Un tempo essere chiamati “estremisti” era un insulto. Oggi l’insulto è diventato “moderato”. È un cambiamento che dice molto sul tempo in cui viviamo.
C’è una categoria di persone che oggi sembra non avere più diritto di cittadinanza, soprattutto sui social: i moderati. Quasi una specie politica in via di estinzione.
Non importa se siano di centrodestra, di centrosinistra o semplicemente liberali. Basta che rifiutino il linguaggio dell’odio, la ricerca del nemico, la politica ridotta a tifo da stadio. Nel migliore dei casi vengono liquidati come “equidistanti”. Più spesso come pavidi, servi, complici del sistema, buonisti, centristi senza idee.
Nel Novecento gli estremismi hanno individuato nel moderato il loro nemico privilegiato. Nel 1936 Abel Bonnard, futuro ministro del regime di Vichy, pubblicò Les Modérés, una violenta requisitoria contro il moderatismo parlamentare e contro chi rifiutava gli assoluti della politica.
Ma, sull’altro versante, Lenin aveva già dedicato un intero libro a demolire Karl Kautsky, il principale teorico del socialismo democratico: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (1918). Il titolo è già un programma. Per Lenin, Kautsky non era semplicemente un avversario: era un traditore. Per Bonnard il moderato impediva la rinascita della nazione; per Lenin impediva la rivoluzione proletaria. Cambiavano gli ideali assoluti, ma non la struttura mentale. In entrambi i casi il moderato diventava il nemico da abbattere.
Quanto all’oggi, il fatto curioso è che viviamo nell’epoca in cui tutti parlano di “buon senso”, ma nessuno sembra apprezzare la moderazione.
Eppure il moderato è diventato il bersaglio preferito degli estremismi.
Le nuove destre hanno compiuto un’operazione politico-culturale di grande efficacia. Hanno imparato a presentare come semplici scelte di buon senso decisioni che modificano profondamente l’equilibrio tra libertà e autorità. Non parlano di limitare i diritti, ma di garantire la sicurezza. Non parlano di rafforzare il potere esecutivo, ma di rendere lo Stato più efficiente. Non parlano di legittimare una cultura della giustizia privata, ma di tutelare “chi si difende”. Così il radicalismo si traveste da moderazione.
Ma sarebbe un errore credere che il problema riguardi soltanto la destra.
Anche una parte della sinistra ha progressivamente abbandonato il terreno del liberalismo per rifugiarsi nella politica delle identità, della contrapposizione morale e della delegittimazione dell’avversario. Ancora più grave, ha spesso finito per combattere la destra sul terreno scelto dalla destra, accettandone il linguaggio e, con esso, le categorie interpretative.
Pensiamo all’immigrazione.
La domanda non è più se esista davvero un’invasione. Si discute soltanto come gestirla. La cornice interpretativa è ormai data per scontata. Chi riesce a imporre le parole con cui descriviamo la realtà finisce quasi sempre per orientare anche le soluzioni. È qui la vera vittoria.
Così però il moderato si ritrova senza casa.Per la destra è un buonista. Per una parte della sinistra è un tiepido. Per entrambe rappresenta un ostacolo, perché rifiuta la logica amico-nemico sulla quale prosperano tutte le ideologie.
Qui, però, occorre sgombrare il campo da un equivoco. Il moderato non è colui che sta sempre nel mezzo. Non è il professionista del compromesso. Non è il politico che cerca una mediazione su tutto.
Al contrario. Il moderato liberale non è moderato sui principi. È moderato nei mezzi. Perché sa che nella politica democratica il problema non è soltanto scegliere il bene, ma impedire che qualcuno pretenda di possederlo interamente. La radice degli estremismi sta spesso qui: nella pretesa di elevare una parte a totalità, un’identità a destino, un interesse particolare a verità universale. È il pars pro toto: una fallacia argomentativa che diventa, quando entra nella politica, una tentazione autoritaria.
Sulla libertà individuale, sullo Stato di diritto, sulla separazione dei poteri, sul pluralismo e sul rifiuto della violenza politica non transige. Non cerca un compromesso tra democrazia e autoritarismo, tra diritto e arbitrio. Sarebbe una contraddizione. E lo si è visto con la guerra in Ucraina.
Da tempo settori estremisti, di destra e di sinistra, accusano chi sostiene Kiev di essere un guerrafondaio. Come se aiutare un Paese aggredito significasse amare la guerra.È vero il contrario. Il moderato può detestare la guerra e, proprio per questo, ritenere che uno Stato aggredito abbia il diritto di difendersi e che le democrazie abbiano il dovere di sostenerlo. Non perché la guerra sia un valore, ma perché la libertà lo è. La pace è un bene prezioso, ma non qualsiasi pace. Esiste anche la pace della resa, dell’occupazione, della rinuncia alla propria indipendenza. Chiamarla pace non la rende giusta.
È qui che gli estremismi non comprendono il moderato. Per loro ogni questione è assoluta. Ogni dissenso è un tradimento. Ogni avversario è un nemico.
Il moderato, invece, sa che la politica democratica vive di limiti, di equilibrio, di istituzioni e di dubbi. Sa che nessuna maggioranza è infallibile e che anche il governo che condivide deve essere controllato. Diffida delle soluzioni definitive e degli uomini della Provvidenza.
Per questo oggi il moderato appare quasi una figura fuori dal tempo. In realtà è l’esatto contrario.
In un’epoca in cui tutti chiedono fedeltà assoluta a una bandiera, a un leader o a una causa, il moderato continua a difendere la libertà più difficile di tutte: quella di pensare con la propria testa.
Ed è forse proprio questa, oggi, la forma più autentica di radicalismo liberale.
Carlo Gambescia






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