Buon Natale a chi non vuole essere trovato...
Buon Natale a chi ti cerca perché ti vuole bene...
Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale! 

                                      Carlo Gambescia